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Estetica 28/09 - Lezione 1

Per N l’esercizio della filologia (e quindi lo studio del mondo greco) è inseparabile dalla filosofia. Fare filosofia richiede una comprensione radicale e filosofica del mondo greco. Quindi le due cose vanno di pari passo; sono inseparabili. “La nascita della tragedia” è un testo sia filosofico che filologico; ma la pubblicazione di questo testo sconvolse tutti. L’insegnante di N definì questo testo una “stravaganza geniale”; la comunità filologica dell’epoca vide questo testo come uno scandalo. Dopo la pubblicazione di questo libro gli studenti nel corso di N erano pochissimi, poiché era oramai un docente di filologia completamente screditato.

In questo testo N si confronta con la grecità provando a rivoluzionare l’immagine Neoclassica di questa, che era l’immagine all’epoca preponderante (derivante da Winckelmann, uno dei teorici del neoclassicismo). Quest’ultimo descriveva l’arte greca come caratterizzata da nobile semplicità e quieta grandezza; è un’immagine che si ripresenta anche in Schiller, anche in Goethe. La Grecia (nell’idea neoclassica) è una terra di perfezione, di quiete, di armonia, a cui si guarda con nostalgia. Schiller parla della poesia greca come una poesia “ingenua e sentimentale”; il greco è l’uomo ingenuo che vive in armonia con la natura, lontano dalla civilizzazione; quindi il greco è un uomo felice.

Nietzsche sovverte completamente questa immagine della Grecia. La nascita della tragedia si conclude con una celebre esclamazione di N che suona “quanto dovette soffrire l’uomo greco per essere così bello”. In un certo senso il libro è tutta una spiegazione di questa frase, che trasforma la visione corrente dell’epoca che si aveva della grecità. La bellezza dell’uomo greco non è più collegata alla sua ingenuità ed al suo vivere in armonia e all’unisono con la natura; la bellezza dell’uomo greco è collegata al dolore, alla sofferenza.

In questo modo N apre un accesso a quella che era la Grecia del VI secolo a.C., la Grecia barbarica, la Grecia arcaica, la Grecia del culto e della tragedia. La Grecia a cui fa riferimento il neoclassicismo è la Grecia filtrata dall’ellenismo. N tenta di fornire un accesso diretto a una Grecia diversa, che è molto problematica e che presenta elementi brutali, di dolore e di violenza. N parla del lato oscuro della grecità, e il paradosso è che se i greci sono riusciti a fare le bellissime statue, i bellissimi templi, se hanno scritto quei bellissimi testi, è solo perché hanno tremendamente sofferto. Quella bellezza non rimanda affatto a un’esperienza serena, armoniosa e tranquilla, ma tutto il contrario.

La nascita della tragedia è stata prodotta in seguito a degli studi fatti da N, lungo alcune conferenze che ha tenuto a Basilea.

Interpretazione della cultura greca

Con tutti e tre gli autori del corso parleremo della loro interpretazione della cultura e del pensiero greco. Affronteremo il tema attraverso l’angolazione dell’esperienza del divino, della religione e del culto. Possiamo dividere La nascita della tragedia in due parti nettamente distinte e autonome. La prima parte si divide a sua volta in due sezioni. La prima sezione della prima parte parla della tragedia; nella seconda sezione si parla dello strappo prodotto dall’avvento del razionalismo socratico, che per N rappresenta la fine della cultura greca più autentica (che per N è una cultura tipicamente tragica). L’epoca tragica dei greci viene interrotta dalla figura di Socrate.

Per quanto riguarda la sua filosofia, e quindi anche per quanto riguarda l’interpretazione del pensiero e del culto dei greci, il pensiero di N muta dopo aver pubblicato La nascita della tragedia. Fra La nascita della tragedia e Il servizio divino dei greci c'è una profonda differenza che bisogna tenere presente. La nascita della tragedia è un libro che è stato scritto per essere pubblicato; al contrario Il servizio divino dei greci non è stato scritto per la pubblicazione, ma era semplicemente il manoscritto delle lezioni universitarie di N del corso che tenne nel 1875-76 (il titolo del corso era, appunto, “Il servizio divino dei greci”).

Infatti Il servizio divino dei greci è molto più sfilacciato come testo, proprio perché era materiale didattico. Esso costituisce una tappa intermedia tra “La nascita della tragedia” e “Umano troppo umano”. Infatti molti passi del servizio divino dei greci vengono presi e incorporati (con labor limae necessario) in “Umano troppo umano”. Il servizio divino dei greci è un libro dedicato interamente alle forme e al significato del culto greco.

