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Appunti completi per l'esame di relazioni internazionali

Appunti di Relazioni internazionali basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Stefanachi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze internazionali e istituzioni europee. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Relazioni internazionali docente Prof. C. Stefanachi

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proprio estero vicino, che possono funzionare come territori cuscinetto come protezione

ulteriore del proprio territorio, all’esterno.

Si tratta di sfruttare l’elemento della distanza, che tuttavia non si crea annettendo i territori

circostanti ma si ottiene in uno stato di divisione e frammentazione territoriale che non

rappresenta una minaccia e quei territori vengono legati con forme politico giuridiche, in

protettorati alla potenza che intende beneficiare della loro presenza. Normalmente a questi

paesi è impedito di allearsi con altre grandi potenze, di consentire di piazzare altre basi militari

e di legare l’economia con l’economia di altre grandi potenze perché quei legami potrebbero

portare ad un’influenza politica. Stalin dopo la seconda guerra mondiale crea il blocco che ha

una dimensione geografica (patto di Varsavia), creando questo scudo difensivo in caso di

guerra. Anche in Asia orientale Stalin brigò per avere una Cina debole sul confine russo

sovietico, ragione per cui non appoggiò mai Mao e il partito comunista nonostante l’affinità

ideologica. Questo perché il calcolo geopolitica che facevano a Mosca era che una Cina

comunista sarebbe stato uno stato accentrato con un forte governo, temibile vicino ai confini

russi. Allora era meglio tenere una Cina divisa in due.

Anche la Germania, altra grande potenza, offre un esempio speculare all’esempio russo.

Collocata in un’area pianeggiante sul confine orientale e l’espansione russa si è trasformata in

una minaccia. Si crea il dilemma della sicurezza, ovvero l’espansione russa crea minaccia.

Quindi anche la Germania ha creato una distanza con la Russia (pace di Brest – Litovsk seconda

guerra mondiale). Hitler cercò di debellare del tutto la potenza russa. L’UE dopo la fine della

guerra fredda si è preoccupata di organizzare lo spazio sul confine orientale tedesco e la Russia

in qualcosa che assomiglia ad una sfera di influenza in modo da allontanare la Russia

dall’Europa centro occidentale. L’allargamento all’UE agli ex paesi del patto di Varsavia,

l’appoggio alle repubbliche ex sovietiche (Caucaso ecc) e il tentativo di garantire

l’indipendenza e l’orientamento di politica estera sono fattori importanti. Tutto ciò attraverso

una politica di vicinato per alcuni stati.

“Sfere di influenza” è un principio universale. In effetti, anche la Francia a ben vedere sul suo

confine occidentale, quello più esposto ha cercato di mantenere storicamente un’area di paesi

deboli e orientati sul piano diplomatico verso Parigi, o neutralizzati. Il principio cardine del

piano di sicurezza francese fino al 1870 è quello di mantenere la Mitteleuropa tedesca divisa in

molti staterelli, di evitare l’aggregazione dei territori sotto un unico centro di potere e

mantenere un comportamento privilegiato con alcuni (Monaco).

Ci dice tante cose sull’Europa: la tardività dell’unificazione nazionale della Germania (ultima

insieme all’Italia), è data da ragioni geopolitiche, perchè l’area è stata considerata a lungo dalla

Francia e da altre potenze europee come un’area cuscinetto che separasse le potenze europee

ed evitasse un urto diverso. Quest’area geopolitica è stata una camera di compensazione degli

interessi di questi grandi potenze su cui si è retto anche il sistema internazionale. Queste

potenze si sono ritagliate e create delle clientele e zone d’influenza, inconciliabile con la

volontà di unificazione tedesca.

Nel 1948 si pose la questione dell’unità nazionale della Germania tramite un movimento che

chiedeva l’unità, però le grandi potenze europee (Francia, GB e Urss) posero il veto

minacciando di intervenire anche militarmente per questioni geopolitiche. Lo stato tedesco è

stato creato con una guerra, con lo stato di Bismarck. La Francia al fine delle guerre mondiali

cercherà di staccare la Renania e renderle indipendenti. Molta parte della storia internazionale

si riesce a chiarire con questi fattori. I paesi insulari non hanno questi problemi perché sono

protetti dal mare, grazie al quale creano distanza. La sicurezza di questi stati viene dalla

superiorità navale marittima, dalla capacità di dominare il mare. È vero però che nella storia

molto spesso, grandi potenze insulari si preoccupano di evitare che altre grandi potenze si

attestino sulle coste dirimpetto alle loro coste in modo da ottenere e creare un’intercapedine

per creare un’influenza al di là del mare e guadagnare una maggiore profondità geostrategica

perché quei territori al di la del mare potrebbero essere trampolini di lancio per attacchi

militari. Un esempio è dato dalla Gran Bretagna. Il principio fondamentale della politica estera e

di sicurezza inglese nei secoli è consistito nell’impedire che l’area dei Paesi Bassi finisse sotto il

controllo di una grande potenza continentale europea perché quel territorio è quello attraverso

il quale attaccare facilmente la GB, attraverso la Manica. Infatti la GB ha appoggiato nei secoli

le Fiandre, che erano parte dell’impero austro – spagnolo, per favorire la loro indipendenza.

L’appoggio anche alle province unite (Olanda) contro i Francesi (Luigi XVI – 600, 700) che

esercitavano anche una grande pressione, o la neutralizzazione del Belgio, dopo la secessione

dall’Olanda per evitare che finisse nell’orbita francese. Ancora l’appoggio al Belgio e Olanda

contro i tedeschi nel 1914, che è la cosa che fa scattare l’ingresso della GB in guerra.

Fin qui si parla di politica di sicurezza attraverso la manipolazione dei confini e l’estero vicino

per questioni di difesa geostrategiche, per evitare intimidazioni in grande scala dei paesi vicini

ma quando si parla di sicurezza non si parla solo di difendere il territorio da invasioni. Si parla

di geopolitiche estere anche sull’approvvigionamento delle risorse (una dipendenza enorme

dall’estero è fonte di vulnerabilità). Si tratta di mettere in sicurezza le vie di comunicazione in

quelle aree, quindi riguardo il movimento, il trasporto, la circolazione e le materie prime sono

fonte di sicurezza degli stati. Ad esempio l’avvento del petrolio per le potenze prive di petrolio è

stato un incentivo per cui richiedere petrolio e difendere gli approvvigionamenti energetici. Ha

avuto un’attenzione importante nella prima guerra mondiale come risorse strategica per

questioni militari. Ad esempio si parla della Royal Navy inglese che passò all’uso del petrolio,

che consentì maggiore autonomia e velocità alle navi. La GB era infatti prima di petrolio in

quegli anni mentre era stata la principale produttrice al mondo di carbone. La prima guerra

mondiale mise in luce l’importanza del petrolio come carburante per tutti i veicoli a motore

(mezzi da guerra), quindi importanza militare e civile, anche per l’economia. Fin dai primi mesi

dopo la guerra, la politica britannica era volta all’accesso alle risorse petrolifere come forma di

riorganizzazione dello spazio del territorio che garantiva e preservava la comunicazione con le

aree da cui veniva il petrolio (es Mesopotamia). Vediamo la fondazione dello stato iracheno per

gli interessi economici della GB. Questa è un’operazione di ingegneria geopolitica per gli

interessi inglesi. Non c’era una ragione particolare storica e nazionale perché quelle tre

province dell’impero ottomano formassero l’Iraq, ma è uno stato artificiale e costruito come

azione della geopolitica estera della GB. L’Iraq fu affidato alla dinastia degli hashemiti ed ebbe

poi bisogno dell’appoggio britannico. Nel 1932 ci fu un trattato di alleanza, secondo cui l’Iraq

diventò un protettorato fino al 1950 della GB fino a quando fu proclamata la repubblica

irachena, che tagliò il legame con la GB per affermare una piena sovranità del paese. Il pieno

accesso alle risorse all’estero comporta anche la protezione dello spazio in merito alla

protezione delle linee di comunicazione. Spicca l’importanza del mare come via di

comunicazione a lunga distanza.

Il petrolio viene spostato in larghissima misura via mare. Si usano gli oleodotti, ma è il mare

che costituisce il sistema circolatorio dei mercati internazionali del petrolio e che spinge le

potenze dipendenti ad assicurarsi la sicurezza di approvvigionamento. D’altra parte la

protezione delle rotte marittime non è soltanto una questione di potenza navale in senso

stretto, cioè di flotte e navi ben equipaggiate ma è una questione di posizioni sulla terra ferma

come porti e basi navali disposti in punti critici delle rotte marittime. Basi e porti sono necessari

a sostenere le attività della marina militare. La protezione delle rotte marittime dipende dal

controllo di “choke points” della navigazione marittima, cioè quei punti di passaggio obbligati

della navigazione marittima. Sono punti che se controllati, consentono a chi li controlla di aprire

o chiudere a proprio vantaggio le rotte marittime. Stiamo parlando degli stretti marittimi, come

Gibilterra, Bosforo, Dardanelli, Aden, nel Golfo Persico, gli stretti indonesiani, ecc. questi sono

gli ingressi e le uscite da un certo bacino marittimo; si parla anche di canali, come Suez e

Panama e vengono compresi anche i mediterranei oceanici, cioè i mari chiusi che collegano

bacini oceanici attraverso i canali e stretti, come il nostro Mediterraneo che collega Atlantico e

Oceano Indiano con golfo di Aden, Suez e Gibilterra. Il Mediterraneo Asiatico, cioè il mar Cinese

meridionale e anche il mediterraneo americano, cioè mar dei Caraibi e del Messico, che si

collega col Pacifico con lo stretto delle Antille, Panama, ecc.

Quando pensiamo in termini geopolitici al mare e al suo significato di sistema circolatorio

dobbiamo pensare come una serie di bacini oceanici collegati come mediterranei oceanici

attraverso dei canali e stretti.

7FEBBRAIO

Organizzare i collegamenti significa azione geopolitica. Ieri stavamo guardando un aspetto

importante della gestione dello spazio, cioè la dimensione marittima e di come il mare abbia

una centralità nel sistema economico internazionale, per il commercio e la rete degli scambi

globali.

Il mare è il sistema circolatorio dell’organismo dell’economia internazionale. Proteggere le rotte

marittime, da cui si dipende e che sono importanti per l’economia per la propria posizione di

potenza e sicurezza non è solo questione di potenza navale in senso stretto ma è anche una

questione di posizione sulla terraferma, di porti strategici e basi navali, scali e punti di

appoggio disposti lungo le rotte marittime interessanti e che ci sta a cuore proteggere da

presenze ostili. Queste posizioni sono le infrastrutture che consentono alla marina militare e

mercantile di operare in sicurezza. Proteggere le rotte marittime è una questione di controllo di

concerto, di alcuni punti del sistema marittimo globale che sono i punti focali. I choke points

sono i passaggi obbligati per via marittima e sono punti il cui controllo e dominio consente di

aprire e chiudere il passaggio. In mare in teoria abbiamo un’estrema libertà d’azione, di scelta

di rotte e navigazione per raggiungere un punto. Pensiamo al mare come una grande superficie

omogenea, levigata che offre un’ampia possibilità di movimento, soprattutto nella stagione del

vapore. A terra noi siamo vincolati da molte più cose, dalla topografia della superficie terreste,

dalle poche strade e ferrovie che attraversano gli spazi continentali. Anche in mare abbiamo

questi passaggi obbligati che costituiscono altrettante criticità, sono punti di vulnerabilità della

navigazione marittima. Li converge il traffico e quindi è più facile colpirlo, sono punti di

vulnerabilità dei trasporti marittimi. Di cosa parliamo? Parliamo delle strettoie, gli stretti

marittimi come Bab el Mandeb (Mar Rosso), lo stretto di Singapore, gli stretti indonesiani, lo

stretto di Hormuz. Non si parla solo di stretti ma anche canali come quello di Suez, di Panama,

Capo di Buona speranza ecc. in questa categoria mettiamo anche i mediterranei oceanici, che

sono bacini importanti sul piano della navigazione e della strategia. Sono specchi marittimi,

circondati da terre emerse tra cui il nostro Mar Mediterraneo che è l’anello di collegamento tra

Oceano Atlantico e Mediterraneo. Nel complesso il Mediterraneo è un grande choke point che si

compone di choke points ulteriori; l’altro mediterraneo è il mediterraneo asiatico, situato in

Cina che collega il bacino dell’Oceano pacifico occidentale all’oceano Indiano, collegato da

stretti indonesiani e ancora il mediterraneo americano che collega Golfo del Messico e Mar dei

Caraibi attraverso le Grandi Antille (Cuba, Giamaica, Portorico), il passaggio della Mona e il

passaggio di Anegada. Questi tre mediterranei sono importanti perché sono le cerniere della

navigazione marittima a livello globale, cioè tengono insieme i collegamenti tra i tre bacini

oceanici e hanno uno straordinario valore commerciale.

Dominare il mare significa dominare questi punti. Naturalmente quei punti, quei passaggi che

sono significativi per i propri interessi, non per forza tutti. Significa organizzare lo spazio nel

senso di ottenere, togliendo agli altri, delle basi in prossimità di questi punti consentendo alla

propria flotta di passare e di avere il controllo su quei punti. Significa anche conquistare quelle

parti o trovare partner alleati, che aprano le proprie coste alla nostra marina e consentano di

posizionare basi e stazioni per il rifornimento che possano sostenere la nostra azione navale.

Queste cose ci suggeriscono un’infinità di cose per la vita internazionale: pensiamo ad esempio

all’importanza nella politica internazionale di paesi come la Turchia o il Sudafrica (prima

dell’apertura di Suez). La Turchia controlla Bosforo e Dardanelli, che connettono Mar Nero e

Mediterraneo; il Sudafrica, dopo il taglio del canale di Suez. Si pensi all’importanza

dell’Indonesia che controlla gli stretti Malacca, da cui passa circa 50% del petrolio ogni anni o

ancora le Filippine, paese arcipelago che si affacciano sul Mar Cinese meridionale. Si pensi agli

Emirati costieri che si affacciano nello stretto di Hormuz. Anche si pensi a Cuba, che è sdraiata

su quei passaggi che governano la rotta che dall’atlantico portano allo stretto di Panama e al

Pacifico. Da un lato vediamo come quella posizione ha dato a quei paesi nella loro storia una

grande risorsa di potere e influenza che questi paesi hanno potuto spendere. Si pensi a come le

grandi potenze trattano l’Indonesia o l’Egitto. L’Egitto è infatti un grande paese arabo e dopo

l’apertura del canale di Suez ha assunto un’importanza geostrategica per cui gli Usa si sono

avvicinati. Anche la Turchia occupa una posizione di importanza geostrategica. Le posizioni

occupate da questi paesi hanno fatto si che siano al centro dell’attenzione di altri paesi e al

centro di conflitti con altri paesi per il controllo delle rotte marittime. Ad esempio l’Egitto,

quando è risultato debole, è stato preda della GB. Si pensi alle numerose guerre per il controllo

di queste posizioni. Ad esempio la Battaglia di Trafalgar (Gibilterra); all’inizio del 900 la Guerra

anglo – boera tra la GB e le repubbliche del Sudafrica fu combattuta vicino a Capo di Buona

Speranza. La GB voleva creare il dominio britannico nella repubblica del Sudafrica; la guerra tra

Spagna e Usa nel 1898 che scoppia a causa di Cuba; la guerra del 1956 tra Israele, Francia,

Inghilterra ed Egitto, il quale aveva nazionalizzato il Canale di Suez. Gli americani intervengono

a Suez per non creare una rottura con il mondo arabo. Dov’è che comincia la guerra fredda?

Turchia e Grecia, e ciò avrebbe consentito all’Urss di diventare una potenza navale nel Mar

Nero e Mar Mediterraneo quindi gli Usa con la dottrina Truman cercano di porre un freno.

Si aggiunge anche la questione d’oriente, cioè la questione determinata dal declino dell’impero

ottomano che si sarebbe presto frammentato e quindi bisognava spartirsi le spoglie dell’impero

ottomano in declino col timore che la Russia zarista si mangiasse il Bosforo e i Dardanelli

(principio fondamentale della politica estera russa).

A chiarire l’importanza di quello che stavo dicendo sulla dimensione marittima oceanica sulla

geopolitica e dell’organizzazione dello spazio vediamo cosa succede in un paese che a un certo

punto passa da un’esistenza autartica (non mi importa dell’internazionalità, delle esportazioni)

a quando poi questo paese scopre di aver attivato un’ampia fitta rete di dipendenze dall’estero

e ha cominciato a esportare e importare, migliorando i materiali di cui non dispone. Il

baricentro di questo paese è continentale, ma diventa un baricentro marittimo perché il mare

fa connettere la Cina a questi mercati, in particolare dal 1994. Prima era autosufficiente

riguardo carbone e petrolio, poi ha cominciato a importare petrolio dall’Africa e dal Golfo

Persico. Noi vediamo una ridefinizione del concetto di sicurezza nazionale. Fino al 1994 prevale

un’autarchia e quindi la sicurezza nazionale è definita come pura difesa dei confini territoriali

con il suo esercito. Dopo l’inizio di questa nuova vicenda economica, c’è una ridefinizione per

cui la sicurezza nazionale è vista anche in termini di protezione dello spazio marittimo da cui

oggi la Cina dipende. Non soltanto lo spazio marittimo su cui si affacciano le coste cinesi,

perché riguardano la difesa del territorio ma anche dai bacini e rotte marittime collocate a

distanza dalla Cina perché sono il tessuto connettivo che collega l’economia cinese coi mercati.

Questa diventa una questione di sicurezza nazionale per la Cina. Se non è in grado di

proteggere queste zone non è in grado poi di sconfiggere le intimidazioni. La Cina ha adottato

una politica di rivendicazione della sovranità su alcune zone disseminate in quell’area dove

costruisce infrastrutture a fine civili, formalmente, ma anche con ricadute di obbligazioni

militari, con basi aeree e navali. Se rivendicasse la sovranità verso Vietnam, Taiwan, Filippine

sui diritti umani, diventerebbe un lago cinese mentre oggi è americano. Capiamo l’amicizia

della Cina con la “Birmania”, odierna Myanmar. È interessante la Birmania perché

consentirebbe alla Cina un accesso diretto all’oceano indiano. Capiamo perché stia reclutando

basi in Sri Lanka, Bangladesh, perché sia andata in Pakistan a prendersi un’importante base,

attraverso lo stretto di Hormuz e ancora si è costruita una base a Gibuti. Queste cose ci

consentono di focalizzarci su più aspetti di un attore importante come la Cina. A una potenza

media interessa mantenere il controllo di certe rotte

Grandi potenze navali come la GB e gli Usa sono arrivate all’apogeo delle loro fortune a

dominare tutte le principali rotte marittime oceaniche per l’importanza di questi punti e con

un’azione geopolitica volta a dominare tutti i principali choke points del mondo e i passaggi

interoceanici. I grandi storici dell’impero britannico ci dicono che possiamo raccontare la storia

dell’impero come la progressione geopolitica del controllo di questi punti cruciali della

navigazione. Ad esempio vanno a controllare l’ingresso di Gibilterra, Aden diventa un

protettorato (in Yemen), in Sudafrica nel capo di Buona Speranza. Anche Zanzibar ha una

posizione importante per la rotta del Capo di Buona Speranza e controlla la rotta del

Mozambico. Il canale di Suez viene aperto nel ’69 e nel 1981 gli inglesi occupano l’Egitto per

tener in mano il canale. Per dare profondità strategica, vanno a prendersi il Sudan a protezione

dell’Egitto, l’Uganda perché ci sono le sorgenti del Nilo. In quegli anni creano la colonia del

Somaliland, parte della Somalia per il controllo del Golfo di Aden e per il passaggio tra Mar

Rosso e oceano Indiano; in Asia orientale la politica britannica è volta a controllare il

mediterraneo orientale, con la chiusura dell’Oceano Indiano per la sicurezza delle Indie. Gli

inglesi controllano la Malesia creando delle basi e vanno a prendersi la Birmania, Singapore,

ecc. Volevano il controllo sul sistema oceanico mondiale. Il cuore dell’impero britannico era

comunque l’India e il collegamento tra le isole britanniche e l’India passava dal controllo del

Mediterraneo e del Capo di Buona Speranza. La GB è stata favorita dalla sua posizione per il

fatto di essere un’isola (Spykman) perché in quanto potenza insulare ha concentrato le risorse

nella flotta che le ha fatto accrescere una superiorità navale mentre le altre potenze europee

non insulari sono state sempre costrette a suddividere le loro forze tra terra e mare. Il dominio

marittimo che gli inglesi hanno conquistato è stato un importante strumento di pressione e

un’arma in caso di guerra da utilizzare contro i paesi nemici, dipendenti dal mare perché sono

rimasti esposti a sanzioni, blocchi commerciali e quarantene che a volte hanno deciso pure le

guerre (es. blocco di Napoleone, o blocco imposto alla Germania nella prima guerra mondiale).

Guerre economiche a base marittima.

È la storia di una strategia volta a controllare le rotte marittime in quanto è riuscita a dominare

il sistema marittimo globale. Il fatto che gli altri paesi fossero paesi costieri, la partita per il

dominio dei mari è stata sempre una partita persa in partenza e questo spiega perché queste

potenze costiere, che sono svantaggiate, hanno cercato di trovare e reperire quello che serve

alla loro economia nel loro estero vicino continentale. Qui troviamo un ulteriore incentivo al

controllo del proprio estero vicino. Oltre a questa funzione geostrategica di stati cuscinetto, la

formazione dell’estero vicino serve alla formazione economica commerciale che sia sicura, che

non comporti la dipendenza da rotte marittime controllate da potenze che fanno valere la

propria supremazia. Di qui vediamo un importante fattore di regionalizzazione economica e

politica attorno ai nuclei territoriali delle grandi potenze continentali che tendono a voler

dominare gli spazi circostanti ai loro territori anche per ragioni economiche. Ad esempio la

Germania, che presenta analogie con la Cina odierna, diventa la Germania dipendente da

fornitori e mercati esteri, a volte oltremare e cerca di dotarsi di una potenza navale per

proteggere il proprio commercio, le rotte e gli accessi da cui dipendenza. È un paese che da

dipendente vuole affermare il controllo delle rotte, nonostante la consapevolezza della

superiorità navale della GB. Ad esempio durante la prima guerra mondiale la Germania creò nel

suo estero vicino un’area economica per non aver bisogno del fattore navale (Mitteleuropa),

dove la Germania avrebbe fatto vedere la sua superiorità e che era una zona ricca di materie

prime. L’UE è un po’ la Mitteleuropa, per la sua posizione. Il tutto senza esporre la Germania ad

uno scontro inglese. La politica hitleriana del Lebensraum era l’idea di costruire un blocco

germanico autarchico esteso a tutta l’Europa. Qualcosa di simile c’è anche in Cina: è in ansia

per le nuove dipendenze che la legano all’economia internazionale e per la crescita degli Usa.

Quindi la Cina cerca di ricavarsi una libertà d’azione in mare, riorganizzando la sua flotta e

cerca base con sistemi di amicizie. Dall’altra cerca come contro assicurazione per compensare i

rischi, di compensare le sue risorse nel sistema occidentale (con la Russia). Cerca anche di

costruire un sistema di infrastrutture come ferrovie, gasdotti, strade ecc, con cui valorizzare il

suo spazio continentale come alleggerimento della vulnerabilità sul piano marittimo. È una

politica poco concorrenziale sul lato dei costi, perché sono maggiori i costi per le infrastrutture

continentali ma siccome abbiamo a che fare con la sicurezza è importante diversificare per

limitare la vulnerabilità e il potere degli Usa.

Si creano quindi corridoi che passano attraverso lo spazio russo/sovietico, toccando il Golfo

Persico, Turchia, ecc. La Russia e gli Usa sono una fonte di pericolo per la Cina.

Un’ultima riflessione sulla geopolitica: abbiamo cercato di dimostrare come sia impossibile

parlare degli argomenti di sicurezza e potere senza considerare questa dimensione spaziale

geografica del potere della politica internazionale. Conviene sempre trasdurre questi concetti

astratti nei loro contenuti geografici e spaziali.

Un’ultima riflessione è la struttura del sistema spaziale mondiale nel suo complesso e il suo

mutamento: la geopolitica si è sforzata di mettere a fuoco le sue caratteristiche spaziali, globali

e la struttura del sistema spaziale internazionale, cercando di vedere come essa e il suo

mutamento ne influenzino il funzionamento della grande politica internazionale. La grande

riflessione geopolitica tende ad indicare un tornante fondamentale tra la fine dell’800 e la fine

del 900 in cui viene fatta una riconfigurazione della stessa geostruttura del sistema

internazionale. Il che rimanga le differenze tra la politica internazionale nei secoli precedenti e

la politica internazionale tra il secolo scorso e oggi.

La voce più significativa sia a livello teorico che per le ricadute sul piano politico è quella di

Halford Mackinder che è un grande teorico della geopolitica, un geografo politico. Le sue

idee sono diventate patrimonio collettivo delle relazioni internazionali. C’è un articolo del 1904

“The geographical pivot of history” che è il singolo contributo e scritto più influente più

importante nella teoria geopolitica internazionale contemporanea.

Mackinder in quell’articolo ci invita sulla struttura geopolitica dei sistemi internazionali nel loro

complesso e sul mutamento per questo gli sta a cuore. In che senso “mutamento della

struttura politica dei sistemi internazionali”?

12FEBBRAIO

Mackinder nei suoi scritti, che pubblica nei primi anni del 900 fino alla seconda guerra

mondiale, ci invita a riflettere sulla struttura spaziale del sistema internazionale e sul suo

mutamento. Mackinder vede realizzarsi in quegli anni un fatto geopolitico epocale: il passaggio

da un sistema internazionale globale aperto, com’era il modello dei secoli precedenti fino al

primo 900, ad un sistema internazionale globale chiuso. Mackinder chiama il sistema

internazionale moderno come sistema colombiano, cioè realizzato da Cristoforo Colombo e

dalle altre scoperte coloniali e alla costruzione dei sistemi aperti. Invece il sistema globale

chiuso è quello post colombiano, quando un’altra vicenda inizia. Nel primo caso Mackinder

indica il moderno sistema internazionale che ha avuto per i primi tre secoli della sua esistenza

una struttura geopolitica caratterizzata:

Dall’esistenza d’un centro cioè uno spazio piccolo in cui si sono concentrate tutte le

 principali potenze del sistema internazionale dell’Europa

L’esistenza di una vasta periferia, libera e vacante, poco popolata, sottopopolata,

 disponibile ad una facile appropriazione da parte delle potenze europee, quindi sono

spazi extraeuropei nei quali fin da subito le potenze europei si sono espanse.

Mackinder sostiene, nel 1904 nel suo testo, che questi spazi extraeuropei, tornando alla

struttura del sistema internazionale, hanno svolto una funzione molto importante nei tre secoli

di vita del sistema internazionale. Hanno fornito una valvola di sfogo delle rivalità che si sono

determinate in Europa tra le principali potenze del sistema internazionale. Le potenze si sono

sentite di volta in volta penalizzate dagli assetti territoriali in Europa, dalle gerarchie politica in

Europa hanno trovato negli spazi extraeuropei delle nuove opportunità. Delle compensazioni

per saziare le loro pretese di spazio, il bisogno di materie prime, interessi territoriali. Invece di

uno scontro al centro per accaparrarsi gli spazi in Europa, si crea una proiezione dello spazio

extraeuropeo alla ricerca di risorse, territori e compensazioni, non significa che non ci sono

stati conflitti in Europa. Un conto è invieremo in uno spazio dotato di una frontiera rigida

all’interno del quale l’espansione di un attore corrisponde all’arretramento di un altro. Un altro

conto è abitare in uno spazio aperto, munito di spazi circostanti liberi e facilmente appropriabili.

Si possono qui attenuare i contrasti europei. Questo spiega perché ci sono state guerre generali

in Europa ma sono stati eventi eccezionali. Le vaste periferie esterne hanno contribuito a

mantenere l’equilibrio nel centro dell’Europa. Le risorse reperibili negli spazi extraeuropei sono

stati investiti nel centro europeo per preservare l’equilibrio in Europa. Le periferie esterne

hanno una funzione equilibratrice degli equilibri nel centro del sistema internazionale.

Pensiamo ai possedimenti coloniali olandesi e al ruolo dell’Olanda nell’arginare l’espansione

spagnola e francese, oppure il ruolo britannico che si estense ha influenzato l’Europa con la

politica dell’ago della bilancia.

Pensiamo al ruolo della Russia e ai suoi vasti possedimenti nell’arginare la Francia Napoleonica.

Secondo Mackinder questa struttura spaziale subisce una trasformazione tra fine 800 e inizio

900. Prima di tutto vengono meno gli spazi liberi della periferia extraeuropea, che viene

saturata da una serie di fattori di grande importanza. In quegli anni c’è un’altra grande ondata

del colonialismo europeo, prendendo gli ultimi territori extraeuropei liberi. Le potenze coloniali

si mangiano l’ultima area del sistema internazionale ancora occupabile. E siamo al risveglio

dell’Asia con l’ascesa del Giappone a grande potenza che affolla lo spazio dell’asia orientale e

lo satura. Un altro fatto epocale è poi il fato che per la prima volta luna grande potenza

europea che entra da protagonista in gioco. Il Giappone esiste nel suo spazio e le sue risorse.

Pensiamo ancora alla Russia, che ha iniziato la marcia euro asiatica di espansione nel 600 e

termina a fine 800 inizio 900 la marcia nell’estremo oriente, diventando una grande potenza

anche in Asia orientale.

Un fattore di enorme importanza geopolitica notato da Mackinder e che lo spinge a scrivere

quest’articolo è la costruzione della ferrovia transiberiana da parte della Russia zarista.

Questo consente alla Russia di integrare e accentrare questo enorme territorio smisurato,

spalmato tra Europa e Asia, come mai era stato possibile fare in passato.

Per Mackinder questo passaggio epocale, da un’arena aperta a chiusa ha delle conseguenze

formidabili che cambiano la dinamica, il gioco politico internazionale. Soprattutto comporta un

inasprimento della competizione internazionale: adesso chi ritiene di aver bisogno di qualcosa

che non ha deve toglierli a qualcun altro, non c’è più alcuno spazio vuoto. Non ci sono interstizi

che separano le grandi potenze, tutto è in contatto con tutto e le grandi potenze rimbalzano le

une sulle altre. Ad esempio pensiamo alle conseguenze dell’ascesa della Germania, che cerca

mercati per la sua spinta di crescita industriale e demografica. Trova il mondo già saturo e

spartito dagli altri. La Germania cerca di fare e trovare prima dei territori coloniali, come le altre

potenze. Poi quando fallisce la Weltpolitik, fa ricerca in Europa, alla ricerca dei mari e di un suo

spazio vitale (Lebensraum). Si innesca il cataclisma della prima guerra mondiale. Stressa cosa il

Giappone, che ascende tardivamente e diventa una grande potenza economica e politica che

incrocia le sue istanze con quelle delle potenze europee già insediate in Asia (Manciuria, con la

Russia e l’Impero britannico, Indocina francese, nell’Indonesia odierna).

Mackinder introduce un altro elemento di trasformazione della struttura geopolitica del sistema

internazionale globale: è un’inedita fusione di Europa e Asia in un unico scacchiere geopolitico

strategico euroasiatico nel quale si decide la partita della politica internazionale. Prima

avevamo l’Europa come territorio e teatro centrale e gli altri spazi extraeuropei erano

subordinati all’Europa. Adesso non c’è più l’Europa ma si parla di Eurasia. È unificato dalle vie

di comunicazioni, come le ferrovie e in cui questo teatro dilatato si disloca, cioè la grande

politica internazionale alla quale partecipano altre potenze europee e asiatiche, o euroasiatiche

(Russia).

