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Relazioni internazionali

Storia della disciplina

Cominciamo con la storia della disciplina delle relazioni internazionali. La nostra disciplina si è formata e ha assunto la sua forma grazie a spunti, suggestioni ed elaborazioni offerte dalle voci teoriche e dal confronto e scontro delle voci e degli orientamenti teorici. Le relazioni internazionali sono una disciplina accademica giovane, nascono e crescono nel 900. Ovviamente c’è una riflessione più antica sulla politica internazionale, sulla pace e sulla guerra soprattutto che sono l’oggetto principale della riflessione politologica. Senz’altro c’è una ricca e antica elaborazione che ha offerto spunti e stimoli intellettuali che sono stati raccolti e rielaborati dalla disciplina delle relazioni internazionali.

È importante ricordare questa giovane età perché se è vero che questa disciplina è giovane, è vero che il suo oggetto di studio è più adulto, più anziano. La realtà delle relazioni internazionali non è così giovane. Le origini della realtà delle relazioni internazionali risalgono a diversi secoli fa, almeno al XVI e XVII secolo. La differenza tra la “cosa” e lo studio della “cosa” tra le età ha avuto conseguenze non ovvie, non banali per lo sviluppo della disciplina stessa e per i suoi contenuti.

La disciplina ha guardato alla politica internazionale dalla prospettiva del 900, che ha sollecitato la produzione e la riflessione teorica delle relazioni, su cosa soffermarsi e concentrarsi. La differenza di età ha prodotto nella disciplina una sorta di oblio delle origini storiche che precedendo di tanto tempo la disciplina, sono state dimenticate. Si è affievolita la consapevolezza della storicità delle relazioni internazionali. Si è persa la consapevolezza del fatto che la nostra politica internazionale non è per forza la normalità, che la nostra politica internazionale si è cristallizzata al termine di un lento e lungo processo storico durato diversi secoli.

Origini della politica internazionale moderna

Si è persa consapevolezza del fatto che è collegata ad una certa parabola storica, che è quella della modernità europea e che precedentemente ci sono state altre politiche in senso lato e diverse dalla nostra politica internazionale, che noi conosciamo e a cui siamo abituati. In altre epoche storiche sono infatti esistite altre unità indipendenti che hanno consentito di distinguere tra un ambito esterno e interno (politica interna – politica estera) e quindi altre politiche internazionali.

Questi sistemi e queste politiche presentano delle analogie e delle somiglianze nel funzionamento, dinamiche fenomeni e processi ma per altri aspetti si allontanano. Quelle politiche internazionali sono state diverse dalla politica internazionale moderna, come nel modo di fare la guerra, riguardo la diplomazia, riguardo le istituzioni. Non dobbiamo dimenticare che la nostra politica internazionale non è generica ma è quella moderna. È il sistema internazionale moderno, la cui origine è indicata dagli storici dalla pace di Westfalia nel 1648. Parlano infatti di modello westfaliano per indicare la politica internazionale che indichiamo noi. La Pace di Westfalia è il punto di arrivo di un lungo processo di gestazione che durava già da un paio di secoli. La moderna politica internazionale comincia ad affiorare con i suoi connotati e le sue caratteristiche e noi siamo ancora dentro quella vicenda politica.

Va aggiunto che questo sistema internazionale moderno si è distinto e si distingue in quanto è stato ed è un sistema interstatale, cioè fondata sullo stato sovrano e territoriale che è il suo grande assoluto protagonista e inoltre perché è un sistema mondiale, globale, cioè che ha abbracciato il mondo intero.

Caratteristiche dello stato moderno

La politica internazionale è il prodotto della faticosa affermazione della politica e dello stato come forma prevalente ed esclusiva di organizzazione politica. È un processo caratterizzato dalla centralità dello stato che si contraddistingue per la sua sovranità esterna, cioè lo stato moderno che non riconosce autorità politiche al di sopra di sé, ma è un centro di decisione politica originaria. Un singolo stato può avere sopra di sé stati più forti, più potenti e più grandi che possono limitare e comprimere la libertà di azione del singolo stato. Ma in un punto di diritto, lo stato moderno non riconosce alcuna autorità legittimata sopra di sé.