Otto e il paganesimo

L’altro autore che affronteremo nel primo e secondo modulo è Otto, filologo tedesco, nato nel 1874 e morto nel 1958. Sia Otto, Nietzsche, Hegel e Schelling hanno studiato allo Stift di Tubinga. Otto insegnò per gran parte della sua vita a Francoforte. Otto ha uno sguardo molto particolare sull’esperienza divina dei greci. Roberta Bussa lo definisce “teologo del paganesimo”.

Quasi se dopo 1800 anni di cultura cristiana, si volessero ripristinare dei culti arcaici e completamente superati. Otto, infatti, compie una sorta di problematizzazione del cristianesimo a partire dal paganesimo dei greci. Quindi Otto, contrariamente a quanto siamo abituati a fare, non vede una “evoluzione” o uno sviluppo dal paganesimo al cristianesimo, che renderebbe il primo superato e subalterno rispetto al secondo. Otto tenta di vedere il paganesimo al di fuori delle categorie interpretative che vengono comunemente applicate a partire dall’orizzonte cristiano.

Il modo in cui vediamo il paganesimo è segnato dal cristianesimo, perché noi, culturalmente parlando, abbiamo subito questa impronta. Noi siamo abituati a pensare il tutto nei termini di un’evoluzione, ma l’evoluzione e il progresso spesso sono delle categorie ingenue, sono le categorie dei vincitori, che danno la visione degli orientamenti prevalenti. Quello che fa Otto è tentare di accedere al paganesimo diversamente. Ma forse questa definizione “teologo del paganesimo” non è appropriata, proprio a partire dal significato che noi attribuiamo alle due parole “teologia” e “paganesimo”.

Estetica 29/09 - Lezione 2

Il significato di "paganesimo" e "teologia"

Abbiamo accennato alla definizione che Roberta Bussa dà di Otto come “teologo del paganesimo”. I due termini “teologo” e “paganesimo” portano con sé delle visioni. “Paganesimo” è una parola di questo tipo, infatti deriva dalla parola latina pagus, che vuol dire villaggio. In epoca precristiana il termine veniva usato per evidenziare un contrasto fra coloro che vivevano in campagna e si dedicavano alla vita dei campi e i militari.

Quando subentra il cristianesimo il termine assume un significato diverso; infatti la contrapposizione diventa fra i pagani e i cittadini, infatti il cristianesimo era la religione che si era diffusa fra i ceti più acculturati e più benestanti delle città, mentre dal punto di vista religioso la campagna era rimasta molto più conservatrice. Questo termine viene caricato di un senso all’interno dell’orizzonte cristiano. La parola “paganesimo” è associata a partire da una categoria precisa, quindi non è neutrale.

Quando il cristianesimo diventa religione imperiale si accentua il significato negativo di questa parola; e molti pagani rimasti fedeli alla religione antica si rifugiarono nelle campagne per poter esercitare il loro culto. Il cristianesimo oppone a sé qualcosa che chiama paganesimo.

Il concetto di "teologia"

L’altro aspetto è quello della parola “teologia”, che è un sapere ancora praticato ed è la materia che riguarda la conoscenza di Dio, e ovviamente del Dio cristiano: questo aspetto è importante. La conoscenza del dio cristiano parte da una rivelazione, il cristianesimo è impensabile e inesperibile senza un atto di fede, proprio perché è Dio che si rivela all’uomo, perché l’uomo con la propria ragione non potrebbe mai comprendere Dio. Questa rivelazione ha degli aspetti imperscrutabili dall’uomo, infatti sussiste una asimmetria costitutiva fra l’uomo e Dio, tant’è che nella dottrina cattolica si parla di dogmi, che sono verità di fede non dimostrabili.

Il dio cristiano è il dio rivelato; ciò vuol dire che la teologia prende le mosse da qualcosa di dato. Otto quindi tenta di accedere a un altro orizzonte senza il filtro del cristianesimo, o perlomeno problematizzandolo. Noi siamo nati all’interno di un orizzonte cristiano, e questo ci fornisce dei pregiudizi che possono essere dei limiti, ma allo stesso tempo ci rendono possibile leggere e comprendere il mondo. Non dobbiamo vedere tutto ciò come solo un limite, ma soprattutto come possibilità stessa della comprensione.