Dobbiamo pensare all’Eurasia come interconnessione economica, politica. Si decide qui il

destino del mondo, dove si trovano molte delle aree che generano potenza economica e

militare, dove si è stanziata la maggior parte della popolazione mondiale, e dove ci sono i

principali poli produttivi industriali.

Mackinder ci invita a scomporre questo spazio in alcune articolazioni regionali e sub regionali

mostrandoci il cuore dell’Eurasia, come perno. Guardiamo la Mezzaluna interna, o marginale,

che è costituita dalle aree costiere attorno al cuore dell’Eurasia (Heartland). L’Eurasia

interna ha delle caratteristiche geografiche peculiari e va indicata come un’articolazione

peculiare: innanzitutto la centralità geopolitica, all’interno del continente; la distanza dai

mari navigabili, chiusa da essi e non accede ad essi. Non c’è sbocco sui mari ma è un aspetto

importante perché è impossibile conquistarla dai mari. Importante è che è ricca di risorse

naturali per l’industria, di minerali, petrolio, di risorse alimentari, cotone e quindi la possibilità

di un’autarchia economica. Queste specificità geografiche e spaziali fanno si che il cuore occupi

una fortezza naturale difficile da conquistare dalle potenze marittime e da cui si può proiettare

influenza e potenza in ogni direzione d’Eurasia sfruttando la posizione centrale. È una posizione

battezzata come il “perno del mondo”. Fino dall’antichità, sono emerse delle civiltà molto

importanti che non sono mai riuscite a unificare in modo stabile e continuativo la massa

euroasiatica, non hanno mai creato un grande impero euroasiatico. Dal XVesimo secolo, dopo le

prime espansioni, si sostituisce una grande potenza che estende il suo dominio su tutta l’area e

che grazie alle nuove tecnologie e trasporti, è in grado di mettere sotto pressione con altro

vigore le aree costiere d’Eurasia: l’Europa, Medioriente, Asia sud orientale – orientale. Le aree

costiere sono la Mezzaluna interna, marginale, la quale ha delle caratteristiche distintive

anch’essa. Si caratterizzano per il loro clima temperato (contro il clima continentale della pivot

area), bagnate dalla corrente del Golfo; è dotata di una grande fertilità del suolo che ne ha

fatto sede delle grandi civiltà (Mesopotamia, Cina, Indocina); l’altra caratteristica è il rapporto

stesso col mare, con l’accesso diretto agli oceani e i mari più piccoli che ha favorito la

vocazione commerciale e industriale delle grandi potenze. È li che si concentra gran parte della

popolazione mondiale e dell’attività economia produttiva del mondo. Un punto di importanza

geopolitica che tocca e sottolinea Mackinder, che è un’altra ragione di differenza tra politica

internazionale dei secoli precedenti e quella del 900, è che per la prima volta diventa

possibile unificare l’intero spazio euroasiatico, grazie alle nuove tecnologie, nuova

padronanza dello spazio e della distanza. Mackinder guarda in particolare alla Russia, come

fattore di riaggregazione del vasto continente euroasiatico, che può sfruttare la posizione

centrale in Eurasia grazie alla ferrovia transiberiana che consente di spostare le armate e gli

eserciti da un capo all’altro del continente. Questo consente alla Russia di irradiare la sua

influenza sull’intero arco costiero dell’Eurasia e fungere da polo centripeto (Manciuria, Persia,

golfo Persico, stretti dei Balcani). Mackinder considera l’ipotesi di una Germania che è capace

di distruggere la Russia e conquistare la posizione nel centro dell’Eurasia e sfruttare a sua volta

questa posizione centrale e questo è tipico della politica di Hitler. Mackinder considera anche

l’ipotesi di un Giappone capace di conquistare la Cina e insediarsi nell’Eurasia interna,

mangiando un pezzo di Siberia russa e installarsi nella pivot area; inoltre considera l’ipotesi di

una Cina che segue le orme del Giappone e modernizzarsi, che si insedi in altre zone.

Vediamo le discontinuità fondamentali per cui c’è una partita politica euroasiatica che non c’era

mai stata in passato il cui esito potrebbe essere per la prima volta l’aggregazione

egemonica dello spazio euroasiatico nel suo complesso. Se questo scenario si

realizzasse (unificazione imperiale, egemonica) l’Eurasia sarebbe trasformata in termini

geopolitici in una grande isola capace di costruire una forza navale, di strappare il dominio del

mare alle altre isole del mondo (che sono quelle che mette nella terza fascia), quelle della

Mezzaluna esterna dell’Inghilterra e Americhe e arrivare ad una supremazia mondiale e

globale. Per la prima volta ci dice: si da una partita geopolitica globale la cui posta in gioco è

l’egemonia sul mondo intero. Davanti a questa nuova realtà e geostruttura nessuno può essere

indifferente e chiamarsi fuori perché in gioco c’è il dominio sul mondo (ingresso Usa nella

politica internazionale, fine dell’isolazionismo). Queste idee sulla macrostruttura del sistema

internazionale sono state riprese da Spykman, che sottoscrive l’impostazione euroasiatica di

Mackinder, invitandoci a guardare al mondo dalla fusione di Europa e Asia. Anche Spykman

scompone lo spazio in Heartland e fascia costiera che chiama Rimland. Vede la possibilità di

aggregare queste due aree sotto un unico dominio politico ed egemonico da parte di una

potenza o alleanza e vede in questo una minaccia degli equilibri. Vede due possibilità:

Conquista del Rimland da parte di una potenza costiera (guerra fredda- Urss)

 Unificazione del Rimland da parte di una potenza costiera o di un’alleanza delle

 potenze costiere capace di proiettarsi nell’Heartland costruendo un’unità geopolitica

(Giappone nella seconda guerra mondiale).

Questo ci aiutano a leggere l’epoca contemporanea. L’idea di una ridislocazione è una realtà

geopolitica del sistema intenrazionale e l0oppositore tra terra e mare possiamo pensare alla

pistola americana portata a proiettarsi in Eurasia di fronte all’ipotesi di unificazione del

territorio e si oppongono prima alla Germania e Giappone del Rimland che minaccia l’Heartland

e poi si oppongono all’Urss che minaccia il Rimland espandendo il cuore. E gli Usa forse domani

si operano ad un’ascesa in grado di dominare l’Asia ed espandersi vergo la Siberia, diventato

grande polo centripeto. La Grand Strategy americana dopo la fine della guerra fredda è ancora

inserita in queste logiche geopolitiche e incentrata sul contenere la rinascita russa e

imbrogliare l’ascesa della Cina e limitare il golfo persico nel Rimland euroasiatico cercando di

tenerlo sgombro da parte di potenze egemoniche e sottrarlo da parte di potenze euroasiatiche.

L’idea americana è di tenere frammentato questo spazio continentale e i poli di potenze,

pensando che questo sia funzionale al mantenimento della supremazia globale degli Usa.

Noi fino ad oggi ci siamo occupati di fattori di dimensione materiale della politica

internazionale.

Ci chiediamo se ci basta tutto questo per capire il sistema internazionale. La risposta è

ovviamente no, anche se ci sono dei politologi, tra cui Waltz, che ci dicono che abbiamo già un

bagaglio ricco per mettere a fuoco delle tendenze e dinamiche del sistema internazionale. Ci

soffermiamo sulla dimensione ideologica principalmente per poi passare a quella

istituzionale, vedendo le peculiarità di ognuna.

Abbiamo parlato in varie occasioni della guerra fredda senza riferimento alla dimensione

ideologica e abbiamo sorvolato sul fatto che le due superpotenze del sistema internazionale

erano paladine di diverse formule politico ideologiche, del bene e del male, diversi principi e

diversi modi di organizzazione della vita politica. Questa dimenticanza stona perché

contraddice l’interpretazione della guerra fredda vista dagli attori coinvolti e che erano i

protagonisti, i quali erano convinti di essere impegnati in uno scontro ideologico, anche e prima

di tutto. La politica strategica e la politica di potenza era il risultato. Questa dimenticanza stona

col senso comune trasmesso dalla guerra fredda, col bipolarismo. In effetti, ci direbbero che la

frattura ideologica della guerra è irrilevante e trascurabile ai fini del funzionamento del sistema

internazionale durante la guerra fredda e delle principali tendenze che hanno segnato quei

decenni. Nella teoria realista, troviamo due modi ricorrenti di trattare o di non trattare la

dimensione dell’ideologia:

Da un lato c’è una posizione estrema che vediamo nella filosofia di Morgenthau:

 l’ideologia della politica internazionale è sempre e soltanto una maschera

menzognera, con cui i protagonisti della politica di potenza hanno cercato e cercano di

travestire e dissimulare le loro vere mete, i loro interessi ed obiettivi che muovono nella

loro azione e che sono sempre obiettivi di potenza e di dominio. L’ideologia può servire

a far sembrare più nobili e meno meschini le azioni degli stati nonostante siano ai fini di

dominio e potenza. Non cambia che il fatto fondamentale della politica internazionale è

che essa resta una lotta di dominio per il potere. L’ideologia è uno strumento che fa

parte dell’armamentario, della Realpolitik per guadagnare consenso e celare i veri

obiettivi e non è un movente.

C’è un’altra posizione più moderata, approcciata dallo stesso Waltz: secondo questa

 posizione la rivalità ideologica non è sempre e necessariamente una maschera che

indossano gli stati. Diciamo che Waltz ammette che gli attori credono davvero alle

ideologie e vogliono realizzare, promuovere e tutelare il loro credo ideologico. Gli esseri

umani sono animali culturali, fatti di identità, che significa un certo modo di vivere, con

certe idee sul mondo, su cosa è giusto e sbagliato, sull’organizzazione della società.

Tutto ciò di forma li costituisce come soggetti e quindi l’ideologia anche in senso lato

non è una maschera ma gli uomini ruotano attorno ad un nucleo che da senso e

orientamento. Così accade anche per gli stati nell’arena internazionale. Waltz potrebbe

concedere queste considerazioni ma dall’altra parte Waltz dice che l’ideologia fa ciò solo

quando è abbinata al potere. In un modo o nell’altro Waltz ci dice che torniamo

nell’universo teorico che segue il suo ragionamento, in cui quello che conta davvero

nella politica internazionale è l’insicurezza, gli assetti di potere, la politica di potenza

come cuore della politica internazionale.

Waltz ci direbbe che Urss e Usa sono attori minaccioso e rivali, potenti perché erano

attori. Fu il potere che detenevano a renderle temibili e minacciose l’una per l’altra e le

ha rese una nemica dell’altra.

Nel 1946 – 47, se non ci fosse stata una leadership bolscevica ma un regime diverso, le

cose non sarebbero andate diversamente ma la guerra fredda ci sarebbe stata lo stesso

perché la magnitudine del potere militare ed economico detenuto insieme ad altri fattori

avrebbero inciso e fatto della Russia un attore temibile in grado di dominare l’Eurasia

stessa. Gli Usa si sarebbero comunque attivati e rimasti in Europa per limitare l’azione

sovietica e proteggere, con sistemi di basi militari, gli stati sotto pressione russa.

C’è qualcosa di ragionevole in quello che ci dice Waltz, tanto ragionevole che siamo partiti

appunto dalla sua teoria: senza dubbio il comunismo sovietico incuteva paura perché si

associava alla formidabile taglia della potenza russa. Lenin ha preso potenze in uno dei più

grandi paesi del sistema internazionale nel 1917.

Ci chiediamo se una volta che entra in scena un attore potente come l’Urss ma così diverso da

noi, questa eterogeneità e questa distanza culturale ed ideologica fa o meno differenza? È

difficile pensare che una maggiore o minore distanza non abbia un ruolo nel modo in cui questi

attori percepiscono il potere e dunque anche sulla minacciosità che emana il potere. E

sull’intensità dell’insicurezza si genera il potere. È difficile pensare che la sicurezza e

vulnerabilità sia solo una funzione di quantità materiale che si esaurisca in una soluzione

meccanica e che non abbia a che fare con la qualità degli attori in gioco che possono usare

quel potere che maneggiano per riplasmare il mondo.

Noi troviamo nella teoria delle relazioni internazionale degli studiosi che riconoscono

l’importanza e la centralità ideologica e ideazionaria nella realtà politica internazionale, tra cui

vediamo l’azione di R. Aron.

Aron individua la qualità distintiva della politica internazionale nell’assenza di un tribunale o di una forza di polizia nel

diritto di ricorrere alla forza, nella pluralità di centri decisionali, nell’alternanza e nella continua interazione fra pace e

guerra.

13FEBBRAIO

Le percezioni di insicurezza hanno a che fare con la qualità degli attori in gioco, che

partecipano alla politica internazionale e che possiedono e maneggiano del potere, che usano

per perseguire i loro fini e per plasmare e riplasmare la realtà internazionale del mondo a loro

immagine e somiglianza secondo i loro valori ed interessi. Nella teoria politologica e delle

relazioni internazionali troviamo studiosi e scuole di ricerca e, anche tra gli stessi realisti, che

riconoscono l’importanza e la centralità di questa dimensione ulteriore della politica

internazionale. Uno di questi studiosi è Raymond Aron, politologo francese che si è occupato

di politica internazionale, di studi strategici, ecc. Il suo libro, insieme ad altri scritti, è una

polemica nei confronti del realismo mainstream di Morgenthau e Waltz, della scuola americana.

Secondo Aron quella declinazione del realismo e quella teoria politica delle relazioni

internazionali è troppo povera, riduttiva e parsimoniosa nella selezione dei fattori che

concorrono a determinare la politica internazionale. Aron ci dice che quelle cose vanno bene

ma non sono sufficienti per mettere a fuoco quello che di importante succede nella realtà

internazionale. In quel saggio Aron suggerisce che oltre a classificare e distinguere i sistemi

internazionali a seconda degli assetti di poteri, della polarità, del numero delle potenze,

bisogna classificare e distinguere le arene e i sistemi internazionali a seconda del grado di

somiglianza o dissomiglianza delle grandi potenze. Innanzitutto uno studioso come Aron ci

ricorda che l’evidente dissomiglianza del sistema internazionale nella guerra fredda non è stata

l’eccezione assoluta. Nell’Europa del 700 era prevalente un’omogeneità degli stati sul lato

ideologico perché le potenze, per esempio, rispondevano al medesimo principio di legittimità

politica, quello dinastico; condividevano un certo tipo di complessità sociale dello stato,

l’anciem regime. Tutti gli stati di quel tempo erano organizzati nello stesso modo,

condividevano gli stessi valori. Avevano una stessa matrice ideologica. Per esempio però ci dice

Aron che questo tessuto omogeneo politico – culturale fu strappato, producendo e generale

qualcosa di simile alla congiuntura degli anni della guerra fredda. Troviamo un precedente

significativo di quello che succederà negli anni della contrapposizione ideologica della guerra

fredda. Aron ci dice che agli inizi del nostro sistema internazionale c’è l’Europa divisa, lacerata

dall’avvento della riforma protestante, divisa tra un certo numero di grandi potenze che si

riconoscevano nel cattolicesimo romano e quelle che invece passarono alla riforma protestante.

È qualcosa di simile alla contrapposizione che tornerà con la rivoluzione francese e durante la

guerra fredda. La frattura ideologica della guerra fredda non è un’assoluta novità,

un’eccezione. A tutto questo Aron aggiunge che così come i sistemi caratterizzati da diverse

strutture di potere e polarità tendono a funzionare in modo diverso, producendo fenomeni e

tendenze diverse (funzionamento delle alleanze, tipo di guerra, ecc), sistemi internazionali con

un grado diverso di somiglianza ideologica tra i principali attori, tendono a funzionare in modo

diverso secondo alcuni fondamentali aspetti. È un buon suggerimento. Seguendo Aron

impariamo a distinguere i sistemi internazionali:

Omogenei > in cui gli stati principali, le grandi potenze condividono i principi

 fondamentali dell’organizzazione politica, le forme ideologiche che fondano le comunità

stesse.

Eterogenei > le ideologie e culture politiche abbracciate dagli attori sono lontani e

 persino contrapposti e inconciliabili.

Guardare la matrice ideologica deroga al principio sistemico della politica internazionale? In

realtà no perché quello che fa Aron non si riconduce al riduzionismo. Non diciamo che

quell’attore del sistema internazionale, in quanto comunista, in quanto abbracci un’ideologia

comunista si comporta in un certo modo. Noi stiamo dicendo che il dato dell’omogeneità e

dell’eterogeneità, attributo del sistema, condiziona la politica internazionale. L’omogeneità o

eterogeneità sistemica, indipendentemente dei contenuti ideologici dei singoli stati, tende a

produrre una serie di fenomeni ricorrenti del sistema internazionale. Vediamo come questa

dimensione arricchisca sotto certi aspetti la nostra comprensione della politica internazionale.

Innanzitutto vediamo come questo fattore dell’omogeneità/eterogeneità suggerisca un altro

modo di periodizzare la politica internazionale rispetto alle periodizzazioni incontrate

precedentemente: le congiunture politiche di scenari politici internazionali possono cambiare

notevolmente anche se rimane inalterata la polarità o la struttura spaziale. La rivoluzione

francese non ha cambiato la polarità dei sistemi internazionali, gli assetti di potere. Il sistema è

rimasto multipolare. Ma la rivoluzione ha inaugurato una nuova congiuntura politica sotto

diversi aspetti rispetto alla precedente. Una periodizzazione all’insegna del pendolarismo del

sistema internazionale tra omogeneità ed eterogeneità ideologica. Agli inizi il sistema

internazionale nasce multipolare ed eterogeneo. Le potenze nel XVI e XVII si riconoscevano in

confessioni religiosi in aspro e duro conflitto tra loro (cattolicesimo romano, protestantesimo,

diverse professioni protestanti). Tutto questo in una stagione politica in cui la religione era al

centro della vita in Europa e strutturava identità e sistemi di valore nelle società europee. Era

l’ideologia politica in senso lato, perché aveva significato immediatamente anche politico. Alla

pace di Westfalia, le questioni ideologiche religiose furono messe da parte attraverso la

secolarizzazione. Non giocavano più un ruolo fondamentale nella sfera politica e si ricostruì un

tessuto omogeneo, fondato su valori laici, secolarizzati (appartenenza internazionale). Dalla

pace di Westfalia fino alla fine del 700 il sistema resta multipolare omogeneo. Le principali

potenze condividono il principio di legittimità monarchica, un’organizzazione sociale cetuale,

ecc. tutto questo fino alla grande cesura della Rivoluzione francese, la quale apre una stagione

tumultuosa nella politica internazionale in senso di una marcata eterogeneità ideologica che

prosegue fino al 1815. In quel periodo il sistema internazionale rimane multipolare ma diventa

eterogeneo fino al Congresso di Vienna che restaura, almeno in certa parte, il vecchio regime

precedente e ricrea un’omogeneità ideologica tra le principali potenze del sistema

internazionale. L’800 è rimasto contrassegnato da un’omogeneità ideologica fino alla rottura

del 1917 quando il sistema torna ad essere eterogeneo e multipolare perché la Russia

comunista di quegli anni è soltanto una delle grandi potenze della politica internazionale. Dal

1945 il sistema cambia polarità, diventa bipolare e resta eterogeneo, diviso tra Urss e Usa negli

anni della guerra fredda.

Aggiungiamo che col cambiare del livello di omogeneità cambia, almeno in parte, alcune cose

su cui ci siamo soffermati, a cominciare dai meccanismi di produzione dell’insicurezza, della

minaccia e della paura del sistema internazionale: se i teorici del sistema internazionale ci

dicono che la politica internazionale, a causa dell’anarchia, si porta dietro una diffidenza di

fondo e da un timore insopprimibile, Aron ci suggerisce che a seconda del grado di

omogeneità cambia il modo di avere paura degli stati, cambia la quantità e la qualità

della paura che circola nel sistema internazionale.

Un’eterogeneità politica intensifica il timore degli stati, la paura che generano gli uni negli altri.

Quando entra in scena qualcuno che noi percepiamo molto lontano e dissimile da noi per valori

ed identità tende ad aumentare anche l’incertezza e l’imprevedibilità della relazione che si

instaura in questo attore così diverso da noi. Con un attore diverso da noi diventa difficile avere

delle aspettative sui suoi canoni di condotta e strategie, facciamo fatica a capire i suoi

comportamenti, le sue condotte e facciamo fatica a prevederli. Un attore più simile a noi è più

prevedibile nei suoi comportamenti e quindi è anche un senso di maggiore certezza per noi. Un

esempio è la Francia giacobina della rivoluzione francese o la Russia bolscevica che secondo

altri attori, non davano punti di riferimento. Erano degli attori nuovi, con formule ideologiche

nuove e veniva a mancare la lezione del passato, una consuetudine di rapporti diplomatici

cresciuti nel tempo, un linguaggio comune. Questa mancanza ha spinto le altre potenze, per

prudenza, ad assumere scenari pessimistici circa gli obiettivi perseguiti da queste potenze,

contribuendo ad alimentare tensioni rivoluzionari, espansionistiche. È vero poi che il tempo può

contribuire a sanare, almeno in parte, questa situazione di indecifrabilità dell’ingresso di questi

attori internazionali ma resta il fatto che noi tendiamo ad attribuire a chi riconosciamo come

diverso da noi un modo di ragionare dei processi mentali e dei codici di condotta che sono

diversi dai nostri. Resta il fatto che chi ci appare poco prevedibile nei suoi moventi tende a farci

stare in allarme e a farci paura. In secondo luogo in un’arena politica internazionale, dove ci si

confronta con qualcuno diverso da noi, obiettivamente, si mette almeno potenzialmente, a

repentaglio molto di più rispetto a cosa metteremmo a repentaglio in un’arena di attori molto

simili a noi. In un’arena eterogenea ci domanderemo se, chi è così diverso da noi dovesse

conquistare la supremazia, costui si limiterà a cambiare i confini di frontiera e modificare le

sfere di influenza, alla redistribuzione delle materie prime o se userà il suo potere per imporci

la sua legge, i suoi modi di vivere, all’imposizione dei suoi stili di vita e ideologie che

riconosciamo diversi da noi. La domanda è quindi cosa farà del suo potere se dovesse

esercitare un’influenza, un’egemonia nell’arena internazionale. Ci chiederà di sacrificare alcuni

nostri interessi o qualcosa che ha a che fare con la nostra anima?

In tutti i paesi europei, dopo il 1917 (rivoluzione d’ottobre, avvento dei comunisti), in Russia ci

si domandò se l’allargamento della Russia comunista avrebbe portato all’espansione della

logica comunista anche negli altri paesi. Dopo il 1945, l’Urss dimostrò a essere determinata ad

esportare sul piano ideologico la sua egemonia e il suo regime politico. Analogamente è

accaduto subito dopo la Rivoluzione francese: la domanda che si fecero gli altri attori era che

cosa volesse la Francia rivoluzionaria, se cambiare l’ordine sociale a casa propria soltanto o

anche all’estero, se volesse omologare i suoi principi all’intero sistema internazionale. Il fatto

stesso che a un certo punto ci si pone questa domanda, tende a cambiare la natura della

minaccia. Quando ci poniamo questa domanda, entriamo in un universo emotivo, psicologico di

paure diverso di quello che invece abbiamo in presenza di un sistema con attori omogenei

ideologicamente, che rispondono a valori e principi simili.

Almeno un altro aspetto va sottolineato rispetto a come cambia il tema della paura nei sistemi

eterogenei. Gli esempi che abbiamo citato, come Francia e Russia, ci fanno dire che l’irruzione

in scena di uno stato con un’ideologia diversa minacciò di sottrarre ai governi degli altri paesi

la lealtà politica di una parte cospicua delle loro stesse popolazioni. A irrompere nella partita

politica internazionale fu la minaccia che si aprisse anche al fronte interno. Si presentò il rischio

del contagio ideologico, cioè il rischio che una popolazione abbracciasse il credo ideologico

che si incarnava nella potenza rivoluzionaria. Questa è un’ulteriore sottrazione di sicurezza. Nei

sistemi eterogenei è ossessiva e molto forte la paura dei governi del nemico interno, della

quinta colonna. In queste circostanze sembra che il diverso, il nemico esterno opera premendo

dall’esterno sui nostri confini (forze armate) ma agendo anche dall’interno, fomentando la

discordia e mobilitando la popolazione contro il proprio governo. Una parte importante

dell’equazione politico strategica della guerra fredda fu la presenza di grandi partiti comunisti

nei paesi europei affidati all’Internazionale comunista, sotto il controllo sovietico, i quali

offrivano la loro lealtà politica a Mosca prima di tutto e poi ai loro paesi di provenienza. Mosca

era sentita come la vera patria. Anche se questo era vero solo per un momento, c’era il

sospetto da parte dei governi occidentali che i comunisti avrebbero offerto la loro lealtà politica

in una guerra con l’Urss piuttosto che rimanere leali alla propria patria. Persino negli Usa, paese

tradizionalmente immune al comunismo e al più lieve e moderato socialismo (maccartismo),

cominciava ad esserci questo dubbio. Lo stesso caso si ebbe per i paesi europei nei confronti

della Francia rivoluzionaria del 1789: i partiti giacobini si identificavano con la Francia

rivoluzionaria, riconoscendola come patria ideale pur appartenendo ad altri paesi europei.

Guardavano alla Francia come modello guida. La Francia d’altro canto temeva un’alleanza dalle

forze contrapposte rivoluzionarie che incarnavano il vecchio regime. Vi era sicuramente in

Francia una paranoia generata dalle strutture aristocratiche e dal clero, visti come le quinte

colonne dalle potenze straniere, che portò all’errore rivoluzionario (governo d’emergenza).

Possiamo dire che l’eterogeneità ideologica tende a seminare illegittimità all’interno degli stati,

la stessa comparsa in alternativa ideologica minaccia di erodere e mettere a repentaglio i

regimi degli altri paesi. È quello che è successo sia nel 1789 e 1917. La grande riflessione

politologica sul potere ci dice che i governi illegittimi o che nutrano dubbi sulla salvezza e la

legittimità delle loro pretese vivono assediati dalla paura perché non sono sicuri sulla base di

consenso sulla quale si basa il loro potere.

Guglielmo Ferrero scrive un libro che si incentra su questi temi, sul potere e sulla legittimità: il

potere politico che si sente debole è un potere che “ha paura per definizione” e tende a vedere

minacce dappertutto, anche dove non ce ne sono perché dubita del suo stesso fondamento

politico. Mentre gli stati legittimi che si sentono sicuri riescono a dominare la diffidenza, i più

deboli si fanno dominare. A proposito delle relazioni internazionali lui dice che la diffidenza e la

paura, inerente a tutti i rapporti si esaspera (questa paura) in un vero delirio di persecuzione

quando gli stati rappresentano gli uni per gli altri delle minacce alla legittimità. Questo avviene

in un sistema eterogeneo, tipico di regimi che si sentono sfidati e che vedono trame e congiure

dentro e fuori confini. È l’esistenza stessa di un altro che ci appare ed è diverso sul piano

ideologico, senza che si impegni in una politica di proselitismo, tende a radicalizzare

l’insicurezza negli altri attori perché mostra come il loro ordine politico interno non è l’unica

possibilità, non è l’ordine naturale delle cose ma ci sono alternative. Questo tende a mettere

sotto pressione la legittimità ed acuire il senso di precarietà dei regimi politici all’interno degli

altri paesi. Lo vediamo nella Francia rivoluzionaria: la Francia metteva sotto pressione il

principio dinastico monarchico. Analogamente l’irruzione della Russia comunista ha messo

sotto pressione lo standard liberale che prevaleva nell’Europa occidentale perché mostrò in

modo clamoroso che c’era un’alternativa radicale rispetto a quello che era considerato l’ordine

naturale delle cose.

Per riassumere queste cose sull’accentuazione dell’insicurezza si può dire che così come la

distanza geografica, anche quella ideologica tende a funzionare come una variabile

interveniente tra il potere che gli stati hanno e la minaccia che questo potere produce agli

occhi degli altri attori. Walt che ci parlava della “balance of threat”, gli attori tendono a

contrapporsi e arginarsi rispetto agli stati minacciosi, la quale minacciosità non deriva solo

dalla quantità di potere che avevano. La distanza geografica può aumentare o diminuire la

preoccupazione degli altri attori; allo stesso modo la distanza ideologica tende ad accentuare la

minacciosità degli altri attori e a sua volta anche il potere di questi attori.

Facendo un passo avanti si può dire che se l’insicurezza che gli attori sperimentano nell’arena

internazionale ha a che fare con il livello e il grado di omogeneità ideologica, anche le politiche

di sicurezza adottate dagli stati tenderanno a cambiare a seconda che il sistema sia omogeneo

o eterogeneo. Nei sistemi eterogenei tende a verificarsi un’estensione del concetto di

sicurezza, in segno della contrapposizione in certi versi della distinguibilità tra sicurezza e

ideologia: la sicurezza tende a essere ridefinita in termini ideologici. Se la distanza risiede

nell’eterogeneità, la sicurezza ha a che fare col ristabilimento dell’eterogeneità. Non associo

più la sicurezza solo ad una distribuzione del potere e delle risorse equilibrata, rispetto ad una

certa configurazione dello spazio ma la associo alla vittoria della mia ideologia e alla

scomparsa dell’insicurezza che mi pone in questione. La politica di sicurezza significa

“politica di arginamento”, di sradicamento dell’ideologia opposta alla propria. Non è

solo la politica di contenimento del potere o di riorganizzazione dello spazio. La politica di

sicurezza assume uno spessore e contenuto ideologico. In un sistema eterogeneo non ci

accontentiamo di un equilibrio tra fronti ideologici contrapposti ma ci sentiamo sicuri con la

scomparsa della differenza ideologica che ci mette sotto pressione. Se l’altro mi mette in

questione solo per la sua esistenza, sarà solo la scomparsa a rassicurarmi. Nei sistemi

omogenei, sono i rapporti di forza a generare le minacce e ad accendere l’ostilità tra gli stati.

La scomparsa di un equilibrio elimina la minaccia e spegne l’ostilità. Nei sistemi eterogenei

invece è l’esistenza della differenza ideologica che tende a generare minaccia e ad accendere

l’ostilità e la scomparsa dello squilibrio non rende sicuri finché non scompare quella forma

ideologica diversa. Quest’estensione della minaccia poi si riflette anche sugli strumenti della

politica di sicurezza: la guerra, la diplomazia, l’alleanza. Queste cose tendono a funzionare in

modo diverso:

Guerra > nei sistemi omogenei è uno strumento di sicurezza ed è il ricorso spassionato

 alla forza militare per la redistribuzione di potere e risorse, è uno strumento che gli stati

usano per togliere o dare potere. È indifferente ad altre considerazioni, è solo politica di

potenza. Nei sistemi eterogenei si trasforma in qualcosa che assomiglia ad una crociata

ideologica che contrasti e tolga di mezzo un nemico ideologico. La guerra fredda per gli

Usa fu uno sforzo per contenere la potenza sovietica nel mondo, contrastare il

comunismo. La guerra tende a diventare una guerra rivoluzionaria, tende a verificarsi

un’estensione degli obiettivi politici perseguiti in guerra, che non riguardano più solo gli

assetti esterni internazionali ma anche quelli interni: le potenze tendono ad esportare i

loro valori e principi, a esportare sfere di influenza, a inglobare altri paesi nel loro

perimetro egemonico, ben diverso da ciò che accade nei sistemi omogenei dove gli stati

non si intromettono nelle vicende interne ad altri stati, in funzione di spassionati

interessi geostrategici, economici e politici per gli equilibri complessivi del sistema

internazionale.

