ARCHITETTURA E
COMPOSIZIONE
ARCHITETTONICA II 1
6-11-2018 _ STEVEN HOLL
Steven Holl è un architetto americano che viene a studiare a Roma in una casa studenti e ogni giorno andava
a visitare il Pantheon, studiando qui il modo in cui la luce entrasse: in alcuni progetti riprende questi giochi
di luce. Concentra le sue riflessioni su come sfruttare al meglio lo spazio architettonico e su come la luce
passi attraverso il vetro, basando tutto sulla riflessione secondo cui la percezione può essere diversa a
seconda del fruitore. Nella sua pubblicazione “Sulle questioni di percezione”, egli riflette sull’importanza del
pensare, durante la progettazione, a come viene percepito lo spazio da chi ne fruisce e porta avanti degli studi
e delle riflessioni sui percorsi e su cosa inquadrare in uno spiraglio/apertura. Prima di diventare un architetto
famoso nel mondo, tanto che la rivista “Croquis” gli dedica tre numeri N.78/93/108, egli ha sempre
insegnato dando un apporto teorico alla disciplina molto importante. Ha scritto dei piccoli libri, i “Pamphlet
architecture” pubblicati per la Columbia University (dove insegna), in cui dimostra come un approccio
diverso porti a una serie di idee importanti. Si dividono in cinque trattazioni:
“Alphabet City”, in cui fa la lettura di una città americana tramite l’alfabeto, accostando ad una serie
di edifici le lettere dell’alfabeto.
“Bridge of Houses”, in cui espone il proprio progetto visionario riguardante un vecchio binario merci
sopraelevato nella città di New York, più precisamente a Manhattan. Il suo progetto consiste nella
costruzione, al di sopra di questo binario, di alcune case e di un passaggio pedonale; le abitazioni
sono tutte forate e diverse l’una dall’altra. La sua intenzione è quella di pensare dei ponti abitati.
“Rural and urban house types”, in cui si occupa delle case rurali e non della grande città. Arriva a
capire perché le case di campagna avessero tutte la stessa forma stretta ed allungata: le tasse
venivano pagate in base al fronte che dava sulla strada. All’interno, queste case presentavano le
stanze non allineate e le porte sono posizionate stranamente, creando un percorso a zig-zag: questo
rimanda ad un’antica credenza secondo cui i fantasmi corressero in linea retta.
“Black Swan Theory”, con cui incita a pensare sempre qualcosa che sia diverso e a non omologare
tra di loro le case.
“Written in Water”, è una composizione sugli acquerelli (lui disegna molto).
STRETTO HOUSE
Dallas (Texas)
1989-1990
Il nome di questo edificio deriva da un brano musicale, che è in realtà una sovrapposizione di più brani: in
questa composizione, infatti, egli sovrappone quattro spazi, ognuno dei quali entra e si incastra nel
successivo.
Il terreno su cui sorge si trova in leggera pendenza, verso la zona d’acqua.
Crea delle dighe spaziali, cioè dei muretti che spostano uno spazio per permettere di entrare nell’altro.
Le coperture sono delle volte che salgono in modo differenziato l’uno dall’altra: questo tipo di copertura
serve a coprire tutti gli spazi meno riservati della casa.
Negli scarti tra i muri perimetrali e le coperture è permesso il passaggio della luce naturale.
Tra un blocco e l’altro, l’architetto cerca di lasciare lo spazio più aperto possibile, vetrando il tutto: il vetro
serve anche per scostare tutti i blocchi tra di loro. 2
Il progetto è bilanciato tra elementi opposti: una pianta ortogonale che si contrappone ad una sezione e un
alzato con una forte presenza di superfici curve; i setti murari molto chiusi, massivi e pesanti che si
contrappongono alla leggerezza del vetro e delle volte differenziate.
Una parte del patio è coperta con lo stesso tipo di copertura degli spazi meno privati.
Nei blocchi sono contenuti gli ambienti serventi, come la cucina, il bagno, la biblioteca.
All’interno di un blocco è presente un blocco, che può rappresentare un problema per le persone con
disabilità, ma serve per dare identità (come Aalto faceva nelle biblioteche, utilizzando uno spazio ribassato
che identificava lo spazio per bambini).
C’è un accostamento anche con Louis Kahn, con Esherick House a Philadelphia, in Pennsylvania.
I blocchi sono chiusi in blocchetti di calcestruzzo ed hanno solo una parte vetrata.
Una rampa porta ad una terrazza posta più in basso, nel patio.