Il rapporto tra pregiudizi e comprensione

Quindi Otto non vuole cancellare da sé tutto ciò che lo caratterizza, e tutte le influenze culturali, anche perché sarebbe un’operazione culturalmente impossibile e insensata. Ma non per questo dobbiamo credere che siamo predeterminati e inchiodati alle nostre tradizioni e ai nostri pregiudizi, infatti le culture non hanno mai un carattere monolitico, sono nate da varie influenze, non sono qualcosa di “puro”, ma qualcosa di costitutivamente aperto. Quindi il nostro sguardo ha la capacità di mettere in discussione questi pregiudizi, che vuol dire farli emergere e non esserne più “vittime inconsapevoli”, come di un automatismo.

Quindi non si tratta di rigettare in blocco qualcosa in nome di qualcos’altro, bensì di aprire un dialogo in cui i pregiudizi vengono riconosciuti e messi in discussione in maniera da vedere in maniera più critica la nostra realtà e i nostri schemi. Non si tratta di stabilire delle gerarchie fra diverse esperienze del divino, ma si tratta semplicemente di comprendere in modo più pieno e più ricco ciò che ci troviamo di fronte, ciò in cui siamo immersi e noi stessi.

La manifestazione poetica del divino nei greci

C'è una differenza macroscopica che emerge: gli dei greci sono emersi innanzitutto poeticamente, dai cosiddetti poeti-teologi, per primo Esiodo. L’esperienza del divino per i greci è qualcosa di fondamentalmente poetico; non c'è una rivelazione, non c'è una bibbia o un testo sacro: gli dei greci si manifestano poeticamente. Il cristianesimo liquiderà questa manifestazione poetica del divino nei termini di naturalismo, ritenendo gli dei greci come qualcosa di meno evoluto, di legato ai fenomeni naturali, e privi di quel phátos drammatico tipico del dio cristiano.

Questo è uno dei punti su cui conviene riflettere: è proprio così? Probabilmente quella manifestazione poetica ci dischiude un orizzonte profondamente diverso. Otto tenterà di chiarirci proprio questo aspetto decisivo, focalizzando l’attenzione sulle Muse, che sono le uniche divinità propriamente greche (infatti tutte le altre sono state importate in Grecia dall’influenza di popolazioni limitrofe) ed hanno la funzione di celebrare l’ordinamento del mondo voluto da Zeus. Le Muse sono le divinità a cui spetta il canto e la parola, quindi anche il canto e la parola sono qualcosa di divino.

Filosofi greci e il divino

In Grecia oltre ai poeti-teologi, abbiamo anche i filosofi. Come si pongono questi ultimi rispetto al problema del divino? È un rapporto molto problematico. Se pensiamo a Parmenide, Eraclito, Platone, costoro hanno un pensiero del divino che non era equiparabile alla religiosità socialmente praticata. Il divino dei filosofi greci è un divino più astratto e non così presente come lo era per la popolazione.

Per esempio per Platone il filosofo è un invasato, da parte delle Muse. In ogni caso il tenore di fondo della religiosità tradizionale passa dal pensiero platonico della mania, per cui il filosofo è un invasato, che per noi suona veramente strano. Per noi il filosofo è colui che fa appello alla propria ragione, e non all’ispirazione del divino e delle Muse. Quindi i filosofi si distaccano ma riprendono qualcosa dalla religiosità tradizionale. Se la riflessione dei filosofi greci richiede un’ispirazione divina questo vuol dire che si devono mettere anche loro in una posizione subordinata come accade ai teologi cristiani con la rivelazione? No, perché il senso dell’invasamento dei filosofi greci è completamente diverso ed ha delle sue specificità.

Il rapporto tra cristianesimo e pensiero greco

Un’altra questione è quella del rapporto fra il cristianesimo e il pensiero greco. Quindi diremo il rapporto fra la massima espressione della fede e la massima espressione della ragione. È un po’ come se l’uomo europeo fosse nato due volte, una volta ad Atene, e la seconda a Gerusalemme. La nostra tradizione è figlia di questa doppia nascita. Secondo le nostre rappresentazioni comuni tendiamo a leggere le cose secondo una sorta di evoluzione per cui c’era la filosofia greca, poi è venuto il cristianesimo che ha ripreso degli elementi della filosofia greca e c'è stata una sorta di sintesi e questa sintesi siamo noi; naturalmente questa è un’interpretazione banale e superficiale.