Nei sistemi eterogeni, la guerra diventa una guerra di annientamento, nel senso che

tende a concludersi con la scomparsa del nemico ideologico. Non c’è posto per il

reciproco riconoscimento tra le parti. Le guerre della Francia rivoluzionaria napoleonica

si sono concluse con la “restaurazione relativa”. La guerra in un sistema eterogeneo

tende a diventare una guerra civile, trasversale ai confini territoriali degli stati: bisogna

vincere contro il nemico interno allo stato, la quinta colonna ma anche con le potenze

esterne. Per vincere dovrò sostenere i partiti gemelli, idealmente omogenei al proprio

pensiero in cui i valori del conflitto corrono trasversalmente ai confini territoriali degli

stati. Durante la guerra fredda, valeva l’esclusione di fatto dei partiti comunisti dall’area

di governo dai paesi, nonostante fossero democratici. In Italia il PC è stato escluso dalla

guerra del paese, e anche il PSI finché non tagliò i ponti con il PC. Solo nel 1962 nacque

il primo governo di centro sinistra, dopo alcuni anni della rottura col PC. Fare entrare il

PC nel governo voleva dire metterlo al corrente di segreti come quelli della NATO, delle

alleanze e dargli potere di interdizione sulla politica estera del paese. Dal 1969 il PC si

stava smarcando dalla tutela di Mosca ma era comunque difficile stabilire fino a che

punto. L’idea era che molti militanti vedessero la propria patria nell’Urss. Stessa cosa

avvenuta nella Francia giacobina che doveva combattere contro la quinta colonna di

aristocratici dell’ancièm regime, alleati con altri potenze, mentre la Francia sosteneva i

partiti giacobini esistenti negli altri paesi europei.

È evidente che la guerra tende a diventare una guerra senza limiti, anche sul piano della

violenza, delle energie profuse e dei mezzi impiegati. La guerra fredda poggiava sulla

deterrenza nucleare indiscriminata. La natura della minaccia sembrò giustificare il ricorso a

questi mezzi estremi.

14FEBBRAIO

La guerra tende a diventare una crociata ideologica più che un conflitto spassionato per le sfere

di influenza e il controllo degli equilibri geopolitici. La guerra è una guerra di annientamento,

per i mezzi e strumenti impiegati.

In un sistema eterogeneo cambia anche il gioco diplomatico, la prassi diplomatica. Vediamo

come i sistemi eterogenei, la diplomazia assuma connotati di guerra, le forme della guerra,

tende ad essere piegata agli obiettivi della propaganda, della sovversione politica. Tende ad

essere un’arma politica per gli interessi strategici degli attori. In un primo tempo, le potenze

rivoluzionarie come Francia e Russia comunista non volevano intrattenere scambi con le altre

potenze per enfatizzare in modo propagandistico la loro discontinuità rispetto all’ordine politico

interno ed estero internazionale precedente. Si sottolineava che quelle potenze portavano

valori che rompevano col vecchio ordine politico, sia all’interno dei loro confini sia nell’arena

internazionale. Ad esempio la denuncia dei bolscevichi che rendono pubblici gli accordi stipulati

dalla Russia con le altre potenze dopo la prima guerra mondiale. Sia l’Urss che la Francia

rivoluzionaria sono rientrate poi nel gioco diplomatico e non hanno mantenuto un’estraneità

nel gioco diplomatico ma hanno utilizzato la diplomazia, l’hanno utilizzata prevalentemente

come canale di comunicazione tra governi e sede politica. La utilizzano come strumento utile a

diffondere il proprio credo ideologico e politico, a delegittimare i propri avversari, destabilizzare

i governi e regimi di potenze appartenenti al fronte ideologico e politico opposto. Tende ad

avere le forme della guerra piuttosto che quello della guerra, c’è uno snaturamento del corpo

diplomatico all’estero, il quale viene utilizzato negli altri paesi per fare propaganda,

promuovere la sovversione o sostenere le minoranze.

Pensiamo anche alle grandi conferenze diplomatiche dell’Urss nella guerra fredda, utilizzate più

che come sede politica come tribune ideologiche dalla quale lanciare parole d’ordine ai fini di

mobilitazione politica, magari appellandosi direttamente all’opinione pubblica degli altri paesi.

Pensiamo allo snaturamento delle grandi organizzazioni internazionali come l’assemblea delle

Nazioni Unite come tribuna politica da cui lanciare appelli politici.

Se nei sistemi eterogenei cambia la natura della guerra cambia anche la natura delle alleanze.

Esse non sono più delle semplici intese temporanee sulla base di una convergenza

opportunistica di interessi di sicurezza e potere ma tendono a diventare sistemi di espressione

di solidarietà ideologica, manifestazioni di appartenenza ideologica. Si entra in uno

schieramento per sostenere un’ideologia. Così come la guerra assume un’intensità particolare,

anche le alleanze tendono a dimostrare una forza e una resistenza particolare all’usura del

tempo perché sono tenute insieme dall’ideologia. Gli alleati sostengono l’alleanza, si prestano

in aiuto a prescindere da quello che fanno. Gli attori aiutano gli alleati per quello che sono, per

la loro identità e appartenenza ideologica anche quando ritengono che l’altra parte stia

facendo una cosa inopportuna sul piano strategico politico. In queste condizioni, la

sopravvivenza dell’alleanza è sfidata solo da un mutamento interno, interno ai paesi che porta

al potere la fazione ideologica opposta e che conduca un riallineamento del paese sulla scena

politico diplomatica internazionale. Questa è l’altra parte della spiegazione della resistenza

all’usura del tempo delle alleanze durante la guerra fredda, che in un sistema multipolare

resistono all’usura. Parlando di potere avevano visto come gli schieramenti si irrigidissero a

causa dell’assetto bipolare, con la difficoltà a defezionare da un’alleanza per assenza di

alternative. Ora aggiungiamo un altro fatto che tende a irrigidire e cristallizzare gli

schieramenti delle alleanze, ed è il mastice della solidarietà ideologica che tende a creare

blocchi politici ideologici diversi dalle alleanze più fluide di un sistema caratterizzato da

omogeneità politica ideologica. Negli anni successivi alla fine della guerra fredda dilagò una

fiducia di una nuova convergenza del sistema internazionale. Il libro manifesto di questa fiducia

è il libro di Fukuyama, dove la sconfitta del comunismo si è risolta come il fallimento delle

alternative praticabili al liberalismo occidentale.

Introduciamo ora un’altra dimensione irriducibile a fattori materiali della politica internazionale,

una dimensione che si intreccia sotto certi aspetti con l’ideologia, ed è difficile districarle. Si

tratta della dimensione istituzionale della politica internazionale. Tendenzialmente quando

enfatizziamo l’importanza della struttura anarchica siamo portati a pensare che la realtà

internazionale sia una sorta di deserto, un’arena in cui i rapporti di forza creano un vuoto

istituzionale normativo. A ben vedere anarchia e istituzioni non si escludono necessariamente a

vicenda.

Vediamo come nel sistema internazionale moderno si sono sviluppate e hanno funzionato delle

istituzioni, le quali hanno in certe misure, in certi periodi, recitato una parte importante nel dar

forma e plasmare la realtà politica, la dinamica internazionale.

Le istituzioni internazionali non sono necessariamente rilevanti nell’anarchia politica

internazionale e per capire come funziona il sistema, guardiamo quali istituzioni sono presenti

nelle varie congiunture storiche e politiche attraversate dal sistema stesso. Lo studio delle

istituzioni fondamentale ci aiuta a cogliere aspetti importanti di originalità e unicità della

politica internazionale nostra, della matrice westfaliana. Originalità rispetto ad altri sistemi.

L’ultimo secolo della politica internazionale è stato il secolo della crisi del tessuto istituzionale

sorto a Westfalia, che perdura ancora oggi. La messa a fuoco di questi elementi di crisi ci aiuta

a mettere a fuoco alcuni fenomeni che contrassegnano i nostri giorni e la nostra realtà politica

internazionale e tendenze di grandi importanza.

Sicuramente le istituzioni sono importanti e sono la dimensione centrale della politica interna.

Tant’è vero che molte scuole politologiche considerano lo studio delle istituzioni come lo studio

della politica. Quando noi studiamo la politica interna distinguiamo i sistemi politici interni a

seconda dei loro assetti e principi istituzionali, i quali disciplinano il processo politico e che

disciplinano in primis l’esercizio del potere. Si classificano in base a che corrispondano a regimi

democratici, dittatoriali, ecc. tutto questo ci dice chi, come ed entro quali limiti è titolato a

prendere delle decisioni politiche, come le prende. Più precisamente, perché è così importante

soffermarsi sulla dimensione delle istituzioni? Le istituzioni garantiscono alcune cose essenziali

del funzionamento del sistema politico interno, assicurano una certa continuità alla politica

interna. In un assetto istituzionale consolidato, il gioco politico, il processo politico e la lotta per

il potere tra élite politiche per il potere avviene dentro una cornice di norme, regole e

procedure istituzionalizzate che vale a prescindere dal cambiamento dei rapporti di forza, dalle

forze politiche coinvolte nella politica interna e a prescindere dal loro avvicendamento al

potere. Le istituzioni consentono la produzione di aspettative diverse da quelle che discendono

dai rapporti di forza. In un sistema democratico istituzionalizzato, noi possiamo dare per

scontate alcune cose fondamentali (es chi vince in parlamento eserciterà il potere secondo

certi canoni).

In generale possiamo farci un’idea affidabile di quelli che saranno i lineamenti fondamentali di

chi governa, le modalità indipendentemente dall’identità del partito che vince le elezioni e che

prende il potere.

In terzo luogo le istituzioni servono a imbrigliare la forza del potere e degli attori che

partecipano al gioco politico. Un tessuto di norme consolidato nel sistema politico

istituzionalizzato riduce la libertà d’azione, l’arbitrio dei detentori del potere, mantenendo

l’azione politica entro certi binari. Questo non solo nei sistemi democratici ma in qualunque

sistema istituzionalizzato, come le monarchie assolute del 600 – 700, che avevano procedure

che limitavano l’azione dei re più potenti. Più un sistema politico è istituzionalizzato maggiore è

la capacità di definire al proprio interno le gerarchie politiche, autonomamente dalla società,

sulla base di principi di appropriatezza, di norme, di regole che il sistema politico si è dato. Un

sistema politico istituzionalizzato con istituzioni forti si rende meno impermeabile rispetto ai

gruppi sociali che dominano nella società. In un sistema con istituzioni forti, chi vince le elezioni

governa e governa qualcuno sulla base di ruoli istituzionali, entro vincoli istituzionali.

Le istituzioni servono a limitare la competizione politica per l’accesso al potere e per la

trasmissione del potere. In un sistema democratico, l’accesso al potere è disciplinato dalle

procedure elettorali che sono una forma di guerra, di battaglia. Le elezioni sono una battaglia

con cui le forze politiche decidono chi deve governare. In un regime totalitario l’accesso al

potere invece è garantito per. In un regime totalitario l’accesso al potere invece è garantito

dall’alto al basso.

In un regime monarchico, l’accesso al potere avviene per successioni dinastiche al trono.

Ci chiediamo se nella vita politica internazionale esiste qualcosa di simile e analogo, se

possiamo parlare di istituzioni così importanti. Sembra esserci una compatibilità tra anarchia e

istituzioni, in cui resta la vita politica internazionale. Le istituzioni politiche interne

presuppongono lo stato, sono articolazioni e prestazioni dello stato. Tutta la nostra esperienza

politica e giuridica è fondata sul fatto che le istituzioni politiche e il diritto abbiano delle

funzioni dello stato e siano incardinate nella dottrina del positivismo giuridico, il quale ci dice

che un tessuto di regole norme e istituzioni che innervano la politica interna è posto dallo stato

in modo che al di fuori dello stato non c’è il diritto, non c’è vero diritto e istituzioni in senso

proprio. Ci dicono questo anche autori incontrati come il neo realismo alla Waltz, Spykman e i

filoni ideologici che ci dicono che senza un governo comune, senza uno stato che crei istituzioni

di persistente anarchia internazionale, le relazioni si svolgono in un vuoto normativo. Non è che

non esistono delle istituzioni internazionali ma queste istituzioni non svolgono un ruolo incisivo

e rilevante nella politica rilevante. Le chiamiamo istituzioni ma non riescono a fare tutte le cose

che si attribuiscono alle istituzioni e che troviamo nella politica interna. Waltz esclude le

istituzioni dal sistema politico internazionale. Spykman non dedica neanche una riga alle

istituzioni. I realisti ci dicono che le istituzioni sono una variabile dipendente della politica

internazionale, dipendente dagli interessi egoistici degli attori più potenti e dei rapporti di forza

che si instaurano. Non hanno una capacità autonoma per orientare la politica internazionale,

sono solo fenomeni d’interesse degli attori più importanti. Abbiamo istituzioni che nascono per

mano delle grandi potenze e ne riflettono sia interesse che potere. Negli interessi degli stati

potenti le istituzioni svolgono funzioni ausiliarie, funzioni dichiarative dello standard di

comportamento internazionale accettabile e cose che non saranno tollerate nell’arena.

Vediamo istituzioni economiche americane (Smi, ecc) incarnavano e dichiaravano i principi

dell’ordine economico e finanziario graditi dagli Usa, i quali dettavano al resto del sistema

internazionale durante la guerra fredda. Le istituzioni tendono a rendere noto l’orientamento

dei leader, limitano il ricorso alla coercizione, sono utili alle potenze perché fanno risparmiare

sui costi di gestione nel sistema internazionale. Possono essere utili a legittimare il potere dei

più forti. Questo aiuta l’esercizio dell’egemonia, ancora una volta come funzione ancillare come

espressione degli interessi e potere degli attori più forti. Nessun ruolo davvero autonomo degli

attori nel sistema internazionale. Questo punto di vista caratterizza le scuole e gli approcci.

Forse però non è l’ultima parola sulle istituzioni internazionali e vediamo come ci siano altri

studiosi, come Bull (società anarchica) o Smith (nomos della terra) che ci invitano a riflettere

sul fatto che nella storia della convivenza umana, le istituzioni non sono sempre state collegate

alla presenza di un’autorità e un governo comune e quindi al superamento dell’anarchia. Nel

libro di Bull, egli richiama l’attenzione sulle società senza stato, studiate dagli antropologi

(Amazzonia), non ancora toccate dalla civiltà moderna dove non c’è un governo ma ci sono

norme e canoni di condotta che disciplinano le relazioni tra i gruppi sociali tra famiglie,

comunità di villaggi che vivono in uno stato di anarchia in quei contesti. Bull battezza queste

realtà come anarchie ordinate, nelle quali ci sono regole e norme di convivenza sociali che si

formano dalla consuetudine e si cristallizzano dalla tradizione ma sono vincolanti. Queste

norme e canoni istituzionalizzati trovano sostegno nelle convinzioni morali delle società

anarchiche. D’altra parte lo stigma, il marchio d’infamia che deriva da eventuali trasgressioni di

queste regole è sufficiente a garantire una generale osservanza di queste norme. L’osservanza

è mantenuta da una paura di sanzione sociale. Quando il timore di quella sanzione sociale non

basta, spetta poi a questi singoli attori e gruppi offesi, danneggiati sanare il torto e l’offesa che

hanno subito ricorrendo anche a violenza e forza. Un punto particolarmente importante messo

in luce da Bull è che questo ricorso non getta queste società nello stato di natura hobbesiano,

in una violenza senza limite. Nelle anarchia ordinate solo alcuni soggetti qualificati hanno titolo

a ricorrere alla forza per sanare un torto. L’utilizzo della forza è legittimo soltanto se fa ricorso

alla forza qualcuno di particolare riconosciuto come titolato a farlo e questo è un limite

importante alla forza. È legittimo anche se risponde ad una violazione delle “leggi”, non

qualsiasi ricorso alla violenza. La violenza impiegata è sottoposta a limiti di intensità e durata e

sussiste una regola di proporzionalità accettata e osservata, della sanzione combinata rispetto

al danno subito, una commisurazione della vendetta al torto sopportato. Gli antropologi che

studiano queste società e Bull ci dicono che è un ordine imperfetto perché nelle anarchie

ordinate sono i singoli attori interessati nelle dispute e interpretano le regole, stabiliscono se

c’è una violazione o meno ed è un’altra cosa rispetto al potere terzo. L’uso della forza risulta

sottoposto a vincoli e restrizioni reali, non sono trascurabili. Restrizioni diffuse dal consenso

sociale, sul fatto che bisogna fare così e tutto ciò contribuisce a determinare un certo grado di

tranquillità sociale dei gruppi cioè a incanalare i potenziali conflitti verso un esito non

distruttivo per la comunità sociale nel suo complesso. Autori come Bull e Smith ci dicono che

qualcosa del genere vale anche nella vita politica internazionale o ancora qualcosa di simile è

valso nel sistema moderno politico internazionale. Bull e Smith sono due giganti della

riflessione politologica contemporanea che appartengono alla famiglia del realismo politico.

Come tutti i realisti danno importanza al dato dell’anarchia, ai rapporti di potere, alla

geopolitica (Smith). Non dimenticano la natura e la logica competitiva della politica in generale

e della politica internazionale. Facendo tutto questo però questi grandi ci dicono che in effetti

istituzioni e anarchia non sono termini automaticamente e necessariamente contraddittori e ci

dicono che le istituzioni possono recitare un ruolo e fare una differenza nella vita politica

internazionale, soprattutto sulle cose principali e non solo come rifletto, possono imbrigliare il

potere degli attori più forti. Possono moderare e disciplinare, non eliminare, la competizione tra

stati, attenuarla. Possono contribuire ad allontanare la politica internazionale dallo stato. Le

istituzioni possono concorrere a produrre ordine nel sistema internazionale, che non è l’ordine

del più forte perché mantengono autonomia dagli attori più forti e se sono vere istituzioni si

impongono agli attori più forti, ai loro interessi e al loro potere. Notiamo una cruciale differenza

nel discorso sulle istituzioni fatto da Bull e Smith rispetto a quello fatto da Waltz: Waltz quando

si interroga sulla dimensione istituzionale, tende a guardare alle istituzioni intergovernative

tipiche della seconda metà del 900. Autori invece come Smith e Bull guardano ad altre

istituzioni, ci dicono che quelle istituzioni, nate nella seconda metà del 900 non sono la parte

più importante del tessuto del sistema moderno internazionale ma quando si parla di quelle

istituzioni intergovernative, gli studiosi sottoscrivono l’idea alla Waltz (FMI, Banca Mondiale,

Nazioni Unite, ecc).

Bull e Smith ci dicono che prima della formazione di quelle istituzioni, cioè nei precedenti tre

secoli di esistenza del sistema politico internazionale, esso ha contato su un fitto tessuto

istituzionale, rimasto forse invisibile allo sguardo dei politologi ma quelle istituzioni hanno

plasmato la vita politica internazionale e sono le istituzioni primarie, costitutive della

moderna politica internazionale. Le moderne istituzioni della seconda metà del 900 sono

istituzioni derivate, e sono un fenomeno superficiale rispetto alla struttura profonda del

sistema internazionale. Smith parla di questo corpo di istituzioni primarie e fondamentali come

lo “ius publicum europeum”, cioè questa struttura internazionale. Nel suo libro chiama questo

corpo “la società internazionale”, la società anarchica distinta dal sistema anarchico

internazionale, cioè una realtà istituzionale. Quali sono queste istituzioni fondamentali della

moderna politica internazionale? Prima di tutto noi troviamo la sovranità: il realismo alla Waltz

essenzialmente vedeva nella sovranità un dato di fatto. C’è il fatto della piena indipendenza

degli attori statali, basato sulla capacità degli singoli stati di mantenere e proteggere la loro

indipendenza. È espressione dell’incoercibile individualismo degli stati di essere fonte

volontaria di autodeterminarsi fuori da vincoli giuridici e leggi posti da una società

internazionale che li implodi. In verità Smith e Bull dicono che la sovranità è più di questo, è un

istituto politico giuridico ed è l’architrave istituzionale su cui poggiano le altre istituzioni. In

effetti la sovranità non è espressione di individualismo degli attori, una richiesta di

autodeterminazione assoluta ma espressione di socialità ed espressività degli stati tra loro. È

un fattore di disciplinamento dell’egoismo tra gli stati. Nel sistema internazionale degli stati di

matrice europea, la sovranità è reciproco riconoscimento di indipendenza da parte degli stati.

L’enfasi deve cadere non solo sull’indipendenza ma sull’elemento della reciprocità, cioè del

mutuo riconoscimento che si determina in virtù della sovranità. Reclamare la sovranità in senso

moderno statale della politica internazionale, significa affermare la propria sovranità su una

porzione limitata sul territorio dell’Europa e significa riconoscere la sovranità di altri stati su

porzioni limitate di territorio. Attraverso l’affermazione di sovranità, lo stato westfaliano

riconosce il complesso in polemico con il segno della convivenza del medioevo, prima dello

stato sovrano.

Prima del sistema westfaliano, essere sovrani significava non riconoscere al di sopra di sé

alcuna struttura della politica europea. In polemica, sovranità significava riconoscere dei pari

politici e giuridici. Gli stati nascono associati nella comune contrapposizione al ritorno a modelli

cristiani, come il papato e l’impero nel medioevo. Quando nasce l’Europa di Westfalia, nel XVI –

XVII secolo, gli stati affermano il principio di sovranità, rigettando all’interno il principio

dell’impero e della chiesa, di stampo medievale. Nella sovranità si esprime una solidarietà di

fondo tra gli stati, cioè il riconoscimento e l’obiettivo pluralistico della convivenza basata sulla

statualità. La sovranità si trasfigura in un riconoscimento d’indipendenza che si contrappone ad

un’altra modalità nello spazio.

Possiamo dire allora che con Bull e Smith, il principio della sovranità corrisponde ad un principio

costituzionale della moderna politica costituzionale. Vera e propria costituzione perché

stabilisce la forma giuridico politica della complessiva forma della politica internazionale.

La sovranità è una sorta di costituzione perché stabilisce quali sono gli attori che hanno titolo di

potere e cioè soltanto gli stati. Gli altri attori sono esclusi dal gioco politico. La politica

internazionale viene riconosciuta come un affare esclusivo degli stati, che sono i soggetti

legittimi.

La sovranità fissa o contiene alcune regole di coesistenza tra gli stati, può essere considerata

una sorta di costituzione della politica internazionale. Regole di coesistenza che sono

precisazioni del principio di sovranità stesso.

La prima regola è quella dell’uguaglianza formale tra gli stati, cioè titolari di stessi diritti e

doveri nella società internazionali. L’altra regola importante è la regola della non interferenza e

non ingerenza negli affari interni: si riconoscono reciprocamente il diritto di essere padroni a

casa propria. Gli stati sovrani fanno quello che è giusto fare e non ingerirsi negli affari interni

degli altri stati. Gli altri stati non possono mettere becco. Questo principio va al di là della

confessione religiosa che viene a crearsi dalla pace di Westfalia, come un riparo del territorio

dagli altri stati.

Nella non interferenza si esprime un principio normativo che viene rispettato e

istituzionalizzato nell’arena politica internazionale.

19FEBBRAIO

la sovranità è quasi una sorta di costituzione della politica internazionale moderna. Gli stati si

riconoscono come gli unici soggetti che possono partecipare alla vita politica internazionale e

riconoscono le regole fondamentali della convivenza, come l’uguaglianza formale e il principio

della non ingerenza, ognuno è padrone a casa propria. Facendo tutto questo la sovranità rivela

l’esistenza di una società internazionale con il suo tessuto normativo giuridico ed istituzionale.

Nella sovranità non si rivela di un’asociale arena hobbesiana, dove ognuno rivendica la propria

indipendenza ma si afferma una società internazionale anarchica, qualcosa di diverso. Questa

società internazionale poi ha conosciuto una serie di altre istituzioni fondamentali che hanno a

loro volta contribuito a produrre stabilità e prevedibilità e ordine internazionale. Troviamo nelle

opere di Bull e Smith almeno tre tipi fondamentali di istituzioni internazionali:

Alcuni istituzioni devono amministrare e governare la politica internazionale

 Alcune rassicurano il dialogo continuativo tra i membri della società internazionale

 Alcune sono atte a disciplinare il ricorso alla violenza da parte degli attori della politica

 intenrazionale

La prima categoria prevede delle istituzioni che amministrano e governano l’arena politica

internazionale, in assenza di un governo comune. Troviamo istituzioni che servono a dirimere i

contrasti, nei limiti del possibile, tra gli attori e gestiscono i principali mutamenti, soprattutto

territoriali. Si tratta dell’importante prassi delle conferenze e congressi internazionali, a cui

partecipano tutti gli stati interessati alla questione trattata dalla conferenza convocata. Noi

troviamo la convocazione e il funzionamento di conferenze ad hoc che si riuniscono per gestire

una questione specifica. Ad esempio importante è la conferenza di Berlino nel 1885, per

l’apertura del fiume Congo e fiume Niger, in queste due regioni in Africa; conferenza di Berlino

sui Balcani del ’78, dove furono istituiti degli assetti territoriali dopo l’indipendenza della

Bulgaria con l’idea che quegli assetti dovessero essere coerenti con l’equilibrio generale

complessivo dell’Europa.

Bull ci mostra come quella del 1878 del Balcani lascia intravedere il lavorio incessante a

salvaguardia dell’equilibrio internazionale. In Bull vediamo l’equilibrio che si trasfigura in un

vero principio normativo quasi costituzionale della politica internazionale. Appare come un

criterio guida dove la comunità regola la propria vita politica. L’equilibrio di potenza nella realtà

è una sorta di istituzione.

Uno dei grandi pensatori che si chiamava Edmund “” era la legge d’Europa e vedeva

nell’equilibrio il principio dei pesi e contrappesi. Bull sottoscrive quest’idea dicendo che

l’equilibrio è più di un espediente pratico a cui ricorrono gli stati per ragioni di sicurezza

nazionale. Invece è un principio normativo accolto dalla società degli stati nel suo complesso a

cui gli stati lavorano continuamente per preservare il pluralismo politico in Europa. Lui cerca di

sottolineare il carattere normativo e istituzionale dell’equilibrio di potenza. È più di un

espediente seguito dai singoli attori statali. Ci dice anche come questa sostanza normativa

dell’equilibrio di potenza emerge da una serie di fatti che troviamo nella politica moderna. Nei

principali trattati delle potenze si fa sempre riferimento all’equilibrio, come ad esempio al

trattato di Utrecht, dove l’equilibrio di potenza era indicato come premessa e fondamento di

legittimità del trattato e delle disposizioni del trattato che aveva provveduto al riassetto

europeo. A rappresentare l’equilibrio di potenza c’è l’adozione delle politiche egemoniche, che

sono state rare. Questo testimonia la diffusa illegittimità dell’egemonia rispetto al principio

dell’equilibrio ed emergerebbe una sorta di automoderazione e autodisciplina per

l’interiorizzazione del principio normativo dell’equilibrio di potenza. Il carattere normativo si

basa sul ricorrente ricorso alla pratica di compensazioni degli attori europei. Cioè la

disponibilità da parte delle potenze favorite da mutamento territoriale a concedere agli altri

attori delle compensazioni territoriali che preservino l’equilibrio minacciato da quel mutamento.

Disponibilità ad auto disciplinarsi per preservare l’edificio complessivo dell’equilibrio. Nel 1878

la Russia fu favorita dalla disgregazione dell’impero ottomano e favoriva all’Austria

l’amministrazione della Bosnia con la compensazione per preservar l’equilibrio austro russo nei

Balcani.

Poi ci sono delle conferenze che chiudono le principali guerre combattute in Europa. In queste

conferenze venivano ammesse TUTTE le grandi potenze, anche quelle sconfitte dalla guerra (es

guerre napoleoniche dove i francesi sconfitti sono ammessi alle deliberazioni del congresso di

Vienna). Questa prassi dell’ammissione degli sconfitti rivela il carattere delle istituzioni della

conferenza, dando voce a chi è in condizioni di debolezza, incidendo sulle decisioni di queste

conferenze. Queste conferenze tendono ad imbrigliare il potere del più forte nel momento in cui

quest’ultimo avrebbe potuto esercitare senza freni il suo potere e la sua preponderanza. La

moderazione dei potenti è una delle funzioni che svolgono le istituzioni nella politica. Vediamo

le conferenze ora nell’arena internazionale. Queste sono le funzioni amministrative, di governo.

Ci sono poi istituzioni che facilitano la comunicazione e il dialogo tra stati: parliamo di

diplomazia, di istituzioni che mettiamo nell’arena diplomatica. La comunicazione continuativa

tra stati attraverso i canali della diplomazia rappresenta una diversità importante che

contrassegna la politica internazionale westfaliana. La diplomazia è un’istituzione originale del

sistema westfaliano che ha creato dei canali di comunicazione permanente. Stabilisce, crea e

istituzionalizza un dialogo permanente tra tutti i membri attraverso alcune innovazioni

istituzionali originali e geniali: ambasciate permanenti, apportate dalla politica internazionale

westfaliana come innovazioni. Furono introdotte in Italia nel XV secolo e furono poi estese al

secolo successivo in Europa. Un’altra novità fu il principio dell’extraterritorialità diplomatica

(risale alla metà del 600), che diventano un pezzo di territorio dello stato che appartiene

all’ambasciatore. Un’altra istituzione è quella del corpo diplomatico, cioè la figura del

diplomatico di professione. I diplomatici di professione sono portatori di un linguaggio comune,

di una sensibilità comune sovranazionale che garantisce il dialogo tra gli attori del sistema

internazionale.

C’è la terza categoria delle istituzioni finalizzate e volte a limitare e moderare la violenza

nell’arena internazionale. Sono istituzioni di particolare importanza. Si tratta essenzialmente

del diritto bellico e sulle regole dell’impiego della forza e fanno della guerra militare

un’istituzione. Questo dice Bull, dice Smith: la guerra paradossalmente è un’istituzione della

politica internazionale. La guerra westfaliana, in quanto guerra tra stati sottoposta a precise

regole e limiti, rivela di essere una parte integrante del tessuto normativo e istituzionale della

convivenza internazionale.

Noi capiamo tutto questo quando ci serviamo dell’analogia che presentano entrambi gli autori

della guerra interstatale coi duelli (che si combattevano nel 700). I duelli erano combattimenti

armati tra privati, per lo più aristocratici, che convenivano di risolvere in quel modo violento un

litigio o una divergenza di interessi. Il duello era naturalmente violenza, era ricorso alle armi

ma non negava l’appartenenza dei duellanti ad una società e a un ordinamento giuridico

comune. I duellanti anzi si riconoscevano come membri pari all’interno di un ordine comune.

Non si chiede la soddisfazione morale del duello a chi non è considerato un proprio pari. Il

duello è uno sconto armato in cui le parti accettano di battersi ma rispettare anche delle regole

e procedure. Il duello si svolgeva sotto lo sguardo dei testimoni, non tutto era permesso. Era

una violenza regolata sottoposta a procedure e ad una rigida disciplina alla quale i duellanti si

attenevano in quanto duellanti appartenenti allo stesso status aristocratico, cioè come un

valore etico sociale che esprime l’appartenenza allo stesso universo sociale (es limiti sul

corpo). Il duello NON è l’antitesi del diritto ma è, anzi, un’attività intessuta di socialità, è un

istituto di un ordinamento sociale, giuridico, istituzionale attraverso il quale due soggetti pari

dell’ordinamento comune decidono di dirimere una disputa ma non attraverso altri strumenti.

