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Appunti completi per esame frequentanti Microeconomia, professor Luciano Venturini

Appunti completi ed esaustivi, per sostenere l'esame perfettamente. Voto: 30. Appunti di economia politica che sono basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell'università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt.

Esame di Microeconomia docente Prof. L. Venturini

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ESTRATTO DOCUMENTO

Questo scaturisce dall’assunzione delle due condizioni presenti in un mercato di

concorrenza perfetta. La loro combinazione indica che questo prezzo PE è un

parametro dato, è un dato per ciascun produttore (P con trattino sopra).

Se sul mercato si forma un prezzo per le mele di 3€ al kg, un singolo produttore può

vendere le mele a 4€ al kg?

Non c’è nessuna legislazione che glielo impedisce ma c’è una fondamentale

considerazione economiche che glielo impedisce. Se il lato dell’offerta è

estremamente frammentato, polverizzato in un numero N di produttori che tende a

più infinito e se per definizione le mele solo assolutamente omogenee, quindi

identiche, dove li troviamo dei consumatori razionali che vanno ad acquistare a 4€ un

prodotto che ha come prezzo di mercato 3€.

Quindi l’’impresa che alza il prezzo oltre il prezzo di mercato vede azzerarsi

le vendite. In questo senso, l’impresa in concorrenza perfetta non può fare il prezzo.

L’impresa è una PRICE TAKER (=impresa che prende come parametro dato il prezzo

e sulla base di questo parametro fa i suoi calcoli di convenienza) Non è dunque una

PRICE MAKER (=non fa il prezzo).

L’impresa può diminuire il suo prezzo rispetto a quello di equilibrio, ma non

ha senso perché ridurrebbe il ricavo!

Come si comporta l’impresa in concorrenza perfetta?

Abbiamo capito che prende il prezzo di mercato come un parametro dato. Che il

prezzo non è una sua variabile decisionale.

Dunque che cosa decide l’impresa? Quale è la funzione obiettivo, che esprime

l’obiettivo dell’impresa, cosa vuole ottenere una impresa (in quanto organizzazione

che acquista input e butta fuori output)?

L’obiettivo è il PROFITTO (π) ma non solo. L’obiettivo di impresa è la

MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO (Maxπ).

Assumiamo che l’impresa sia un agente economico auto interessato e razionale (auto

interesse consente di inquadrare l’obiettivo e la funzione dell’impresa come il

profitto. E razionale quando adotta un comportamento di massimizzazione, cioè

punta a ottenere il profitto massimo possibile nelle condizioni date e nel rispetto

delle regole del gioco e delle norme prevalenti in un certo contesto istituzionale).

PROFITTO (RT-CT) Dato dalla differenza tra ricavi totali e costi totali (tutti i ricavi

e tutti i costi).

RICAVI TOTALI Valore monetario delle sue vendite, valore monetario della

produzione venduta. È il prezzo unitario per quantità prodotta (pxq)

- NB. P con trattino sopra perché è vero per definizione che RT- CT = PROFITTO

Ricavi totale è = a fatturato. Mentre profitto è diverso da fatturato

Come si fa a massimizzare il profitto?

Il profitto è massimo se le decisioni di impresa operano nel senso di aumentare i

ricavi totali e abbassare i costi. (è buona cosa cercare di ridurre i costi di produzione

e aumentare il fatturato).

A questo punto ci serve una TEORIA DELL’IMPRESA, TEORIA DEL COMPORTAMENTO

DELL’IMPRESA che ci consenta di spiegare perché sono queste le decisioni

dell’impresa.

Come è la teoria dell’impresa in concorrenza perfetta? Come si comporta una

impresa? Come fa una imprese in concorrenza perfetta a massimizzare il proprio

profitto e quali decisioni deve prendere per arrivare all’obiettivo?

TEORIA DELL’IMPRESA IN CONCORRENZA PERFETTA – LA TEORIA

NEOCLASSICA DELL’IMPRESA

Siccome il profitto è dato dalla differenza tra ricavi totali e costi totali, dobbiamo

vedere quali sono i fattori che influenzano i ricavi totali e quali influenzano i costi

totali.

FATTORI CHE INFLUENZANO I RICAVI TOTALI

Il ricavo totale o fatturato di una impresa è dato dal prezzo di vendita della

produzione, che coincide col prezzo di equilibrio del mercato (con trattino sopra in

quanto dato) moltiplicato per la quantità prodotta. 4

Se prezzo delle mele è 3€ al kg e impresa produce 0 unità = RT è 0.

L’unica variabile decisionale dell’impresa è la quantità prodotta (q). Non può agire

sul prezzo. L’impresa aumenta il fatturato solo attraverso l’aumento della

produzione.

RAPPRESENTAZIONE FUNZIONE RICAVI TOTALI RT =f(q) e RT=RT(q)

Asse x: quantità prodotta

Asse y: RT

Fare lo studio di una funzione significa rappresentarla graficamente. Siccome è una

relazione lineare rappresentata da una retta (bastano due punti soltanto nel grafico).

L’imprese se aumenta produzione aumenta fatturato.

SE PUNTIAMO ALLA MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO ABBIAMO UN

 RISVOLTO: IL PROFFITTO è RT-CT. È vero che all’aumentare della produzione

aumenta il fatturato, ma all’aumentare della produzione aumentano anche i

COSTI TOTALI.

FATTORI CHE INFLUENZANO I COSTI TOTALI – cosa succede ai costi?

CT= f(q) funzione diretta CT=CT(q)

Anche i costi all’aumentare alla quantità prodotta tenderanno ad aumentare. Qui la

questione è un po’ più complicata.

Tra costi di produzione e quantità non c’è una relazione semplice, lineare e diretta

disegna una linea tratteggiata)

come per i ricavi (quindi si

Perché e come aumentano i costi di produzione all’aumentare della produzione?

Qui dobbiamo distinguere tra una ANALISI DEI COSTI DI BREVE PERIODO e una

ANALISI DEI COSTI DI LUNGO PERIODO

Concettualmente significa:

PER IL BREVE PERIODO assumere come data la dimensione dell’impresa.

 PER IL LUNGO PERIODO la dimensione dell’impresa è variabile, è una variabile

 e quindi può cambiare.

È importante capire cosa succede ai costi SE ASSUMIAMO COME DATA LA

DIMENSIONE DELL’IMPRESA (analisi di costi di breve periodo quindi)

- È interessante vedere come variano i costi della produzione al variare della

dimensione -

Esempio: supponiamo che si decide di costituire a una impresa che vende servizi di

consulenza giuridica. 3 persone mettono su uno studio legale di 100 metri quadri con

3 pc, acquistano input sul mercato e buttano fuori un output sul mercato di

consulenze.

(3 persone : fattore lavoro L e 3 pc: fattore capitale K )

Supponiamo che sia una piccola impresa e che scelga di assumere come punto di

riferimento la forma di mercato di concorrenza perfetta.

Ora ci ricordiamo sia dei ricavi totali che aumentano all’aumentare della quantità

domandata, ma anche dei costi totale che aumenteranno di conseguenza.

Nel BREVE PERIODO, cioè a dimensione di impresa data, certo i CT costi totali

aumentano all’aumentare della quantità prodotta.

Ma come aumentano? Sulla base di una relazione lineare? NO la relazione è non

lineare.

E che forma assume la relazione tra CT e Q prodotta per una impresa di questo tipo?

