Le origini della guerra fredda
La data di inizio del fenomeno della guerra fredda viene fatta risalire al 1947, anno della dottrina Truman e del piano Marshall. Nonostante questo, le origini della guerra fredda si fondano negli anni della Seconda Guerra Mondiale, in particolar modo quando le sorti della guerra iniziarono a delinearsi con una certa chiarezza a partire dal 1943, quando apparve chiaro che Hitler non era riuscito a sfondare il fronte orientale e, anzi, gli eserciti tedeschi e fascisti cominciarono a ritirarsi sia dal fronte orientale che dal fronte nordafricano.
Quando le sorti della Seconda guerra mondiale cominciarono a volgersi in favore dell’alleanza antifascista, tra le tre principali potenze che facevano parte di essa (Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna), cominciarono una serie di colloqui per definire le caratteristiche del sistema internazionale alla fine della guerra. Già nel gennaio del 1942 era stata firmata la dichiarazione delle Nazioni Unite che doveva rimanere il punto di riferimento generale della guerra antinazista e anche la base del futuro ordine internazionale recuperando alcune idee di Wilson (Wilson, presidente americano alla fine della Prima guerra mondiale e che, nei patti di Versailles, puntò sulla creazione della società delle nazioni), ossia portando avanti l’idea di creare un’organizzazione internazionale sul modello della società delle nazioni, evitandone gli errori.
Nonostante ciò, non veniva delineato l’assetto delle zone liberate dal controllo nazista (troppo presto nel 1942). Si era però già convinti che occorresse evitare gli errori che erano stati compiuti a Versailles, nella convinzione che proprio quegli errori erano stati uno dei principali motivi che avevano portato all’instabilità degli anni '20, all’avvento del nazismo e allo scoppio della guerra. Già da questi primi colloqui cominciavano tra i futuri vincitori ad emergere anche delle divergenze sulle caratteristiche e sull’assetto nazionale che dovevano emergere a fine guerra.
Le esigenze dell'Unione Sovietica e di Stalin
Per esempio, la principale esigenza dell’Unione Sovietica e del suo leader Stalin era quella di evitare il possibile rischio di una nuova aggressione da parte occidentale e confermare il controllo sulle conquiste che l’Unione Sovietica fece nel corso della guerra. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, si verifica nel corso della Seconda guerra mondiale una situazione contraria rispetto a quella che era avvenuta nel 1919 alla fine della Prima guerra mondiale, dove gli stessi paesi occidentali erano stati coloro a creare un cordone sanitario intorno all’Unione Sovietica, per il timore che la rivoluzione bolscevica potesse dilagare in Occidente.
Qui invece furono proprio i sovietici coloro che volevano costituire una sorta di blocco per garantire le proprie esigenze. Il progetto di una sfera di influenza sovietica nell’Europa orientale emerse molto spesso nelle discussioni al vertice tra le potenze antinaziste negli anni di guerra anche se, all’inizio, non vennero precisati i suoi confini anche se fu subito chiaro che si stava verificando quanto aveva affermato il comunista slavo Gilas che, proprio in quel periodo, disse “questa guerra è diversa da tutte le altre del passato, perché chiunque oggi occupa un territorio gli imporrà anche il suo sistema sociale”.
Successe proprio così: i paesi che furono liberati dall’oppressione nazista e fascista dagli eserciti anglo-americani faranno parte del blocco occidentale, quelli che vennero liberati dall’armata rossa ricadranno nel blocco sovietico. La parziale eccezione viene costituita dalla Iugoslavia, che fu l’unico paese che si liberò dalla presenza fascista grazie alla lotta delle proprie truppe partigiane, e che quindi, pur diventando un paese comunista, riuscì ad ottenere una certa autonomia da Mosca fino a rompere con la stessa Unione Sovietica nel periodo dal 1948 al 1956.
Le divergenze tra alleati
Se quello che abbiamo delineato è la visione del sistema internazionale di Stalin, Churchill era preoccupato che la fine della cooperazione con l’Unione Sovietica alla fine della Seconda guerra mondiale avrebbe portato di nuovo al rischio di una possibile espansione del comunismo in Occidente. Per evitare ciò, Churchill rilanciò nel 1943 l’ipotesi di aprire un secondo fronte in Europa (il primo era quello che si era aperto nel 1943 con lo sbarco degli americani prima in Pantelleria e poi in Sicilia, per poi risalire la penisola) nei Balcani, anticipando la temuta avanzata dell’armata rossa al centro dell’Europa. Questo progetto fu respinto per l’opposizione di Stalin e del presidente americano Roosevelt che, alla conferenza di Teheran nel 1943 lo giudicò militarmente poco efficace preferendo invece l’apertura di un secondo fronte in Francia, che avverrà nel giugno del 1944 con lo sbarco in Normandia.