Succede ciò anche nell’arena internazionale perché la guerra di stampo westfaliano è una sorta

di duello tra pari, tra stati che si riconoscono il diritto di fare la guerra (ius ad bellum). La guerra

è un conflitto sottoposto a precise regole, ha inizio con una dichiarazione e si chiude con un

trattato di pace. La guerra prevede inoltre, durante l’ostilità, una serie di limitazioni nell’uso

della forza militare, stabilendo contro chi è possibile usare la forza militare, cioè le forze militari

(ius in bellum). Questa guerra istituzionalizzata prevede limitazioni a ciò che gli stati

belligeranti possono fare sul territorio del nemico mentre lo occupano (occupatio bellic). Da

tutto questo una disciplina giuridica che si traduce in moderazione e limitazione della guerra

stessa e della violenza nella politica internazionale. Gli stati si riconoscono come gli unici

titolari a fare la guerra (ius ad bellum) e qui incontriamo un primo limite. Nella società pre

westfaliana c’erano anche altri soggetti che potevano ricorrere alla forza militare: impero,

chiesa, signori feudali, duchi, conti, città, comuni, ceti che avevano un qualche diritto di

imbracciare le armi (diritto di faida, o di resistenza cetuale).

La società era più impregnata di violenza. Noi dopo Westfalia abbiamo la costruzione di un

ordinamento giuridico in cui solo pochi soggetti hanno diritto alla guerra.

Aggiungiamo un fatto di grande importanza: gli stati della politica internazionale westfaliana

riconoscono ai propri pari il diritto di fare la guerra ogni qualvolta lo ritengano necessario per

tutelare i propri interessi. Nell’ordinamento westfaliano, la guerra condotta da stati sovrani è

sempre legittima. La giustizia prescinde da ragioni di contenuto, ma si tratta di una giustizia

morale e istituzionale. La guerra sta nel requisito nazionale della statualità perché è una guerra

statale. Ciò suona come sinonimo di assenza di ricorso alla violenza. Gli studiosi ci dicono che è

l’opposto perché la discrezionalità di cui godono gli stati è nata per moderare la guerra, per

evitare che le guerre si trasformassero in dispute senza fine sulla ragione e sul torto, sulla

giustizia o meno degli obiettivi e interessi e trascendessero in questioni di principio. Nella

guerra westfaliana invece gli stati possono avere interessi diversi e inconciliabili e questa

divergenza deve e possa essere risolta con le armi in un duello. È un importante fattore di

moderazione dei conflitti perché evita di creare un dislivello etico morale tra i contendenti in

cui ognuno pretende di essere dalla parte della ragione e l’altro sprofonda nella parte del torto.

È una guerra che non obbedisce ad una logica discriminante. Invece, si andava nel medioevo a

fare guerra discriminante. Venuta meno questa logica discriminante della guerra discriminante

si apre uno spazio per un uso limitato della forza e della violenza. Quali limiti in particolare

sono? La guerra è limitata nel tempo, si apre con una procedura che è la dichiarazione di

guerra e si chiude con un trattato. Ha un tempo ben delineato tra due procedure giuridiche. È

importante perché permettere di distinguere tra stato di guerra e pace, che invece tende a

permanere nello stato di natura hobbesiano. Nella politica internazionale westfaliana si fa la

guerra e si ritorna poi alle relazioni pacifiche. La guerra è limitata nel numero degli attori, che

prendono parte alla guerra attraverso l’istituto della neutralità. Gli altri attori possono rimanere

indifferenti. Si può decidere di non schierarsi. Diversamente quando un conflitto verte su una

ragione o torto forte, diventa moralmente impossibile non schierarsi ed essere indipendenti.

Nella guerra della società internazionale westfaliana esistono limiti anche verso il bersaglio

della violenza bellica. Si distinguono i militari in divisa e civili. I primi sono un bersaglio

legittimo, i civili vanno risparmiati. Questo non significa che non ci fossero vittime tra i civili,

c’erano ma erano effetti collaterali, non intenzionale.

Si distingue tra neo combattenti (civili e militari resi non combattenti, prigionieri di guerra) e

combattenti. Un’eventuale violazione delle regole configura un crimine di guerra che metteva

in capo allo stato che avesse subito queste violazioni un diritto alla rappresaglia che doveva

essere un’azione commisurata, normata oppure un risarcimento alla fine della guerra. La

violenza della guerra tende ad esaurirsi nei combattimenti delle forze militari regolari

contrapposte. Tende a concentrarsi nel campo di battaglia e nello scontro e non va oltre al

campo per colpire intenzionalmente chi non combatte in divisa. Possono esserci dei limiti

rispetto alle armi, magari particolarmente distruttive (armi chimiche 1GM) che giustifica lo ius

in bello, cioè diritto bellico che disciplina il modo in cui deve essere combattuta la guerra. Un

altro istituto che disciplina la guerra: secondo Bull è un istituto che fissa dei limiti a quello che

una potenza occupante può fare in territorio nemico che si trovi ad occupare durante le

occupazioni militari. Questo istituto è di occupatio bellica. Smith sostiene che esso è il fattore

più straordinario e importante della limitazione della guerra. Questo istituto stabiliva che su

quel territorio, la potenza occupante doveva astenersi dal comportarsi da potere sovrano. Non

poteva cambiare leggi, proprietà o assetti costituzionali vigenti. Il concetto era si trattasse di

un’occupazione temporanea con presa di possesso provvisorio durante le occupazioni militari e

che sul quel territorio non si estinguesse la sovranità dello stato che subiva l’occupazione.

Durante l’occupazione si forma una sorta di comunità giuridica tra potenza occupante e

popolazione stanziata e soggetta all’occupazione. L’occupante si fa garante dell’ordine

pubblico e ne assume la responsabilità. Smith dice che tutto questo limitava l’effetto

dell’occupazione militare. È vincolata a lasciare le cose come stanno, almeno fino al trattato di

pace. Se si stabilirà che la parte occupante potrà entrare nella vita politica dello stato

occupato, allora ne diventerà sovrano e potrà cambiare tutto.

Riepilogando: queste istituzioni e altre non aboliscono il dominio del più forte ma attenuano

l’impatto del suo potere sull’arena internazionale. Queste istituzioni inseriscono il dominio del

più forte in un quadro condiviso di norme e istituti che fissano il limite delle azioni degli attori

più importanti (es principio della non ingerenza). Queste istituzioni non eliminano del tutto la

violenza e la guerra nelle relazioni tra gli stati ma queste istituzioni la moderano e limitano la

guerra tra gli stati.

Queste istituzioni hanno fatto del sistema internazionale europeo una società internazionale.

Bull nel suo libro ci consegna la distinzione tra sistema internazionale e società internazionale.

Un sistema internazionale è un insieme di comunità politiche indipendenti che

 interagiscono tra loro e sono unite dal fatto che ognuno di questi attori ed entità

politiche è un fattore necessario nel calcolo di sicurezza e potenza degli altri attori e le

condotte di ciascuno sono condizionate dagli altri attori (sistema di interdipendenze

strategiche di Waltz)

Una società internazionale è un insieme di stati uniti dal fatto di condividere una serie di

 istituzioni e principi che concorrono a mantenere l’ordine e garantire un mutamento

ordinato dell’arena politica internazionale. C’è la condivisione di un bagaglio

istituzionale giuridico normativo e c’è la condivisione dell’interesse generale a tener in

piedi l’assetto esistente. C’è anche interesse ad assicurare una forma di ordine

irriducibile ai meri rapporti di forza, imposto dai rapporti di forza.

L’introduzione del concetto di società e sistema internazionale ci da un nuovo criterio di

distinzione. In primo luogo distinguiamo le arene internazionali a seconda che abbiano o meno

degli elementi societari e rivoluzionari. Non è detto che un sistema sia sempre una società

internazionale. Un sistema può non avere ancora o perdere degli elementi societari. Il rapporto

tra sistemi e società può cambiare nel tempo (società di Westfalia).

Nel 900 abbiamo assistito alla crisi di alcune istituzioni importanti della società moderna. C’è il

dubbio che la società internazionale abbia perduto il carattere societario internazionale e

questo spiega il disordine del 900.

Anche quando nell’arena internazionale c’è una società internazionale, non è detto che essa

coinvolga tutti gli attori di quell’arena internazionale.

In altri termini sistema e società non hanno lo stesso perimetro. La società può includere alcuni

attori in un sistema ed escludere altri attori.

Le società internazionale possono essere più o meno inclusive. Questo è un ulteriore criterio di

distinzione. Per esempio, la Grecia classica: c’era una differenza sostanziale nei rapporti

internazionali che sussistevano tra le polis greche, cioè gli stati che facevano parte della

famiglia ellenica e le relazioni che le polis greche intrattenevano con la Persia. L’impero

persiano era parte del sistema internazionale antico ellenico, nel senso che era un fattore

politico e strategico delle polis greche, ma era un attore considerato diverso dalle polis greche

e non era parte della società internazionale. Non partecipava alle istituzioni comuni della

società internazionale. Pensiamo nella politica internazionale moderna la differenza dei rapporti

che sussistevano tra le potenze europee, membri della società internazionale westfaliana e i

rapporti che sussistevano tra queste potenze europee e gli attori extraeuropee, che era parte

del sistema internazionale ma non della società internazionale. Noi dobbiamo distinguere,

quando c’è una società internazionale a seconda del livello di inclusività internazionale.

Provengono da ciò due spunti di approfondimento:

La società internazionale westfaliana è stata per gran parte della sua storia una società

 esclusiva, limitata nella sua membership da stati europei, o comunque di origine

europea (Usa). In effetti solo gradualmente a partire dalla seconda metà dell’800, la

società internazionale europea dalle potenze europee si è estesa nel suo perimetro fino

a includere l’intero sistema internazionale.

Nel momento stesso in cui le istituzioni internazionali di matrice westfaliana si sono

 estese al mondo intero, paradossalmente hanno perso coerenza e solidità, forza

istituzionale nel posto proprio dove sono originariamente nate, in Europa e occidente.

Il 900 è il momento del trionfo e dall’altro il declino della società internazionale westfaliana:

trionfo nel senso di ampliamento della sua estensione globale. Tutto il sistema internazionale

nel 900 è entrato a far parte della società internazionale moderna, ma paradossalmente le

istituzioni hanno perso vitalità e capacità di disciplinamento della realtà politica internazionale.

Diciamo qualcosa di preciso sulla società internazionale esclusiva, sul suo progressivo

allargamento. Questa società internazionale nasce in Europa e rimane a lungo una questione

riservata agli europei, la quale ha disciplinato i rapporti tra le potenze e non si è applicata a

popoli extraeuropei. Non sono stati accolti in quello che è rimasto un club ristretto ed esclusivo,

composto da potenze europee. Nei confronti di comunità extraeuropee veniva adottate

pratiche molto diverse, rispetto alle pratiche tra le potenze europee come segno di una

mancata simmetria, di una mancata disparità tra gli stati. Possiamo dire che a un certo punto è

emersa nell’arena internazionale una struttura normativa caratterizzata dall’esistenza di cerchi

concentrici:

In un primo centro c’erano gli stati/potenze europee che si riconoscevano come membri

 di una società internazionale e applicavano principi derivati dalla pace di Westfalia.

In un cerchio esterno c’erano popoli incivili, comunità non istituzionalizzate e le potenze

 semicivilizzate, a cui si riconosceva di far parte delle civiltà sofisticate ma comunque

diverse da quella europea e quindi inferiore (impero ottomano, Persia, Cina, Siam,

Giappone). Civiltà con cui gli europei entrano in contatto.

A questi popoli e comunità non si applicano canoni giuridici della società internazionale ma si

applica qualcos’altro, altri canoni e istituti all’insegna di una mancata asimmetria del

trattamento e nei rapporti. Oltre alle potenze semicivilizzate ci sono attori e popoli considerati

del tutto incivili con cui entrano in relazione gli europei e nei confronti di questi attori non vale

alcuna disciplina giuridica e possono essere esposti a qualsiasi comportamento considerato

legittimo dalle potenze europee.

Gli europei quindi si riconoscono in modo superiore rispetto ad altri popoli extraeuropei

considerati semi civilizzati e popoli selvaggi, tribù (Africa subsahariana, Australia). Con questi

popoli e “nazioni” che non rispettano lo standard di civiltà europeo i rapporti vengono

strutturati sulla base di un rispetto diverso in base alla disciplina del continente europeo.

Questi popoli non godono di alcuna tutela di diritto, stanno fuori da qualsiasi spazio giuridico,

normativo e istituzionale. I popoli semi civilizzati sono sottoposti a un regime particolare, il

regime che si manifesta nei trattati ineguali, che sono qualcosa di diverso dal tipo dei

rapporti e che tendono allo stato di natura hobbesiano. In caso di guerra con questi attori non

valevano gli stessi vincoli tra le potenze (es guerre coloniali > combattenti contro non

combattenti). Le guerre coloniali facilmente si sono trasformate in guerre di sterminio,

combattute senza regole, come nello stato di natura hobbesiano.

Trattati ineguali > sono la manifestazione della disparità dei rapporti tra le potenze europee e

le potenze extraeuropee nella società internazionali. Cos’erano? Erano trattati imposti con la

forza militare, con l’intimidazione e la minaccia, con l’uso della forza militare. Questi trattati

ponevano in essere, nelle relazioni tra europei e non, dei rapporti asimmetrici, della disparità

westfaliana. Le disposizioni non rispondevano né al principio westfaliano dell’uguaglianza

formale né al principio della non ingerenza negli affari interni. Questi trattati non riconoscevano

la piena sovranità politica dei popoli extraeuropei ma veniva riconosciuta agli stati europei. I

trattati ineguali imponevano la extraterritorialità ai cittadini extraeuropei residenti che erano

sottoposti a questi trattati, e ciò significa che non erano sottoposti alle leggi locali giuridiche.

Stabilivano il sistema della giustizia consolare, cioè i consoli europei svolgevano la

giurisdizione, quando c’erano in gioco i cittadini europei, stabilivano le esenzioni fiscali. Siamo

in questo caso in un universo politico diverso, normativo e giuridico paritario. Possiamo dire che

comparando i rapporti con gli europei, capiamo l’importanza del disciplinamento della

sovranità. Tutto questo è vero ma l’idea è che se quando questi paesi e queste nazioni esterne

dalla società internazionale si fossero elevate al livello della civiltà europea, sarebbero stati

riconosciuti a pieno titolo dalla civiltà europea stessa, quando avrebbero assorbito la civiltà

europee e uniformato le loro istituzioni all’interno delle loro leggi agli standard europei

occidentali, avrebbero goduto dello status di membri della società internazionale. Possiamo dire

che la società internazionale si concepisce per gran parte della vicenda politica internazionale

moderna come un club esclusivo ma anche elastico, entro certi limiti disposto ad allargare la

sua membership anche all’esterno del suo perimetro originale, all’esterno dei confini geografici

e culturali dell’Europa in occidente.

20FEBBRAIO

Un sistema è un gruppo di unità indipendenti che interagiscono in una condizione di anarchia e

ognuno è fautore di un calcolo politico degli altri. La società è un gruppo di attori che

condividono associazioni comuni, ossia norme e istituti che creano un ordine internazionale,

disciplinano il potere dei potenti ed evitano il dilagare della violenza anarchica.

Una società internazionale westfaliana non ha incluso tutti i popoli dell'arena internazionale e si

è limitata all'Europa fino alla seconda metà dell'Ottocento.

Nel momento in cui questa società internazionale si allarga al mondo intero si assiste ad una

crisi delle istituzioni fondamentali in Europa.

La moderna politica internazionale ha avuto una società internazionale al suo centro, aperta

agli europei, che però si è collocata in un sistema più grande popolato da comunità politiche

con cui gli europei hanno interagito ma attori che non erano considerati almeno inizialmente

membri della società internazionale. In alcuni casi quindi stavano fuori da ogni rapporto

giuridico con l'Europa. Con questi attori gli europei hanno intrattenuto pure relazioni di fatto. Gli

europei hanno fatto valere con questi attori il loro potere senza inibizioni, fino ad arrivare ad

intraprendere guerre di puro sterminio, guerre coloniali. Quello è il vero stato di natura

hobbesiano. Pensiamo ad alcune popolazioni australiane, dell'Africa sub sahariana, del Nord

America erano considerate non civilizzate e quindi oggetto, non soggetto, di politica

internazionale. All'esterno della società internazionale c'erano anche attori a cui era

riconosciuto un certo livello di civiltà, ma si trattava di un’imperfetta civilizzazione e quindi

venivano sottoposti ad un trattamento diverso da quello che gli Stati europei riservavano ai

loro omologhi in Europa.

Se questi attori lasciati fuori dalla società internazionale fossero riusciti in futuro ad elevarsi al

livello della civiltà europei, uniformando codici giuridici, amministrazione interna,

amministrazione pubblica, livello distruzione, ecc. allora sarebbero diventati candidati per

l'ammissione nella società. L'idea era che le potenze della società internazionale avessero il

diritto di accompagnare questi popoli verso la società, con una missione civilizzatrice. L'idea

era che questi popoli fossero come bambini immaturi e le potenze europee i loro tutori,

educatori. La retorica è quella del fardello di uomo bianco di Kipling. Questo si prestava

facilmente ad abusi, arbitrio, ipocrisia. Spesso è andato di pari passo con lo sfruttamento, come

quello che ha fatto il Belgio nel Congo. Qui vediamo come la dimensione istituzionale si

intersechi con la dimensione dell'ideologia, o dimensione ideazionale. Vediamo come una

diversità ed eterogeneità di ordine culturale più che ideologico in senso stretto, tende ad avere

un impatto sulle relazioni politiche tra gli Stati e tende a dare loro un carattere di obiezione, più

vicino alla caratterizzazione hobbesiana delle relazioni che troviamo tra attori più omogenei e

parte di una comune società politica internazionale.

Nei testi di Bull e Schmitt si vede la struttura istituzionale dicotomica tra Europa e altri. Questi

testi fanno anche vedere, soprattutto Bull, la lenta faticosa apertura partire dalla fine ottocento

del club ristretto ad attori non europei che inizialmente erano esclusi.

> L'impero ottomano è stata la prima potenza non cristiana e non europea ad essere ammessa

nella società internazionale. La vicinanza geografica ha fatto sì che facesse parte dal sistema

istituzionale europeo sin dalle origini della politica internazionale, fu da sempre un fattore della

politica di potenza. Fin dal quindicesimo secolo vediamo il sultano ottomano che collabora con i

francesi per contenere gli austriaci. Gli ottomani prendono parte a guerre e manovre politiche.

A fronte di questo coinvolgimento però l'impero ottomano è stato a lungo al di fuori della

società internazionale europea come dimostrano le capitolazioni che hanno strutturato per

secoli i rapporti tra potenze europee e ottomani. Le capitolazioni erano trattati ineguali con

altro nome imposti dagli europei al sultano. Prevedevano l’extraterritorialità per gli europei

nell'impero ottomano, c'era la giustizia consolare, cose che le grandi potenze europee non

facevano contro i piccoli Stati europei. A loro non imponevano trattati ineguali, ma valevano

solo per le potenze esterne, per l'impero ottomano durò fino a metà ottocento, secondo la tesi

prevalente. Quando il sultano adottò una serie di riforme interne, le tanzimat, che recepivano i

modelli europei a livello giuridico e distruzione. Questo rese l'impero più idoneo all'ingresso

nella società internazionale. Il trattato di Parigi del 1856 mise fine alla guerra di Crimea e viene

considerato il momento in cui l'impero ottomano è ammesso insieme alle potenze europee

nella società in azionale. In realtà le capitolazioni rimasero in vigore perché secondo gli europei

il sultano non attuò fino in fondo quelle riforme civilizzatrici, quindi furono abolite solo con la

prima guerra mondiale con il trattato di Losanna del 1923.

> Qualcosa di simile c'è nel caso dei rapporti con la Cina. Con la guerra dell'oppio del 1839 e il

trattato di Nanchino gli inglesi imposero alla Cina un trattato ineguale. Gli inglesi avrebbero

avuto libertà di commerciare, soprattutto oppio. Gli inglesi ottennero consoli britannici nelle

città portuali che avrebbero amministrato la giurisdizione per i residenti europei, ossia la

extraterritorialità. Si poteva fissare una tariffa sulle esportazioni in Cina, cosa che sottrasse ai

cinesi la sovranità sulla politica economica. La Cina dovette cedere agli inglesi Hong Kong.

Queste misure vennero prese al modello dalle altre potenze europee che imposero alla Cina

trattati ineguali con stesse concessioni. Nuovi privilegi verranno ottenuti con ricorso alla forza

militare, quindi furono aperti nuovi porti, diritto agli europei di viaggiare a loro piacimento in

territorio cinesi, libertà di proselitismo per i missionari. La spedizione militare contro i boxer fu

congiunta, parteciparono tutte le grandi potenze della società internazionale e mostra

un'azione congiunta intrapresa dalla società internazionale nel suo complesso contro un attore

esterno, reprimendo questa rivolta nazionalista. Nel 1920 quasi tutti i porti cinesi erano aperti

per il regime dei trattati ineguali e i privilegi strappati dalle potenze europee erano cresciuti

fino a fare delle enclave europee in territorio cinese. Qui vigeva l’extraterritorialità per gli

occidentali con consoli, polizie private coloniali, non erano soggetti a tassazione diretta,

controllavano la politica doganale, amministravano i servizi pubblici di primaria importanza e

rimanevano contingenti militari a protezione di questi privilegi. L'incapacità cinese di impedire

la penetrazione europea portò alla delegittimazione dell'imperatore cinese e quindi alla

rivoluzione del 1911, con cui i cinesi rovesciarono l'impero e instaurano una repubblica nel

1912. Il nuovo regime repubblicano avviò delle riforme dell'amministrazione statale e per fare

radicare queste riforme ci vorrà molto, ci sarà instabilità e guerre civili. L’abrogazione del

regime dei trattati ineguali arriverà solo nel 1943.

> In Giappone gli Usa inviarono una corazzata, imponendo sotto minaccia di bombardare Tokyo

alle autorità imperiali di concedere l'uso dei porti alle navi americane. Da lì imposizione di

qualcosa di simile ai trattati imposti alla Cina, copiando extraterritorialità e regime

extraterritoriale alle altre grandi potenze. La risposta del Giappone fu molto più pronta e

coerente degli altri paesi. Già dal 1868 Matsuito avviò una stagione di importante riforme

politiche, amministrative ed educative emulando i modelli occidentali. Fu più facile in Giappone

che in Cina anche perché è un paese più piccolo. Queste riforme furono finalizzate ad

aumentare la potenza militare del paese, importando tecnologia militare, industria, educazione

tecnica, organizzazione amministrativa occidentale o per proteggersi dal colonialismo, ma

queste riforme furono anche finalizzate ad ottenere il riconoscimento del Giappone come

membro della società internazionale e quindi a godere dell’ulteriore protezione giuridica fornita

dal diritto internazionalmente europeo e dalla sovranità westfaliana.

In questo processo di riforma il Giappone imparò presto ad attenersi alle regole della

diplomazia europea, del diritto internazionale europeo e diritto bellico europeo. Nel 1894/95

combatté una guerra con la Cina. In quel caso il Giappone ebbe cura di rispettare in modo

maniacale la prassi diplomatica e il diritto occidentale, proprio per dimostrare di essere

maturato e poter essere ammesso alla società. Si attenne alla dichiarazione di guerra sulla

base della prassi diplomatica, ebbe cura dei diritti dei paesi neutrali, osservò lo ius in bello.

Addirittura il governo reclutò alcuni dei più importanti giuristi delle università occidentali e li

portò di fianco alle forze armate chiedendo consigli su cosa fare per rispettare i canoni del

diritto bellico. Lo stesso accadde nel 1905 contro la Russia zarista, durante la quale mostrò di

padroneggiare anche la tecnologia militare e sconfisse una grande potenza europea. Grazie al

prestigio della vittoria militare e l'ostensione dell'osservanza degli istituti, il Giappone fu

ammesso rapidamente alla società internazionale e i trattati ineguali furono aboliti

precocemente, già nel 1899. Nelle 1900 il Giappone partecipò di fianco alle potenze occidentali

alla repressione della rivolta dei boxer. È sicuramente il primo caso di apertura della società

europea, piuttosto che la Turchia.

La crisi delle istituzioni della società moderna si manifesta, attraversa il novecento e rimane

presente oggi. Siamo nella crisi piuttosto che nella fioritura delle istituzioni di matrice

westfaliana. Come suggeriscono Bull e Schmitt la società internazionale westfaliana ha

conosciuto il suo apogeo di coerenza istituzionale tra fine ottocento e inizio novecento, i

primissimi anni. Questo è il momento aureo. Però tra le guerre mondiali cominciava conoscere

una crisi profonda che perdura oggi. I fattori che determinano questa crisi sono molteplici.

Tra questi Schmitt enfatizza il ruolo dell’ascesa degli Usa, un attore che non si è mai

riconosciuto del tutto nell'ordinamento internazionale westfaliano e che si è sforzato fin da

subito di riformarlo profondamente. Gli Usa sono una costola dell'Europa a livello culturale e

identitario e quindi sono stati ammessi senza problema all'indomani della loro indipendenza

nella società internazionale, ma non dobbiamo dimenticarci che sono nati come stato

indipendente voltando le spalle all'Europa, sono nati in una sorta di secessione spirituale

dall'Europa. I coloni che fondarono gli Stati Uniti scappavano dall'Europa. Gli Usa si

concepiscono come nuovo mondo, alternativo al vecchio mondo, ossia alla vecchia Europa.

L'isolazionismo americano che contrassegna più di un secolo di vita degli Usa è nato dalla

volontà degli Usa di non farsi contagiare dalla vecchia malata Europa. Quindi troviamo negli

Usa un atteggiamento ambivalente verso la società internazionale westfaliana. Gli Usa vi

entrano quando decidono di abbandonare l'isolazionismo ma in questa non si sentono mai a

loro agio. In particolare l’idea della guerra come strumento legittimo della politica estera

internazionale è sembrato agli Usa anacronistico e barbaro, incompatibile con i diritti

dell'uomo. Quindi un'idea radicata nella tradizione politica interna americana è che la guerra è

un crimine contro i popoli. L'unica guerra giusta era quella combattuta per punire chi fa la

guerra, ossia come operazione di polizia internazionale contro i guerrafondai.

> Wilson nel 1917 mette fine all’isolazionismo affermando che la guerra mondiale dovesse

essere l’ultima dell'umanità, quella che doveva mettere fine alla guerra. Questo trasformò la

guerra in una crociata contro gli imperi centrali che incarnavano la vecchia Europa retrograda.

Wilson vuole rendere il mondo sicuro per la democrazia. Una guerra per esportare la

democrazia, chiudere la prigione dei popoli, ossia l'impero austro ungarico. Questi obiettivi

wilsoniani comportavano però l'ingerenza negli affari interni per esportare la democrazia.

Schmitt dice che qui si vede uno dei semi del ritorno alla logica della guerra giusta in senso

medievale con tutto il suo potenziale di escalation della violenza. La prima guerra mondiale finì

con la resa incondizionata, che aveva poco a che vedere con i trattati precedenti. Si addossò la

colpa alla Germania, a cui vengono imposti i termini di pace. Veniva addirittura messo sotto

accusa Guglielmo II chiedendo che fosse giudicato da un tribunale penale di giudici nominati

dalle potenze vincitrici, come un criminale. È un tentativo inedito di criminalizzazione a

posteriori dall’avversario, trattato come un bandito. Prima l’avversario aveva comunque diritto

di fare la guerra, ius ad bellum. Poi il tribunale penale non fu istituito per una serie di ragioni e

anche perché gli USA si ritirarono nell’isolazionismo. Ma Schmitt ci dice che questa fu una spia

di una crisi profonda degli assetti istituzionali e societari, confermata dal fatto che nella SDN,

voluta da Wilson, fu portato avanti il tentativo giuspubblicistico di istituzione del crimine

internazionale della guerra. L’idea era che non ci si potesse più accontentare dei crimini di

guerra, erano previsti e normati nel quadro del diritto internazionale europeo, erano violazioni

dello ius in bello. Nella Società delle nazioni si cerca di introdurre il crimine della guerra, il

ricorso alla forza militare è in quanto tale un crimine internazionale. Chi inizia la guerra è un

delinquente e la guerra contro di lui allora è giusta, in senso forte quasi etico-politico, perché la

guerra serve per ristabilire la pace e punire l'aggressore.

La guerra comincia ad essere considerata “polizia internazionale”, ossia operazione volte a

punire i criminali, coloro che hanno fatto ricorso alla forza militare. È un'azione armata contro

uno stato canaglia. Mentre nello ius publicum europeo la guerra condotta dallo stato era

sempre giusta a livello formale, a prescindere dagli interessi dello stato, qui le cose cambiano.

La guerra diventa sempre un crimine internazionale a prescindere dalle ragioni che muovono.

Ci sono conseguenze importanti

● Lo status quo (esito dell’ultima guerra e gli interessi dei vincitori) finiscono per essere

sacralizzati, diventano intoccabili e si intaccano le briglie dello strapotere del più forte

● Cadono i freni dello ius in bello > contro un criminale possiamo avere meno riguardo

rispetto all'avversario legittimo che affrontiamo nella guerra westfaliana, il bandito deve

essere soppresso, il mio sfidante a duello no. Schmitt per es vede nei bombardamenti

aerei contro i civili condotti da inglesi e americani e addirittura nell'uso delle armi

atomiche la logica conseguenza militare della rottura dei freni dello ius in bello. In

generale è la corona della crisi dell'istituto della guerra duello di matrice westfaliana.

Nel 1917 non solo gli Stati Uniti entrano in guerra, ma entra in scena l'URSS che vede

nell'ordine internazionale westfaliano una semplice sovrastruttura del capitalismo, che quindi

merita di essere smantellata. Quindi dal punto dell'URSS la crociata internazionale per

esportare la rivoluzione comunista diventa una guerra giusta e vediamo quindi un ritorno alla

logica della guerra giusta medievale. Si crea un dislivello forte tra attori che partecipano alla

politica internazionale ed eventualmente ai conflitti. Quindi si vede l'intreccio tra dimensione

ideologica ed istituzionale della politica internazionale. Quando compare un attore come

l'URSS, che rompe l'omogeneizzazione ideologica, diventa difficile tenere in piedi l'edificio

istituzionale della società westfaliana. È quindi un ulteriore fattore di crisi, dato dalla comparsa

di un attore così diverso.

La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra sanciscono il divorzio dalla società

internazionale anche di un altro importante attore che si disamora della società internazionale,

ossia il Giappone. È esemplare di un atteggiamento di ambivalenza verso la società

internazionale e le istituzioni di matrice europea che poi tornerà in molti altri stati non europei.

Il Giappone fu coinvolto nella prima guerra mondiale come alleato della Gran Bretagna e come

tale partecipò a Parigi con diritto di voto come le potenze vincitrici. Fu tra i membri della

società delle nazioni. Propone subito dopo il suo ingresso nella società internazionale ed aver

aderito alla SDN propone l'inserimento nello statuto della SDN una clausola che stabiliva il

principio di uguaglianza razziale tra i popoli del mondo, ma la proposta non fu accettata dalle

potenze occidentali. Questo è un fatto importante perché generò l'impressione in Giappone che

l'ammissione del Giappone nel club internazionale di matrice europea fosse una sorta di

imbroglio. Il fatto che le altre potenze non volessero riconoscere apertamente questo principio

fu letto come un permanere di un trattamento ineguale a svantaggio dei poteri non europei che

magari formalmente erano inseriti nel club ma continuavano ad essere indiscriminati. Queste

impressione e sdegno che accomunò tutta l'opinione pubblica fu concertata ed esasperata da

altri accadimenti, in particolare dalla politica sull'immigrazione. La legge sull'immigrazione

americana del 1924 proibì l'immigrazione in America dal Giappone e fu interpretata come

segno di razzismo perdurante in occidente verso i popoli non europei. Questo portò negli anni

trenta la leadership giapponese a dubitare della società internazionale, si allontanò e cercò di

costruire un ordine internazionale asiatico alternativo, la cosiddetta “sfera di coprosperità

asiatica”, che avrebbe dovuto rispondere a principi asiatici, autoctoni diversi da quelli importati

dall'occidente.