L’originalità non era così prima del modello westfaliano, come ad esempio i modelli medievali che riconoscevano alcune entità superiori come il Sacro Romano Impero e il Papato che esercitavano alcune politiche connesse oggi all’entità statale, come la possibilità di fare la pace o la guerra. Lo stato moderno si distingue anche per la sua politica interna, cioè nell’uso legittimo della forza. Significa la smilitarizzazione di ogni altro soggetto politico in territorio statale che precedentemente aveva avuto la possibilità di usare il diritto della forza (es. diritto di faida). Lo stato moderno afferma un monopolio assoluto dell’impiego legittimo per la forza.

Si distingue per la pretesa di lealtà esclusiva che avanza sulla popolazione sulla quale esercita la sua sovranità, può esigere dalla popolazione anche la vita. È lo stato che ancora oggi può mandarci legittimamente a morire (es. in guerra) se lo ritiene necessario. Nelle società medievali c’erano diverse realtà politiche, a base feudale, cetuale che si sovrapponeva e interferiva con la lealtà dovuta al signore territoriale, al re. Lo stato moderno si distingue anche per la sua territorialità, rimane un’entità politica a base territoriale, esercitando il potere su una porzione di territorio. Lo stato mantiene l’autorità ultima e sovrana di aprire e chiudere i confini verso altri stati e comunità esterne.

Il carattere statale è motivo di originalità della politica moderna. L’altra caratteristica storica è l’estensione globale mondiale della politica moderna: la nascita del sistema internazionale moderno coincide con la storia delle esplorazioni geografiche che unificano il mondo. Si tratta di vicende collegate tra loro. Durante il periodo che porterà alla pace di Westfalia, i portoghesi cominciano a commerciale con l’Asia meridionale, con l’India e con il sudest asiatico e con l’estremo oriente (Cina, Siam, Giappone). Pensiamo anche alla scoperta dell’America, della colonizzazione spagnola e portoghese nel sud America e di GB e Francia nel nord. Aggiungiamo anche la posizione della Russia, dominata dalla popolazione mongola e turca.

Espansione coloniale e la rete di relazioni internazionali

Prima di queste espansioni e della rete fitta di relazioni economiche diplomatiche c’era una pluralità di sistemi regionali che era limitato e circoscritto a una certa porzione di territorio che avevano scarse e sporadiche relazioni. Ognuno di questi sistemi era in un universo chiuso su sé stesso. I sistemi internazionali extraeuropei erano organizzati al loro interno in modo molto diverso riguardo al sistema westfaliano, chiamati sistemi signoriali, cioè caratterizzati da una presenza di un attore che aveva la sovranità. Ad esempio in Cina, il suo sistema tributario si espandeva in altri stati. Sarà proprio la penetrazione europea ad esportare le realtà politiche e la forma politica statale affermatasi in Europa e le relazioni interstatali.

È quindi l’espansione coloniale dell’Europa che ha messo in relazione gli stati del mondo, formando una rete di legami strategici e ampi. Gli europei hanno esportato le loro peculiarità, dapprima col colonialismo l’Europa ha smantellato le forme locali nelle aree extraeuropee e poi con la decolonizzazione si sono innescati processi di emancipazione con l’aggiunta di particolari appartenenti agli europei. Si può dire quindi che c’è stata una corsa allo stato, emanciparsi dall’Europa per diventare come l’Europa. Gli stati hanno adottato le politiche internazionali europee (es. Giappone) e le istituzioni politico amministrative, economiche, ecc. Le forme politiche europee e la politica internazionale sono diventate quindi il canone per tutta la politica moderna internazionale moderna.

Potrebbe essere che oggi stiamo assistendo a un cambiamento della politica internazionale, del modello westfaliano e stiamo in una fase di transizione, di superamento che oggi si radicalizza. Sentiamo spesso parlare di crisi dello stato, crisi dei confini, della sovranità.

