Semenza: il mondo del lavoro
Capitolo 1. Introduzione
I confini del lavoro nella società contemporanea
Il libro riflette sulle origini e gli sviluppi più recenti della sociologia del lavoro e nasce dall'esigenza di rispondere ad alcune domande fondamentali sul lavoro del XXI secolo. Un aspetto iniziale riguarda quelli che potremmo definire i confini del lavoro, un tema classico, ancora oggi al centro del dibattito della sociologia economica che si interroga sulla natura e il grado di separazione tra le pratiche economiche e gli altri aspetti della vita sociale.
Il lavoro e le altre sfere della vita sociale
È possibile affermare che il lavoro oggi rappresenti un'area distinta della vita sociale? La risposta è sia affermativa che negativa. È affermativa nella misura in cui il lavoro è plasmato da ordinamenti legittimi — come le leggi dello stato, la contrattazione collettiva, la negoziazione aziendale e territoriale, il welfare state per il lavoro, le politiche del lavoro nazionali e sovranazionali (come quelle dell'Unione Europea) che regolano il funzionamento e che lo distinguono da altre aree sociali come la famiglia, la politica, la religione. La risposta è invece negativa se si pensa che la dimensione del lavoro e la vita lavorativa si sono progressivamente mescolati con altre sfere della vita sociale, a causa del diffondersi delle nuove tecnologie che liberano l'individuo dal luogo di lavoro e, essendo più svincolati da un luogo fisso, permettono di scegliere più liberamente quando e dove lavorare, ad esempio, a casa, dal bar, in viaggio; si va perdendo la distinzione netta tra tempo libero e lavoro.
Le linee di demarcazione interne al lavoro
L'universo del lavoro, vale a dire i codici di riferimento, l'etica professionale, le condizioni di lavoro, lo sviluppo delle carriere, i valori, gli orientamenti, gli obiettivi e i livelli retributivi cambiano radicalmente a seconda che si consideri il lavoro dipendente, il lavoro autonomo tradizionale o il professionismo di nuova generazione, il lavoro nel settore pubblico, il lavoro della conoscenza o quello a bassa qualificazione degli operai dei servizi. Significative differenze si riscontrano anche tra la forza lavoro occupata nelle grandi o piccole imprese, nei settori prevalentemente maschili ad elevata qualificazione o in settori prevalentemente femminili a bassa qualificazione, come il commercio al dettaglio o il lavoro di collaborazione domestica e familiare. Come conseguenza di questa crescente differenziazione di condizioni lavorative a seconda dei settori e delle posizioni occupate, anche il concetto di qualità del lavoro tende a perdere la sua univocità e non può più essere misurato sulla base di una sola o prevalente dimensione.
Secondo una delle interpretazioni forniteci dalla letteratura per valutare la qualità del lavoro è necessario oggi tenere in considerazione almeno quattro aspetti:
- La dimensione ergonomica, ovvero i bisogni psicofisici dell'uomo.
- La dimensione della complessità, che corrisponde ai bisogni di impegno nelle difficoltà, di creatività, di formazione professionale, di cumulazione dell'esperienza lavorativa.
- La dimensione dell'autonomia, corrispondente al bisogno di autodeterminare le regole da seguire per svolgere le attività assegnate a un individuo o a un gruppo per realizzare un dato scopo produttivo.
- La dimensione del controllo, che corrisponde al bisogno di controllare non soltanto le condizioni immediate del proprio agire lavorativo, ma anche le sue condizioni generali, come l'oggetto della produzione, la sua destinazione, l'organizzazione, le attività da assegnare a se stessi o ad altri.