I costi totali aumentano all’aumentare della quantità prodotta ma aumentano in

relazione non lineare, hanno andamento diverso. Hanno inizialmente una concavità

verso il basso e poi verso l’alto (prima aumentano con scalini via via minori fino

al punto di flesso, poi i costi sempre aumentano ma con incrementi via via maggiori,

l’altezza degli scalini è via via maggiore).

- I costi totale aumentano sempre, ma in una fase iniziale sono aumenti via

via minori e poi aumentano con incrementi via via maggiori. hanno sempre

una inclinazione positiva - 5

Quindi in una fase iniziale l’incrementi di costo sono via via minori mentre poi

diventano via via maggiori.

Perché i costi hanno questo andamento?

Per una ragione molto semplice. Se la dimensione dell’impresa è data e se la

capacità di produzione di una impresa è data dalla disponibilità di capitale e lavoro, e

noi abbiamo k= 3 e L= 3, nel tratto iniziale, cioè partendo da livelli nulli o bassi di

produzione, a mano a mano che la produzione aumenta questo stock di capitale e

questa dotazione di lavoro riuscirà a combinarsi sempre meglio.

Se partiamo da livelli di produzione molto bassi i 3 computer non sono pienamente

usati. È chiaro che invece all’aumentare della produzione si raggiunge un impiego

ottimale, una relazione ottimale tra K e L.

Come si traduce questo in termini di efficienza di produzione e quindi di costi di

produzione?

Si traduce nell’esistenza di RENDIMENTI CRESCENTI. Cioè partendo da livelli bassi

di produzione, essendo per definizione dato lo stock di capitale fisso e il lavoro,

essendo data la dimensione di impresa, se la produzione aumenta l’impresa riesce a

organizzarsi via via meglio questo è fonte di rendimenti crescenti, cioè di

maggiore efficienza e quindi si di incrementi di costo ma di costi che aumentano con

incrementi via via minori.

Viceversa a mano a mano che la produzione aumenta, sempre a parità di k= 3 e L=3

perché per definizione la dimensione è sempre quella. Ma attenzione perché a questo

punto la produzione aumenta con dei RENDIMENTI DECRESCETI cioè con una

efficienza via via minore perché i 3 si contendono i pc, non siamo più nella migliore

situazione ottimale fra il fattore lavoro e il fattore capitale.

Quindi in questa regione, all’aumentare della produzione i costi aumentano, ma

per effetto dei rendimenti decrescenti l’aumento dei costi è via via maggiore.

Quindi in una analisi di breve periodo dei costi di produzione, cioè a

 dimensione di impresa data i costi di produzione aumentano sempre,

ma prima con incrementi via via minori e poi con incrementi via via

maggiori.

NB L’andamento dei COSTI TOTALI, a rigore è l’andamento dei COSTI

VARIABILI (=costi che variano al variare/aumentare della quantità)

Ci sono anche i COSTI FISSI (= costi che non variano al variare della quantità

prodotta, indipendente dal livello della produzione)

I costi totali di una impresa sono dati anche dai costi fissi. Se abbiamo messo in

piedi uno studio legale, l’affitto che dobbiamo pagare al proprietario, questo

affitto si configura come costo fisso( non dipende dal numero delle consulenze

che produciamo)

Quindi costi totale sono i costi variabili + costi fissi CT=CF+CV

A questo punto è sufficiente fare un diagramma (grafico):

asse x q

asse y RT e CT

Rappresenta poi le due funzioni, quella di costi e quella di ricavi

Cosa succede ai profitti dati dalla differenza tra RT e CT?

1. Se l’impresa rimane su livelli molto contenuti di produzione (da 0 a q1),

registra una situazione in cui CT> RT, cioè in questa 1° regione il profitto è

negativo e l’impresa registra una perdita (i costi sono superiori ai ricavi).

2. Dalla quantità q1 a q2 i RT> CT quindi l’impresa ha un profitto positivo,

coerente con la nozione in senso comune di profitto. 2° regione.

3. Oltre il livello q2 della produzione, l’andamento lineare dei ricavi totali e

invece l’andamento esponenziale porta i costi oltre i ricavi CT>RT e quindi di

nuovo abbiamo un profitto negativo e in cui l’impresa realizza una

perdita. 3° regione. 6

Nella 2° regione si ha si un profitto ma il profitto non è uguale in tutta la regione

q1-q2

, la differenza è poca ma non è uguale. Significa che il profitto è massimo

solo in relazione a un determinato livello di produzione, solo in corrispondenza di una

scelta di produzione, che indichiamo con Q*. solo in questo punto risulta

massima la differenza tra RT e CT, cioè risulta massimizzato il profitto

dell’impresa.

RIEPILOGO:

- Bisogna ben capire che i ricavi totali rispetto alla produzione variano con una

relazione lineare, una retta

- I costi totali hanno un andamento sempre crescente, ma crescono prima con

incrementi via via minori e poi con incrementi via via maggiori

- Abbiamo tre regione sul grafico: perdita – profitto- perdita

- Solo un determinato livello di produzione è coerente con la massimizzazione del

profitto

- La teoria ci consente di individuare , risolvere il problema dell’impresa, dato il

prezzo (che lo da il mercato e dati i costi di produzione, l’impresa decide solo quanto

produrre in modo da massimizzare la produzione (scegliendo Q*)

METTIAMO A FUOCO LA QUESTIONE CHIAVE

Abbiamo capito la logica di comportamento dell’impresa se opera in un mercato di

concorrenza perfetta.

Prima implicazione pratica: almeno a q1 dobbiamo arrivare, sennò operiamo in

perdita.

Supponiamo che siamo andati oltre q2, certo siamo entrati nella regione della

perdita, ma è una perdita buona (nel senso che qualitativamente è diversa da

quello che succede nella prima regione).

Oltre q2 si siamo in perdita, ma lo siamo perché stiamo producendo troppo, perché

abbiamo troppa domanda (abbiamo avuto successo, abbiamo prodotto parecchio).

Abbiamo una perdita perché ora la nostra dimensione di impresa ora è inadeguata,

non ci basta più.

QUINDI AUMENTAIMO LA DIMENSIONE DI IMPRESA nel lungo periodo.

- L’impresa sta tanto tempo nel breve periodo ma, durante il lungo periodo, la

dimensione di impresa può cambiare-

Questa perdita è un segnale di mercato che ci sta dicendo: stiamo

producendo troppo rispetto alla dimensione dell’impresa, dunque

aumentate la dimensione di impresa. Abbiamo mercato, abbiamo clienti,

espandiamo la dimensione!

A cosa serve un modello che racchiude la teoria dell’impresa in concorrenza

perfetta?

- Se il prezzo di equilibrio di mercato pe= p+ (trattino sopra in quanto dato)

aumenta oppure per un prezzo inferiore quindi pe=p- (ipotesi di una riduzione di

prezzo di mercato), quali sono le implicazioni per le decisioni di impresa?

- Cioè la singola impresa neoclassica che opera in un mercato

perfettamente concorrenziale se il prezzo di mercato aumenta o

diminuisce, come reagisce?

- Reagisce diminuendo o aumentando la produzione?

- E se così fan tutte le imprese di concorrenza perfetta, l’offerta di mercato e quindi

la curva che la esprime l’offerta di mercato (S), che inclinazione ha la relazione tra

prezzo (p) e quantità (QS) complessivamente offerta dalle imprese che producono

quella determinata merce?

Certo che abbiamo già visto che la curva di offerta ha una inclinazione

positiva e che i produttori di merci sono incentivati a aumentare la produzione se il

prezzo è via via maggiore, ma lo avevamo visto solo come una semplice intuizione.