Se poi il Giappone nel 1895 e 1905 si era attenuto alle regole della società internazionale, a

partire dagli anni trenta si comporta in modo molto diverso nelle guerre che decide di

combattere. Vediamo come si comporta in Cina e poi nei confronti delle potenze occidentali

durante la Seconda Guerra Mondiale, le potenze contro i civili nei paesi occupati, la mancata

dichiarazione di guerra agli USA e il mancato rispetto dei diritti umani dei prigionieri di guerra.

L’ordine istituzionale che fu costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, una crisi importante si

era già manifestasta negli anni tra le due guerre, è poi rimasto attraversato dalle contraddizioni

emerse nel periodo precedente, di crisi delle istituzioni internazionali. Quell’ordine normativo

costituito dopo la Seconda Guerra Mondiale ha riflettuto soprattutto la perdurante ambivalenza

degli USA nei confronti delle istituzioni internazionali classiche. Sono stati i principali artefici

dell’ordine giuridico e istituzionale nato dopo la guerra e ha rispecchiato le ambivalenze,

l’ambiguità degli USA, a cui si è poi aggiunta l’ambivalenza del Giappone e degli stati nati dopo

la decolonizzazione.

Si delinea dopo la Seconda Guerra Mondiale una struttura politica internazionale che è sotto

molti aspetti incoerente, poiché vi è una compresenza di elementi istituzionali classici di

matrice westfaliana e l’introduzione di elementi che vanno nel senso del superamento

dell’ordine classico. Qualcuno ha scritto per rappresentare questa condizione che dopo la

Seconda Guerra Mondiale emerge un ordinamento internazionale ibrido, cioè ispirato a logiche

normative istituzionali diverse, confliggenti ed è come se vivessero due costituzioni

- La vecchia costituzione westfaliana > il diritto e le istituzioni classiche

- L’altra è la costituzione post-westfaliana

L’effetto è però che si delegittimano a vicenda e creano una confusione e questo diventa un

fattore di disordine internazionale, invece che di ordine internazionale. Da un lato permangono

elementi internazionali classici, resta per es la sovranità.

Gli Stati sovrani sono ancora gli assoluti protagonisti. La loro eguaglianza formale è sancita

dall'assemblea generale delle nazioni unite dove entrano stati e partecipano su base paritaria.

Si vota su base paritaria nelle deliberazioni dell'assemblea. Con la decolonizzazione di benefici

della sovranità vengono estesi a tutti gli stati di nuova indipendenza, facendo trionfare la

società internazionale westfaliana. I confini della società internazionale vanno a coincidere con

quelli del sistema internazionale, ma proprio nella carta delle NU vediamo elementi di rottura e

profonda discontinuità rispetto alla sovranità nella sua concezione westfaliana. Vediamo questo

nella cosa più importante di ogni ordinamenti internazionali, ossia la disciplina giuridica della

guerra. Le nazioni unite stabiliscono il divieto degli Stati a ricorrere alla forza militare. L'ordine

sta nel solco tracciato dopo la prima guerra mondiale.

Esistono due deroghe, ossia l'uso della forza per legittima difesa da un attacco militare e il

ricorso collettivo alla forza militare autorizzata dal consiglio di sicurezza per impedire questa

repressione, ossia ruolo di polizia internazionale per ristabilire l'ordine, una cosa di cui si inizia a

parlare nell'ambito della società delle nazioni. Su questo solco di parziale distacco vediamo

svilupparsi altre discontinuità, nell'ordine normativo giuridico internazionale a partire dalla

Seconda guerra mondiale, che sono andate ad intaccare in altri campi il principio sovranità,

della non ingerenza nella giurisdizione interna degli stati e di lì nella disciplina della guerra.

Almeno in occidente, la stagione inaugurata dalla fine della Seconda guerra mondiale è

segnata da una marcata diffidenza nei confronti della sovranità chiusa, assoluta di matrice

westfaliana che comincia ad essere guardata nel dopoguerra in modo diverso e attraverso il

prisma dei terrori totalitari.

In questo quadro la sovranità si trasfigura agli occhi soprattutto delle nazioni europee e

comincia a sembrare uno schermo al riparo del quale gli stati possono compiere indisturbati

delle violenze illimitate contro le proprie popolazioni, perfino dei genocidi contro interi gruppi

etnici e classi sociali. Poco a poco va maturando l'idea che forse sia giusto pensare di

ridimensionare le prerogative connesse alla sovranità nel nome del rispetto di alcuni principi

normativi prevalenti sul diritto degli stati a essere sovrani a casa propria, come la protezione

dei diritti umani. Di qui l'idea che siano ammissibili delle forme d’ingerenza e anche intervento

armato dentro gli stati da parte della società internazionale per tutelare questi principi troverà

accettazione per proteggere e ripristinare diritti violati della popolazione. Questo è un ulteriore

distacco dalle forme istituzionalizzate della guerra interstatale.

Questo orientamento nel senso della riduzione della sovranità che da assoluta diventa

condizionata ha visto un ulteriore slancio a partire dagli anni duemila. Una tappa fondamentale

dottrina della responsabilità di proteggere e dell’intervento umanitario

è stata la , a

partire dal Kosovo nel 1999 e fino in Libia nel 2011. Questa dottrina ha segnato la prassi

politica internazionale. La sovranità è definita in termini di responsabilità da parte delle autorità

statali a salvaguardare integrità e benessere delle popolazioni su cui governano. Quindi si

passa da un concetto assoluto a uno condizionato di sovranità. Se lo stato non è più in grado di

farsi carico di questa responsabilità, spetta in via straordinaria alla comunità internazionale di

intervenire, magari perfino con mezzi militari. Accade per es in caso di pulizia etnica, genocidi o

stato che non è più in grado di impedire violenze di questo tipo perché è diventato troppo

debole, ad es in caso di fallimento dello stato (es Somalia). Questa involuzione della struttura

normativa del diritto internazionale ha anche suscitato delle critiche aspre da parte di un’ampia

platea di stati, che restano affezionati all’istituto della sovranità assoluta di stampo westfaliano,

che viene vista, nonostante i suoi rischi e difetti, come una tutela e garanzia dei paesi più

deboli dall’ingerenza delle grandi potenze. Un certo numero di attori si identificano quindi con

la costituzione post-westfaliana e agiscono sulla base di questi nuovi canoni e poi c’è un’altra

platea che rimane fedele.

Pensiamo ai paesi usciti dalla colonizzazione, che in larga misura non sono entusiasti dall’idea

di perdere i benefici della sovranità in senso classico che hanno conquistato da poco. Questi

paesi dicono che forse gli europei e gli americani si sono stufati della sovranità perché ce

l’hanno da secoli, loro invece vogliono tenersela stretta. Temono l’uso pretestuoso della

responsabilità di proteggere dalle grandi potenze interessate a quel territorio per i loro interessi

particolari. Il rischio di strumentalizzazione è indubbio. Pensiamo a quello che è successo negli

ultimi anni: nel 2011 si interviene contro Gheddafi teoricamente per ragioni umanitarie, quando

però non era chiaro che fosse in corso un genocidio o crimini in grande scala, anche perché

questo non stava accadendo. Questo intervento è stato voluto da Gran Bretagna e Francia, poi

sono dovuti intervenire anche USA e Italia, per perseguire interessi di ordine geopolitico,

geostrategico e geoeconomico.

L'intervento militare in Libia ha portato poi al fallimento dello stato libico, non solo alla

soppressione del regime di Gheddafi. Era uno stato che funzionava e oggi non c'è più. Non si è

ricostruita l'unità statale della Libia, ci sono guerre per bande, crisi dei profughi, criminalità

diffusa e ha anche avuto un effetto di spill over in area disastrate, diffondendo instabilità fino

all'Africa subsahariana.

In molti paesi, sullo sfondo di queste realizzazioni compare la responsabilità di proteggere,

vedono un ritorno alla vecchia dottrina della missione civilizzatrice e dei trattati ineguali, dei

protettorati umanitari. Si ricrea quindi un dislivello tra alcune potenze e altri attori del sistema

occidentale e intervengono per fare tutta una serie di cose all'interno di questi stati, cambiando

istituzioni e altre cose che invece dovrebbero essere al riparo da interventi esterni sulla base

della sovranità di matrice westfaliana.

21FEBBRAIO

I diversi sottosistemi regionali hanno una diversa storia alle loro spalle e in virtù di

questi diversi percorsi storici le arene regionali funzionano in materia diversa sotto

importanti aspetti . Mettere al centro l'orizzonte storico temporale ci aiuterà a distinguere la

politica internazionale che si svolge in Europa e quella del resto dell'arena internazionale.

L'Europa e le Americhe negli ultimi anni sono state oasi di stabilità e cooperazione tra attori

tanto che fatichiamo ad affiancargli una visione hobbesiana o waltziana. Tuttavia quasi la

maggior parte delle aree extraeuropee ci appaiono come luoghi di endemica instabilità e

conflitto rispetto ai quali la caratterizzazione hobbesiana sembra un’edulcorazione della realtà.

La dimensione del tempo ci aiuta a mettere a fuoco le ragioni di questa profonda diversità e

differenza.

Le diverse arene regionali non hanno la medesima età anagrafica. Sono venute alla luce, si

sono configurate e cristallizzate nella forma attuale in tempi diversi. Inoltre non sono venuti alla

luce attraverso gli stessi processi genetici, non sono nati nello stesso modo. Distinguiamo qui

dji sul piano storico temporale i sottosistemi regionali sulla base della loro distanza dall'origine,

a seconda della loro formazione più o meno recente, e a seconda delle caratteristiche della loro

origine storica. L'idea su cui lavoriamo e che sistemi anarchici internazionali con diversa età e

genealogia, venuti alla luce in modo diverso, funzionano per certi aspetti in maniera diversa.

Il nucleo geopolitico del sistema internazionale, ossia l'Europa, ha diversi secoli di storia alle

spalle. Esistite approssimativamente nella sua forma attuale da diversi secoli. Tornando indietro

nel tempo di vari secoli ritroviamo gran parte degli Stati di oggi. Il sistema internazionale nelle

Americhe si è formato invece tra fine settecento, con l'indipendenza degli Stati Uniti, e i

primissimi anni dell'Ottocento con la nascita delle repubbliche sud americane. Invece gran

parte dell'arena internazionale si è formata nella sua forma attuale nel corso della seconda

metà ottocento ma soprattutto nel corso del novecento, nel quadro di quattro grandi ondate di

trasformazione politica, che sono stati anche altrettanti processi di frammentazione politica.

Prima l'arretramento dell'impero ottomano dall'Europa, poi il collasso dei grandi imperi

multinazionali ottomano, austriaco e zarista con la prima guerra mondiale, poi lo

smantellamento dei grandi imperi coloniali europei e infine la dissoluzione dell'urss.

Troviamo dei sistemi internazionali regionali come quello del Caucaso che si sono formati poco

fa. Troviamo altri sistemi come l'Africa subsahariana formati tra anni sessanta e settanta del

novecento. Nel subcontinente indiano gli stati sono nati nel secondo dopoguerra. Gran parte

del medio oriente attuale si è formata tra collasso dell'impero ottomano e il venir meno dei

regimi dei mandati istituiti dalla SdN, quindi tra fine prima guerra mondiale e secondo

dopoguerra.

Alle periferie dell'Europa occidentale i balcani si sono formati tra seconda metà dell'Ottocento

con la nascita di Grecia, Romania, Bulgaria e la prima della prima guerra mondiale quando

crolla l'impero austriaco. Quindi invece di trovare una sincronia nel sistema internazionale, una

piccola porzione del sistema internazionale vive oggi la stagione della sua piena maturità o

vecchiaia, in particolare l'Europa occidentale e in parte assieme anche alle Americhe, ossia

l'occidente. Mentre l'area più grande sta ancora vivendo la sua giovinezza, se non della sua

infanzia. Già per questo semplice fatto dobbiamo aspettarci che queste diverse posizioni siano

ad un diverso grado di consolidamento della loro architettura politica internazionale, ossia

confini, strutture territoriali, stati, identità nazionali e politiche. Questo nel segno di una

divaricazione tra Europa e altre arene regionali. Il consolidamento e la solidificazione degli

elementi prima citati con il passare del tempo iniziano ad essere date per scontati.

L'altro elemento interessante è il modello genetico, ossia la genealogia diversa di questi

sottosistemi.

Dobbiamo ragionare sul diverso grado di autonomia o eteronomia dei processi di formazione di

questi sistemi regionali. Per autonomia si intende che un sistema si è formato sulla base di

dinamiche endogene, ossia scaturite all'interno di quel sistema e non condizionate

pesantemente da fattori esterni a quell'arena regionale. Eteronomia invece è un sistema

formato sulla base di processi rispetto ai quali si è verificata un'ingerenza profonda da parte di

forze, attori e fattori esterni a quell'area.

L'attuale struttura politico territoriale europeo-occidentale è risultato di una lunga evoluzione

che avrebbe potuto dare esiti anche diversi rispetto a quello di oggi, però questo risultato è

stato l'esito di un processo politico costellato di guerre, conflitti, manovre diplomatiche,

politiche dinastiche, ma comunque un processo politico che l’Europa ha condotto in una

sostanziale autonomia, senza significative ingerenze da parte di attori esterni a quest'area

geopolitica. Quindi la realtà politica territoriale si è delineata sulla base di una dinamica politica

indipendente, interna all’Europa stessa. In questo senso possiamo dire che abbiamo a che fare

con un processo autonomo.

La maggioranza delle arene invece sono venute alla luce grazie ad attori esterni a queste aree

che vi hanno esercitato a lungo un dominio coloniale, imperiale, preponderante ed egemone, e

quindi un processo genetico eteronomo. Sono state le grandi potenze europee, spesso in una

vera operazione di ingegneria geopolitica a tracciare i confini tra gli stati. Hanno stabilito gli

assetti territoriali in queste regioni, hanno deciso in quali stati dovessero nascere e in quale

frontiere. Pensiamo ai confini rettilinei dell'Africa. Sono stati disegnati a tavolino da attori

esterni. Il medio oriente arabo e un'area frutto di ingegneria politica soprattutto di Francia e

Gran Bretagna, grandi potenze coloniali. Hanno attuato un'opera di state building, condotta

sulla base del sistema dei mandati. Da questo si evince l'artificialità degli assetti politico

territoriali in queste aree e degli stessi stati che ne fanno parte. Questi aspetti politici sono

imposti dall'esterno invece di essersi delineati per sedimentazione come esito di interessi,

rapporti di forma presenti a livello locale.

I confini degli stati dell'Asia centrale post sovietica soffrono di una simile artificialità. Le

frontiere tra gli stati forti dalla fine dell'URSS in Caucaso e Asia centrale ricalcano i confini

amministrativi tra vecchie repubbliche federate nell'URSS e decisi dal governo sovietico a

Mosca negli anni dell'unità sovietica. L'idea dei dirigenti sovietici di dare risposta alle

aspirazioni nazionali dei popoli non russi e ogni gruppo etnico nazionale divenne titolare di una

sua Repubblica e così veniva riconosciuto il pluralismo etno nazionale, si dava risposta alle

volontà di autodeterminazione. L'idea del centro era di tracciare confini ma in modo da non

creare repubbliche troppo compatte sul piano etno nazionale. Ognuna di queste doveva

contenere delle minoranze etno nazionali in modo che nessuna avesse istanze separatiste.

Una seconda caratteristica del processo genetico è che mentre l'Europa è nata attraverso un

processo di aggregazione e concentrazione dello spazio, del territorio, della potenza da parte

degli Stati che ne fanno parte, i sistemi extraeuropei sono venuti quasi sempre alla luce

attraverso un’opposta dinamica di frammentazione, di unità politiche imperiali e coloniali

precedenti e poi di ulteriore diversificazione dello spazio politico. L'Asia meridionale ebbe

l'indipendenza prima dell'impero britannico, poi la partizione tra India e Pakistan, poi la

secessione del Bangladesh dal Pakistan. La presenza e persistenza dei sistemi internazionali

nati da processi di frammentazione di procedenti spazi unitari e la presenza di residui di unità,

ereditata dalla precedente unità politica sono tracce di unità difficilmente eliminabili. Si tratta a

volte di residui simbolici, immateriali, identitari, altre volte sono più tangibili, funzionali,

economici.

Pensiamo alla presenza di lingue franche o spiccata parentela linguistica. Spesso importate

precedentemente dal centro imperiale. L'inglese in India, Pakistan e Bangladesh è ancora

lingua ufficiale. Pensiamo ai francesi in Africa sub sahariana e nel Maghreb. Pensiamo al russo

nell'ex Urss. La lingua ha un ruolo anche nell’identificazione culturale, nazionale. Una traccia

ancora più visibile è la presenza di minoranze etniche.

Nelle precedenti entità multinazionali si era identificato un rimescolamento delle popolazioni a

causa di una deliberata politica del centro imperiale per miscelare creando un'identità

sovranazionale oppure per spontanei fenomeni demografici di migrazione interna, matrimoni

misti che hanno sparpagliato i diversi gruppi etnici in queste vaste compagini unitarie. I paesi

nati dalla frammentazione di queste entità hanno conservato al loro interno gruppi cospicui

estranei alla nazione titolare di quello stato.

Ci sono anche residui di unità a livello economico: linee autostradali, ferroviarie,

telecomunicazioni. Pensiamo agli oleodotti e gasdotti del vecchio spazio sovietico come quelli

che passano per l'Ucraina. A volte questi derivano dalla divisione del lavoro produttivo, quindi

dalla specializzazione di alcune aree che poi sono diventati stati indipendenti. Al momento

della frantumazione questa divisione del lavoro si è tradotta in interdipendenza tra gli stati

successori.

La Siria storica era interdipendente a livello economico

● Il Libano era il centro commerciale e finanziario, terminale di oleodotti e gasdotti, aperto

agli scambi.

● La Siria era specializzata in funzioni di interland agricolo e manifatturiero,

La frantumazione di questo territorio non ha cancellato del tutto questi legami. Le differenze

generano anarchie interstatali diverse tra loro.

● Da un estremo c'è l'anarchia consolidata dell’Europa, dell'occidente, con forte livello di

consolidamento dei suoi confini, assetti territoriali, degli Stati che ne fanno parte. Qui ci

sono stati forti, anche le piccole potenze, con apparati collaudati efficienti, sono stati

coesi sul piano politico al loro interno. Si fondono su identità politiche nazionali antiche,

radicate, ben definite, cristallizzate, possono contare sulla lealtà politica delle rispettive

popolazioni e godere di una solida legittimità complessiva. Hanno avuto molto tempo

per state building e Nation building. C'è quindi consenso che questi stati siano

l'espressione naturale di sottostanti nazionalità.

● Al di fuori del perimetro di un'Europa occidentale e Americhe cambia lo scenario perché

è caratterizzato da basso livello di consolidamento degli enti portati dell'architettura

territoriale, geopolitica e degli stati che fanno parte. Spesso sono stati deboli, anche le

grandi potenze regionali a livello militare, economico, demografico e di PIL spesso sono

stati deboli. La Siria era una grande potenza regionale dopo la fine dell'impero francese,

ora è uno stato debole. Altro esempio è l'Iraq, una delle grandi potenze regionali dagli

anni settanta agli anni novanta, che oggi è debolissimo. Vediamo quindi stati con

istituzioni deboli, poco coesi, che non hanno identità politiche internazionali ben

consolidate, sono divisi al loro interno in gruppi e identità substatali che sfidano il

monopolio della realtà politica. Si identificano magari in altri stati.

Si traduce in un deficit di legittimità politica in questi stati perché gli stati sono talmente

divisi che suona inappropriata la caratterizzazione dello stato come attore adottata da

Waltz. Invece noi abbiamo parlato sempre di attori politici, cioè gli stati. Si parla anche

di stati fallimentari, a serio rischio di frammentazione sotto il peso delle loro

frammentazioni interne. Questo è uno dei fenomeni più caratteristici del paesaggio degli

stati falliti: es Caso Somalia, Yemen, Pakistan.

In questi casi l’età lavora in senso inverso rispetto all’Europa e alle Americhe. Questi stati

hanno avuto poco tempo a disposizione per lo state and nation building. D’altro canto si può

aggiungere le che quest’impresa è stata resa più ardua e complicata dal carattere eteronomo

di questi stati, cioè dal fatto che questi stati sono stati spesso il risultato di ingegneria politica e

non l’esito di un risultato endogeno dall’area. Le potenze esterne coloniali, responsabili della

formazione degli assetti territoriali hanno messo insieme in modo arbitrario dei territori

popolazioni eterogenee che erano destinate a incontrare la massima difficoltà per sviluppare

una condivisione. Sono venuti alla luce come aggregati di minoranze, nessuna delle quali ha

raggiunto una maggioranza assoluta. Il governo si è trovato a governare uno stato a discapito

degli altri gruppi. In questo processo di incameramento dello stato, i gruppi dirigenti sono stati

sostenute dalle potenze esterne > intese arene regionali. Esempio significativo è il Libano.

In Libano i francesi hanno fatto dei cristiani maroniti una minoranza dirigente, incamerando le

posizioni più importanti in politica e amministrazione. L’Iraq fino al 2003 è stato lo stato degli

arabi sunniti, emarginando i turchi e gli sciiti. Un altro caso tipico è la Siria. Gli alawiti sono

diventati una minoranza assolutamente sovrarappresentata negli apparati statali

nell'amministrazione, nella burocrazia e nelle alte sfere militari. Quindi la genealogia di tipo

eteronomo ha unito cose che a volte forse avevano ragione di rimanere separate oppure ha

frammentato in vari stati territori e popolazioni che erano state in precedenza legate da vincoli.

Questi residui di unità hanno contribuito a complicare la costruzione e il consolidamento di un

nuovo assetto territoriale. Interferiscono con la definizione dei confini e sullo sviluppo di

identità territoriali e politiche basate sui territori perché tendono a mantenere legami

transterritoriali e transnazionali con confini degli stati magari vorrebbero spezzare ma non

sempre riescono. Questi residui di unità concorrono a delegittimare i confini, a renderli porosi, e

mettono in discussione la legittimità degli assetti territoriali degli stati. In questi sistemi

eteronomi si ha una nostalgia dell'unità, latente che periodicamente riemerge anche in modo

prorompente.

Qui troviamo diversi stati e gruppi che si identificano con un territorio e una comunità che

trascende quella su cui esercitano la loro sovranità o in cui sono inseriti, stati che sentono il

richiamo di terre irredente, sentono il vincolo di legami nazionali con gruppi che sono collocati

al di là dei loro confini e che sono rimasti sotto la sovranità di vari paesi. Il caso del medio

oriente arabo è il più indicativo. L'odierna Siria è solo una parte della Siria storica che ambivano

a costruire i nazionalisti siriani, la grande Siria. Nel venti si riunì a Damasco un congresso

generale siriano che doveva essere espressione di un parlamento siriano, che formulò la

proposta della costituzione di una grande Siria con Libano, Giordania, parte della Turchia e

parte della Palestina. Questa istanza si basava sulla Siria storica, territorio che da secoli aveva

una storia comune è una specificità e coerenza economica e che era rimasta unita da sempre e

da ultimo sotto l'impero ottomano. Doveva restare unita. Quindi fu proclamato un regno siriano,

guidato da Faisal, soppresso poco dopo dai Francesi con le armi. Con i mandati fu poi spartita

da inglesi e francesi. I francesi creano la piccola Siria e poi il grande Libano, rimpolpato da una

serie di territori che non avevano mai fatto parte della provincia ottomana del Monte Libano.

Gli inglesi creano il regno di Transgiordania, che poi diverrà Giordania e poi pensarono di

suddividere la Palestina tra un'entità sionista e un ipotetico stato palestinese. La ricostituzione

della grande Siria storica è rimasta un obiettivo politico, ma questi fattori si dividevano a loro

volta in strumentalisti e finalisti.

● I finalisti credevano che la ricostituzione della Siria storica era la meta finale

dell'impresa di state building. La nazione siriana era parte del mondo arabo ma dotata

di una sua specificità, da esprimersi in uno stato indipendente. Era soprattutto

importante l'unità con il Libano.

● C'erano poi gli strumentalisti che credevano che la grande Siria fosse uno stato

intermedio, verso uno stato arabo più grande che comprendesse la mezzaluna fertile e

magari l'Egitto. La Siria era parte di una più ampia nazione araba che avrebbe dovuto

trovare un'entità statuale politica più ampia. Aderivano al panarabismo e si opponevano

alla divisione del mondo arabo in una molteplicità di stati territoriali. Avversavano i

nazionalismi incentrati sui singoli stati arabi.

Esiste infatti un nazionalismo piccolo siriano, il libanismo, l’iraqismo. C'è un’oscillazione che

caratterizza tutti i principali stati arabi del medio oriente del tentativo di costruire un

patriottismo di tipo territoriale, inclusivo di tutti i gruppi etno religiosi presenti, creando

un'entità etnica su base territoriale come il libanismo, dall'altro vediamo la tentazione di

abbracciare un nazionalismo panarabo, magari secolarizzato o religioso, destinato a risultare

indigesto ai gruppi non arabi. Questi gruppi potrebbero contare qualcosa in stati territoriali ma

non in un mondo panarabo. I curdi possono avere un ruolo nell’Iraq autonomo o in una Siria più

o meno grande, possono avere autonomia, mantenere un’identità, ma in una grande nazione

panaraba non conterebbero nulla.

Il panarabismo ha assunto diversi tratti

- Secolare come con Nasser

- Religioso, quindi nazionalismo arabo, islamico e prevalentemente sunnita che

risulta più indigeribile alle minoranze arabo cristiane. Pensiamo ai palestinesi

cristiani, ai copti, ai cristiani libanesi. Oppure pensiamo alle minoranze

musulmane non sunnite, come gli sciiti e gli alawiti.

L’Egitto a fine colonialismo aveva cercato di sviluppare un nazionalismo territoriale, legandosi

alla sua identità premusulmana, ossia l’ideologia del faraonismo, ad un passato glorioso.

L’Egitto è stato anche il paese che, però, ha abbracciato il panarabismo nel modo più

entusiastico. Con Nasser è stato leader del panarabismo e la Lega Araba è nata come

espressione di questo nazionalismo panarabo.

È una realtà molto diversa rispetto a quella europea.

In un’anarchia consolidata come quella europea tende a prevalere il sostegno dello status quo.

Prevalgono stati sazi che sono soddisfatti del territorio, che vogliono conservarne l’esistenza. La

cristallizzazione dei confini e degli assetti ha diradato le dispute territoriali, le dispute sui

confini. La realtà territoriale che vediamo è entrata così a fondo che ci appare come l’ordine

naturale delle cose. Nessuna piccola realtà ha confronti di rivendicazione verso i vicini. C’è un

reciproco riconoscimento tra gli stati come portatori di identità contestabili e radicate. Questa

solidità e legittimità dell’architettura si risolve in un senso di vulnerabilità e insicurezza degli

attori. Questo è l’attenuazione dei fenomeni tipici della politica di potenza.

Il venir meno delle rivendicazioni territoriali ha aperto la via a sempre più spinte di fiducia e

cooperazione reciproca che culmina nella disponibilità a cedere parti della sovranità

internazionale (es UE). L’opposto accade nelle anarchie immature di formazione recente. Qui

prevale una domanda di revisione degli assetti e il sistema tende ad inclinare verso l’instabilità,

violenta e radicale degli assetti.

Qui abbondano e continuano ad esserci dispute territoriali, c’è un’egemonia del conflitto.

Troviamo a volte un revisionismo territoriale radicale in cui gli stati mettono in dubbio

l'esistenza stessa degli altri stati. Pensiamo al riconoscimento di Israele. Israele è percepito

come stato coloniale costruito dalle potenze esterne. L'Iraq si è rifiutato a lungo di riconoscere

il Kuwait, considerandolo come parte integrate del territorio iracheno. La Siria si è rifiutata a

lungo di riconoscere il Libano. A turno le grandi potenze arabe si sono conferite al panarabismo

abituando ad aggregare il mondo arabo.

Questa visione revisionista di unità araba equivale anche ad un’ambizione a sopprimere questa

pluralista di stato. È un revisionismo radicale dentro il mondo arabo. Tipica di queste anarchie

di recente formazione e quindi l’oscillazione di cui non c'è un corrispettivo in Europa. Ci sono

fenomeni aggregativi volti al superamento della parcellizzazione esistente e poi l’esistenza

opposta di territorialità i e se non un'ulteriore frammentazione territoriale. Nella storia del

Medio Oriente ci sono molte iniziative fusioniste come la Repubblica araba unita, caso più

clamoroso, unione tra Egitto e Siria a cui avrebbe voluto partecipare anche l'Iraq. Avrebbe

dovuto funzionare in quei paesi come un catalizzatore di un ulteriore accorpamento del mondo

arabo.

Oppure pensiamo allo spazio post sovietico con la creazione della comunità degli Stati

indipendenti con l'idea che gli stati post sovietici dovessero intrattenere rapporti speciali in

virtù dei legami che sussistevano precedentemente.

Questa tendenza ricorrente alla funzione nel caso dell'Isis trova un ultimo caso per uno stato

siro-iracheno che cerca di essere catalizzatore di un'unione arabo-sunnita. Questi casi di

tentativi di riunificazione mostrano come la tensione all'unità possa contenere semi di conflitto,

in parte perché i progetti di riunificazione sollevano immediatamente la questione della

leadership, chi debba diventare centro di un nuovo soggetto politico militare. Su questo si è

arenato proprio il progetto della Repubblica araba unita. Questi progetti unionisti mettono in

discussione la legittimità dell'esistenza di tutti quegli altri stati che hanno i requisiti per essere

ammessi al progetto aggregativo ma preferiscono tentare di costruire una nazione separata.

Nel nome della solidarietà tra stati arabi la RAU lanciò una sfida radicale a paesi come Arabia,

Giordania e Libano, restii a prendere parte al progetto unitario e divenne una ragione di

conflitto tra l’Egitto che cercò di condurre questi paesi nel panarabismo e gli altri paesi che

rimasero gelosi della loro indipendenza.

Ne nasce un circolo perverso in cui unionismo e particolarismo si delegittimano a vicenda e

creano tensioni. Negli ultimi trenta/quaranta anni vediamo i particolarismi territoriali di stati

che fanno arenare il progetto di unità, però non riescono a screditare del tutto questi ideali

unitari, non riescono ad eliminarli del tutto. D'altro lato vediamo la ricorrente irruzione di questi

ideali unionisti che indebolisce i particolarismi territoriali ed intralciano il definitivo

consolidamento degli Stati esistenti, tendono a screditare i nazionalismi territoriali, perché

tengono in campo una potenziale alternativa, che mantengono appeal sulle popolazioni locali.

Questi ideali unitari finiscono spesso per alimentare ed inasprire lo scontro dentro gli stati

esistenti, tra coloro che vogliono confluire in unità territoriali più vaste e coloro i quali si

oppongono. Questo indebolisce ulteriormente la coesione politica degli Stati esistenti e

complica la costruzione di patriottismi territoriali.