La qualità del lavoro dipende anche da una combinazione di fattori, come la tecnologia, l'organizzazione del lavoro, le relazioni di lavoro, il mercato del lavoro e i sistemi di garanzia sociale che caratterizzano ciascun paese del mondo. Sul tema della qualità, l'International Labour Organization (ILO) ha definito degli standard internazionali sulla base di parametri che devono essere riconosciuti e fatti rispettare in tutti i paesi che hanno ratificato la convenzione. L'ILO, come noto, è un organismo fondato nel 1919 con il trattato di pace della prima guerra mondiale, successivamente divenuto — nel 1946 — la prima agenzia specializzata delle neonate Nazioni Unite, con l'obiettivo di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani e del lavoro universalmente riconosciuti. Questi standard, contenuti nelle convenzioni, nei protocolli e nelle raccomandazioni che si sono via via succeduti nel tempo, riguardano la libertà di associazione e la contrattazione collettiva, l'abolizione del lavoro forzato, l'uguaglianza di opportunità e di trattamento nell'occupazione, l'eliminazione del lavoro dei bambini e la protezione del lavoro dei giovani, il salario, gli orari, l'ambiente di lavoro e la salute, la sicurezza sociale, la protezione della maternità. Il concetto di Decent Work introdotto dall'ILO ruota intorno a quattro dimensioni:
- Gli standard, i diritti e i principi fondamentali del lavoro.
- Le opportunità di impiego.
- La protezione sociale.
- Il dialogo sociale.
Queste dimensioni sono misurate attraverso una serie di indicatori adatti anche ai paesi economicamente meno sviluppati dove, condizioni di lavoro accettabili e rispetto dei diritti umani erano sistematicamente violati.
Lavoro retribuito e lavoro non retribuito
Considerare la collocazione istituzionale del lavoro in una società contemporanea significa anche capire qual è il posto riservato al lavoro, qual è la prerogativa prevalente che la società gli attribuisce. Consideriamo a questo proposito il confine tra lavoro "retribuito" e lavoro "non retribuito". In qual misura il lavoro deve essere inteso nella sua funzione materiale, come un fenomeno solo economico, come un fattore della produzione? Sappiamo che non tutto il lavoro è lavoro retribuito e che non tutto il lavoro è destinato al mercato. Più della metà di tutte le attività lavorative al mondo, anche nei paesi economicamente sviluppati, avvengono oggi al di fuori del mercato. Si tratta di tutte quelle attività dedicate alle funzioni di riproduzione sociale, nel settore domestico e di assistenza, le attività svolte nell'economia informale, nella società civile, come il lavoro volontario.
Fondamentale sarebbe prendere seriamente in considerazione la distinzione tra il settore del "lavoro per il mercato" e il settore del "lavoro non per il mercato". Per consuetudine le statistiche ufficiali sul lavoro e l'occupazione considerano i settori soltanto in chiave di divisione tecnica e produttiva del lavoro; tipicamente la divisione tra settore primario (Agricoltura), settore secondario (Industria) e settore terziario (Servizi) e ignorano tutte le attività economiche che si svolgono al di fuori di questa suddivisione, al di fuori cioè del mercato retribuito. Sarebbe necessario re-immaginare le forme di lavoro non salariate, non intese come una categoria residuale, ignorata dalle statistiche del lavoro e dell'occupazione, ma alla stregua degli altri settori produttivi appartenenti all'economia di mercato.
Un ulteriore elemento che rafforza il confine tra queste due sfere dell'economia è legato al fatto che la grande maggioranza delle tutele sociali e degli stessi criteri di ammissibilità al welfare per il lavoro, derivano dalla posizione che si occupa nel lavoro retribuito. Ad esempio in Italia una casalinga, che pure svolge un'attività essenziale per la riproduzione e il mantenimento della società, non ha diritto a una pensione né a un'assicurazione pubblica contro gli infortuni. In un certo senso si può affermare che essere fuori dal lavoro — come disoccupati o inattivi — oggi equivale e essere escluso dalla società. Vi è in altri termini un legame stretto tra il lavoro retribuito e i diritti di cittadinanza sociale che da esso discendono.
Lavoro e non lavoro. Verso una sociologia del "non lavoro"?
Un'altra linea di demarcazione importante è quella tra il lavoro e il non lavoro. In molti dei paesi economicamente sviluppati del mondo occidentale, in Europa e negli Stati Uniti, il lavoro è divenuto una risorsa scarsa e l'assenza di lavoro, specie per le nuove generazioni, rappresenta la vera grande questione sociale odierna. Sarebbe in questo senso appropriato sviluppare un nuovo filone di studio denominato "Sociologia del 'non lavoro'", che vada oltre il concetto di disoccupazione, considerando la rilevanza del tema e soprattutto l'ampiezza del fenomeno. Una sociologia del non lavoro che si dedichi allo studio della composizione della disoccupazione tradizionale (quella di chi ha perso il lavoro), delle sue dinamiche e delle sue conseguenze sull'individuo e sulla collettività.