(avevamo intuito che se il prezzo delle mele aumenta allora i produttori sono

incentivati a produrre di più). 7

Ma ora che abbiamo un TEORIA DELL’IMPRESA utilizzabile la dobbiamo usare e

possiamo vedere meglio perché succede questo.

Ora abbiamo tutti gli elementi per dare una dimostrazione rigorosa e per mettere

bene a fuoco la nozione di CURVA DI OFFERTA INDIVIDUALE DELL’IMPRESA IN

CONCORRENZA PERFETTA (CP) e fare poi la derivazione e quindi la dimostrazione del

perché la curva di offerta di mercato (S) è quella che è.

Ipotizziamo che il prezzo di equilibrio di mercato aumenti:

Quale relazione esiste tra il nuovo livello di prezzo, che l’impresa prende come un

parametro dato; come reagisce la singola impresa?

Cosa succede ai ricavi totali RT se il prezzo p1 aumenta e passa a p2 ? La curva del

ricavo totale RT sarà più inclinata.

- P è il coefficiente angolare della curva, ci da inclinazione –

Il ricavo totale con un prezzo p1 progredisce con la sequenza 0-3-6, mentre se il

ricavo totale passa da un prezzo p1 a p2 la sequenza è 0-6-12.

Il ricavo totale p2 è più inclinato del ricavo totale p1.

Insomma l’aumento del prezzo di mercato fa aumentare l’inclinazione della curva del

ricavo totale.

I costi di produzione sono sempre quelli.

Quindi, sulla base degli stessi costi di produzione, ora che la curva del ricavo totale è

più inclinata, andrà a vedere quale è il nuovo livello di Q* ora che i ricavi totali sono

diventata più inclinati.

Quindi noi dobbiamo usare il nostro modello dell’impresa in concorrenza perfetta per

vedere cosa succede alla produzione dell’impresa se il prezzo di mercato aumenta o

diminuisce (naturalmente se il prezzo i mercato diminuisce l’inclinazione dei ricavi

totali diminuisce)

 PROBLEMA: COSA SUCCEDE A Q*?

Non è facile. Questa è la ragione per cui verso il 1870 gli economisti hanno

iniziato a ragionare in termini di variazioni al margine, cioè applicando alla teoria

di impresa il calcolo delle derivate.

19 febbraio 2018

Oggi vediamo l’approccio marginalista e lo useremo per capire come si possa

esaminare la teoria neoclassica dell’impresa in concorrenza perfetta sulla base non

solo dei livelli delle variabili, il livello del ricavo totale, dei costi totali. E quindi sulla

base della soluzione grafica del problema dell’impresa in concorrenza perfetta

Individuare quel livello di produzione, che è l’unica variabile decisionale dell’impresa

in concorrenza perfetta dato che il prezzo è dato. 8

Individuare quel livello di produzione che le consente di massimizzare la differenza

tra ricavi totali e costi totale, cioè il suo profitto.

Questo lo abbiamo fatto sulla base di una analisi usando le nozioni di ricavo totale e

costo totale, arrivando ad individuare Q* che è il livello ottimo, cioè quel livelli di

produzione che una impresa auto-interessata e razionale sceglie per massimizzare il

profitto.

Questa analisi però possiamo ripeterla (poi vedremo perché a senso ripeterla)

usando non i livelli ma le variazione al margine delle variabili.

Cosa significa ragionare in termini di variazioni al margine di due variabili come

ricavo totale e costo totale?

Variazione al margine del ricavo totale significa rispondere a questa domanda:

se l’impresa aumenta e vende una unità in più di prodotto di quanto aumenta il

ricavo totale dell’impresa? Quale è la variazione al margine, nel senso che si ipotizza

un incremento, il minimo possibile perché abbia senso. Una unità di prodotto in più fa

aumentare i RT, si , di quanto?

Ecco questa è la variazione al margine. Questa variazione al margine dei RT prende

il nome di RICAVO MARGINALE RM

Quindi il RICAVO MARGINALE è l’incremento dei ricavi totali all’aumentare di una

unità della produzione e del reddito. È l’incremento del ricavo totale al variare della

quantità prodotta. Variazione del ricavo totale al variare della quantità prodotta.

Della minima quantità prodotta della variazione che abbia senso della quantità

prodotta.

Ricordano le derivate sappiamo che data una funzione y = f (x) in cui y è variabile

dipendente e x è variabile dipendete. In altri termini la variabile indipendente x

influenza la variabile dipendente y

La nozione di derivata (y’ = dy/dx) ( nozione di derivata = variazione di y/

variazione di x)

La variazione molto piccola di x, variabile indipendente, di quanto influenza la

variabile dipendente y?

Data una funzione possiamo rappresentare con una derivata l’impatto, la

conseguenza sulla variabile dipendente y, di una variazione infinitesima/ piccola a

piacere, di x.

Per calcolare questa variazione al margina del RT non dobbiamo fare altro, per

calcolare il ricavo marginale RM, non dobbiamo fare altro che prendere la funzione

del ricavo totale e calcolare la derivata

RT p x q (dove il prezzo in CP è in parametro dato, per la quantità prodotta)

 —

Derivata dRT/dq = RM = p

Il RICAVO MARGINALE RM in CP coincide con p segnato, coincide con il prezzo

di equilibrio di mercato che per l’impresa è un parametro dato.

Per capire meglio riprendiamo una tabella: vedi tabella

Se la quantità prodotta passa da 0 a 1, il ricavo totale passa da 0 a 3: quindi

aumenta il 3 unità (RM)

Se la quantità prodotta passa da 1 a 2, il ricavo totale passa da 3 a 6: quindi

aumenta il 3 unità

Se la quantità prodotta passa da 2 a 3, il ricavo totale passa da 6 a 9: quindi

aumenta il 3 unità

Possiamo andare avanti fino all’infinito --

Da questa tabella vediamo quindi che RM coincide con p

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA CURVA DEL RICAVO MARGINALE

Il ricavo marginale di imprese è uguale al prezzo p segnato. Non dipende dalla

quantità prodotta, quindi graficamente viene rappresentato da una retta orizzontale

a segnalare il fatto che, quale che sia la quantità prodotta (0,1,2,3..) il ricavo

marginale dell’impresa in concorrenza perfetta è sempre uguale al prezzo di

equilibrio del mercato della merce considerata che l’impresa assume come dato.

- asse x q, asse y RM 9

Dopodiché abbiamo anche i COSTI TOTALI che sono in funzione della quantità

prodotta, che quindi aumentano all’aumentare della quantità prodotta. CT = f (q)

Certo aumentano sulla base di quel fenomeno dei rendimenti crescenti e decrescenti

che abbiamo visto in. (abbiamo scalini cui l’altezza diminuisce fino a quando

arrivammo al punto di flesso e oltre questo punto l’altezza degli scalini è via via

crescete)

Naturalmente possiamo chiederci anche per i costi che cosa succede ai CT quando

se l’impresa aumenta di una unità la

variamo di una unità la quantità prodotta;

quantità prodotta cosa succede ai costi totali?

Aumentano. La relazione è positiva: se aumenta la produzione aumentano anche i

costi

Ma di quanto aumentano i costi?

In altri termini, di quanto aumenta il costo totale all’aumentare di una unità della

quantità prodotta? Chiedersi questo significa chiedersi quanto è il COSTO

MARGINALE che è la variazione al margine del costo totale.