Le sezioni sono diverse in ogni punto, perché le curve piegano sempre in modi differenti.
Nell’infisso il vetro è il medesimo, ma la divisione del tutto è accostabile ai dipinti di Mondrian (ricorda:
l’ortogonale non interseca mai fino alla fine).
STOREFRONT FOR ART AND ARCHITECTURE
New York (New York, Stati Uniti)
1992-1993
L’edificio è stato costruito in un piccolissimo lotto di scarto, per cui non si ha l’ortogonalità dei percorsi.
Il lotto fu acquistato da una Galleria d’arte che ha come obiettivo quello di costruire una facciata innovativa
per l’edificio ogni due anni.
Dopo la realizzazione del progetto di Steven Holl, questo progetto non fu più cambiato.
La pianta rappresenta uno spazio molto stretto e a forma di trapezio, con pilastri in ghisa che a volte stanno
nel mezzo degli spazi interni.
Il prospetto della facciata presenta una serie di superfici che sono apribili in varie direzioni: è un espediente
per aprire la facciata, in quanto tra le intenzioni della Galleria c’era proprio la volontà di voler restare aperta;
per realizzare questi elementi si utilizza un tipo di impasto molto leggero.
Il progetto coinvolge anche il marciapiede adiacente alla Galleria, rompendo così il confine tra interno ed
esterno e rendendo le aperture in facciata dei possibili ingressi.
I ritagli in facciata possono diventare anche dei tavoli o delle sedute.
C’è una forte idea di luce che permea il progetto: l’opera è illuminata se le aperture sono aperte, al contrario
se sono chiuse.
Le aperture inclinate a piacere eliminano il confine definito tra il pubblico e il privato e contribuiscono al
rafforzamento del tema dell’indefinito.
Lui afferma che “tutto quello che sta nel mezzo”, cioè tra la facciata completamente chiusa e la facciata
completamente aperta, rende il progetto interessante.
L’interno è tipico di un edificio industriale, con tanto di impianti a vista.
Nelle aperture sono talvolta presenti dei ritagli a causa dei pilastri che stanno all’interno. 3
Se i pannelli di facciata sono completamente chiusi, quest’ultima apparirà come un muro con alcune linee
disegnate sopra; se, invece, i pannelli sono tutti aperti si ha che l’interno diventa esterno e viceversa.
L’architetto, non definendo uno spazio preciso ma uno con potenzialità di cambiare, ha dato “uno strumento
con cui giocare”.
CHIESA DI SANT’IGNAZIO
Università di Seattle (Washington, Stati Uniti)
1994-1997
La chiesa fu commissionata dall’ordine dei gesuiti che affidarono il progetto preliminare ad una serie di
architetti.
Steven Holl non fece in tempo a rispettare le tempistiche della consegna, ma si recò ugualmente all’incontro
e lì ripeté la sua conferenza sulla fenomenologia e l’architettura: fu designato come architetto del progetto.
C’è un involucro, tutto intorno, senza alcuna simmetria assiale e con delle aperture, nella parte che fuoriesce,
di cui cambia il colore del vetro e la forma.
Il concept è quello di un recinto da cui tentano di uscire delle forme, che vogliono cercare la luce: sono come
“sette bottiglie di luce in una scatola di pietra”; il recinto funziona come piano di sezione di queste bottiglie.
Inizialmente, l’idea di Holl era quella di realizzare un grande involucro in pietra; purtroppo il budget a
disposizione non rendeva possibili queste idee, per cui l’involucro fu realizzato in cemento, il perimetro fu
ristretto e furono tagliate le “bottiglie”, che ora sono sezionate in modo diverso.
La struttura è prefabbricata, montata a secco, con porzioni realizzate in cantiere (in opera).
Il perimetro è formato da 21 pannelli di calcestruzzo armato con fibre di legno, che formano le aperture a
seconda della loro forma (le aperture non sono create nei pannelli, ma dai pannelli).
Il posizionamento dei vari pannelli veniva guidato da alcuni rialzi che segnalavano l’andamento del
perimetro della struttura e venivano poste in opera grazie a dei puntelli che le sorreggevano.
Nel prospetto, i giunti tra i diversi pannelli vengono lasciati visibili e anche le borchie, cioè i punti di
ancoraggio della gru che muoveva e posizionava i pannelli, vengono lasciate a vista a voler raccontare il
processo costruttivo.
I vetri sono tutti diversi tra di loro per opacità, colore, tipo e posizione.