Quando San Paolo si reca ad Atene, nella prima lettera ai Corinzi spiega quale sia il rapporto fra fede e sapere, scrivendo che la sapienza è follia agli occhi di Dio. Ma perché? Perché la massima espressione della sapienza umana non può nulla di fronte alla conoscenza del Dio cristiano, anzi ci fa andare fuori strada. E, al contrario, i folli sono i veri sapienti (pensare ai romanzi di Dostoevskij, in cui è sempre presente questa figura dei “pazzi di Dio”). San Paolo è una figura chiave ma da lì si dipana tutta una storia che passa attraverso la patristica.

Uno dei compiti fondamentali dei padri della chiesa era di tentare questa difficile mediazione culturale. Per esempio Tertulliano sostiene l’inconciliabilità radicale tra la fede e la sapienza greca-ellenica. Lutero provò a “liberare” il cristianesimo da quella che lui chiama “ellenizzazione del cristianesimo”. Queste tematiche si ritrovano anche in Kierkegaard.

La differenza tra cristianesimo e paganesimo

Quindi il cristianesimo non può essere visto come un’evoluzione della filosofia e del culto greco anche perché i rapporti fra cristianesimo e grecità ci sono stati e sono spesso stati aspri fino ai giorni nostri. La nostra cultura ha molte tensioni al suo interno. Quindi quando il cristianesimo ha scalzato il paganesimo, caccia i vecchi dei, li etichetta a suo modo, li rovescia e li fa diventare il negativo e il malvagio. Basti pensare alla differenza che c'è fra i Démoni del paganesimo greco e i Demoni del cristianesimo.

Il Démon nell’orizzonte greco non era affatto una figura negativa, ma una figura intermedia fra gli dei e gli uomini (per esempio Éros è un demone). Nel cristianesimo i Demoni hanno naturalmente una valenza negativa. Questo è tipico nei fenomeni di avvicendamento fra religioni: quando i vecchi dei non vengono cancellati, allora assumono caratteri negativi. Oppure basta pensare al tema dell’Eros, del corpo, dell’amore carnale, della bellezza, del sesso: tutte queste cose pensate in questi due orizzonti vengono vissute molto diversamente.

Con Otto tenteremo di capire a cosa siano dovute queste differenza, ma è chiaro che fra questi due orizzonti su queste tematiche intercorre un abisso. I greci celebravano la corporeità e la sessualità, basti pensare a Dioniso o ad Afrodite (dea della bellezza e che in un certo senso difendeva i rapporti extraconiugali) o ad Era (che al contrario di Afrodite difendeva la fedeltà coniugale). Questa è una forte caratteristica della cultura greca, per cui questi due opposti non sono uno buono e uno cattivo: infatti ci sono due divinità che presiedono a due aspetti opposti della vita. Invece nella visione cristiana c'è una morale che distingue fra i due tipi di amore e di sessualità, in cui una è positiva e l’altra è immorale-tentazione (nonostante siano tutti aspetti della vita umana).

Questo tipo di mentalità è completamente estranea a quella dell’uomo greco; infatti nella visione greca la bellezza è qualcosa verso cui è spinto naturalmente l’uomo, anzi c'è un Dio che presiede alla bellezza (Afrodite), quindi è qualcosa di divino.

Antropologie diverse: Grecia vs Cristianesimo

Inoltre fra le due visioni della vita c'è un’antropologia diversa: infatti secondo la visione cristiana si presuppone che l’uomo abbia libero arbitrio (per quanto riguarda la morale, il peccato, la tentazione) e che quindi sia un soggetto libero e autonomo che può scegliere il bene o cadere vittima del male, e in entrambi i casi ha la responsabilità delle sue azioni. Per l’esperienza greca non c'è niente di tutto ciò; non c'è l’idea di una libera volontà.

Per esempio nell’Iliade e nell’Odissea quando gli eroi si trovano negli snodi decisivi della loro vita, compare sempre un dio affianco a loro, un dio che guida le loro stesse azioni, al punto che non si capisce più chi è il responsabile delle azioni (l’uomo o il dio). Quindi se non c'è un soggetto responsabile come lo intendiamo noi, non c'è neanche un soggetto colpevole come lo intendiamo noi. Quel tipo di religiosità è incomprensibile per noi.

Inoltre la rivoluzione di N e di Otto dell’immagine della Grecia passa attraverso Dioniso. Nel tentativo di autocritica N getta sul suo testo uno sguardo retrospettivo (nel 1886, che è molto posteriore alla data di uscita della Nascita della tragedia).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simichele di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Cattaneo Francesco.
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