Vediamo un’oscillazione tra fusione sovranazionale e guerra civile. Il caso del Libano è centrale.

L'emergere del panarabismo nel medioevo oriente (soprattutto di stampo arabo sunnita) ha

condotto alla radicalizzazione della comunità maronita, che non voleva entrare un grande stato

a maggioranza arabo-sunnita portando alla crisi libanese nel 1956 prima e poi in varie guerra

successive. La vicenda dello stato islamico (ISIS) ci mostra questa altalena tra tendenze

isolazioniste e guerra civile nelle unità politiche esistenti. C’è una tensione per cancellare i

confini artificiali territoriali (considerati imposizione delle potenze coloniali) e vuole creare

un'unione, ricompattando Siria storica, mezzaluna fertile e tutto il mondo arabo sunnita.

D'altro lato vediamo come questo produce e inasprisce i conflitti dentro le compagini politiche

attraversate da questo fenomeno. Suscita strenua opposizione di tutti quei gruppi etno religiosi

che hanno l'aspettativa di essere esclusi e marginalizzati in un'unità arabo islamica come

quella perseguita dell'Isis stesso.

Arene di questo tipo, di recente formazione, che funzionano come abbiamo detto, sono arene di

sicurezza. Diversamente dall’Europa, queste arene regionali sono ancora sprofondate nel segno

dell'insicurezza e anzi vivono una insicurezza profonda. Nessuno si sente davvero sicuro nei

suoi confini perché sa che c'è qualcun altro democrazia che non riconosce l'ordine territoriale

esistente e ambisce a cambiarlo. A volte gli stati si trovano ad essere minacciati da stati

regionali con cui condividono poco o niente e altre volte sono minacciati da stati con cui

condividono troppo. In fortuna della condivisione di altri stati vorrebbero ridurre il pluralismo

territoriale.

La grande Siria non riconosce il Libano, l'Isis non vuole saperne di vari stati indipendenti. Gli

stati non sono sicuri perché l'ordine esistente può essere minacciato sia da chi sta fuori dai

propri confini sia da chi sta dentro.

In tutti i sistemi di recente formazione vediamo una duplicazione del fronte dell'insicurezza. C'è

sempre qualcuno che è pronto a contestare perfino la nostra esistenza e qualcuno dentro

pronto a defezionare e uscire dallo stato e unirsi a chi sta fuori dai nostri confini. La politica di

sicurezza nazionale degli attori tende ad essere molto diversa dalla politica di sicurezza

nazionale che abbiamo conosciuto nel sistema moderno westfaliano. La politica di sicurezza

non si limita al contenimento del più forte a livello militare ed economico, ma spesso consiste

in una politica di contrasto degli attori che si fanno portatori di un revisionismo ostile. I paesi

che non aderivano al panarabismo la politica di sicurezza consiste nel contrastare la politica di

Nasser, magari ancor più di Israele. La politica di sicurezza non si esaurisce in una politica di

contrasto delle minacce esterne, ma consiste nel sopprimere le spinte centrifughe dentro lo

stato e sopprimere le minoranze sleali. Di qui i fenomeni tipici della repressione interna delle

minoranze, fenomeni endemici di assimilazione forzata, pulizia etnica, espulsione, esclusione

dalla vita politica vista come politica di sicurezza. Le difficoltà degli stati che fanno parte di

anarchie di recente informazione a concedere spazio alle minoranze non è solo segno di

immaturità democratica o intolleranza, ma deriva dal fatto che le minoranze vengono viste

attraverso il prima della sicurezza, come spinte centrifughe, alla luce dei rapporti politici tra chi

sta dentro e chi sta fuori.

26FEBBRAIO CARATI

ANALISI DELLA POLITICA ESTERA E PACE DEMOCRATICA

Sui fattori interni, cioè caratteristiche dello stato o che si riferiscono a soggetti dello stato, fa

riferimento con la terminologia dei livelli di analisi. Qualsiasi oggetto di livello di analisi può

essere studiato da diverse prospettive, macro, micro, possiamo scegliere se concentrarci

sull’insieme, sulla struttura dell’organismo o su un livello di analisi più puntuale, meno astratto,

sulle parti di un organismo o fenomeno internazionale.

La gran parte della riflessione internazionalistica adotta una prospettiva sistemica. In generale

il pensiero politico sulla politica internazionale questa prospettiva è ancora quella dominante. Si

parla dei grandi fenomeni della politica internazionale, dell’equilibrio di potenza, alleanze.

Anche gli altri testi in programma non raccontano la politica estera nel dettaglio ma in modo

sistemico spiegano i macro fenomeni. Questo approccio sistemico, anche se a partire dal

volume di Waltz significa qualcosa di impreciso, in questo caso ci riferiamo a un approccio,

un’analisi di carattere generale della politica internazionale.

A partire dagli anni 50 – 60 è stato problematizzato: gli autori si sono posti il problema di come

stava affrontando il tema della politica internazionale e dagli anni 60 soprattutto è partita una

riflessione sui livelli di analisi. La politica internazionale si ritiene vada studiata da diverse

prospettive.

Waltz ci dice che la prospettiva sistemica è quella base, per altri va studiata insieme ad altri

livelli: Sistemico > Una letteratura che ha problematizzato un assunto di fondo per cui la

 politica internazionale va studiata per forza da un punto di vista sistemico perché

studiarla da questo punto di vista comporta una forte semplificazione. Attribuire alla

soggettività dello stato un’importanza eccessiva, come se nella politica internazionale

l’attore centrale dotato di una razionalità unitaria fosse solo e unicamente lo stato.

Waltz ci dice che lo stato è trattato come una black box (scatola nera) > qualcosa di

unitario, senza indagare cosa succede dentro allo stato. Per capire la politica

internazionale basta vedere come si comporta lo stato, come si aggrega la potenza,

come è stabilito il potere a livello internazionale, le alleanze, la guerra, ecc. ma ciò che

accomuna le prospettive sistemiche è che lo stato è un soggetto unitario, che si

comporta in alcuni modi sulla scena internazionale. La presunzione della prospettiva

sistemica e quella di Waltz in particolare, è che gran parte della politica internazionale si

può studiare senza guardare cosa sta dentro agli stati e le caratteristiche interne agli

stati non contano nulla. Waltz è stato un po’ equivocato su questo. Da una parte è vero,

dall’altra però dice che ciò che la politica sistemica non riesce a spiegare va cercato in

termini residuali all’interno dello stato. Il baricentro delle spiegazioni è il sistema.

Nazionale > si è affermato con la fine della guerra fredda e si concentra sulle

 caratteristiche degli stati capendo come stati diversi si comportano in modo diverso nel

sistema internazionale. La grande classificazione da cui nasce la teoria della pace

democratica sostiene per esempio che le democrazie si comportano nel sistema

internazionale in maniera radicalmente diversa rispetto ai regimi non democratici, cioè

regimi autoritari e totalitari. La convinzione si è fatta strada a partire dagli anni 90 (ha

preso particolarmente forza negli ultimi anni) fino a ritenere che se il sistema

internazionale fosse popolato solo da regimi democratici, la politica internazionale

cambierebbe natura. Il punto è partire dalle caratteristiche dello stato. Ad esempio più si

diffonde la democrazia più il sistema diventa pacifico. Valorizza il tipo di regime politico,

di stato.

Sub nazionale > ci si riferisce a un gruppo di attori che non necessariamente sono un

 gruppo di attori del singolo individuo ma son gruppi più interni allo stato. A un livello

ancora più basso si collocano le teorie del livello sub nazionale, non partendo né dal

sistema, nel dal tipo di stato ma da ciò che viene all’interno dello stato. Hanno una forte

matrice liberale. Lo stato è un macro attore, composto al suo interno da una pluralità di

soggetti. Uno degli assunti del liberalismo è l’individualismo, cioè per quanto complessa

è la politica internazionale, in definitiva, i fenomeni politici vanno ricondotti a scelte

individuali, anche se sembrano nascoste o indirette. Significa riconoscere che in ultima

istanza è il singolo che prende decisioni. Lo scienziato sociale deve indagare circa le

scelte individuali e come in definitiva producono gli effetti internazionali. Uscì negli anni

90 un articolo sulla teoria liberale delle relazioni internazionale che contraddiceva Waltz

secondo cui gli stati sono azioni degli individui e quindi le scelte degli stati arrivano dalle

scelte e responsabilità individuali.

Uno stesso fenomeno internazionale può essere analizzato da tre prospettive diverse. Le

relazioni internazionali hanno quasi sempre adottato una prospettiva sistemica ma a parte

dagli anni 60 si è problematizzato l’aspetto dei livelli di analisi e sono nati approcci cioè

nazionale e sub nazionale.

Si è accompagnata una disciplina che rimane quindi autonoma rispetto alle relazioni

internazionali: la politica estera, che cerca di razionalizzare ciò che le relazioni internazionali

non colgono, delle relazioni tra gli stati e interno agli stati.

ANALISI DELLA POLITICA ESTERA

Ha avuto una storia progressiva, nasce come disciplina autonoma del mondo anglosassone e

arriva in Europa in maniera tardiva dove sono nate le prime cattedre di analisi della politica

estera. Questa disciplina è una specificazione delle politiche internazionali. L’analisi della

politica estera nasce sulla base di due insoddisfazioni negli anni 50 – 60:

Livello di astrazione per le teorie di relazioni internazionali > qualche teorico

 accademico condivide il fatto che questi testi sono astratti e non colgono la realtà dei

fatti (es Waltz). Sulla base di questa insoddisfazione, lo sforzo di alcuni autori è stato

quello di provare a scendere dalla scala di astrazione della politica internazionale per

elaborare modelli teorici concreti, che ci possano far prevedere qualcosa. Per prevedere

qualcosa bisogna concentrarsi su qualcosa di molto controllabile rispetto al principio di

legittimità, sovranità, le formazioni delle grandi alleanze, la crisi delle alleanze, gli

equilibri, ecc.

Avvicinarsi ai processi politici concreti reali delle scelte di politica internazionale >

 avvicinarsi alla politica estera degli stati.

Quella che nasce è un’analisi delle politiche pubbliche applicata alle relazioni internazionali > si

occupa del ciclo di policy, come nasce una politica, quali provvedimenti legislativi vengono

adottati e come questi vengono attuati e che effetti hanno sulla società. Questa branca della

scienza politica ha degli strumenti per valutare il ciclo di policy, come nasce l’attenzione a un

problema, come arriva al legislatore tramite i partiti, come il legislatore legifera il problema che

è sorto, come l’amministrazione attua i provvedimenti legislativi e come misura il successo del

provvedimento. Un po’ come per l’analisi della politica interna, si trasferisce anche a temi che

riguardano le scelte di politica estera degli stati, cioè come viene percepito un problema, come

il legislatore e i gruppi di pressione se ne fanno carico, che provvedimenti prendono e che

effetti hanno le loro decisioni. In sostanza explanandum, che è l’oggetto di analisi della

disciplina (che deve dimostrare di avere un oggetto di analisi, ogni volta che nasce una

disciplina) riguarda le decisioni di politica estera dei leader politici e dei governi. L’oggetto non

riguarda più i grandi fenomeni, ma è qualcosa di preciso ed empiricamente trattabile. Gli

explanans, cioè come spieghiamo le scelte di questi stati, li spieghiamo a partire dai fattori

che influenzano le decisioni politiche in politica estera (decisioni del leader, rapporti tra

legislativo e governo in politica estera e tutti i fattori che interferiscono, influenzano o

determinano le scelte di politica estera).

Chi ha fatto questo lavoro ha citato i tre grandi classici degli anni 50 – 60, che danno vita ai tre

filoni dell’analisi della politica estera:

Decision making (Snyder) > il fuoco dell’analisi dev’essere cosa succede agli stati

 quando vanno in guerra, cosa succede dentro allo stato, chi decide che cosa, perché

decide questo, chi ha influenza, ecc. È il filone più prolifico dell’analisi della politica

estera. A partire dagli anni 50 c’è stata la proliferazione di studi che ha indagato sui

processi degli stati.

Analisi comparata della politica estera (Rosenau) > la politica internazionale è

 troppo complicata, implica troppi fenomeni e bisogna trovare delle pre teorie, delle

teorie di medio raggio che cerchino di spiegare cose più limitate, non grandi fenomeni.

Alla fine del libro propone come via d’uscita dal generalismo delle teorie sistemiche di

concentrarsi sulle politiche estere degli stati utilizzando l’analisi comparata delle

politiche estere. Voleva trovare stati che si trovano nelle stesse condizioni geopolitiche,

economiche, demografiche per cui si adottano determinate politiche estere. Si guardano

tutte le cose che sono simili e tutte le cose che variano, trovando in queste ultime le

cose che variano, escludendo le cose costanti e comuni. Bisogna capire come si

comportano gli stati nel sistema internazionale.

Il contesto psicologico e sociale delle decisioni di politica estera (coniugi

 Sprout) > utilizzano tutte le teorie socio psicologiche sulle decisioni politiche e le

applicano alle decisioni di politica estera. Vanno a vedere come le mappe cognitive, gli

stereotipi culturali, l’interazione sociologica dei gruppi di politica estera interagiscono e

influenzano le decisioni di politica internazionale. Appartengono a questo filone molti

studi che hanno cercato di studiare le tradizioni di politica estera, i caratteri di politica

estera di uno stato partendo da studi di carattere culturale e sociologico che riguardano

la storia di un paese.

Il livello di astrazione rimane piuttosto elevato ma il punto rimane che questo tipo di approccio

(analisi della politica estera) ha provato a svincolarsi dalle teorie sistemiche per spiegare la

politica internazionale partendo da un’altra premessa. Il punto è che gli studi hanno l’ambizione

di spiegare la politica internazionale nel suo insieme.

COME SPIEGARE LA POLITICA INTERNAZIONALE PARTENDO DAI FATTORI INTERNI ALLO STATO:

ci sono diversi studi in questo ambito ma quest’enorme varietà di studi può essere inquadrabile

in tre grosse categorie:

Quelli che si concentrano sui leader, quindi sui singoli > hanno messo a punto delle

 condizioni entro cui un leader politico è il centro decisionale della politica estera dello

stato. Il primo punto di partenza è il regime politico. Si ritiene che siano in grado di

influenzare i destini della politica internazionale quando sono a capo di un regime

autoritario perché un leader per influenzare le decisioni di politica estera lo fa da una

posizione di forza. In una democrazia e in gran parte lo stesso dei regimi autoritari che

un leader decida tutto il corso della politica estera, anche se ci sono comunque delle

eccezioni. Un esempio fu il regime totalitario di Hitler, perché non fu un regime

autoritario ma totalitario, basato su una gerarchia informale che rimandava ogni

decisione. Il criterio con cui coloro che amministravano la politica estera e la modalità

con cui prendevano le decisioni era espressione della volontà del führer (es. Hitler aveva

avuto una grande esperienza dell’esercito e non si fede mai dettare dai generali delle

linee di condotta). È molto raro il caso in cui la politica estera di un paese può essere

imputabile solo alle singole scelte di un leader. Tanto più il regime autoritario tanto più il

leader conta. Un altro fattore sono le competenze del leader sulla politica

internazionale, perché se abbiamo una conoscenza completa possiamo prendere delle

scelte in modo autonomo, invece se non conosciamo un problema dobbiamo delegare

ad altri le scelte. Per prendere su di sé tutta la responsabilità deve avere anche un forte

interesse personale per la politica internazionale. Ci sono molti leader di regimi

autoritari che hanno manifestato un disinteresse per la politica internazionale

concentrandosi solo sul piano interno. Importante è anche la loro storia pregressa, il loro

curriculum perché conta sul piano delle decisioni di politica estera. Infine, conta anche il

carattere, ad esempio dei presidenti americani. Ci sono presidenti (Obama, Kennedy e

Clinton) che sono più propensi alla delega. I processi decisionali dell’amministrazione

Obama sul negoziato sul nucleare iraniano, sulla questione in Iraq o in Afghanistan fu un

processo decisionale molto complesso per cui il presidente consultava esperti militari.

Altri presidenti invece non hanno quest’interesse, come Trump, che ha dimostrato di

essere infastidito dalla politica internazionale. Le fasi neo isolazioniste rimangono scelte

di un leader opposto rispetto a Obama, perché ha una storia e una vicenda personale

diversa. Benché Trump sembri spavaldo, necessariamente deve dipendere da consiglieri

perché il suo curriculum, il suo expertise fanno credere che le scelte di politica estera

dell’America di Trump siano scelte un po’ deliberate, anche se non toglie che possa fare

scelte sconsiderate e metterci l’ultima parola.

Quelli che si concentrano sulle organizzazioni > modello organizzativo; le scelte di

 politica estera dipendono da gruppi ristretti che vanno da 12 a 20 persone (NSC, group

pink), che si riuniscono in maniera periodica tendenzialmente e sono coinvolti nel

processo decisionale durante i periodi di crisi o quando c’è una questione delicata, sia

per le democrazie sia per i regimi autoritari. In questi organi risiedono gli esperti di

politica internazionale. Mettono insieme le migliori menti su una questione di politica

estera e ci si aspetta che le loro scelte siano ponderate, ben informate, potenzialmente

le scelte migliori in materia di politica estera. In realtà è una letteratura che ha fatto

degli studi (Earving – Kennedy con la crisi dei missili di Cuba) è che questi gruppi hanno

un pensiero di gruppo disfunzionale, poco razionale perché creano una spinta al

conformismo per cui la convergenza di vedute avviene nei primi incontri. Il conformismo

limita le opzioni, le visioni, tendenzialmente da un’immagine parziale. Si sviluppa una

sorta di trade off, di dilemma, fra da un lato la preservazione della coesione del gruppo

e dall’altro il tentativo di valutare razionalmente la questione che si sta trattando,

facendo emergere anche delle riflessioni contrarie a quelle della maggioranza. Questi

gruppi ristretti tendono a diventare conformisti e ad orientarsi verso la coesione del

gruppo. Per esempio la decisione della Baia dei Porci fu vista come una sciocchezza

tremenda e molti confessarono che erano contrari alle decisioni di Kennedy, ma il

gruppo era così coeso che tutti adottarono un comportamento della preservazione della

coesione del gruppo. Un altro aspetto che li caratterizza è che se il leader politico, che in

ultima istanza prende una decisione, mostra un’inclinazione piuttosto che un’altra, il

gruppo quasi sempre si accoda a quella scelta e difficilmente nel corso della gestione di

una questione si discosta dalla linea che prevale, anche se l’evoluzione di una crisi

prende una piega che contraddice completamente quella convinzione. Un’altra dinamica

del “group pink” è quella chiamata “over confidence” fa emergere un’inclinazione a

un’autostima eccessiva che guida spesso a decisioni sconsiderate, a decisioni molto

rischiose. Ci sono anche studi statistici su questo, classificandole come più o meno

rischiose. Il modello organizzativo si è occupato però anche di grandi organizzazioni di

politica estera, come i ministeri degli esteri, della difesa, le forze armate, ecc. Anche in

questo caso le grosse organizzazioni, se altamente burocratizzate, presentano dei

processi decisionali molto sclerotici, disfunzionali. Le organizzazioni hanno la funzione di

semplificare la realtà. Questi modelli hanno cercato di capire come vengono semplificati

i problemi. Il filone più interessante e chiarificatore è il filone di studi che si è occupato

di come le organizzazioni adottano procedure standard necessariamente. Quando però

si trovano di fronte a problemi non previsti dall’organizzazione, come la CIA che si trova

di fronte alla tragedia dell’11 settembre o di carattere nuovo, tendono ad adottare o

cercare le procedure standard più simili e vicine al trattamento di un problema. Si vede

un procedimento analogo anche nelle burocrazie, come ad esempio la motorizzazione

civile, l’anagrafe, ecc.

Cercano la procedura più vicina per adottare di conseguenza delle procedure. Crea

problemi quando si tratta di politiche internazionali.

Quelli che si concentrano sulle burocrazie > il modello burocratico può assomigliare a

 quello organizzativo, ma in realtà è molto vicino alla scienza dell’amministrazione. Si

occupa di capire come funziona l’intero sistema burocratico del paese, se l’intero

sistema organizzativo è concentrato sul capire come è composta la CIA, il modello

burocratico guarda nell’insieme tutti gli organi, i deputati coinvolti nel processo

decisionale relativo alla politica estera e ne studia le interazioni. Gli studi sono molto

vari, ci sono studi che studiano le identità o i conflitti burocratici all’interno di uno stato

per capire come questo ha influenza sulle scelte di politica estera. Un caso tipico è

quando l’amministrazione Bush per il fatto dell’11 settembre diede vita a un nuovo

ministero, Homeland Security, vista la sensibilità verso il terrorismo e ritenne giusto

rassicurare il popolo americano. Questo ovviamente fece suonare i campanelli d’allarme

e inquietò i ministeri già imputati a quel compito, come la CIA, l’FBI, il Ministero degli

Interni, il servizio di Intelligence e il risultato fu un enorme conflitto nel sistema

burocratico americano. Una battaglia territoriale per capire quali risorse avrebbe

sottratto la Homeland Security alle altre organizzazioni. Tutto un conflitto burocratico tra

organizzazioni che aveva come attenzione principale non la gestione del terrorismo, ma

le energie spese furono per capire quali risorse spettavano ai ministeri e per una

battaglia burocratica interna. La guerra al terrorismo di Bush fu una battaglia

disfunzionale rispetto all’immagine di uno stato e uno spreco di risorse. Negli studi più

puntuali, questo tipo di analisi mettono in luce delle decisioni sbagliate, come ad

esempio la decisione in Iraq, dopo aver invaso Baghdad nel 2003, di sciogliere la

guardia nazionale fu una scelta pessima. Rispetto all’idea che nell’Intelligence ci fossero

persone contrarie rispetto alla decisione presa dall’amministrazione, gli apparati

burocratici ci dicono molto. Un altro esempio sono i conflitti tra l’amministrazione Bush e

Israele nel momento in cui Israele intervenne in Libano: nel 2006 Israele attacca il

Libano rispondendo con una campagna militare che sembrava concentrarsi solo su una

roccaforte ma poi attacca il governo libanese. L’amministrazione Bush era

profondamente contraria a questa scelta perché anni prima si era spesa per elezioni

libere e corrette, democratiche in Libano. Il fatto che gli israeliani attaccarono il governo

libanese appoggiato dagli Usa andava contro gli interessi americani e ci furono quindi

varie tensioni. Di fronte alla presenza di amministrazioni generali della burocrazia,

quello che è difficile pensare è che Bush sostenne Israele per tutta la guerra, anche sul

piano diplomatico alle Nazioni Unite, nel consiglio di sicurezza per arrivare a un cessate

il fuoco. Si arrivò tardi perché l’ambasciatore americano nelle Nazioni Unite si oppose a

certe disposizioni. La guerra del 2006 fu un colpo per gli interessi americani. Questi

modelli burocratici ci dicono come in modelli i gruppi ristretti riescono a prevalere delle

decisioni che la maggioranza dei singoli all’interno dei gruppi non avrebbe preso.

Tutti questi livelli si rivolgono a un livello subnazionale, rifiutando di trattare lo stato come un

costrutto sociale che lo dipinge come uno stato unitario con un’unica nazionalità, secondo una

personificazione dello stato, che risulta un individuo. Questi modelli sub nazionali rifiutano

quest’idea e sostengono che la politica internazionale è meglio spiegata se apriamo la black

box e guardiamo cosa si trova all’interno dello stato.

A livello nazionale il centro dell’attenzione è il tipo di regime politico. Ci sono molti studi di

politica estera comparata ma quello più noto è quello della teoria della pace democratica.

La teoria della pace democratica nella sua proposizione essenziale dice che le democrazie non

si fanno mai (quasi mai) guerra tra loro. Gli autori che se ne sono occupati sostengono che le

quasi mai

democrazie non si fanno guerra tra loro perché ci sono delle eccezioni ma le guerre

tra esse sono elementi rari e quelle poche eccezioni sono spiegabili per circostanze eccezionali.

Le democrazie sono regimi pacifici. Solo pochi autori hanno sostenuto sulla base di testi

statistici che le democrazie più mature non si fanno guerra tra loro. Questa teoria fa la sua

comparsa negli anni 90 e rispetto ad altri modelli teorici è accompagnata da uno studio

empirico su questo fenomeno. Quasi tutte le pubblicazioni sulla teoria della pace democratica

che sostengono che ci sia la pace, si accompagnano a test statistici nel lungo periodo, dalle

prime repubbliche dell’800, ma la gran parte degli studi partono dal 900, dal secondo dopo

guerra fino ai giorni nostri. Questi studi stabiliscano anno per anno quale regime politico è

classificabile come democrazia o come regime autocratico e misurano anno per anno quante

guerre hanno fatto e contro chi per capire se le democrazie si sono fatte guerre ma quasi tutti

gli studi confermano questa pace separata: pace separata perché le democrazie fanno la

guerra ma contro regimi non democratici. Quando si dice che le democrazie non si fanno mai

guerra, si intende tra di loro. Paradossalmente le democrazie hanno delle percentuali di guerra

grossomodo identici a quelle dei regimi non democratici.

Democratizzare un sistema internazionale significa lavorare alla pace internazionale. È un

aspetto descrittivo più che normativo. Una teoria di questo tipo contraddice le teorie sistemiche

del realismo sistemico alla Hobbes, che sostiene che le caratteristiche interne degli stati non

sono determinanti. Possono spiegare ciò che una teoria sistemica non sa spiegare ma non sono

i fattori interni di uno stato che spiegano la politica internazionale. Invece la teoria della pace

democratica sembra dimostrare il contrario ed è appoggiata da vari test. È un attacco frontale

teorica contro il realismo sistemico, all’idea che un tipo di regime adotta una politica diversa

rispetto ad altri regimi. È il contrario rispetto a quello che sostiene Waltz: il regime politico non

conta per la politica internazionale. Dice anche che se si guarda alla politica internazionale,

regimi simili spesso si sono comportati in maniera diversa e regimi diversi hanno fatto la stessa

cosa.

Waltz in generale ci dice che gli stati tendono a fare tutti la stessa cosa: occuparsi della propria

difesa, allearsi e gestire le minacce. Waltz scrive in piena guerra fredda, nel 1979, trattando

molto bene il bipolarismo e scrive in un momento storico che sembra dargli ragione. Usa e Urss

sono completamente diverse ma sul piano internazionale fanno la stessa cosa, cercando di

contenersi a vicenda, dando vita a un equilibrio e usano le stesse tecniche per controbilanciare

l’altro, adottano le stesse armi e strategie nucleari. Secondo Waltz, se nel sistema

internazionale stati diversi fanno la stessa cosa significa che la politica internazionale è

spiegata dai sistemi e non dalle caratteristiche interne. La teoria della pace democratica Waltz

la definiva come “ipotesi della teoria della pace democratica” in modo ironico e non teoria vera

e propria. Questa teoria è la teoria che ha sfidato con successo la teoria strutturalista. Più

Waltz scriveva che quella era un’ipotesi e tutto da verificare nonostante i test che Waltz non

contestava (contestava la spiegazione) i teorici della teoria della pace democratica

rispondevano. Trovare la correlazione non significa aver scoperto tutte le cause. Il punto è che

dietro a questa diatriba c’era un dibattito storico e scientifico sulla teoria di politica

internazionale che ricalcava un problema di analisi perché dietro a quella diatriba c’era la

rivendicazione dei livelli teorici sistemici contrapposti a livello nazionale.

Le spiegazioni che contestava Waltz:

Dietro la pace tra democrazie (pace separata) i teorici si rifanno al libro di Kant, “pace

 perpetua” in cui Kant descrive come un modello di pace ideale sarebbe stato un trattato

che, se firmato da tutte le grandi potenze del sistema internazionale, avrebbe creato

una pace perpetua. Le condizioni di questo trattato, nei suoi articoli definitivi secondo

Kant dovevano essere questi. Kant diceva che l’articolo definitivo del trattato sosteneva

che tutte le grandi potenze dovevano diventare delle repubbliche e i teorici della pace

democratica chiamano questi teorici strutturati ma non alla Waltz ma strutturati nel

senso che le democrazie hanno una struttura interna che le disincentivava dal fare la

guerra.

Kant diceva che se si vuole una pace perpetua non basta che tutte le grandi potenze

 siano repubbliche ma si devono federare secondo un progetto normativo. Ci si riferisce a

questo tipo di spiegazione come cause normative per spiegare il fatto che le democrazie

hanno una cultura politica diversa dai regimi autoritari che le spinge verso la pace.

Cause economiche, per di più un’interdipendenza economica. Kant spiega nel suo libro

 che il terzo capitolo in realtà doveva essere che tutti riconoscevano il detto

cosmopolitico, cioè la libertà degli stati di potersi muovere liberamente, per

commerciare, conoscersi ecc. Ritradotto in termini contemporanei, i teorici della pace

democratica dicono che la pace tra democrazie si spiega perché le democrazie sono

puntate verso il libero mercato e questo crea interdipendenza, legami commerciali tra di

loro.

27FEBBRAIO

La teoria della pace democratica ha l'ambizione di spiegare la politica internazionale a partire

dal tipo di regime politico. Le democrazie non si fanno quasi mai guerra tra loro. C'è un dato

statistico quasi incontrovertibile che dimostra una pace separata tra democrazie nel sistema

internazionale ma questo dato statistico va spiegato.

cause strutturali

Quando ci si riferisce a si parla dell'assetto istituzionale che caratterizza le

democrazie, che hanno un assetto diverso dai regimi autoritari e autocratici. Questi attori

ritengono che sia l’organizzazione istituzionale che impedisce ai leader di un paese

democratico di ricorrere alla guerra.

Kant nella politica del 700 vedeva delle monarchie che vivevano in isolamento dalla

popolazione. Quando queste si sarebbero trasformate in repubbliche avrebbero dovuto tenere

conto dell’elettorato. Quando coloro su cui ricade il peso della terra, popolo e soldati, potranno

scegliere il loro leader, questi sceglieranno per la pace. Se si fa scegliere a chi sobbarca i costi

della guerra, questi sceglieranno la pace.

La spiegazione degli attori contemporanei è più raffinata. Questi autori hanno fatto vari studi

empirici e visto come si comportano i leader politici quando devono scegliere se entrare o

checks and balances

meno in guerra. La principale caratteristica che individuano è il , diversa

dalla separazione dei poteri di Montesquieu. Questo checks and balances si riflette nei padri

bisogna a vietare concentrazioni di potere

fondatori e poi nei sistemi successivi. Dice che

per parlare di democrazia . Siccome non si possono eliminare d'ufficio, l'unica cosa che si

può fare è creare poteri diversi e garantire l'autonomia. Bisogna evitare che troppo potere si

concentri nelle mani del presidente. Questa caratteristica impedisce ai leader democratici di

decidere per una dichiarazione di guerra con facilità, perché nelle democrazie i processi

decisionali sono frenati a questo assetto di pesi e contrappesi. Se per il monarca le guerre si

facevano anche per capriccio perché non doveva renderne conto a nessuno, non c'era

accountability, in un sistema democratico prima che un leader arrivi alla guerra deve passare

attraverso questo sistema di pesi e contrappesi. Ci sono freni che gli evitano di fare la guerra

senza consultazioni. Alla fine la guerra la fanno lo stesso, ma vari studi empirici dicono che

questi effetti istituzionali frenanti sul leader stemperano le decisioni più impulsive. Queste

decisioni impulsive sono meno probabili, si passa sempre attraverso un processo di mediazione

interna. Non basta la decisione sconsiderata di un singolo. Questi elementi frenanti concedono

più opportunità di risolvere le dispute internazionali per via pacifica. Questo è un primo ordine

di spiegazione.