Anche in questo progetto le sezioni sono tutte diverse. Viene data importanza alla luce naturale, che entra
anche attraverso degli scostamenti della parete. All’interno le finestre sono raccolte con un arretramento della
superficie intonacata e spatolata a vista.
La percezione interna è lavorata soprattutto sulla copertura, articolata in volte e la cui struttura è in tubolari
di acciaio che possono esser piegati per ottenere le diverse quote e i diversi raggi di curvatura della
superficie.
L’architetto ha curato e disegnato anche i particolari, tra cui le lampade che differiscono l’una dall’altra solo
per la lunghezza del filo cui sono appese.
Il traguardo visivo interno è una piccola cappella collocata in fondo al percorso processionale, in cui si trova
un albero secco a cui è appesa un’immagine, il tutto davanti all’apertura.
Le pareti gettate a piè d’opera, durante la costruzione, venivano poste all’interno di quella che oggi è la vasca
d’acqua che si trova di fronte la chiesa. 4
08-11-2018
BLOCK BUILDING (ampliamento del Nelson-Atkins Museum of Art)
Kansas City (Missouri, Stati Uniti)
1999
L’edificio originario fu stato realizzato nel 1933, nel periodo in cui in Europa c’era il Nazionalismo, mentre
negli Stati Uniti l’architettura monumentale americana riprende i caratteri dal neoclassicismo (da notare è la
solennità dell’edificio, ad esempio nelle colonne).
Steven Holl si occupò dell’ampliamento, una struttura di tipo ipogeo il cui progetto iniziale prevedeva
l’emersione di sette elementi (che diventano delle lanterne di luce), ma in fase di realizzazione queste
lanterne diventeranno solo cinque (quattro in una direzione e una in un’altra).
Questi elementi sono dei grandi lucernari, che hanno il compito di portare la luce all’ampliamento ipogeo.
Concettualmente l’immagine del nuovo edificio si oppone a quella dell’edificio classico (regolare e
simmetrico), seguendo la logica della deformazione, come se fossero delle schegge (Flaps) irregolari e
casuali.
I volumi uscenti sono in vetro, un particolare vetro traslucido che somiglia al nostro U-Glass (vetrocamera),
a meno di poche bucature trasparenti e fanno sì che appunto la luce passi negli spazi ipogei. Nella giunta tra
due elementi c’è spesso dietro un solaio.
Nel parco delle sculture, ci sono le opere all’aperto (ad esempio dei volani giganti).
L’ampliamento contiene l’ingresso con la biglietteria, l’atrio e la biblioteca ed è l’unico blocco disposto in
direzione ortogonale rispetto all’edificio preesistente.
Al livello interrato c’è un parcheggio sul cui solaio sono presenti dei cerchi di vetro che corrispondono a
quelli che si trovano sul fondo del lago con l’isola, ideato da un artista collaborante con il progetto e che
fungono da prese di luce per il parcheggio stesso.
La particolarità di queste bucature è che, affacciando sul lago, proiettano la luce come in movimento,
movimento dovuto alle increspature dell’acqua.
Gli elementi che fuoriescono sono mantenuti strutturalmente con un setto portante centrale, in modo tale da
far entrare comunque tutta la luce possibile, cosa che non sarebbe stata possibile posizionando i pilastri negli
angoli. Il lavoro è grande sulla percezione dello spazio e della luce.
Il percorso espositivo scende lungo la pendenza e fuoriescono saltuariamente solo questi 4 blocchi irregolari,
che di giorno hanno un aspetto apparentemente anonimo (non hanno alcuna decorazione o bucatura
particolare) mentre di sera svelano la loro particolarità illuminandosi.
All’interno il percorso ha altezze e bucature variabili per permettere di avere l’illuminazione naturale e in
alcuni punti ci sono dei controsoffitti che ospitano l’illuminazione artificiale.
La luce sulle opere non arriva mai direttamente, grazie alla forma variabile del soffitto.
Per non mettere pilastri interni si usa una grandissima trave reticolare, vicino la scala al primo livello.
Il pavimento è in cemento nero lucidato, specchia leggermente e non si hanno giunti o ricorsi. 5
Il blocco più alto ha un piano per il ristoro (due livelli) e viene colpito dalla luce solare da due fronti diversi,
facendo penetrare la luce fino al livello inferiore, da qui l’idea di un setto portante senza pilastri per gli
angoli (per l’illuminazione).
Il setto viene tagliato, poiché in parte viene reso portante ed in parte viene ripiegato per l’entrata della luce;
la struttura interna è reticolare.