Funzione dei costi marginali CM è un po’ più complicata della funzione dei ricavi

perché questa è non lineare, mentre quella dei ricavi marginali era lineare.

Siamo già in grado di tracciare i costi marginali CM. Perché l’altezza dei gradini dei

rendimenti indica proprio il costo marginale.

I costi marginali all’aumentare della quantità prodotta aumentano sempre, ma nei

rendimenti decrescenti l’aumento è via via minore e l’altezza degli scalini si abbassa.

Superato il punto di flesso quindi nei rendimenti crescenti, l’aumento dei costi è via

via maggiore.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che la curva del costo marginale è una curva a U. L’altezza degli

scalini è inizialmente via via minore ma poi a un certo punto, diventa via

via maggiore, quindi i costi marginali hanno un andamento a U.

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA RICAVO MARGINALE E COSTO MARGINALE

Sulla base del ricavo marginale e del costo marginale siamo in grado di individuare la

quantità di produzione ottima?

Supponiamo che l’impresa produca la quantità q1 .

Questo è il livello ottimo per l’impresa? È il livello che consente di massimizzare il

profitto all’impresa?

- Per rispondere basta andare a vedere cosa è il ricavo marginale e cosa è il costo

marginale in corrispondenza della quantità q1, tenere ben presente cosa si intende

per variazione al margine e a questo punto rispondere se è il livello ottimo di

produzione -

Partendo da q1, se andiamo sulla curva del ricavo marginale, il ricavo marginale è

uguale a p segnato.

Il costo marginale è minore di p segnato, minore del prezzo. cosa vuol dire che il RM

In altri termini il prezzo è maggiore del costo marginale

che coincide col prezzo è maggiore del CM (RM>CM)?

Vuol dire che partendo dalla quantità q1 se l’impresa produce e vende una unità in

più il suo ricavo marginale è > del costo marginale. Quindi vuol dire che i RT

aumento più di quanto non aumentino i CT. E quindi la differenza tra RT e CT (RT-CT)

aumenta.

Quindi partendo da q1 e aumentando di una unità la produzione l’impresa è in grado

di aumentare i profitti. Quindi q1 non è il livello ottimo di produzione che consente di

massimizzare il profitto. Produrre una unità in più significa in questo caso aumentare

la differenza tra ricavi totali e costi totali.

Quanto RM > CM e fino a che RM supera CM conviene all’impresa

aumentare la produzione, fino a quando non si arriva al punto di

intersezione tra le due curve (dove RM = CM, consente di individuare il livello q*

cioè il livello di produzione che massimizza il profitto dell’impresa)

- questo ragionamento ha lo stesso risultato/contenuto informativo che

avevamo individuato prima usando RT e CT. Consente di individuare l’equilibrio

dell’impresa- 10

Ovviamente anche i livelli CM > RM sono livelli non ottimi, cioè l’impresa

produce troppo e deve diminuire la produzione per aumentare i suoi

profitti.

Quindi prima e dopo q* la produzione non è ottima.

in concorrenza perfetta il livello ottimo di produzione scelto dall’impresa

implica che il prezzo di vendita dell’impresa è uguale al CM (nel monopolio

invece non è più vero questo, ma vedremo che il monopolista vende ad un prezzo

superiore del CM)

VANTAGGIO DELL’APPROCCIO MARGINALISTA:

La teoria economica ha iniziato a seguire questo approccio nato dalla scuola

marginalista dagli anni 1860/70, usando sempre più intensivo lo strumento

matematico in quanto utile e incisivo, potente, e chiaro.

Quale è il vantaggio di questo approccio?

Come reagisce l’impresa di fronte a una variazione del prezzo di equilibrio di

mercato?

Se il prezzo aumenta o si riduce, come reagisce l’impresa?

Per rispondere a questa domanda avevamo già capito che sulla base dei RT e CT non

era semplice.

Se il prezzo aumenta, quindi la curva del RT diventa più inclinata, cosa succede alla

quantità q*? non è facile da capire.

Con l’approccio delle variazioni a margine invece il RM è uguale al prezzo, la curva

del CM la individuiamo. Individuiamo la quantità q* all’intersezione tra RM e CM

Questo è il modello delle variazioni a margine che ci consente di individuare la

quantità ottima di produzione.

Contiene tutta informazione del modello precedente basato sui livelli delle variabili,

RT e CT. Però qui rispondere alla domanda ’cosa succede se il prezzo di equilibrio

aumenta o diminuisce, come reagisce l’impresa nella scelta dei suoi livelli produttivi’

qui la risposta è semplicissima.

Perché?

Perché se il prezzo di equilibrio di mercato aumenta, la curva del RM dell’impresa si

sposta verso l’alto passando da RM1 a RM2. Quindi se il prezzo era p1 ora passa a

p2 che è più alto. (Aumenta il prezzo di equilibrio di mercato)

La curva del ricavo marginale rilevante per l’analisi non è più quella bassa, ma

diventa quella alta, cioè RM2.

Di conseguenza il livello di produzione q*1 non è più il livello ottimo per l’impresa,

quello che le consente di avere il profitto massimo.

Perché ora che il prezzo di mercato è aumentato e dunque il ricavo marginale è

maggiore, in corrispondenza della vecchia produzione ottima il RM è > del CM

L’impresa capisce che aumentando di una unità la quantità prodotta aumenta i suoi

profitti, quindi è incentivata a aumentare la produzione. E è incentivata ad

aumentare la produzione fino a che non arriva al punto di intersezione nuovo q*2,

cioè il nuovo livello della produzione ottima.

Se il prezzo di equilibrio aumenta (quindi RM), l’impresa in concorrenza

perfetta è incentivata ad aumentare la produzione.

Le imprese in concorrenza perfetta sono tantissime (n tende a +infinito), possono

anche avere le curve dei costi un po’ differente. Ma qual che siano i costi marginali,

la curva dei costi marginali di ciascuna singola impresa, se il prezzo aumenta, il RM

quindi per ciascuna impresa aumenta, tutte le imprese saranno incentivate ad

aumentare la produzione

Quindi se il prezzo di equilibrio di mercato, che è il prezzo che ciascuna impresa in

concorrenza perfetta prende come dato aumenta, questo implica che la quantità Qi

di ciascuna singola impresa aumenta, e quindi la sommatoria di i che varia da 1 a N

dove N tende a +infinito, quindi la quantità QS di supplì, dell’insieme delle n imprese

presenti nel mercato di concorrenza perfetta, 11

sarà la quantità offerta in relazione positiva con il prezzo. Cioè all’aumentare del

prezzo di mercato le imprese in CP aumentano la produzione, quindi la curva di

offerta di mercato QS presenta una inclinazione positiva.

Questa è la dimostrazione di come reagisce una impresa in CP all’aumentare del

prezzo di mercato, così fan tutte e quindi la curva di offerta di mercato presenta una

inclinazione positiva.

21 febbraio 2018

Abbiamo visto la TEORIA NEOCLASSICA DELL’IMPRESA NELLA VERSIONE

MARGINALISTA

- Per completare la questione dal punto di vista analitico:

Essendo il profitto dato dalla differenza tra ricavi totali e costi totali π = RT- CT

Essendo i ricavi totali e i costi totali in funzione della quantità prodotta π(q) =

RT(q) – CT(q)

Quindi le relazioni funzionali sono semplici: dato il prezzo di mercato i ricavi totali

delle impresa aumentano all’aumentare della quantità prodotta e i costi totali

aumentano all’aumentare della quantità prodotta. Dunque anche il profitto

dell’impresa è in funzione della quantità prodotta.