A quel punto, vedendo respinta la risposta, Churchill cercò di coinvolgere Stalin in un accordo diretto giungendo a recarsi nell’ottobre del 1944 per trattare apertamente con Stalin della futura sistemazione dell’Europa orientale, prevedendo un’elaborata serie di percentuali di rispettiva influenza delle grandi potenze nell’ottica del mantenimento di una politica di equilibrio. Episodio significativo delle trattative che si svolsero nel corso della guerra e del fatto che grandi leader realisti come Churchill poi in realtà perdono talvolta i connotati dei lineamenti di quello che poi sarebbe accaduto.
Stalin finirà per conquistare l’intero blocco orientale e Churchill non si era reso conto che l’assetto del sistema bipolare dopoguerra sarebbe stato destinato ad essere bipolare (la Gran Bretagna esce indebolita dalla guerra). Lo stesso Churchill nel luglio 1945 perse le elezioni e la storia seguì un corso diverso.
Le divergenze tra alleati non erano solo tra democratici (angloamericani) e comunisti, ma anche all’interno del campo democratico stesso (tra Gran Bretagna e Stati Uniti), dove i progetti per il futuro e le esigenze erano diversi. Roosevelt non fu a favore della proposta di Churchill di aprire un secondo fronte nei Balcani. La Gran Bretagna, nonostante o forse proprio per le norme di spendio di energie umane ed economiche che la guerra aveva comportato non desiderava abbandonare e sperava di mantenere il proprio impero, ma anche il controllo di punti strategici nell’Europa e nel Mediterraneo.
La visione post-bellica di Roosevelt
Nell’ottica di Churchill, il legame con gli Stati Uniti avrebbe dovuto restare per la sicurezza, ma senza condizionare la scena europea dove il “foreign office” (ministero degli esteri inglese) pensò per qualche tempo di poter costituire il Western Group, ossia un sistema di stati occidentali a guida britannica per bilanciare la sfera di influenza sovietica nell’Europa orientale. Churchill era convinto che la Gran Bretagna sarebbe rimasta una grande potenza a livello mondiale dopo la guerra, questo però non accade. Tra Stati Uniti e Gran Bretagna si verificarono una serie di altre divergenze, sulla condotta militare, ma anche sui rapporti con il governo francese in esilio a Londra a guida del generale De Gaulle, oppure con il nuovo governo italiano dopo il crollo del fascismo nel luglio del 1943.
Dal punto di vista americano, si stava creando una nuova visione dei problemi internazionali dove, da una parte, si era convinti che il sistema europeo fosse giunto ad una situazione di crisi irreversibile e, dall’altra parte, si elaborava un nuovo concetto di sicurezza nazionale. Vuol dire che la sconfitta delle potenze nazi-fasciste in Europa era per Roosevelt il primo capitolo di un disegno politico in cui dovevano saldarsi tra di loro la stabilità nazionale e la crescita economica. L’assetto mondiale nel dopoguerra doveva, secondo Roosevelt, fondarsi su due pilastri, uno di carattere politico e uno di carattere economico.
Per eliminare le cause delle guerre che avevano insanguinato il mondo nel periodo precedente, il presidente Roosevelt e il suo segretario di stato Cordell Hull pensavano quindi che fosse necessario innanzitutto promuovere l’integrazione economica ed estendere il commercio multilaterale nella convenzione che un mondo in cui fosse possibile integrare l’economia e il commercio avrebbe posto le basi per diffondere la crescita economica e attenuato i conflitti, affermando allo stesso tempo pacificamente gli interessi americani. L’area e base di questo disegno era l’area atlantica anglo-americana, ma l’orizzonte di questo disegno era globale.
La conferenza di Bretton Woods
La prima preoccupazione fu quella di creare nuovi organismi che avrebbe dovuto garantire questa cooperazione economica internazionale ed evitare di ripetere possibili crisi come quella del '29. La conferenza internazionale economica di Bretton Woods del luglio 1944 con la partecipazione di 44 paesi andava in quel senso (da Bretton Woods emerse il ruolo centrale del dollaro e dell’economia americana e vennero create istituzioni come la banca mondiale e il fondo monetario internazionale, che avrebbero dovuto garantire la stabilità internazionale economica).