Nella parte esterna, dal lato della strada, c’è un percorso carrabile ed il parco che accompagna la discesa.
Gli elementi nuovi sono grigi e richiamano leggermente il colore del cielo, mentre il basamento è in
calcestruzzo a faccia vista colore naturale e risulta evidente il segno lasciato dalle casseforme (fatte in listelli
di legno).
La vetrata permette di inquadrare una scultura famosa, mentre da fuori verso l’interno si vede al di sopra
della vetrata la facciata dell’edificio preesistente.
Il Giardino Noguchi (letteralmente tradotto con “il giardino del giapponese) dà il senso di continuità con lo
spazio interno delle opere esposte e lo spazio esterno.
MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA KIASMA
Helsinki (Finlandia)
1993-1998
Il progetto, realizzato per un concorso vinto poi da Steven Holl, deriva da un’intersezione tra una figura
rigida ed una curva.
Ci troviamo a nord di Helsinki, nella Baia di Tolo e vicino al centro congressi di Aalto.
Fu indetto un concorso per il museo, per cui furono invitato otto architetti ma che era aperto a tutti i cittadini.
Il progetto aveva un motto, che era “Kiasma” ed era rappresentato dalla lettera greca “chi” (cioè una curva
che incrocia una linea dritta: il progetto è fondamentalmente costituito da un corpo diritto ed un corpo curvo
che si intersecano).
Steven Holl riprende il tema dell’acqua dalla baia e lo porta all’interno nel progetto facendo un solco vicino
alla baia per portare l’acqua all’interno, anche se l’acqua del museo non verrà mai unita a quella della baia.
Si hanno tre linee: la linea della natura (cioè della Baia), la linea della cultura (da cui nasce il museo) e la
linea della città (si considera molto la trama della città).
Gli effetti di luce diversa dei paesi nordici vengono richiamati nell’opera, infatti fa una superficie curva nel
museo che riprende il percorso del sole: non a caso, l’architetto passò un mese a Helsinki per studiare gli
effetti della luce nelle ore di apertura.
Il punto di intersezione tra blocco curvo e rettilineo è in vetro e alluminio e qui (ci troviamo nel blocco
curvo) viene creato un varco.
La superficie del blocco curvo non è liscia, ma rigata: tipo di curva che unisce due rette sghembe (inizia a 15
grandi inclinata in un modo e arriva a 15 gradi inclinata in un altro).
La scultura davanti al museo è quella di un eroe locale, Holl la sposta nel progetto per metterla in asse col
museo, ma dopo tante proteste la statua non viene mossa. 6
L’ingresso principale ha la biglietteria, caffetterie e bookshop, seguendo la curva si trova l’auditorium. La
planimetria al piano terra non è unita, data la presenza del passaggio dell’acqua e di un passaggio pedonale.
Dall’ingresso una scala sale in curva, percorso dinamico anche dal punto di vista percettivo, e sale a
gomitolo spostandosi ad elica con un vero e proprio azzardo strutturale.
Anche la scala di emergenza che sale a pianta quadrata fa leggeri slittamenti su sé stessa.
Lo scarto e lo slittamento di tanti elementi danno alla facciata del museo una apparente casualità di giacitura,
che invece è frutto di molti studi che scendono nel dettaglio.
Nell’atrio il calcestruzzo è lasciato a faccia vista ma dipinto di bianco a listelli sottili orizzontali, i colori
predominanti restano il bianco delle pareti ed il nero dei pavimenti, che a volte è anche bianco (richiamando
Mondrian).
Un elemento particolare è l’elemento di riscaldamento con sopra una panca di legno, che risulta quindi
perfettamente integrato e nascosto. L’ultimo livello prende luce da lucernai non visibili da fuori, che
accompagnano l’andamento del soffitto e che sono delle gallerie periscopio che portano la luce al piano più
basso.
Si ha così la continuità della luce che entra. 7
13-11-2018 _ SANAA
Si tratta di uno studio di architetti giapponesi, Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa.
La ricerca che porta avanti questo studio trova le radici nella ricerca dell’architettura moderna.
Toyo Ito, maestro di Sejima, definisce questa un’architettura con dati pragmatici e funzionali dai quali deriva
una determinata concezione dello spazio, attraverso un lavoro effettuato con gli elementi che compongono la
costruzione.
Tra i numerosi premi vinti compare la direzione della Biennale di Venezia, affidatagli nel 2010, il tema era
l’incontro tramite l’architettura, “People meet in the architecture”, secondo una concezione dell
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