Sviluppare una "sociologia del non lavoro" significa oggi riuscire a declinare il concetto di disoccupazione in tutte le sue sfaccettature, a partire dallo stato di disoccupazione di coloro che ricercano il primo impiego. Le statistiche europee ci descrivono la situazione allarmante di una vasta parte di giovani e giovanissimi esclusi dai normali circuiti in cui dovrebbero essere inseriti. La chiamano generazione dei Neet (Not in Employment, Education and Training) acronimo che indica la particolare condizione dei giovani che sono usciti o che sono stati estromessi sia dall'occupazione che dai sistemi di istruzione e formazione professionale. Recentemente sono stati anche calcolati i costi economici provocati da questo spreco di risorse umane potenzialmente contraddistinte da elevati livelli di produttività. Più complicato è stimare l'incalcolabile danno sul piano umano.
Con la liberalizzazione dei mercati del lavoro e il proliferare del lavoro temporaneo e dei contratti non standard, il concetto di disoccupazione va esteso a condizioni nuove, legate alle tante manifestazioni della sottoccupazione. Con questo termine si fa riferimento alle condizioni di chi è sottoutilizzato (e quindi anche sottoretribuito). Pensiamo ad esempio a chi presta lavoro con un'intensità ridotta alla sua disponibilità e alle sue capacità, ad esempio perché lavora solo poche ore al giorno o al mese (part-time) o per dei periodi limitati nell'arco dell'anno (contratti stagionali o collaborazioni a progetto); oppure a chi svolge un'attività per la quale risulta essere sovra-qualificato o un'attività totalmente diversa da quella prevista dal proprio titolo e indirizzo di studio.
In altre parole stiamo assistendo inerti alla crescita dell'area del non lavoro, costituita dalla disoccupazione ricorrente, dalla disoccupazione di lunga durata ed alle varie forme di sottooccupazione che investono la popolazione attiva in modo selettivo, colpendo più alcune categorie che altre, soprattutto i giovani, che hanno dei tassi di disoccupazione spesso doppi o tripli rispetto alla popolazione adulta. Questo fenomeno determina naturalmente un grave spreco di risorse umane qualificate con pesanti effetti economici — oltre che umani e sociali — che stanno in una certa misura ipotecando il futuro e minando la sostenibilità di un sistema e l'equilibrio tra le generazioni, nella distribuzione e fruizione delle risorse collettive disponibili, come ad esempio le pensioni.
I confini nazionali del lavoro e la globalizzazione
A un livello macro-sociale i confini del lavoro declinati in senso geografico e nazionale, sono stati modificati dal processo di globalizzazione delle attività economiche. La dimensione transnazionale del lavoro riguarda per un verso i processi della migrazione economica e di lavoro, sia qualificata sia non qualificata, per altro verso i processi di delocalizzazione dei lavoratori per periodi transitori, da un'impresa a un'altra impresa con sede in un paese diverso. Quali possiamo riconoscere come le grandi forze responsabili del fenomeno? In primo luogo la liberalizzazione degli scambi e dei flussi di capitale. In secondo luogo dalla riduzione dei costi di comunicazione e di trasporto. In terzo luogo dalla rivoluzione informatica che permette alle imprese di controllare numericamente l'articolazione fra la concezione, la fabbricazione e la commercializzazione dei prodotti e di localizzare tutte queste operazioni in luoghi differenti. Infine, la creazione di importanti bacini di operai qualificati e di ingegneri disponibili nei paesi a bassi salari, che possono essere anche dieci volte inferiori a quelli dei paesi avanzati.
Il contributo della sociologia allo studio del lavoro
Riflettere sui confini del lavoro ci porta inevitabilmente a considerare anche il confine con le discipline attigue alla sociologia che hanno tradizionalmente studiato il lavoro, in particolare l'economia e il diritto.