Questo mondo economicamente unito avrebbe dovuto aver bisogno nell’ottica statunitense di una struttura istituzionale e politica che avrebbe dovuto recuperare l’eredità della società delle nazioni ma con una serie di accorgimenti per evitarne gli errori. In primo luogo, gli Stati Uniti dovevano impegnarsi direttamente (anche perché erano la potenza più importante militarmente e economicamente) per mantenere la pace anche nel secondo dopoguerra. Roosevelt parlò di quattro poliziotti che avrebbero dovuto garantire la pace anche nel secondo dopoguerra, ossia gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna, e la Cina.
Questi quattro paesi avrebbero dovuto costituire una sorta di nuovo direttorio del sistema internazionale alla fine della guerra. L’idea di riconoscere particolari compiti e poteri a queste potenze nella rispettiva area geografica si avvicinava al concetto di sfere di influenza del nuovo equilibrio nazionale anche se l’assetto del secondo dopoguerra non fu a quattro, ma fu bipolare.
Si cominciò anche a discutere di una nuova organizzazione internazionale che avrebbe dovuto prendere il posto della società delle nazioni con gli stessi compiti di garanzia della pace. Questa organizzazione, scartato il nome di società delle nazioni, prese il nome di Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), di cui si cominciò a discutere durante le conferenze tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna che si tennero negli ultimi mesi della guerra (nel dicembre 1943 a Teheran, nel 1944 a Dambarton Oaks e poi nel febbraio 1945 a Yafta).
La nascita dell'ONU
Da queste varie influenze cominciò ad uscire un abbozzo di carta delle Nazioni Unite i cui compiti venivano delineati come quelli di mantenere la stabilità internazionale e la pace, ossia il concetto di peacekeeping. Dal punto di vista della struttura di questa nuova organizzazione internazionale dell’ONU, il meccanismo previsto ricalcava parzialmente quello della società delle nazioni, ossia con tre organi principali: un’assemblea generale degli stati membri, un consiglio di sicurezza e un segretario generale. La novità più importante fu l’introduzione di un diritto di veto sulle decisione del consiglio di sicurezza per i cinque membri permanenti.
Alle maggiori potenze (Stati, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Cina, anche se poi ci sarà il problema a seguito della vittoria della rivoluzione comunista di Mao a Pechino dell’attribuzione del seggio cinese) fu aggiunta la Francia su pressione della Gran Bretagna che desiderava avere un alleato potente in Europa. I membri minori dell’ONU erano vincolati delle decisioni delle grandi potenze, anche se il rischio (che fu poi reale) era che i contrasti tra i vari membri permanenti dell’ONU avrebbero paralizzato l’azione dell’organizzazione stessa o del consiglio di sicurezza che, per delineare lo statuto dell’ONU, godeva di una gamma di possibili misure per intervenire delle crisi.
Era prevista un’azione militare collettiva contro un’eventuale aggressione contro un paese membro dell’ONU tramite una forza armata, ossia che entreranno in azione per la prima volta a Suez nel 1956 che verranno definiti come i caschi blu dell’ONU. Tale assetto istituzionale dell’ONU venne poi definito prima della fine della guerra alla conferenza di San Francisco dall’aprile al giugno 1945, proprio per evitare l’errore che si era verificato nel 1919 a Versailles, dove l’istituzione della società delle nazioni si sovrappose alla discussione sulla definizione dei trattati di pace.
L’istituzione dell’ONU venne definita prima della discussione dei trattati di pace. La nascita dell’ONU ebbe formalmente luogo il 26 giugno 1945 con la firma dello statuto dell’ONU da parte di 50 paesi a cui si aggiunse subito dopo la Polonia (51 membri fondatori). Nell’ultima fase della guerra le divergenze tra pesi vincitori iniziarono ad emergere con maggiore chiarezza, soprattutto quando a Yalta nel febbraio 1945 si cominciò ad affrontare nel concreto i problemi dell’assetto territoriale e politico europeo.