Modelli di ricerca e approcci teorici

Tornando alle origini delle relazioni internazionali, prendiamo in considerazioni i principali modelli di ricerca e diciamo che ciascuno degli approcci e delle tradizioni è nata in reazione e risposta a una serie di grandi traumi che hanno segnato la vicenda politica del 900. Hanno stimolato la riflessione internazionalistica, sollevando interrogativi di estrema importanza e hanno suggerito anche le risposte, incoraggiando e ispirato l’adozione di certe chiavi di lettura di politica internazionale. Ognuno di questi filoni ha attinto a correnti di filosofia politica più ampi e hanno recepito e importato nelle relazioni internazionali, elaborandoli, una serie di contributi culturali, filosofici e intellettuali.

Le teorie della politica internazionale possono essere classificate in diversi modi, a seconda del livello in cui sono individuate le cause: l’individuo, lo stato o il sistema degli stati.

Idealismo e realismo

Il primo di questi fondamentali approcci è l’idealismo, nato nel 1919 (prima cattedra di relazioni internazionali in Gran Bretagna). W. Wilson è il padre della società delle nazioni, una figura di non poca importanza che fu un leader politico e uno studioso. Viene considerato una figura di riferimento dell’idealismo. Il trauma storico che stimola e orienta la riflessione teorica dell’idealismo è la prima guerra mondiale. È ancora oggi ricordata nella memoria collettiva come la “grande guerra”, che è un grande shock. Sollecitò con urgenza sulle cause della guerra, perché riguarda la politica internazionale.

Nell’insieme, le relazioni internazionali sono un tentativo di spiegare la competizione internazionale, la politica di potenza. Come impostano il problema della guerra e della pace? L’idealismo tratta la guerra come una malattia socio politica da curare. Per fortuna è curabile per debellarla dalla vita politica e internazionale. Per gli idealisti la guerra è un fenomeno patologico, un fenomeno storico che non è necessariamente destino, non è ferreo per cui bisogna per forza scontrarsi. La guerra ricorda un certo stadio dello sviluppo dell’umanità che può essere superata con il progresso della civiltà.

Negli anni 20, confidano che la guerra sia già diventata un anacronismo già sparito. La guerra era diventata un controsenso politico e strategico, nessuno aveva vinto la prima guerra mondiale (al di la delle perdite/vincite) perché anche i “vincitori” avevano subito grandi perdite. La guerra aveva quindi smesso di essere uno strumento razionale di politica. Per gli idealisti la prima guerra mondiale era stata il risultato dell’influenza delle politiche aristocratiche nei governi delle grandi potenze, era il riflesso del corredo di valori marziali, guerreschi e autoritari delle élite aristocratiche e dei loro interessi egoistici.

Emerge un primato della cooperazione sul conflitto, l’idealismo assiste ad una concezione progressista. La violenza è stata superata all’interno degli stati e successivamente è stata eliminata dalla rete internazionale e dalle relazioni dei popoli. Si intravedono le tradizioni culturali di riferimento dell’idealismo: abbraccia un’antropologia di fondo di matrice illuminista, progressista ed educabile alla socievolezza. È molto forte nell’idealismo anche il liberalismo, la fiducia nell’armonia degli interessi economici nelle singole società e anche nelle società nel mondo.

L’idealismo accoglie anche l’ingegneria sociale, di stampo positivistico, progressista, cioè l’idea che si possa intervenire sulla realtà sociale, sull’uomo e si possa riformarla con un’adeguata legislazione per condurre al progresso e di civiltà. I tre ordini di cause che l’idealismo permette di spiegare la guerra e la sua malattia e patologia e l’impostazione della terapia che gli idealisti propongono per curare la guerra.