- Per completare il discorso:

Ricorda che quando abbiamo una funzione Y = f(x) per calcolare il massimo della

funzione si calcola la derivata prima e la si eguaglia a 0 (sia nulla, uguale a zero).

Derivata funzione: y’ = dy/ dx = 0

Calcoliamo la derivata prima di questa funzione π’ (q) = dRT/dq – dCT/dq

(derivata del ricavo totale al variare della quantità prodotta – derivata del costo

totale al variare della quantità prodotta)

Quindi π’ (q) = variazione del ricavo totale al variare della quantità prodotta (ricavo

marginale RM) – variazione del costo totale al variare della quantità prodotta (costo

marginale CM) π’ (q) = RM –CM

π’ (q) = 0 π’ (q) = RM = CM

Quando il ricavo marginale è uguale al costo marginale abbiamo un valore massimo

del profitto.

Quindi il profitto è massimizzato quando il ricavo marginale è uguale al costo

marginale.

La derivata prima =0 è solo la condizione necessaria ma non sufficiente perché si

abbia un massimo. Perché si abbia un massimo bisogna guardare anche la derivata

seconda. (cosa che non affrontiamo noi).

Ci fermiamo a dire che questo è un massimo o un minimo, ma noi graficamente

presupponiamo che sia un massimo.

La differenza tra RT e CT quindi è un profitto massimo, quindi una quantità q* che

consente di massimizzare il profitto

Quindi:

RM = CM condizione in cui l’impresa massimizza il profitto, nella quantità di q*

GRAFICO :

Questo è il ricavo marginale RM di una impresa se il prezzo di equilibrio di mercato

(che l’impresa prende come un parametro dato) è P

Sull’asse orizzontale misuriamo la quantità prodotta. Asse verticale prezzo 12

Dati i costi marginali dell’imprese troviamo la quantità ottima che massimizza il

profitto, quindi q*

Dopo di che se il prezzo aumenta l’impresa è incentivata ad aumentare la

produzione, se il prezzo diminuisce l’impresa è incentivata a ridurre la produzione.

Così fanno tutte le imprese e dunque spieghiamo in questo modo per quale ragione

la CURVA DI OFFERTA DI MERCATO presenta una inclinazione positiva: perché se il

prezzo è via via maggiore tutte le imprese e più o meno sono incentivate a

aumentare la produzione. Quindi l’offerta di mercato, la quantità complessivamente

prodotta dalle imprese che operano in quel mercato tenderà ad aumentare in

relazione al prezzo.

Quindi se il prezzo aumenta le imprese sono incentivata a produrre di più e offerta

aumenta e viceversa se il prezzo diminuisce, l’offerta di mercato si riduce.

CURVA DI DOMANDA DELL’IMPRESA IN CP (CONCORRENZA PERFETTA)

Definizione generale (in qualunque forma di mercato) di CURVA DI DOMANDA DI

IMPRESA: è la relazione tra la quantità prodotta dall’impresa di un determinato

bene o servizio, e il prezzo unitario a cui quella impresa può vendere quella quantità

prodotta.

Quindi è la relazione tra la quantità che l’impresa produce e il prezzo cui è in grado di

vendere quella determinata quantità.

Come è la curva di domanda dell’impresa in concorrenza perfetta? Come si

configura?

Torniamo ad osservare la curva del ricavo marginale RM.

Non è vero che questa curva del ricavo marginale configura una relazione tra la

quantità prodotta dalle imprese e il prezzo cui può vendere quella determinata

quantità? SI

Quale è l’informazione contenuta nella curva del ricavo marginale? ‾

Se l’impresa vende una unità di prodotto, la può vendere al prezzo P

Ricordando la tabellina vista in precedenza: se il prezzo è 3 e la quantità prodotta è

1, il Ricavo totale è 3x1=3, se passa alla quantità 2 il ricavo totale è 6, dunque il

ricavo marginale è 3 e coincide con il prezzo il concorrenza perfetta.

LA CURVA DEL RICAVO MARGINALE (CURVA ORIZZONTALE) CONFIGURA

ANCHE LA CURVA DI DOMANDA DELL’ IMPRESA IN CONCORRENZA PERFETTA

(INFATTI COINCIDONO) ‾ ‾

Perché, l’impresa produce 1? Vede1 al prezzo P . Produce 2? Vende due al prezzo P .

Produce 3? Vende sempre la quantità al prezzo P

Quindi la CURVA DI DOMANDA DELL’IMPRESA IN CP è una curva orizzontale tracciata

in corrispondenza del prezzo, dunque coincide col ricavo marginale .

A questo punto qualcuno potrebbe dire, scavando sulla coerenza delle nostre

assunzioni, se l’impresa passa da un livello di produzione 1 a uno di livello 2 a uno di

livello 3. Quindi da questo punto di vista possiamo pensare anche a una impresa che

ha triplicato la propria dimensione in termini di posizione.

Una impresa che raddoppia, triplica la propria produzione è ancora concettualmente

una impresa piccola, cioè siamo ancora dentro, e dunque nel rispetto della

assunzioni, di un mercato perfettamente concorrenziale? SI

Perché la dimensione dell’impresa per definizione di mercato di concorrenza perfetta,

poiché il numero delle imprese tende a più infinito, la dimensione di ciascuna

impresa tende a 0.

Cioè l’impresa ha dimensione atomistica, è estremamente piccola. Quindi da questo

punto di vista abbiamo coerenza. Se la dimensione è nulla, anche se moltiplichiamo

sempre nulla è.

La dimensione di impresa rimane sempre estremamente piccola nei

confronti del mercato. C’è coerenza nelle varie interazioni.

Paradossalmente questo vantaggio dell’essere piccolo consente di

vendere la quantità prodotta anche via via maggiore, sempre allo stesso

prezzo (che è dato dal mercato). 13

- Questo sarà centrale per cogliere la differenza radicale tra la curva di domanda

d’impresa in concorrenza perfetta e in monopolio, e ci servirà per capire cosa

succede quando un mercato di concorrenza perfetta viene monopolizzato -

È vietato fare confusione tra CURVA DI DOMANDA DELL’IMPRESA e CURVA DI

DOMANDA DI MERCATO o curva di domanda individuale del singolo consumatore.

Ricorda:

1. CURVA DI DOMANDA DI MERCATO (D) è la relazione inversa tra il prezzo

unitario di una determinata merce e la quantità di merce complessivamente

domandata dall’insieme dei consumatori esistenti in un dato sistema

economico. Ha inclinazione negativa.

È la somma delle curve di domanda individuali dei singoli consumatori. Quindi

facendo la sommatoria della quantità domandate a ogni prezzo dall’insieme

dei consumatori, si ottiene un puto sulla curva di domanda.

Se il prezzo è più alto tutti i consumatori domanderanno meno e la quantità

domandata, la domanda di mercato sarà inferiore.

Se il prezzo è più basso tutti i consumatori domanderanno più quantità e

quindi la domanda sarà maggiore.

2. CURVA DI DOMANDA INDIVIDUALE (d) è la relazione tra prezzo unitario di

mercato e la quantità domandata dal singolo consumatore.

Chiarimento: abbiamo visto che la CURVA DI OFFERTA DI MERCATO ha una

inclinazione positiva. Ma non abbiamo ancora sviluppato bene i ‘fondamenti

microeconomici’ che stanno dietro a questa curva.

È la somma orizzontale delle curve di offerta individuali delle singole imprese

operanti in concorrenza perfetta.