Il futuro della Germania e della Polonia
Le decisioni più difficili, come era avvenuto alla fine della Prima guerra mondiale furono quelle relative al futuro della Germania (maggiore paese sconfitto e maggior responsabile della guerra). Ci si orientò per uno smembramento del paese e per un periodo di occupazione militare provvisorio da parte dei paesi vincitori che si divisero le zone di occupazione. La Germania alla fine della guerra è divisa in quattro zone di occupazione tra le grandi potenze (Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica). Nella zona di occupazione sovietica c’è un’altra area divisa in quattro zone, ossia la città di Berlino, che si ritrova alla fine della Seconda guerra mondiale nella zona di occupazione sovietica.
Molto delicata fu anche la situazione polacca, che fu discussa a Yalta nel febbraio del 1945. La Polonia, che era un paese simbolo perché lo scoppio nel 1939 avvenne con l’attacco nazista alla Polonia, era ritenuta da Stalin un paese di vitale importanza sia come cuscinetto dei confronti della Germania, sia perché aveva sempre avuto degli atteggiamenti anti-russi e quindi Stalin voleva garantire che la Polonia entrasse a far parte della propria sfera di influenza ma, contemporaneamente, che fossero lasciati all’Unione Sovietica quei territori che l’Unione Sovietica stessa aveva acquisito con la guerra russo-polacca, e cioè Bielorussia e Ucraina, e acquisisce anche territorio ex-polacco annesso all’URSS nel 1945 (buona parte dell’Ucraina).
Perdendo questi territori ad est, la Polonia acquisisce oltre al corridoio di Danzica, tutta una serie di territori ad ovest ai danni della Germania. La Polonia sposta i propri confini verso ovest ai danni della Germania. In questi territori abitavano tre milioni di persone di lingua e nazionalità tedesca che fuggirono verso la Germania.
Fine della Seconda Guerra Mondiale
Con l’entrata dei carrarmati russi a Berlino e con le due bombe lanciate nell’agosto del 1945 sul Giappone a Hiroshima e Nagasaki termina la Seconda Guerra Mondiale (prima in Europa occidentale nel maggio del 1945 e poi in oriente nell’agosto del 1945).
Secondo il presidente americano Truman (Roosevelt era morto quando la guerra era ancora in corso il 12 aprile del 1945), la scelta di usare la nuova arma atomica sul Giappone aveva significato di impedire uno spreco di vite umane americane (il Giappone stava conducendo una guerra con l’arma dei sacrifici umani, ossia con il sacrificio dei kamikaze). Nonostante ciò, secondo alcuni autori e soprattutto il libro di uno studioso, Alperovitz che è stato tradotto in italiano come “Un asso nella manica” (dove l’“asso nella manica” era l’arma atomica), per il quale la decisione di Truman di lanciare la bomba atomica aveva il significato di dare un segnale all’ex alleato sovietico del possesso di una nuova arma da parte degli USA.
Il sistema bipolare del dopoguerra
Contrariamente alle illusioni di Churchill, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa, e dunque anche la Gran Bretagna, uscì in buona parte distrutta (la guerra fu combattuta su territorio europeo), portando la Gran Bretagna a perdere quasi ogni possibilità di partecipare al gioco della composizione mondiale nel secondo dopoguerra. Già tra le varie discussioni che si erano svolte nel corso della guerra era emerso l’assetto del futuro sistema internazionale alla fine della guerra che sarebbe stato improntato sul bipolarismo delle due superpotenze mondiali, ossia Stati Uniti e Unione Sovietica, bipolarismo collegato ad uno scontro psicologico tra comunismo e democrazia.
Si venivano a formare due imperi informali, ossia senza diretto controllo ma con blocchi di paesi alleati con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, diversi per solidità economica, tra i quali la tensione restò altissima soprattutto in alcune fasi, senza però giungere a un diretto confronto militare tra le due superpotenze. Mentre invece si giunse al confronto militare tra paesi che facevano parte dei due blocchi. Questo è il significato di guerra fredda, che fu coniato sempre nel 1987 da un giornalista statunitense, Walter Lippmann.
Si creò dunque un particolare tipo di equilibrio di potenza che fu contrassegnato dal 1945 e ancora di più dal 1949, quando anche l’Unione Sovietica entrò in possesso dell’arma atomica, da un particolare tipo di equilibrio che il politologo francese Raymond Aron definì “equilibrio del terrore”. Questo perché questo equilibrio era basato sul terrore a seguito del possesso da parte delle due superpotenze dell’arma atomica, in grado di distruggere il mondo intero.
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