  • Un primo fattore che viene indicato attiene alla politica interna, cioè all’organizzazione interna dello stato, è l’idea che alcuni tipi particolari di stato abbiano una marcata predisposizione alla guerra e alla violenza, cioè competizione e conflitto armato che vi sono in stati non democratici ma autoritari, privi di partecipazione popolare. La partecipazione popolare al governo infatti riduca la propensione alla guerra. I costi della guerra riguardano il popolo perché gravano su di esso e quindi manifesteranno contro. I governi non democratici sono molto meno prudenti perché scaricano sugli altri i costi della guerra. La guerra per loro può persino essere un ottimo affare per affermare il loro potere. Troviamo un primato esplicativo della politica interna sulla politica estera internazionale, cioè l’idea che la politica estera e le relazioni internazionali tra gli stati vanno spiegati dalla politica interna e dal tipo di regime politico.
  • Un altro fattore, caro alla letteratura idealista, attiene all’economia. Tendenzialmente la bassa integrazione economica nell’arena internazionale favorisce conflitto e guerra. Mentre gli stati sono un fattore di divisione nel mondo tramite i loro confini, il mercato e il commercio avvicinano il mondo. Un’economia aperta è un fattore di livellamento delle differenze sociali e politiche. L’apertura economica e commerciale tende a incentivare la cooperazione e a depotenziare conflitti politici nell’arena. Troviamo un primato dell’economia sulla politica, se cambia l’economia cambia anche il segno dei rapporti politici e strategici. La politica è la variabile dipendente dell’economia.
  • Un ulteriore fattore attiene infine all’organizzazione complessiva delle relazioni internazionali, in particolare all’arretratezza del diritto internazionale rispetto al diritto interno. Lamentano che sia lacunoso, con conflitti di interesse tra gli stati e lascia uno spazio in mancanza di una legge chiara e alla risoluzione dei conflitti con la forza. Manca nel diritto internazionale il divieto per gli stati di fare la guerra. Gli idealisti notano che il diritto internazionale classico assegnava agli stati il diritto di fare la guerra ogniqualvolta fosse ritenuto opportuno. Il diritto internazionale era essenzialmente un diritto di guerra che prescriveva come dovessero essere combattute le guerre. Manca a livello internazionale anche un apparato repressivo che permette di sanzionare le violazioni del diritto.

Gli idealisti ricavano anche delle logiche prescrittibili per far fronte al problema della guerra per eliminarla dalle relazioni internazionali. Se il problema risiede nella politica interna, si dovrà intervenire dando voce al popolo, coinvolgendoli nelle decisioni politiche, rafforzare la democrazia, ecc. che diminuirà l’inclinazione al conflitto degli stati; e il problema è la chiusura economica degli stati, allora bisogna creare un’economia aperta tramite i commerci e gli scambi economici, stimolare il commercio estero, abbattere le barriere tariffarie, ecc; se il problema risiede nell’organizzazione complessiva bisogna rendere gli elementi più simili all’ordinamento giuridico interno e va stabilito il divieto di fare la guerra trasformandola in crimine perseguibili. Ciò deve quindi coalizzare tutti gli stati contro un ipotetico stato che ancora fa ricorso alla guerra per risolvere determinate situazioni.

Infine, c’è ancora molto sulla lettura della teoria delle relazioni internazionali. Rimane l’enfasi sulla democrazia, l’idea che l’economia aperta funzioni da argine e favorisca la convergenza politica tra le nazioni, rimane il progetto di integrazione europea, ecc. È molto pronunciata l’impronta anglo americana sull’idealismo, quali paesi leader che guardano con ottimismo agli scambi economici internazionali, all’economia aperta, ecc. che vedono la positività dell’idealismo. L’idealismo è anche un approccio caratteristico di uno stato potente come la GB, che non ha confini essendo un’isola ed è un fattore strategico. L’idealismo però pone poco rilievo verso la sicurezza nazionale, perché solo gli stati non minacciati e con confini sicuri tendono ad andare verso la democrazia e il progresso.

Queste ed altre critiche sono state poi superate con il realismo, che nasce come un contrappunto alle tesi e alle posizioni teoriche dell’idealismo.

Il realismo politico

Il realismo politico è la tradizione successiva che si forma ed acquista la sua identità teorica come polemica diretta verso l’approccio idealista e l’egemonia culturale idealista. Il realismo si afferma negli anni 30 e poi negli anni 40 e il trauma storico collegato che sollecita la riflessione dei realisti è il fallimento della Società delle Nazioni, il fallimento di Nazione, le invasioni che ne succedono e lo scoppio della seconda guerra mondiale e anche lo scoppio della guerra fredda (1946 – 1947). Davanti a questo drammatico spettacolo che smentisce ogni fase di progresso, anche il realismo si interroga sulle cause profonde della competizione internazionale, perché la guerra appare ai suoi occhi come un dato non eliminabile della realtà internazionale.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FedericaMacchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Stefanachi Corrado.
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