Cosa è la CURVA DI OFFERTA INDIVIDUALE DI UNA IMPRESA?

È la relazione tra la quantità prodotta e il costo marginale che l’impresa sopporta per

produrre.

Se il prezzo è p1 e dunque la curva del ricavo marginale è RM1, dato il costo

marginale di impresa sappiamo che l’impresa assumerà il livello di produzione q*1.

In altri termini, se il prezzo di equilibrio di mercato aumenta da p1 a p2 e quindi la

curva del ricavo marginale passa da RM1 a RM2, vediamo subito che la quantità q*1

non è più una quantità ottima che consente alle imprese di massimizzare il profitto.

Sappiamo che l’impresa è incentivata ad aumentare la produzione passando alla

quantità q*2 (ora coerente col livello della produzione ottima per l’impresa) se il

prezzo di mercato aumenta.

- Immaginiamo di ripetere all’infinito, di far passare una ‘famiglia’ di curve orizzontali

Cosa salta fuori?

tracciata per i vari livelli di prezzo.

Salta fuori una relazione tra prezzo e quantità prodotta che coincide con la curva

del costo marginale CM. Quindi diciamo che il tratta ascendente della curva

del costo marginale definisce la curva di offerta individuale di una impresa

in concorrenza perfetta.

Perché ci dice la relazione che intercorre tra prezzo di mercato, costo marginale e

produzione.

Se il prezzo aumenta l’impresa aumenta la quantità prodotta.

Quindi la relazione tra prezzo e quantità prodotta dalla singola impresa si

chiama/definisce la curva di offerta individuale della singola impresa.

Dunque stiamo mettendo a fuoco che questa curva ha una inclinazione positiva

Quindi se noi abbiamo infinite imprese (N imprese)

- Impresa 1 : CM1

- Impresa 2 : CM2

- Impresa 3 : CM3

Tra curve del costo marginale delle 3 imprese diverse, ammettiamo quindi pure che

ci siano delle differenze e che imprese abbiano differenze di organizzazione della

produzione ecc.. 14

Ma per definizione ciascuna curva del CM indica la curva dell’offerta individuale

dell’impresa perché se il prezzo è basso Pb tutte le imprese producono poco. Non

hanno tutte lo stesso livello di produzione.

Se il prezzo aumenta Pa, il nuovo livello di produzione per ciascuna impresa

aumenta.

Ciascuna curva del costo marginale delle nostre imprese identifica la curva di

offerta individuale della singola impresa.

La sommatoria orizzontale delle curve di offerta individuali delle singole imprese

conduce alla curva di offerta di mercato.

In altri termini, per i vari livelli di prezzo quindi, prendiamo il prezzo basso e facciamo

la sommatoria di quello che produce l’impresa 1, 2 e 3, quindi sommatoria di q1, q2 e

q3 e andiamo avanti fino a q per N che tende a più infinito mi viene fuori la quantità

QS offerta di mercato

Questa è l’offerta complessivamente decisa come sommatoria delle curve delle

singole imprese quanto il prezzo è Pb.

Se il prezzo aumenta, ciascun singolo produttore, più o meno , a seconda di come è

la natura del costo marginale, quindi a seconda di come si configura la curva di

offerta individuale di un singolo produttore, ciascun produttore è incentivato a

produrre di più quindi l’offerta QS di mercato sarà maggiore.

QS curva di offerta di mercato come aggregazione delle offerte individuali delle

singole imprese

Concetti chiave:

- curva di domanda di mercato: sommatorio orizzontale delle curve di domanda individuali dei

singoli consumatori

- curva di domanda dell’impresa in cp: relazione tra quantità prodotta/ciò che l’impresa

decide di produrre quale che sia la produzione e prezzo cui l’impresa può collocare sul

mercato la cosa prodotta (orizzontale e coincide con RM)

- curva di offerta individuale dell’impresa: -non va confusa con la curva di domanda

dell’impresa.

È la relazione tra il prezzo cui può collocare sul mercato e la quantità che l’impresa decide di

produrre

- curva di offerta di mercato : sommatoria delle curve di offerta individuale delle imprese

relazione tra prezzo di mercato e la quantità complessiva prodotta

PASSIAMO AL MONOPOLIO (seconda forma di mercato)

Si ha monopolio quando abbiamo una sola impresa, un solo produttore 

N=1

L’economia industriale che studia le caratteristiche delle singole industrie, e in

particolare considera le determinanti della concentrazione.

INDISTRIA = sinonimo di settore, insieme delle imprese che producono. Lo usiamo nel

senso di ‘induistry’ settore. Industria è un aggregato, è l’insieme delle imprese.

Economia industriale è economia dei settori produttivi, è la branca dell’economia che

va a studiare per esempio perché un settore è più concentrato di un altro, o perché la

produzione tende a diminuire o aumentare.

Ipotizziamo di essere in monopolio e quindi di avere una sola impresa/ produttore e

cerchiamo di capire cosa succede in questa forma di mercato. Come si comporta

questa impresa monopolista.

Assumiamo sempre che il monopolista sia un agente auto-interessato e

razionale. (punti al profitto e in punti a massimizzare il proprio profitto).

Il profitto del monopolista è definito come la differenza dei suoi ricavi totali e dei

costi totale π = RT -CT

Andiamo ad analizzare RT e poi CT per capire il suo comportamento

RICAVI

Cosa cambia rispetto alla concorrenza perfetta? Differenza chiave: il ricavo

totale chiaramente aumenta all’aumentare della quantità prodotta, ma attenzione, il

15

monopolista a differenza di una impresa in cp si trova a fare i conti con una curva di

domanda dell’impresa perfettamente piatta, cioè infinitamente elastica rispetto al

prezzo.

In altri termini se il monopolista aumenta il prezzo di vendita rispetto alla sua

produzione vede annullarsi le sue vendite come succede in cp o invece le vendite

non si azzerano? Come è la curva di domanda del monopolista?

Che cosa è la curva di domanda dell’impresa in generale? La relazione tra la quantità

prodotta e il prezzo in cui può collocare quella produzione sul mercato.

Come si configura la CURVA DI DOMNADA DEL MONOPOLISTA?

Coincide con la CURVA DI DOMANDA DI MERCATO (D). Cioè la relazione tra

prezzo unitario e la quantità complessivamente domandata, relazione inversa.

Se il monopolista decide di produrre la quantità Q1 (Q maiuscola perché tutto ciò che

è deciso dal monopolista è tutto ciò che arriva sul mercato).

E a quale prezzo può vendere questa q1? Devo andare sulla curva di domanda p1

Se il monopolista produce Q2 a che prezzo può collocare sul mercato una quantità

che è maggiore di Q1?

Si deve accontentare di un prezzo minore perché il mercato non assorbe la

quantità Q2 ad un prezzo relativamente alto come p1 (se non si accontentasse

avremmo un punto che giace al di sopra della curva di domanda di mercato).

Se l’impresa vuole vendere una quantità Q2 > di Q1 si deve accontentare di un

prezzo p2 < di p1

Se l’impresa a questo punto capisce, se il monopolista capisce che aumentare il

prezzo a p3 non gli comporta un annullamento a 0 delle vendite ma solo una

diminuzione a q3 della richiesta del mercato. Se il monopolista capisce che

producendo Q3 può portare a casa un prezzo p3 più elevato, be allora la curva di

domanda del monopolista, la curva di domande dell’impresa nel monopolio coincide

con la curva di domanda di mercato

Allora cambia il mondo: perché se io sono monopolista N=1 e la curva di domanda di

mercato è anche la mia curva di domanda dell’impresa.