I significati del lavoro
Nei paesi dell'Europa occidentale la nozione e la forma contemporanea del lavoro risale al XVIII secolo, epoca del primo sviluppo industriale, nel momento in cui l'impresa manifatturiera comincia a imporre le sue regole e un nuovo tipo di capitalismo trasforma il modo di produrre e i legami fra le persone. Nei manuali di economia il lavoro è definito come "fattore di produzione" e visto come principale mezzo di sostentamento di sé e della propria famiglia. Le scienze umane e sociali hanno arricchito questa interpretazione attribuendo al lavoro altre due funzioni essenziali, quella espressiva e quella della socializzazione.
La prima si riferisce al fatto che lavorare non significa soltanto trarre beneficio da una remunerazione, poiché il lavoro è anche un mezzo di realizzazione di sé, della propria intelligenza, creatività, competenza, autostima. La seconda interpreta il lavoro alla luce della sua funzione di socializzazione: è attraverso il lavoro, inteso questa volta come mezzo per sviluppare solidarietà e forme collettive di identità, che si apprende a cooperare, che si condividono regole, codici di comportamento e valori.
Nella società contemporanea si è verificato un aumento dell'interesse per il lavoro, la gratificazione, i profitti simbolici legati al nome della professione o allo statuto professionale e alla qualità delle relazioni di lavoro. Il dibattito sui significati del lavoro in epoca moderna è tutt'altro che concluso. In questo paragrafo si cerca quindi di presentare la storia e l'evoluzione della disciplina sociologica in rapporto con le trasformazioni del lavoro e con altre discipline confinanti.
Schematicamente possiamo suddividere questa evoluzione in tre fasi principali:
- Le teorie classiche dell'origine.
- La sociologia industriale.
- La sociologia del lavoro contemporaneo.
Storia ed evoluzione della disciplina sociologica in rapporto alle trasformazioni del lavoro e con le altre discipline confinanti
La prima fase: le teorie classiche dell'origine
Le origini della sociologia del lavoro sono rintracciabili nel filone classico della sociologia all'inizio del XIX secolo, nella fase della transizione da un'estesa società agricola a una società urbana e industriale. Ciascuno dei fondatori — Karl Marx (1818-1883), Émile Durkheim (1858-1917), Max Weber (1864-1920) — era interessato a comprendere quali effetti avesse questa trasformazione sulla famiglia, i legami sociali, i rapporti di produzione. Gli ambiti principali sui quali il pensiero classico della sociologia si è concentrata sono essenzialmente stati la divisione del lavoro e la differenziazione sociale. La differenziazione viene vista progressivamente come un fattore che aumenta la produttività, come un indicatore di progresso rispetto alle società arcaiche e indifferenziate.
Questo vale per la divisione tecnica del lavoro. L'espressione "divisione sociale del lavoro" ha tradizionalmente indicato la differenza tra lavoratori indipendenti proprietari dei mezzi di produzione e lavoratori dipendenti non proprietari dei mezzi di produzione, riferita alle economie regolate dal mercato.
Il concetto di "divisione tecnica del lavoro" si riferisce all'elevata organizzazione necessaria a un'economia sviluppata dove l'aumentata capacità produttiva è resa possibile solo suddividendo e coordinando le attività lavorative, vale a dire i compiti, le mansioni, le prestazioni. Di conseguenza, gli autori classici del pensiero sociologico si sono interrogati su che cosa tenesse unita una società sempre più differenziata. L'interdipendenza derivante dalla divisione del lavoro è stata interpretata come un potente fattore di integrazione (ciascuno ha bisogno dell'attività dell'altro), oggi diremmo di coesione sociale, che Durkheim ha definito "solidarietà organica", contrapposta alla "solidarietà meccanica", tipica delle società più compatte e indifferenziate della fase preindustriale.
La seconda fase: la sociologia industriale
La sociologia del lavoro si è storicamente occupata di affrontare la questione cruciale di come il lavoro si colloca nell'esperienza umana e nella società. Si può dire che la sociologia del lavoro nasce di fatto come sociologia industriale. La sociologia industriale si è concentrata essenzialmente sull'esperienza dei lavoratori manuali nella grande impresa manifatturiera. Lo studio del lavoro nella società industriale è stato sostanzialmente lo studio del lavoro operaio della grande impresa — come la Ford negli Stati Uniti — sede nella quale sono avvenute le più significative innovazioni nell'organizzazione del lavoro, dove hanno preso avvio i conflitti fra capital...
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