I leader democratici si distinguono anche perché sono leader pro tempore , sono

sempre a tempo determinato e quindi un leader politico deve fare i conti non solo con

l'opinione pubblica, ma anche per un fatto egoistico deve sempre guardare i sondaggi e le sue

basi di sopravvivenza politica e questo è un altro fattore di costrizione oltre a quelli istituzionali

veri e propri. I leader sono costretti sul piano morale, etico e utilitaristico ad ascoltare opinione

pubblica ed elettorato.

Questo è il primo tipo di spiegazioni che ha a che fare con l'assetto istituzionale.

spiegazioni di tipo normativo

Ad esse si accompagnano altre , legate alla cultura delle

cultura liberale

democrazie. Queste di solito sono ispirate ad una , più legate all’idea di

risolvere il conflitto in materia pacifica. Questo succede a livello interno, in cui cercano di dare

rappresentare le minoranze e gestire l'opposizione interna con strumenti pacifici, con il diritto,

evitando repressioni, violazioni dei diritti umani. Questo non avviene nei regimi autoritari,

caratterizzati da una cultura più aggressiva, incline a usare la violenza sul piano interno e poi

sul livello internazionale. Se la democrazia gestisce il conflitto con strumenti pacifici, tende a

esternalizzare questo comportamento anche all'esterno. In pratica il ricorso all'uso della forza è

un'estrema ratio. Invece i regimi autoritari hanno una chiusura del regime, il mito dell'autarchia

è un comportamento aggressivo all'esterno, che si nota nella conquista di uno spazio vitale,

nella grandezza dell'impero e nei regimi novecentisti che hanno usato la guerra per rafforzare il

regime. democrazie nel novecento si sono impegnate per rafforzare

A questo si aggiunge che le

l'impianto giuridico internazionale . Pensiamo alla SdN e poi le NU, due progetti ambiziosi

per cercare di espungere la guerra dal sistema internazionale. L'ideatore di questi progetti sono

state le democrazie, in particolare gli Stati Uniti prima con Wilson e poi con Roosevelt.

cause economiche

Vi sono anche : più i popoli si incontrano, scambiano merci, interagiscono,

Più i popoli

più si conoscono e vengono meno odio, razzismo, più è il portato di pace.

interagiscono sul piano economico e commerciale, ma anche sociale, più si

comprendono, avvicinano, collaborano.

Maggiore è l'interdipendenza economica tra gli stati, più si alzano i costi della guerra contro i

propri partner commerciali e minori saranno i benefici. La guerra diventa improbabile. La

guerra porterebbe dei costi più alti per l'economia, perché da un partner commerciali ricavo

fondi, investimenti ed è anche recettore delle mie esportazioni. Se il livello di interdipendenza

economica aumenta i costi di muovere la guerra ai partner commerciali, la guerra diventa

quindi improbabile. Non impossibile ma improbabile.

Sono state mosse molte critiche a questo perché l'interdipendenza economica non ha guardato

molto ai regimi politici. Infatti la prima interdipendenza economica ottocentesca non ha

garantito la pace, i sostenitori della pace perpetua sostengono che gli stati democratici sono

tendenzialmente più ricchi e vantano una migliore qualità della vita. Imprese e governi quando

pensano al commercio pensano al profitto e quindi commerciano con tutti. Ci sono decine di

stati autoritari perfettamente interdipendenti sul piano economico. La teoria della pace

democratica però ci dice che è vero che l'interdipendenza economica riguarda anche stati non

democratici, ma le democrazie sono gli stati che più di altri investono sul commercio. Ci dice

che i sistemi democratici sono i più ricchi. Le democrazie, nel migliorare le condizioni di vita dei

loro cittadini, hanno più successo. Distribuiscono più servizi. Rendono la prospettiva di vita e le

condizioni sanitarie migliori e la mortalità infantile si riduce rispetto ai regimi non democratici.

Le democrazie non si fanno la guerra per freni istituzionali, cultura democratica e

interdipendenza economica . Quindi anche per cause economiche.

critiche

I realisti quali hanno mosso? La teoria della pace democratica è andata incontro a

varie critiche. Questi autori usano un’operazionalizzazione del concetto di democrazia un po’

troppo semplificativa. L’operazionalizzazione è quell’operazione attraverso una quale un

concetto viene trasformato in qualcosa di misurabile. Operazionalizzare significa usare il

concetto di democrazia usando una definizione che dica esattamente quali sono gli elementi

che permettono di definire democratico un regime politico. Si ridefinisce quindi un concetto

astratto offrendone una definizione che ci indica le cose che possiamo misurare di quel

concetto. ridefinizione del concetto di democrazia per renderlo più ampio, il criterio

In questa

di stato democratico si abbassa, tanto che vengono considerati come democratici anche

stati che non lo sono.

Questo perchè è costruito su test statistici e i sostenitori della pace democratica devono

sottolineare il più possibile la validità di questi sondaggi. Bisogna vedere quello che è successo,

creare un po’ artificiosamente.

La guerra è un fenomeno raro e le democrazie sono un regime raro. Questo quindi potrebbe

indebolire il test empirico. Anche chi parla di democrazia già dal congresso di Vienna ha solo

due secoli di storia su cui basarsi, due secoli segnati dalle guerre più catastrofiche dell'umanità,

ma fino al 1914 e dal 1946 ci sono lunghi periodi di pace. Quindi questi teorici abbassano i

criteri di definizione della democrazia per comprendere più esempi possibile. Quelle

democrazie però non lo sono completamente.

> La Gran Bretagna nell'ottocento è classificata come monarchia costituzionale democratica.

Nel 1832 permette di allargare il suffragio universale al 15% della popolazione. Votavano i

notabili. Quindi è pur vero che se abbasso i criteri per parlare di un regime democratico, questo

mi allarga il campione e mi dice che c'è pace tra loro. I critici dicono che anche inserendo

regimi non democratici probabilmente la pace non dipende dal tipo di regime politico.

Probabilmente quindi la Gran Bretagna non ha fatto la guerra per altri motivi.

democrazie possono

La seconda critica che viene mossa è che ci sono delle eccezioni, le

farsi guerra tra loro . Waltz dice che una teoria non si scarta solo perché ci sono delle

eccezioni, anzi quasi tutte le grandi regole hanno delle eccezioni, ma la teoria deve saper

scartare o spiegare quelle eccezioni, oppure devono essere marginali. Non è il caso della teoria

della pace democratica. Pensiamo alla guerra tra Stati Uniti e spagna nel 1898, tra Gran

Bretagna, Francia e Germania nel 1914, Israele e Libano nel 1948 e 2006 e Turchia e Cipro nel

1974. La prima guerra mondiale però è un'eccezione importante, siamo nel cuore del sistema

internazionale, in cui si fanno la guerra non due democrazie ma democrazie che avviano una

guerra generalizzata sul continente. È la guerra più distruttiva conosciuta fino a quel momento.

Spesso si sottolinea quindi valutando gli elementi costitutivi della democrazia e si può

sostenere che la Germania Guglielmina non fosse davvero una democrazia. Ma se rimuovo

questa, allora posso eliminare anche molti altri esempi presi nell'Ottocento. Se faccio questa

analisi qualitativa della Germania, la devo fare per tutti gli altri.

Poi c'è un'altra eccezione, quella della guerra civile americana negli anni settanta

dell'Ottocento. Questa è una guerra interna e quindi spesso non viene classificata come guerra.

È un’esclusione frettolosa, perché è vero che le democrazie non si fanno guerra tra loro, ma la

guerra civile americana necessità di spiegazioni in più. Infatti quando si polarizzano, tra i due

gruppi, bisognerebbe valutare perché i meccanismi istituzionali ed economici non bastano a

frenare la guerra. Spesso non viene considerata però perché è considerata una guerra interna.

La terza critica mossa alla teoria della pace democratica è la tipica critica mossa dai neorealisti

dato

come Waltz. Prima di tutto riconoscono che il dato statistico è incontrovertibile. Il

statistico più convincente è però concentrato nella seconda metà del novecento .

Anche molti teorici della pace democratica dicono che è esagerato includere anche l'Ottocento

ma quindi il cuore dell'analisi empirica sta nella seconda metà del novecento. La seconda metà

del novecento coincide però con guerra fredda e bipolarismo. I neorealisti dicono che questa

teoria sarebbe stata convincere se nel bipolarismo le democrazie fossero state concentrate tra

Quindi è la logica del bipolarismo che

due blocchi, ma erano entrambi in un blocco.

spiegherebbe la pace separata . Non contano le caratteristiche di chi sta dentro il blocco. Il

conflitto vero avveniva tra blocchi, il bipolarismo limitava l’azione degli stati.

Era la logica del bipolarismo che costringeva la convivenza pacifica. I neorealisti fanno leva

anche su un fenomeno universale, ossia la presenza di un forte nemico esterno, con una forte

minaccia esterna diventa maggiore il pericolo e aumenta quindi la coesione del gruppo. I paesi

della NATO non si potevano permettere una guerra tra loro.

Un'autrice americana ha scritto Ballots and Bullets, usando gli stessi strumenti statistici usati

dai teorici della pace democratica per misurare la pace socialista e ha scoperto che anche nel

blocco sovietico c'era una pace perfetta, sia quelli indipendenti che gravitavano intorno

all'Urss, sia con altri paesi comunisti (in realtà certe guerre ci sono state, ma non di grande

spessore). Dimostra quindi che è il bipolarismo che crea la pace all'interno dei blocchi e queste

critica indebolisce molto la convinzione che le democrazie sono più pacifiche dei regimi

autoritari.

Ciò che non risulta convincente di questa teoria è in realtà anche molto altro.

I limiti delle teorie riduzioniste

● > La prima critica è che Waltz critica l'ipotesi della

pace democratica mettendo in luce due modi diversi di guardare alla politica

internazionale. Criticava di voler superare la visione sistemica ma senza proporre contro

argomenti a quella visione. L'operazione della pace democratica è di aver trovato una

regola partendo dalle caratteristiche interne degli stati, ma non ha mai superato le

teorie riduzioniste. La teoria della pace democratica non si capisce come possa superare

i limiti delle teorie riduzioniste. C'è il problema dello scarto tra i risultati e le intenzioni.

Storicamente, prendiamo qualsiasi stato, troviamo facilmente uno scarto tra le

intenzioni iniziali di un governo e i risultati della sua politica estera. Quindi questa è la

dimostrazione ultima che la struttura internazionale pone dei limiti al comportamento

degli stati. Tali stati, quando si affacciano al sistema internazionale, finiscono per

perdere le intenzioni iniziali. Il caso esemplare è quello dei governi rivoluzionari.

Prendiamo la rivoluzione francese, la Russia del 1917 o l'Iran dopo il 1979. Sono casi

tipici in cui una classe dirigente prende potere promettendo una politica estera diversa

da quella precedente, ma quando davvero entra nella politica estera fa il gioco della

politica estera che fanno tutti. Pensiamo alle rivelazioni di Trockij dopo la rivoluzione che

voleva chiudere il ministero degli Esteri, ma dopo qualche anno si è stabilizzato e la

politica estera di Stalin è uguale a quella di ogni regime politico. Khomeini si trova

isolato negli anni 80 e poi dagli anni novanta cerca di uscirvi, creando alleanze,

riducendo i rapporti con l'Occidente. Questo è il caso tipico di uno scarto fra intenzioni e

risultati. Questo si spiega con le costrizioni della struttura internazionale. Lo stesso si

potrebbe dire per la Cina dopo la rivoluzione e vari stati rivoluzionari. Lo stesso si può

dire per le democrazie, che possono avere tutte le buone intenzioni del mondo, ma gli

Stati Uniti, ad esempio, si sono resi conto di dover uscire dall'isolamento. È un'egemonia

che necessita di apparato militare ed influenza culturale da diffondere. C'è uno scarto

abissale tra la descrizione del fenomeno, ossia misurare che non c'è guerra tra le

democrazie, e le spiegazioni poco convincenti. Questa critica dice molto sui livelli di

analisi.

L’inverosimile schizofrenia della politica estera delle democrazie verso altri

● regimi politici > c'è una debolezza evidente nelle teorie della pace democratica. Waltz

dice che questa teoria fallisce nel primo criterio di valutazione della teoria, cioè che

abbia una coerenza interna. È impossibile che tutte le democrazie abbiano questo

apparato istituzionalizzato che funziona perfettamente quando interagiscono con una

democrazia, ma poi non fa nulla quando si interagisce con un regime non democratico.

Una teoria deve spiegare una regolarità dei comportamenti internazionali con una

spiegazione che vada al cuore dei meccanismi causali che producono quella pace.

Cicli elettorali e guerra

● > Dire che siccome ci sono le elezioni i leader democratici

hanno qualche resistenza a fare la guerra, è qualcosa che va limitato. Bisogna fare delle

ricerche, per valutare se l’approssimarsi delle elezioni mette sotto pressione i leader

politici. Le varie ricerche su questo non sono giunte a niente, cioè non c'è consenso su

approssimarsi alle elezioni, cicli elettorali e resistenza dei leader politici a fare la guerra.

Pensiamo però che nella realtà ci sono interventi opposti. Clinton fa la guerra in Bosnia

nel 1995, prima delle lezioni del 1996 in cui verrà rieletto. Lo stesso accadde per la

guerra in Kosovo. Bush era un presidente in una legittimità messa in dubbio per la

questione della Florida ma arriva fine mandato ad avviare la guerra in Iraq nel 2003,

guerra che costrinse la NATO alla crisi più profonda nei rapporti transatlantici. Bush non

solo andò contro la comunità internazionale e le Nazioni unite, ma anche contro

l'appoggio degli alleati più stretti. Nelle elezioni successive però prende molti più voti.

La guerra di Obama accadde nel 2011 in Libia, quando nel 2012 c'erano elezioni per il

secondo mandato.

L’opinione pubblica non è sempre pacifica

● > Gli studi sull'opinione pubblica

mostrano che opinione pubblica è disinformata, contraddittoria, volubile. Imputare

all'opinione pubblica un pacifismo e una pressione in senso pacifista sui leader

democratici è un azzardo. La storia del novecento infatti ci dice tutto il contrario, e

spesso più guerrafondaia dei leader politici, più oltranzista. Leggendo la cronaca

dell'agosto 1914, si notano manifestazioni di piazza ovunque, l'opinione pubblica era

estasiata e Mac Donald disse in quei giorni che all'inizio ogni guerra è popolare.

Pensiamo al dibattito italiano durante la non belligeranza. I leader politici, non convinti

dalla guerra, vengono spinti dall'opinione pubblica. Il parlamento utilizza la pressione

dell'opinione pubblica per entrare in guerra, non è un freno.

I teorici prendono ispirazione per la pace per le democrazie dalla Pace perpetua di Kant. Kant in

quel trattato dice che prima di firmare gli articoli definitivi, gli Stati devono concordare sugli

articoli preliminari, che in realtà contraddicono la teoria della pace democratica. Uno di questi

articoli dice che gli stati devono abbandonare la loro forze armate, smantellarle. Nelle

democrazie oggi ci sono forze armate e sono le migliori al mondo. Questo ci dice esattamente

quello che dice Waltz, cioè che le democrazie devono occuparsi della loro difesa come gli altri

stati.

Inoltre Kant dice che gli stati devono sottoscrivere e rispettare la norma di non ingerenza, cioè

non interferire con gli affari interni degli altri stati. La teoria della pace democratica spesso

invece interferisce negli affari interni per promuovere la democrazia.

28FEBBRAIO

Passiamo all’analisi del sistema internazionale contemporaneo. Studieremo le principali sfide

che devono fronteggiare gli Stati Uniti e gli stati europei, ma anche sfide che riguardano anche

il sistema in generale.

Provare a sintetizzare qual è la natura più profonda del sistema internazionale oggi è difficile,

perché il sistema successivo alla fine della guerra fredda è difficile da decodificare, da capire.

Provare a sintetizzare qual è la natura più profonda del sistema internazionale oggi è difficile,

perché il sistema successivo alla fine della guerra fredda è difficile da decodificare, da capire.

Non per l'incapacità degli esperti ma perché presenta una serie di ambiguità e paradossi che

rendono difficile la codificazione. Periodizzando l'età contemporanea notiamo tre periodi:

● Il periodo del sistema degli stati europei in età moderna che entra in crisi nella prima

metà del 900 e si conclude con la Seconda guerra mondiale. È l’età degli stati nazionali,

europei con un sistema multipolare omogeneo sul piano politico e culturale seguito poi

dalla vicenda della guerra fredda.

● Con la guerra fredda l'Europa esce dal sistema internazionale. È un sistema

extraeuropeo, gli Stati Uniti sono fuori e l'URSS ha una doppia identità europea e

asiatica

● Periodo successivo alla fine della guerra fredda

Se si compara il sistema internazionale moderno coi precedenti è difficile comprendere quali

siano le caratteristiche costitutive. Il sistema internazionale presenta una sua imprevedibilità

che riguarda le minacce alla sicurezza, equilibri, la formazione delle alleanze ma mai come oggi

l’identificazione di alcuni fattori è così difficile da capire. Ad esempio per un uomo del 700 - 800

la politica internazionale poteva presentare diverse incognite, ma il sistema era multipolare, le

potenze europee facevano la politica di tutto il mondo, la soggettività costitutiva del sistema

internazionale era senza dubbio lo stato, la politica internazionale era sicuramente razionale,

divideva il sistema internazionale territorialmente. Il principale canale della violenza

internazionale era la guerra interstatale, con tutto un rituale della guerra. Allo stesso tempo

negli anni 60 - 70 del novecento non c'erano dubbi sul fatto che il sistema fosse bipolare, si

basasse su un unico conflitto che dominava quasi tutti gli altri (Urss – Usa) e che lo scontro

aveva una natura ideologica, tant’è fu facile trovare l'etichetta di guerra fredda, cioè una

guerra che non si consumava ma era continua.

Oggi non si riesce a trovare un’etichetta per l'attuale sistema internazionale che dica la natura

essenziale del sistema. Non a caso lo chiamiamo sistema internazionale attuale o odierno, ma

post bipolare,

fino a qualche anno fa si chiamava cosa che significa che non si era capaci di

identificare con una caratteristica distintiva. Siccome nel 2017 diventa imbarazzante chiamarlo

ancora post bipolare, ma si chiama con odierno, espressione molto neutra che mostra la sua

contemporaneità.

A patto di riconoscere che i maggiori pensatori della politica internazionale non abbiano limiti

intellettuali nel capire come gira il mondo, significa che la caratteristica distintiva del sistema

internazionale attuale è che non è decodificabile o leggibile perché presenta una serie di

ambiguità che impediscono a chi lo legge di trovare una definizione. È parte di uno

spaesamento generale, che riguarda l'incertezza del mondo. Ci si chiede se la globalizzazione

porta benefici o solo costi, se la globalizzazione è buona. Ci sono mille questioni su cui non si

capisce bene come funzionano le cose. Sembra che il mondo non sia più comprensibile: se

pensiamo a un grande tema come quello del mutamento climatico in generale una repubblica

si divide in coloro che credono sia frutto dell’uomo e chi crede faccia parte dell’evoluzione del

pianeta in cui l’industrializzazione e il capitalismo hanno avuto poca influenza.

La visione sistemica più lineare è che il sistema attuale è bipolare, perché la concentrazione

internazionale del potere è tutta schiacciata sulle risorse di potere degli Stati Uniti. Questo era

vero nei primi anni 90 poi è diventato sempre meno chiaro. La cosa da sottolineare tipica della

nostra epoca, che non succedeva durante la guerra fredda o in età moderna, è che si trova con

la stessa frequenza un articolo che ci dice che un sistema è unipolare e un articolo che

dimostra che il sistema è multipolare, che è vero che gli Usa hanno una concentrazione di

potere elevata che non si è mai avuta nel corso della storia ma è anche vero che negli ultimi 10

– 15 anni gli attori emergenti (Cina) hanno scombinato le carte e alcuni dicono quindi che oggi

il sistema è multipolare. Come è possibile che gli esperti non condividano la stessa idea sulla

caratteristica principale, cioè come è il sistema? Questo è un primo campanello d’allarme che

ci dice che l’attuale sistema internazionale è complicato. Alcuni si sono lanciati nella

teorizzazione della apolarità: hanno messo in discussione la stessa utilità concettuale di usare

la polarità come la caratteristica di un sistema. Poteva andar bene per il sistema internazionale

europeo, per il bipolarismo ma oggi la polarità non ci dice quasi niente.

Un'altra ambiguità è la fine della storia o scontro di civiltà. Durante la guerra fredda si parlava

di sistema diverso sul piano della distribuzione del potere e sul piano ideologico.

Qua si sottolinea un altro aspetto: non solo nel dopo guerra fredda gli esperti non condividano

e non trovino un accordo sulla natura del sistema in termini di distribuzione del potere ma

neanche in termini di omogeneità o eterogeneità politica del sistema. Escono due famosi liberi

negli anni 90: Fukuyama e Huntington che danno due prospettive completamente diverse.

Entrambi erano coerenti, argomentati, ma indicavano una prospettiva del dopo guerra fredda

completamente diversa. Fukuyama vedeva lo scontro ideologico tra liberalismo e comunismo

come ultimo grande scontro all'interno del l'illuminismo, vinto dal liberalismo. Questo sul piano

intellettuale, significava che la tradizione illuministica in senso liberale avrebbe guidato i

destini del mondo. Questo sul piano intellettuale, significava che la tradizione illuministica in

senso liberale avrebbe guidato i destini del mondo. Alcuni l’hanno tradotto con l’espansione

della globalizzazione, non significava solo espansione dell'ordine liberale, ma era anche

estensione globale della dimensione culturale liberale. Significava una vittoria dell’illuminismo.

La prospettiva di Huntington vedeva uno scontro di civiltà. Erano finite le ideologie, ma il ritiro

delle due superpotenze (una crollata per la sua crisi economica, altra che non deve

fronteggiare un nemico globale e si ritira). Il ritiro è pericoloso perché fa si che molte

popolazioni orfane di un'identità forte avrebbero creato un vuoto identitario che sarebbe stato

riempito dalla riscoperta identitaria della propria civiltà, etnia e cultura. Prevedeva una

riscoperta dell’appartenenza alla propria civiltà individuando alcune grandi civiltà, cinese,

islamica, occidentale ecc e sosteneva che la conflittualità internazionale si articolerà lungo

queste linee di conflitto identitario (es 11 settembre, guerre successive, stato islamico). Tutto

questo sarebbe la prova della ragione di Huntington.

Il punto è che per la prima volta alla fine di una grande guerra egemonica, ossia la fine della

guerra fredda, non resta una prospettiva futura univoca dettata dal vincitore, ma restano

aperte le prospettive future. Questa è una seconda ambiguità su un’altra caratteristica

costitutiva sei sistemi internazionali. Se nessuno aveva dubbi che era omogeneo il sistema

degli stati europei moderno e perfettamente eterogeneo dal punto di vista delle ideologie nel

periodo della guerra fredda, oggi anche su quella caratteristica non c’è più consenso. Lo stesso

avviene anche sul ruolo delle istituzioni internazionali: ogni epoca si è distinta per un ruolo

delle istituzioni nel piano internazionale. Nell’età moderna tutti credevano che l’istituzione

internazionale più importante era il principio di sovranità. Da qui dipendevano l’equilibrio di

potenza, diplomazia, non ingerenza che si basavano sul prisma della sovranità statuale,

definendo chi erano i soggetti della politica internazionale, chi non lo era e soprattutto come

questi avrebbero gestito la politica internazionale. Lo stesso per la guerra fredda: c’erano molti

stati ma solo due contavano e questi due stati avrebbero lasciato poco margine alle istituzioni

internazionali. Era chiaro che le istituzioni potevano lavorare e avere influenza solo all’interno

dei blocchi. Gli Stati Uniti creano le istituzioni come FMI che servivano agli interessi del blocco

occidentale e l'URSS fece lo stesso con il patto di Varsavia. Negli ultimi anni un po’ meno ma

negli anni 90 e 2000 alcuni autori dicono che le istituzioni internazionali hanno un ruolo molto

maggiore che in passato e altri che non fanno nulla. Si pensava che si sarebbero eliminato il

problema dei veti incrociati. Il CDS infatti non funzionò per il problema dei veti incrociati. Si

pensava che finalmente le NU iniziassero a lavorare, ma queste aspettativa fu alimentata dal

fatto che le NU hanno dimostrato un attivismo senza precedenti negli anni 90. Nel primo

ventennio del dopo guerra fredda vengono attivate più di cento missioni di peace keeping,

nella guerra fredda erano state una decina. L'aspettativa era che le situazioni legate agli Stati

Uniti con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Stati Uniti si pensava che si sarebbero

espanse a livello globale diventando istituzioni collettive. L’aspettativa è stata però tradita. Le

NU sono entrate in una profonda crisi, dovuta non solo a credibilità ed efficacia scarsa, ma una

crisi che dipende dall’eccesso di attivismo degli anni 90, la crisi finanziaria delle NU dipende dai

troppi caschi blu. Si pensi anche alla parabola dell’UE: l’UE ha rappresentato per un lungo

periodo un progetto internazionale istituzionale più ambizioso. Qualcuno ha interpretato il

progetto dell’UE come il superamento dello stato nazionale, in un progetto sovranazionale che

avrebbe privato della sovranità nazionale insieme agli aspetti negativi. Su questo progetto tutti

concordavano. Oggi invece c’è la situazione opposta a causa della crisi del 2008, cioè la crisi

dell’Eurozona con fonte politica istituzionale dietro a scelte all'apparenza economico-

finanziaria.

In questo caso anche il ruolo delle istituzioni internazionali non si riesce a capire quali siano le

organizzazioni internazionali che contano, se debbano contare di più o di meno (sovranità

diplomazia nel caso dell'Europa moderna).

Passiamo all’ambiguità tra globalizzazione e frammentazione. Parlare di globalizzazione e basta

significa parlare di un aspetto incompleto della politica internazionale. Siamo esposti ad una

narrativa contradditoria: viviamo in un mondo globalizzato che è il processo che definisce il

nostro destino perché una questione locale acquisisce valore globale e una visione globale avrà

effetti per la nostra vita. Siamo esposti a una contro narrazione, cioè che il sistema

internazionale sia frammentato (Medioriente, terrorismo, foreign fighters) e siamo esposti a un

conflitto sempre più irriducibile (Bin Laden – Usa, talebani – USA > non sono conflitti come

quelli del 1870) perché sono due identità sociali che si scontrano per la totale incomunicabilità,

con obiettivi incommensurati. Questo è un altro dato che racconta spinte di globalizzazione con

dinamiche di regionalizzazione.

Lo stesso sullo stato: lo stato nazionale conta sempre meno perché è sfidato da altri attori, da

tecnologie, da attori statuali, da attori internazionali, mercati, corporations. La visione del

lavoro è complicata quindi le politiche economiche tra gli stati è complessa (localizzazione

Whirpool). La lettura prevalente è che lo stato nazionale non conti per le prospettive più

estreme, nell’era della globalizzazione perché le frontiere nazionali non contano più. Gli stati

non tengono più sotto controllo le frontiere come in passato, a patto che in passato riuscissero

in maniera del tutto efficace. Dall’altro si è esposti ad una narrativa per cui lo stato conta. Ad

esempio quando fanno la guerra, la fanno gli stati, come ad esempio gli Usa o al ruolo dello

stato per rispondere alle calamità naturali. Gli individui di tutto il mondo hanno come referente

politico internazionale a cui chiedere qualcosa lo stato. Alcuni valorizzano lo stato come

soggetto centrale della politica internazionale. Anche su un altro elemento costitutivo del

sistema internazionale c’è un totale disaccordo tra gli esperti del dibattito pubblico.

Lo stesso vale per la guerra. Con la stessa frequenza ci sono Lo stesso vale per la guerra.

Alcuni articoli dicono che la guerra tra le grandi potenze è qualcosa di obsoleto, che sparirà

dalla scena internazionale e allo tempo stesso siamo sottoposti ad un immaginario di guerra

continua. Convivono due visioni radicalmente diverse. Alcuni dicono che non siamo più in

guerra, altri si (es contro il terrorismo islamico). Tanto più la guerra è impossibile da realizzarsi,

tanto più questo termine è usato frequentemente, in settori che non centrano nulla. Si è usato

il termine guerra per tutto, con le varie denominazioni (guerra alla povertà, all'inflazione,

guerra umanitaria). Cosa che non si faceva nella prima metà del 900 in quanto fenomeno

preciso. È un’ambiguità che non c’era in altre epoche perché esisteva il tempo sociale politico

della guerra e il tempo sociale e politico della pace come due momenti ben distinti. Oggi sono

passati molti anni ma quando il coinvolgimento della NATO in Afghanistan era nel vivo nel 2009

o in Iraq nel 2003 non era chiaro se l'Italia fosse in guerra o il sistema fosse in pace. Questa è

una caratteristica delle nuove guerre, guerre ineguali combattute sul territorio dei più deboli

ma questo ci permette a noi occidentali di discutere se siamo in guerra o meno. Pensiamo agli

Stati Uniti, contemporaneamente in pace e nella long war (mettono insieme la guerra in Iraq e

Afghanistan). Non esistevano sistemi internazionali moderni o contemporanei in cui esisteva

questa ambiguità.

Per capire meglio quest’ambiguità tra globalizzazione e frammentazione bisogna fare un passo

indietro. C’è consenso tra autori che scrivevano negli anni 60 – 70 del 900, durante la guerra

fredda, era piuttosto chiaro che il bipolarismo è il primo sistema globale della storia

internazionale. È vero che il sistema degli stati europei si è globalizzato con la vicenda del

colonialismo e imperialismo e la storia della globalizzazione sia anche economico finanziaria,

soprattutto nel periodo della Belle époque, e tramite un sistema eurocentrico, l’Europa era al

centro. Il resto del mondo era periferico, diviso in colonie. Non era però un sistema del tutto

globale perché ciò che avveniva altrove non aveva ripercussioni sul sistema europeo. Gli autori

realisti come Aaron e Morgenthau vedevano nel bipolarismo il primo sistema per tre ragioni:

L’estensione degli spazi politici internazionali, per la prima volta diventa globale: tutte e

 due le super potenze erano impegnate in una lotta globale. Ogni quadrante del mondo

interessava chi era al vertice del sistema internazionale (Urss e Usa). La storia della

guerra era caratterizzata dalla teoria del domino negli anni della guerra in Vietnam.

L'estensione della proiezione militare delle due potenze non ha eguali nella storia. Gli

Stati Uniti erano impegnati diplomaticamente e militarmente ovunque, con una potenza

mai vista nella storia e lo stesso vale per l'URSS

La connessione dei quadri regionali. La connessione dei quadri regionali. Mai nella storia

 si era arrivati al punto per cui qualsiasi cosa succedeva in un qualsiasi quadrante

regionale non interessasse direttamente il conflitto al vertice. Non c’è un qualche

evento o discontinuità importante nel quadro regionale che non abbia interessato le due

superpotenze. Le superpotenze penetravano le dinamiche politiche di attori politici

molto lontani, pensiamo alla guerra civile in Mozambico con una divisione tra fazione

comunista e liberale. In quasi ogni area del mondo il conflitto politico rispettiva quello

globale tra le due superpotenze e non c'è un sistema internazionale con una

penetrazione globale così capillare in tutti i quadri regionali del mondo e questo è un

elemento di grande globalità

● Profonda interdipendenza politico strategica a livello globale. Significa che se si verifica

qualcosa da qualche parte, immediatamente questa vicenda si ripercuote su un altro

quadrante regionale. Pensiamo alla soluzione della crisi missilistica di Cuba tramite il

ritiro di missili a medio raggio dalla Turchia in cambio del ritiro dei missili a Cuba.