Paradossalmente, a differenza della cp, so che non posso vendere quantità diverse

di produzione sempre allo stesso prezzo.

Però questo mi da anche la possibilità di considerare il prezzo non più come un

parametro dato, ma come una variabile decisionale. Insomma il monopolista può

decidere non solo quanto produrre ma anche decidere e avere una

influenza sul prezzo, sia pure all’interno di una relazione che è vincolata

dalla curva di domanda di mercato. Cioè il monopolista non può decidere di

produrre una quantità Qx punto non appartenente alla curva di domanda di

mercato)e rivenderla ad un prezzo px.

All’interno di questo vincolo il monopolista può giocare sul prezzo e dunque

considererà come variabili decisionali sia la quantità da produrre che il

prezzo a cui vendere.

Essendo il ricavo totale RT di ciascuna impresa fatto dal prezzo a cui vende

moltiplicato per la quantità prodotta (pxQ) è chiaro che il RT del monopolista se

aumenta la quantità che produce aumenta e se il prezzo aumenta, aumenta anche il

ricavo totale. (entrambe aumentano e entrambe fanno aumentare rt)

Il monopolista due variabili decisionali e se opera nel senso di aumentare entrambe il

suo RT aumenta, ma a parità di costi se opera in questo senso i suoi RT e dunque i

suoi profitti aumentano.

E allora cosa succede?

- FACCIAMO ANALISI FORNALE E POI CERCHIAMO DI CAPIRE L’INTUIZIONE CHE CI STA

DIETRO-

RT = p (senza trattino ora perché non è più un parametro dato ) x Q RT DEL

MONOPOLISTA RT = pxQ

Il monopolista però che può giocare sulle due variabili decisionali può farlo però

sapendo che tra le due c’è una relazione. 16

La relazione non è altro che il vincolo rappresentato dalla curva di domanda; cioè il

prezzo che il monopolista può ottenere è influenzato dalla quantità che intende

produrre

Se aumenta il prezzo le sue vendite si ridicono, ma non si annullano

Quindi il monopolista dovrà tenere conto che quanto più aumenta il prezzo,

tanto più dovrà subire una riduzione delle vendite ciò significa subire il

vincolo rappresentato dalla curva di domanda di mercato.

Partiamo sempre da RT = pxQ (1)

P = p(Q) SPECIFICHIAMO meglio questa relazione funzionale/ retta che esprime che

esprime la curva di domanda

P = α – βQ (2) dove α e β sono > o, sono parametri positivi è l’equazione della

curva di domanda di mercato che coincide coi la curva di domanda del monopolista

Dalla combinazione di (1) e (2) si ha che il RT è uguale al prezzo che è (α – βQ) x Q

2

Dunque il ricavo totale è RT = α – βQ

Ora calcoliamo la variazione dei ricavi totali al variare della quantità

prodotta

RM DEL MONOPOLISTA : Curva del ricavo marginale del monopolista dRT/dQ

= RM = α – 2βQ (che sarebbe la derivata prima del ricavo totale).

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA (2 PUNTI IN PIU’ IN SEDE D’ESAME)

Attenzione alla questione fondamentale

1. La curva di domanda del monopolista : P = α – βQ

2. La curva del ricavo marginale del monopolista : RM = α – 2βQ

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA di entrambe

1. La curva di domanda del monopolista coincide con la curva di domanda di

mercato D. intercetta con l’asse verticale α, Q =0 e P = α.

2. Doppia inclinazione per la curva del ricavo marginale RM. Per Q = 0 il

ricavo marginale è α, e all’aumentare della quantità prodotta il RM diminuisce

non di β ma di 2β.

Parte sempre dal alpha ma è doppia rispetto alla inclinazione, rispetto alla curva di

domanda del monopolista.

Non è più vero quello che era in precedenza:

 in cp la curva di domanda dell’impresa coincide col suo ricavo marginale RM

perché il prezzo è un dato e quindi l’impresa può aumentare la produzione Q

che vende sempre allo stesso prezzo. Quindi non risente che a mano a mano

che vuole produrre o vendere di più deve accettare il livello di vendita di

prezzo unitario inferiore.

 Invece nel monopolio la curva di domanda di mercato è anche la domanda

di domanda dell’impresa. E la curva del RM ha una inclinazione doppia, non

coincide con la sua curva di domanda del monopolista.

26 febbraio 2018

MONOPOLIO esiste una sola impresa, un solo produttore.

Il monopolista si confronta con la curva di domanda di mercato, è l’unico produttore. Quindi

guarda alla curva di domanda di mercato, alla relazione inversa tra il prezzo unitario della

merce che si produce e la quantità complessivamente domandata dai consumatori per i vari

17

livelli di prezzo, e il monopolista capisce subito che non può vedere quantità di produzione

differenti sempre allo stesso prezzo (come fa la piccolissima impresa in CP).

Il monopolista capisce subito che se vuole produrre Q1, può portare a casa il prezzo p1. ma se

vuole vendere Q2 maggiore si dovrà accontentare di un prezzo p2 minore perché il mercato

non assorbe la quantità Q2 al prezzo p1 (il punto non giace sulla curva della domanda D)

Quindi il monopolista capisce che diverse produzioni dovrà venderle a prezzi differenti se

vuole vendere di più si dovrà accontentare di prezzi inferiori, ma capisce anche che, per la

stessa ragione, se riduce le vendite può vendere a un prezzo maggiore.

Il monopolista, a differenza dell’impresa in CP, può riducendo la produzione, quindi la quantità

che arriva sul mercato, vendere a prezzi superiori.

Il RT del monopolista = p x Q (Quantità prodotta e venduta. È maiuscolo perché il

monopolista decide la quantità complessiva di merci che arriva sul mercato)

Se il monopolista alza il prezzo la quantità venduta si riduce. Il monopolista deve bilanciare i

vantaggi che può ottenere dal fatto che il prezzo è una sua variabile decisionale sapendo però

che le decisioni sul prezzo hanno un impatto sulla quantità prodotta.

RISVOLTO FORMALE :

- curva di domanda del monopolista che coincide con la curva di domanda di mercato

- curva del ricavo marginale del monopolista con inclinazione doppia e negativa (curva del RM

giace al di sotto della curva di domanda di mercato. RM nel monopolio non coincide con la

curva di domanda dell’impresa e non è più orizzontale come in CP).

Perché? Perché all’aumentare della quantità prodotta, il RM si discosta sempre più dal prezzo.

Il RM è sempre inferiore al prezzo. La differenza tra il prezzo per ogni quantità prodotta e

venduta e il prezzo a cui la quantità venduta è venduta è via via più elevato, ovvero il RM è

via via inferiore al prezzo, per quel meccanismo messo a fuoco cioè se io monopolista voglio

vendere una unità di prodotto in più devo accettare di vendere tutta la mia produzione a un

prezzo inferiore.

Quindi la curva di domanda di mercato, con cui il monopolista deve fare i conti ha delle

implicazioni rilevanti.