La guerra fredda fu il primo autentico sistema internazionale globale, in cui le superpotenze

non poteva ignorare nulla dello spazio globale. Le superpotenze si sentono costrette ad

occuparsi di qualsiasi quadrante regionale e quello che avviene in un quadrante regionale può

essere o pensato solo dal beneficio in un altro quadrante regionale.

La rete di relazioni strategiche è interdipendente. Non c’è nel sistema internazionale altrettanto

globale e interdipendente. Il sistema della guerra fredda è bipolare, considerato come globale e

siamo di fronte ad un paradosso: il sistema della guerra fredda era più globale di quanto sia

globalizzato il mondo ora. Nonostante la retorica secondo cui liberarsi del bipolarismo avrebbe

aperto le porte e allargato lo spazio della globalizzazione, come si spiega questo paradosso?

L’unica convincente via per spiegare le dinamiche di globalizzazione e frammentazione è

riuscire a capire quali sono le dimensioni della globalizzazione che rimandano ad

un’unificazione del mondo e quelle che lavorano in direzione opposta. Possiamo distinguere

due dimensioni dei rapporti internazionali in generale e della globalizzazione:

Una dimensione politico strategica

 Una dimensione economica, sociale, culturale.

Se interpretiamo la globalizzazione e distinguiamo le due dimensioni allora significa che il

mondo è diventato sia più globalizzato sia più frammentato. In che modo? Nel senso che il

sistema internazionale oggi è molto meno globale sul piano politico e strategico di quanto lo

fosse durante la guerra fredda ma è globalizzato sul piano delle comunicazioni, degli scambi,

del commercio e sul piano culturale. Ci troveremmo di fronte oggi a una pluralità ribaltata

rispetto alla guerra fredda, dove il mondo era davvero diviso in due blocchi separati dalla

cortina di ferro. Gli scambi, non solo economici, erano ben distinti. Il sistema della guerra

fredda era il primo sistema internazionale globale sul piano strategico, non sul piano

economico e culturale. Oggi è vero probabilmente il contrario: il mondo è molto più

interconnesso, interdipendente e integrato che si avvicina alla dimensione del bilancio globale

se guardiamo ad alcuni aspetti della globalizzazione (es misurando la quantità di scambi), ma

se guardiamo all’aspetto politico strategico da cui poi anche l’aspetto economico dipende nel

lungo periodo, il mondo è molto più frammentato rispetto alla guerra fredda. Il mondo è

sempre più frammentato perché entra in crisi l’unico attore globale che aveva la possibilità di

tenere unito sul piano strategico e politico il mondo: gli USA. Negli anni 90 si credeva che

davvero il sistema internazionale fosse unipolare.

Negli anni 90 gli Usa emersero come l’unico attore globale che aveva le risorse per intervenire

in ogni quadrante del sistema internazionale. La globalità del sistema era vincolata alla

capacità e alla volontà politico strategica degli Usa di rimanere impegnati in ogni quadrante

regionale. Gli Usa diedero quest’impressione ma poi le cose sfuggirono di mano per i limiti alle

loro risorse e per la difficoltà di tenere insieme un sistema internazionale senza un grande

conflitto. Per combattere il comunismo, la presenza degli Usa è accettata ma alla fine di ciò essi

sono visti come una presenza quasi fastidiosa. Quindi gli Usa non possono vendere più la loro

penetrazione politico militare, la loro influenza in Asia, in Medioriente ma devono giustificare la

volontà della loro presenza. A quel punto molti paesi hanno percepito il potere americano come

un’egemonia indesiderata. Per una serie combinata di limiti militari, economici e in parte per

un problema di legittimità nuovo per gli Usa, giustificando la loro presenza oltremare in senso

difensivo, oggi questo non riescono a farlo più. Gli Usa hanno dimostrato di non essere in grado

di tenere insieme tutto il sistema. La prospettiva di cui parlò Bush, padre degli anni 90,

prevedeva il compito degli Usa era quello di creare un nuovo ordine mondiale. Ordine mondiale

che però fallì.

Ogni regione ha cominciato ad agire autonomamente, gli Usa hanno continuato ad esercitare la

loro influenza ma hanno perso il controllo politico di queste regioni nel corso degli anni. Se

l’hanno perso in regioni in cui hanno interessi vitali, la questione è preoccupante per gli Usa.

La cosa importante è che se il sistema post bipolare vuole restare davvero globale doveva

rimanere agganciata all’unico attore che aveva delle capacità di proiezione globale, cioè gli

Usa. Essi però non sono riusciti a ordinare l’intero sistema sotto la propria egemonia. Il sistema

internazionale ha mostrato le prime crepe e dinamiche di frammentazione.

La ragione, una delle concause più importante è il venir meno di una minaccia globale. Quello

che teneva insieme tutto il mondo durante la guerra fredda era la minaccia globale. Quando

viene meno la minaccia globale, viene meno l’impegno degli attori coinvolti. Infatti gli Usa

ritirarono parte delle loro truppe. Il punto è che la presenza americana non ha più il ruolo

d’influenza che aveva durante la guerra fredda perché non vede controbilanciarsi una minaccia

globale. Gli americani decidono per volontà politica e non per volontà strategica e questo crea

problemi sia per i nemici sia per gli alleati che vivono la sindrome dell’abbandono. Con la

volontà francese si voleva creare un polo d’integrazione europea però è diventata qualcosa di

isterico come per Israele e il Giappone, che vogliono che gli Usa restino a contenere le

minacce. In assenza di un vero interesse nazionale (cioè della minaccia dell’Urss) degli Stati

Uniti, Israele e Giappone volevano rimanessero lo stesso impegnati. La scomparsa della

minaccia globale ha avuto un effetto disgregativo sul sistema e viene meno anche la ratio, la

ragione ultima, la permanenza degli Usa.

Questo ha avuto effetti anche sulle organizzazioni internazionali in cui sono impegnati gli Stati

Uniti come le Nazioni Unite e la NATO. Gli accordi internazionali avevano senso finché c'era la

minaccia esterna che li rendeva necessari, quando sparisce inizia una crisi. Pensiamo alla crisi

della NATO. La ragione d’essere della NATO va ribadita anno per anno per capire a cosa

realmente serve oggi giorno. La sua ragion d’essere è venuta meno durante la guerra fredda.

Il venir meno della minaccia globale ha comportato un effetto disgregativo nei quadranti

regionali e nelle organizzazioni internazionali.

Si assiste anche all'aumento dei complessi regionali. Il Caucaso meridionale è diventata una

Regione con delle proprie dinamiche che non esisteva nella guerra fredda, lo stesso vale per la

regione di Afghanistan e Pakistan. Il sistema internazionale diventa meno globale anche per il

ruolo dei complessi regionale, indicatore di una scomposizione regionale del mondo.

Questa scomposizione del sistema internazionale giustifica il fatto che uno dei temi più trattati

sono i processi di regionalizzazione. A partire dal 1995 si è assistito nell’ambito delle relazioni

internazionali, soprattutto nel mondo anglosassone, alla proliferazione di studi sul processo di

regionalizzazione. Questo la dice lunga sul fatto che è considerato un processo di primaria

importanza.

Non solo aumenta il numero dei quadranti regionale, ma questi assumono un'autonomia

maggiore. Questo è un altro indicatore, che ci mostra un altro effetto di disgregazione. Non solo

si creano altre regionali. Ma queste regionali sono sempre meno affiancate alle dinamiche

globale.

In Africa subsahariana ci sono dinamiche interne autonome rispetto all'impegno di Stati Uniti,

Russia, Cina. Pensiamo al Caucaso territorio di conflitto durante la guerra fredda tra Russia e

Stati Uniti, ma sempre di più quegli attori acquisiscono un'autonomia rispetto alle dinamiche

globali. Un'autonomia che Vietnam, Corea e Cuba non avevano durante la guerra fredda,

perché il conflitto in un paese avrebbe innescato un’attenzione e un intervento delle

superpotenze. Ora gli attori regionali sentono meno questa pressione. Alcuni attori la sentono

di più, pensiamo a se l’Iran attaccasse l'Iraq. Ma paesi come Giordania ed Egitto godono di

un'autonomia della loro politica regionale del tutto nuova.

Questa autonomia regionale (processo di frammentazione) è anche testimoniata dalla

crescente sensibilità rispetto alle minacce più prossime geograficamente, ossia l’importanza

della prossimità geografica. La prossimità geografica non torna solo per i nemici degli Usa

anche per attori come Italia e Francia. Nelle politiche di difesa anche di paesi europei c'è una

crescente attenzione per le dinamiche locali, che arrivano da vicino. Per l'Italia si tratta della

sponda sud del mediterraneo e i Balcani, con urgenza, attenzione e sensibilità per il vicino che

non c’era nella guerra fredda.

Un altro indicatore più evidente è che si ribalta la gerarchia. Negli anni 90 si aveva impressione

che saltasse la gerarchia tipica della guerra fredda. Una disputa (Corea, Corno d’Africa)

avrebbe direttamente coinvolto le superpotenze e ci sarebbe stata una gerarchia di priorità

strategiche, sarebbero state le grandi potenze a dirimere il conflitto. Sarebbero stati gli attori

che avrebbero risolto in maniera diversa la questione. Pensiamo alla nazionalizzazione del

canale i Suez. Intervengono assieme Stati Uniti e URSS per evitare che gli stati europei (UK e

Francia) prendano decisioni autonome in quella regione delicata.

C'è infatti una chiara gerarchia su chi avrebbe deciso le sorti di una regione. Questo processo

fa saltare la gerarchia, che anzi si ribalta. Nel medio oriente degli ultimi vent'anni sono le lotte

tra Iran e Arabia Saudita che costringono gli Stati Uniti ad intervenire, spesso quando gli Stati

Uniti non hanno intenzione di intervenire. Le dinamiche regionale non sono più sottomesse ad

una dinamica globale, ma in alcune situazioni succede il contrario. È la crisi regionale che

trascina gli USA nella regione.

Lo sfondo di queste dinamiche è che il contesto strategico attuale è complicato, eterogeneo.

Pensiamo a quello che è successo nel medio oriente negli ultimi 15 anni dalla guerra in Iraq -

Usa, in un contesto in cui emerge lo stato islamico e le poste in gioco regionali si complicano

enormemente. Si sovrappongono conflitti tra sunniti e sciiti, tra sunniti nella lotta tra jihad di al

Qaeda è stato l'islamicità. L’Iran gioca una partita in Siria, ha interesse con Assad, ma al

tempo stesso gioca la partita sul nucleare e no può esporsi. Si sono complicati quindi gli

interessi regionali e spesso gli Stati Uniti si ritrovano trascinati in queste cose. Obama si era

ritirato dall'Iraq, ma il riemergere dello stato islamico lo riporta nella regionale. L’attore globale

non fa le carte dei conflitti regionali ma subisce ciò che succede.

Quindi in molte aree i giochi si complicano enormemente e la geometria cristallina dei conflitti

durante la guerra fredda lascia spazio ad una complicazione dei conflitti, frammentando il

sistema internazionale oltre a quelli dei quadranti regionali.

6MARZO

Un’altra delle ambiguità più importante è la soggettività dello stato: lo stato, a partire dalla

prima età moderna, ha fornito quella soggettività politica che ha permesso delle distinzioni

giuridiche e politiche tanto che alcuni hanno definito lo stato il grande definitore. Questo

soprattutto nella politica internazionale, che lo stato ha monopolizzato squalificando gli altri

attori interni ed esterni. Dire che lo stato sovrano è significa che la sua autorità centrale aveva

un’autorità indiscussa sul territorio con l’uso della forza legittima e quindi non ci sono altre

autorità che esercitano forme di governo e potere; la seconda accezione di sovranità è quella

esterna, cioè non riconosce alcuna autorità al di sopra di sé. Questo dal 1500 – 1600. È sovrano

all’esterno perché è indipendente. Questa distinzione è l’affermazione del principio di

sovranità. Questo ha semplificato la politica internazionale e ha rappresentato un elemento

costitutivo della storia internazionale e moderna.

Ci sembra ovvio ma è un’eccezionalità della storia degli ultimi 300 anni. Il fatto che diamo per

scontato queste cose ci da la misura di quanto siano radicate nella società collettiva.

Anche sulla soggettività dello stato c’è una grande confusione: da un lato è riconosciuto come

soggetto primario. Molti autori riconoscono la continuità, non registrano una forte

discontinuità o mutamenti negli ultimi 30 anni e altri decretano la fine completa dello stato.

Non conta più nulla nella politica internazionale. Si vede anche nel dibattito pubblico generale,

che parla di fenomeni internazionali in cui ci sono due assunti contradditori.

Vediamo le ragioni e partendo dalle novità che rimandano a una crisi dello stato, crisi che non

significa una sparizione ma che non determina più la politica internazionale come invece ha

fatto nell’età moderna:

Riguarda il sovraffollamento di soggettività nell’attuale sistema internazionale > è un

 processo lungo che parte dopo la 2GM ma soprattutto dagli anni 70 – 80. Per

proliferazione di altri soggetti si intende che lo stato non è più da solo, il monopolista

della politica internazionale come era nel 1700/1800. Deve condividere l’arena

internazionale con altri attori molto influenti, che ne erodono la centralità sia dall’alto

che dal basso. Dal basso l’erosione della centralità rimanda a un nuovo protagonismo

degli attori non statuali o transnazionali come le grandi corporation, attori terroristici, Al

Qaeda ad esempio. Egli è stata la rappresentazione di come la minaccia terroristica non

passa più tra gli stati ma passa attraverso un attore transnazionale che ne fa la sua

risorsa strategica. Lo stato in questo caso non significa più niente, cercano di attaccarli

tramite una base transnazionale, cercando delle basi operative. Ci sono anche le

corporations o anche la capacità organizzativa di gruppi di pressione internazionali.

Sono attori che spingono la soggettività statuale dal basso, in maniera inedita grazie

agli strumenti anche tecnologici. La sfida avviene anche dall’alto perché la seconda

metà del 900 rappresenta la crescita di organizzazioni sovranazionali che sfidano lo

stato. Un esempio sono le N.U che finita la guerra fredda mostrano un nuovo attivismo,

una nuova capacità di influenzare e giocare un ruolo significativo nell’arena

internazionale. Un altro esempio è il processo di integrazione europea. Questo ha lo

scopo di limitare e superare la sovranità degli stati.

Ancora più pervasiva è l’interdipendenza e crisi internazionale > si tratta di processi di

 interdipendenza economica, sociale, culturale derivati dal processo tecnologico che

sfidano lo stato in maniera più pervasiva. Non significa solo che le imprese sviluppano

interessi reciproci ma significa che, secondo le teorie dell’interdipendenza, il mondo è

interdipendente perché ci sono sempre più problemi che gli stati non gestiscono

unilateralmente. In parte sfuggono di mano, in parte sono li gestiscono in modo

sovranazionale. Alcuni esempi riportano al problema dei mutamenti climatici; uno stato,

anche il più ricco al mondo non può risolvere da solo questo tipo di problema. Un altro

esempio è il terrorismo, coi foreign fighters, che sono combattenti sradicati e il tipo di

sfida che comporta per l’Europa è evidente che non lo possa gestire uno stato

solamente ma sono necessari sforzi comuni di carattere sistemico che mettano insieme

l’intelligence di vari stati, la cooperazione degli stati. Non è detto che trovino una

soluzione comune, ma si trovano di fronte a fenomeno che trovano ostacolo nel

controllare dei fenomeni sociali (es mercati finanziari). L’idea che questa crisi finanziaria

potesse essere confinata solo negli Usa (come era stata la crisi in Argentina) è crollata.

La crisi si è riversata in maniera ineludibile in quasi tutti i quadri regionali del sistema

internazionale, generando anche la crisi dell’Eurozona. Cosa ci dice quindi questa

impossibilità degli stati di mettersi al riparo da crisi finanziarie generate in paesi lontani?

Ci dice dell’incapacità dello stato di proteggere il proprio mercato interno, finanziario ed

economico. Tutto ciò crea problemi di natura cosmopolita che indeboliscono gli stati e di

conseguenza anche la sovranità degli stati. C’è un problema ancora più profondo:

riguarda la crisi istituzionale perché non sono in grado di controllare i processi politici sia

all’interno del proprio territorio sia all’esterno. L’analisi che più racconta questo

processo è la tesi della società del rischio, basata sulla rilevanza di effetti collaterali.

L’analisi che ci spiega quanto lo stato non controlli i processi politici, secondo questa

tesi della metamorfosi della società, prendono rilevanza gli effetti collaterali, cioè

un’azione politica, uno sforzo sociale ha sempre generato effetti ma mai come in questa

epoca gli effetti collaterali diventano più importanti degli effetti primari. Uno degli

esempi tipici è il modo con cui la tecnologia è riuscita con un effetto collaterale a

cambiare la nozione di genitorialità: l’idea di aiutare le coppie che non possono avere

figli con tecniche nuove nasceva alla fine degli anni 70 con un’idea conservativa.

Riprodurre con la tecnologia il modello di famiglia tradizionale, dando possibilità ad una

coppia di avere figli e provvedere con l’aiuto farmacologico ai limiti riproduttivi di una

coppia. L’effetto collaterale ha avuto effetti sociali molto più forti dell’effetto primario

che ci si aspettava. Un altro esempio è che ora c’è il rischio di un mutamento

antropologico per l’uso degli smartphone fino a determinare un cambiamento

antropologico che passa attraverso un mutamento cognitivo. È un cambiamento

profondo delle mappe cognitive, del modo in cui conosciamo il mondo. La teoria degli

effetti collaterali e della società del rischio ci dice che gli effetti collaterali non sono

pianificati, cioè gli effetti ultimi sulla società, tanto più da effetti collaterali, tanto più

sfuggono al controllo dei decisori politici. A differenza della modernità, noi inneschiamo

cambiamenti non pianificati, non frutto di ideologie ma frutto di effetti collaterali non

previsti all’inizio. Un esempio internazionale è il fenomeno della colonizzazione e

dell’imperialismo: dietro la colonizzazione come processo globale c’era una

pianificazione, un’ideologia dell’uomo bianco (fardello dell’uomo bianco) ma dietro

all’imperialismo vi erano i disegni in cui vi era una razionalità secondo cui le élite

determinavano dei fenomeni politici a fondo e ponevano un forte controllo. Oggi invece

se pensiamo a cosa fa l’Occidente rispetto al terrorismo dello stato islamico, si trova a

gestire un problema più grosso rispetto alla gestione o ricostruzione di uno stato come

Iraq, Kosovo. Gli stati oggi reagiscono. Durante la colonizzazione gli stati manifestavano

un grosso controllo politico sugli eventi internazionali, ora è vero il contrario perché

scoppiano degli effetti collaterali più significativi delle conseguenze che ci si aspettava

con una politica. Lo stato perde controllo sul piano interno (difficoltà di gestione di

problemi, cambiamento dello spazio pubblico, inteso come spazio fisico) e sul piano

internazionale. Lo stato non controlla più gli spazi pubblici (si pensa sia in mano a

piattaforme che stabiliscono i criteri di accesso alle informazioni rilevanti). Lo stato deve

fare i conti con qualcosa che gli sfugge di mano. Lo stato sul piano internazionale non ha

più la stessa presa sulle minacce internazionali. Le minacce alla sicurezza non

provengono più esclusivamente dagli stati e sono meno prevedibili e più difficili da

gestire.

Le nuove minacce alla sicurezza > non solo pongono lo stato di fronte ad una minaccia

 imprevedibile e difficile da gestire. In realtà anche qui alcuni autori hanno notato che c’è

un processo di crisi ed erosione della sovranità più profondo. Si può far riferimento agli

attentati dell’11 settembre 2001: quando gli Usa si trovano sotto attacco

improvvisamente, la cosa più inquietante dell’attacco era la sua radicale immediatezza.

Gli stati si accorgono di essere in guerra nel momento stesso in cui c’è la guerra. Salta

ogni mediazione politica come l’ultimatum, la dichiarazione di guerra. Il terrorismo

internazionale pone gli stati di fronte all’immediatezza dell’attacco. Oltre a

rappresentare uno shock per i governanti che gestiscono la mediazione dei campioni

monopolistici si trovano a gestire un mondo imprevedibile e che mette a rischio la

sicurezza dei propri cittadini sul proprio territorio in maniera imprevedibile. Ciò erode

l’ossatura dello stato sociale moderno: i cittadini obbediscono all’autorità centrale se lo

stato è in grado di difenderli, come è stato per i paesi più ricchi nell’età moderna.

Questo scambio aveva un suo radicamento nel reale più credibile. Oggi, se è vero che i

cittadini europei e americani sentono di non essere più difesi, anche il contratto sociale

interno allo stato è messo in crisi. Questo perché in ultima istanza lo stato deve saper

difendere i cittadini che si pongono sotto di esso.

Stati falliti > rimanda più al processo di decolonizzazione. Lo stato centrale è forte se è

 uno stato europeo ma col processo di decolonizzazione in cui tutto il mondo finiscono gli

imperi coloniali, trionfa lo stato di modello all’europea, perché tutti i paesi adottano un

modello di stato sovrano. Si crea però una distinzione tra stato de jure e stato de facto,

creando problemi di statualità.

All’inizio abbiamo parlato di ambiguità che ci racconta la crisi dello stato. Si parla anche si

sparizione dello stato perché esso non conta più nulla. Però a fronte di questo lo stato continua

a persistere in mille modi.

Sul piano analitico i fenomeni politici si distinguono in fenomeni politici interni e internazionali.

Questa distinzione permette di ordinare una serie di problemi distinguendoli da altri.

Gli americani dopo l’11 settembre si sono appoggiate alle istituzioni come l’intelligence, l’FBI

che potevano dare una svolta.

Insicurezza e rincorsa allo stato > ci sono casi che riguarda la rincorsa allo stato >

 alcuni osservatori realisti hanno fatto notare che è vero che le corporation delocalizzano

e investono oltre i confini nazionali, spostando i profitti in stati diversi ma tutte le grandi

corporation hanno una sede legale legata ad uno stato, quindi ad una giurisdizione di

riferimento che dipende dallo stato (Medioriente > rincorda allo stato in grado di

proteggere e gestire la crisi).

Qual è la vera alternativa? > un’istituzione entra in crisi del tutto o perché ne sparisce la

 necessità o perché c’è un’alternativa. Oggi è difficile per tutta la popolazione mondiale

immaginare che lo stato non sia il primo referente per difendere i loro diritti. Lo stato

invece rimane il referente istituzionale primario a cui fare riferimento e non è sfidato da

nulla. Se una popolazione è in crisi, la prima cosa che fa è rivolgersi agli stati. L’assenza

di alternativa ci dice che lo stato esiste, almeno per inerzia.

La domanda di stato: dallo state – building alla crisi dell’UE > era paradossale che tutti i

 principali documenti adottati dalle N.U, dall’UE, ecc. l’insistenza è che quello che

bisogna fare è lo state building, in un mondo in cui lo stato sta per sparire. C’è un

paradosso tra letteratura di scuola cosmopolita e la necessità di prospettiva liberale di

ricostruire le istituzioni statuali dove non ci sono (stato islamico; ritorno allo stato

nazionale). Dopo la guerra fredda si pensava che l’Europa arrivasse ad una politica

sovranazionale, ad una nuova idea di polity. Un futuro al di fuori dell’UE non è

un’alternativa sovranazionale ma è un ritorno allo stato. Lo stato continua a

rappresentare l’alternativa unica ai progetti sovranazionale.

Introduciamo l’ultima ambiguità che riguarda la guerra. Sul dibattito convivono modelli e

visioni opposte: alcuni dicono che è in fase di declino il periodo di guerra mentre altri

sostengono che è ancora presente nel sistema internazionale.

Si parla maggiormente sull’alternanza costitutiva tra periodi di pace e guerra.

Due libri sono quelli sull’obsolescenza della guerra di Mueller e Sheehan > la guerra è destinata

a sparire dalla coscienza degli uomini. Si parla di obsolescenza delle major wars. Non nega che

ci siano conflitti civili ma non assumono forme di grandi guerre tra grandi attori della politica

internazionale.

Qual è la teoria di Muller? La teoria è che la guerra, come altre istituzioni (schiavitù nel

duello) è destinata a sparire dalla coscienza degli uomini. È vero che la guerra è destinata a

sparire per molte ragioni ma la tesi di fondo è che a partire dalla 1GM sempre di più la guerra è

uscita dalla coscienza politica, sociale più profonda degli uomini. Prima di tutto in occidente e

poi in generale da tutti i popoli del mondo. Tenta di fare questa analisi di come pensano gli

uomini in generale e trova una discontinuità nella 1GM, in cui la guerra ha preso una forma

irriconoscibile. Con l’introduzione delle mitragliatrici, i soldati non sapevano a chi sparavano e

da chi erano uccisi. Non permette la rielaborazione dell’esperienza della guerra in modo

razionale. I soldati sono stati uccisi in modo casuale e non in un conflitto corpo a corpo ma con

armi da fuoco che discrimina gli obiettivi.

Vista la casualità, le morti tra ufficiali e soldati semplici sono simili tra loro mentre nelle epoche

precedenti, i corpi ufficiali erano preservati o morivano in percentuale inferiore. Non si riesce a

dare un significato. Muller registra un radicale cambiamento con un’analisi della letteratura, di

come viene presentata la guerra nei discorsi pubblici. Questo cambiamento è rafforzato dopo la

2GM. La guerra è per i popoli europei qualcosa di indesiderabile. La concezione della guerra è

associata a guerra, gloria, eroismo. I pacifisti si opponevano alla guerra. Era poco pragmatico

chi sosteneva nel 1908 che la guerra era una cosa ripugnante. Dopo la 1GM e soprattutto dopo

la 2GM la versione è l’opposta, diventato il pensiero maggioritario. Si devono giustificare coloro

che ritengono la guerra necessaria. Anche il ministero della guerra è cambiato e si occupa in

realtà delle stesse funzioni all’interno dello stato. Come è successo per la schiavitù che esce

dalle coscienze dei paesi occidentali e poi in tutto il mondo, lo stesso per il duello, ci fa notare

Mueller come cambia, che diventa una cosa ridicola. L’idea che una disputa per qualsiasi cosa

bisogna risolverla per vie legali è entrata a far parte della nostra coscienza. L’idea di risolvere

una disputa per via violenta è uscita dalle coscienze, come per la guerra. Mueller prova a dire

perché finisce la guerra: le ragioni economiche, le ragioni morali, che sono quelle più pervasive

che spiegano meglio. È vero che sono più costose ma la guerra sta nella coscienza più profonda

degli uomini. Dietro all’abolizione della schiavitù non vi erano ragioni economiche (UK, guerra

civile americana – Nord, Sud). Il punto è che una delle principali teorie sull’obsolescenza della

guerra dimostra come si siano abbandonati duello, schiavitù e guerra sono ragioni morali più

che economiche o utilitaristiche.

La teoria di Sheehan > ci parla della guerra come fenomeno particolaristico europeo. Non

parla di età post eroica, non è un fenomeno generalizzato e globale ma è europeo. Le ragioni

circa l’obsolescenza della guerra riguardano due condizioni:

Determinismo tecnologico > il progresso tecnologico ha reso più facile per gli stati

 raggiungere i loro obiettivi con mezzi pacifici. Non è tanto il costo della guerra ma il

fatto che gli stati perseguono obiettivi propri per via pacifica. Non è più necessaria la

conquista territoriale e il dominio assoluto sul territorio che occupano.

Per gli stati europei, la cooperazione internazionale è interesse dello stato > ragione

 economica e morale. Non è frutto di uno slancio idealistico e morale. Per lo stato,

cooperare è più profittevole rispetto a far da sé.

Ci sono due condizioni che rafforzano questa vicenda europea:

La condizione internazionale della guerra fredda > era difficile immaginare un conflitto

 dell’Europa occidentale durante la guerra fredda.

Nell’Europa del secondo dopo guerra, nel boom economico, il welfare state è diventato il

 vero asse costitutivo degli stati europei. L’ossatura degli stati europei ruota intorno al

benessere garantito ai cittadini. Questo è un ribaltamento totale rispetto agli stati

europei precedenti. Lo stato attraverso la guerra prima acquisiva coesione interna. In

età moderna la vittoria in guerra era un elemento costitutivo della coesione interna

dello stato. Nel secondo dopo guerra il centro di coesione sociale è la capacità dei

governi di migliorare il benessere dei cittadini.

Dall’altro lato c’è una letteratura di Mary Kaldor che scrive un suo libro “le nuove guerre” che

racconta come la guerra ha assunto forme diverse.

7MARZO

Sheehan e le ragioni per cui sparisce la guerra in Europa: essa ha sostituito l’ossatura degli

stati sociali europei moderni e contemporanei.

È una teoria che non si oppone ma è in contrasto con un’altra teoria di Charles Tilly, che

sostiene che la guerra è stata un’occasione per gli stati di rafforzarsi al loro interno. Le guerre

del 500 – 600 sono state una sorta di esperienza di sopravvivenza sociale degli stati. Cambia

forma e fanno guerra solo quegli agglomerati statuali che hanno un esercito.

Pone l’accento sull’aspetto internazionale, per quanto sia stata importante per aver creato l’uso

della forza legittima mentre Sheehan oggi ritiene che sia invece l’opportunità di creare welfare.

Ritiene la guerra sia obsoleta e post eroica, cioè combattere con la violenza non paga più sul

piano sociale.

Gli anni 90 e i fenomeni del terrorismo, hanno registrato un aumento di volumi, analisi e nuove

forme della guerra. L’assunto di fondo comune è che la guerra non è sparita, ma solo una sua

forma – quella interstatale moderna – ed è stata sostituita da altre forme. Su quali siano queste

forme c’è meno accordo: guerre ineguali, interventi militari, ecc.

Abbiamo avuto questa illusioni perché sono sparite le grandi guerre ma il fenomeno bellico non

è sparito, si presenta sotto altre forme.

Il volume che ha aperto il dibattito è quello di Mary Kaldor “le nuove guerre” dedicato alle

guerre balcaniche, le quali rappresentano un paradigma della nuova forma tipica del sistema

bipolare. In sintesi, la tesi è che le nuove forme della guerra, anche se non sappiamo come si

formano, hanno in comune il fatto che rispetto alla guerra moderna perdono le distinzioni

tipiche della modernità: spazio politico interno ed estero, razionalizzazione territoriale tipica,

differenze tra civili e militari. Lo spazio della guerra è mischiato, non c’è una geometria

geografica precisa. Il concetto di fronte in cui i due stati si confrontano evapora e la guerra è

dappertutto. Si combatte in ambienti diversi. Le nuove forme della guerra evadono il campo di

battaglia come spazio geografico e fisico.

Salta la distinzione tra pubblico e privato per cui la guerra è un fenomeno pubblico e i

soggetti pubblici sono i protagonisti, come le forze armate. Questa distinzione viene meno

perché a partecipare ai conflitti si presentano soggetti diversi che non sempre hanno natura

pubblica. Sono sempre più coinvolti attori di criminalità organizzata, i mercenari (compagnie

private) che ricevono una delega, ecc.

Es in Afghanistan, il numero dei contractors presenti nel paese eccedevano il numero delle

forze armate pubbliche americane. Il ministero della difesa quindi ha affidato i compiti miliari a

compagnie private che hanno forze armate addestrate privatamente che compartecipano al

conflitto.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e istituzioni europee
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FedericaMacchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Stefanachi Corrado.

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