ORA DOBBIAMO VEDERE I COSTI DI PRODUZIONE DEL MONOPOLISTA

Per iniziare dobbiamo guardare a un mercato che supponiamo in partenza

perfettamente concorrenziale (prendiamo ad esempio il mercato delle mele, dove c’è

una curva di domanda D, una curva di offerta S che ora sappiamo essere la

sommatoria orizzontale delle curva di offerta individuali delle N, singole, imprese

che operano in questo mercato di CP, ed è dunque la sommatoria dei costi marginali

delle singole imprese CMi –per i che varia da 1 a N e N tende a +infinito) ---> ricorda

che la singola curva di offerta individuale della singola impresa coincide con il tratto

ascendente del suo CM. Dunque la curva di offerta di mercato è la sommatoria

orizzontale delle curve di offerta individuali, dunque la sommatoria dei costi

marginali delle singole imprese.

Ora supponiamo che il nostro mercato delle mele venga monopolizzato: si

costituisce un consorzio di produttori che raggruppa i singoli produttori (che non sono

più imprese indipendenti, ma sono i singoli impianti di produzione). Supponiamo

quindi che venga fuori una impresa/organizzazione multi impianto (cioè con tanti

impianti di produzione).

Formalmente non abbiamo più un numero di imprese N che tende ad infinito ma

abbiamo un solo consorzio/una unica impresa con tanti impianti di produzione. (N=1)

Per quanto riguarda le tecnologie produttive non cambia nulla, quindi i costi sono

sempre gli stessi.

Possiamo immaginare che questo consorzio dal lato dei costi di produzione abbia la

sommatoria dei costi marginali che erano i costi dei singoli produttori.

Quello che cambia è solo la forma giuridica, la forma di mercato che prima era di CP.

Quindi questo monopolista avrà i costi di produzione che prima caratterizzavano le N

imprese indipendenti. Quindi possiamo dire che la precedente curva di offerta

S diventa una curva di costo marginale CM del monopolista

GRAFICO mettiamo cura di domanda D, curva RM, e vecchia curva S, ora CM

A questo punto vediamo subito la differenza tra l’equilibrio di concorrenza perfetta e

l’equilibrio di monopolio.

 EQUILIBRIO CONCORRENZA PERFETTA: caratterizzato da QC, cioè la

quantità che verrebbe prodotta e domandata in equilibrio, e il prezzo di

equilibrio PC). 18

 EQUILIBRIO MONOPOLIO: il lato offerta viene monopolizzato da un solo

produttore. il monopolista si comporterà da monopolista N=1. Dice: ‘il

prezzo lo posso fare io’ (anche se non è un sovrano assoluto, deve fare i

conti con la curva di domanda di mercato D; sa che può anche alzare il

prezzo ma a costo di accettare una riduzione delle vendite, e viceversa) .

Quanto deciderà di produrre il monopolista?

Quella quantità in cui il ricavo marginale è = al costo marginale RM monopolista

= a CM

Quindi anche per il monopolista per individuare quella quantità ottima di produzione,

che gli consente di massimizzare la produzione, sarà in corrispondenza del quale Q*:

RT=CT.

Andiamo poi su fino alla curva di domanda di mercato D e troviamo PM: il prezzo di

monopolio cioè il prezzo di vendita che il monopolista dovrà fissare per massimizzare

il suo profitto, cioè per vendere la quantità Q*. (solo in questo livello di prezzo

riuscirà a vendere la quantità Q*).

-ovviamente sia QC che QM sono determinate dalla curva D di domanda di mercato –

SIGNIFICATO GRAFICO:

L’equilibrio che si viene a formare nel monopolio è un equilibrio diverso rispetto

all’equilibrio che si formerebbe se quel mercato fosse perfettamente concorrenziale.

L’equilibrio di CP è caratterizzato dalla quantità QC e del prezzo PC.

Mentre l’equilibrio del monopolio è caratterizzato da una quantità minore QM di

Quindi la

quella che verrebbe prodotta in un mercato di concorrenza perfetta.

monopolizzazione del mercato comporta una diminuzione della produzione e dunque

del consumo (se il mercato rimanesse perfettamente concorrenziale i consumatori

consumerebbero una maggiore quantità di mele) il monopolista invece trova

conveniente ridurre la produzione/operare una restrizione della offerta, della

produzione. Cioè produrre meno rispetto a ciò che verrebbe prodotto e consumato

in concorrenza perfetta.

E vendere a un prezzo PM superiore invece a quello che si avrebbe in concorrenza

perfetta.

RIASSUNTO DUE EQUILIBRI: vedi tabella

Perché la quantità ottima dal punto di vista del monopolista è Q*M? Perché il

monopolista non trova conveniente ridurre ulteriormente la quantità e andare a

produrre e vendere Q1 che è minore di Q*M?

Q*M è la quantità che gli consente di massimizzare il profitto. Ma perché non la

riduce ulteriormente?

In fondo se produce Q1 può vendere a un prezzo p1 ancora maggiore di pm .

E se il prezzo p1 è maggiore di pm questo potrebbe consentirgli di aumentare il

ricavo totale? NO

Perché ci sono due effetti da tener presente:

 effetto negativo della riduzione della produzione e delle vendite a mano a

mano che il monopolista aumenta il prezzo.

 effetto positivo sul RT dell’ aumento del prezzo se si riduce la quantità

prodotta.

Insomma se scende e riduce ulteriormente la produzione per aumentare il

prezzo, è vero che ha qualche vantaggio dal fatto che vende a un prezzo

ancora più elevata, ma deve tenere presente che la quantità venduta si

riduce. Deve dosare i due aspetti

Quando io produco come monopolista la quantità Q1 vedo subito che il RM1 è

maggiore del CM1.

In corrispondenza di Q1 il RM > CM

Cosa vuol dire?

Vuol dire che, se partendo da Q1 produco e vendo una unità di prodotto in più, il mio

RT aumenta più di quanto non aumentino i CT. Dunque il mio profitto aumenta,

19

dunque in corrispondenza di Q1 io non ho il profitto massimo, dunque Q1 non è la

quantità di produzione ottima. Mi conviene aumentare la produzione.

Se sono partito da QM significa che ho tagliato, che ho fatto un restrizione eccessiva,

esponendomi così all’impatto negativo della riduzione delle vendite sul ricavo totale.

Abbiamo quindi visto come i RM interagiscono con i CM, trovando il punto di

interazione, dunque quantità ottima che il monopolista sceglie e vende al prezzo PM.

Per livelli minor idi Q*M il monopolista trova conveniente aumentare la produzione,

mentre per livelli maggiori di Q*M trova conveniente diminuire la produzione.

ORA Dal punto di vista dell’interesse generale/social welfare, la monopolizzazione

di un mercato, il fatto che passi da concorrenza perfetta a forma di mercato di

monopolio, è positiva o negativa?

Qualcuno potrebbe dire: bè se il monopolista trova conveniente operare una

restrizione della quantità prodotto, quindi produrre meno rispetto a ciò che verrebbe

prodotto e quindi consumato nell’equilibrio di concorrenza perfetta, e vendere a un

prezzo più alto, questo è negativo.

Dentro questa considerazione c’è una questione delicata/sottile/importante legata ai

benefici, a come si distribuiscono i benefici della monopolizzazione del mercato.

Perché?

Certo preventivamente potremmo dire: accidenti se il monopolista si comporta così è

chiaro che la forma del monopolio comporta un costo per la società.

Si ma, chi è il monopolista?

Supponiamo di esserlo noi. Se il monopolista sono io, bè il mio interesse privato

individuale è esattamente quello di comportarmi così.

Bisogna distinguere tra: le analisi positive (che ci consentono di descrivere e

capire il comportamento degli agenti economici e dunque comprendere perché i

comportamenti sono quelli che sono) e le analisi negative/normative (che ci

consentono di comprendere che cosa è attimo dal punto di vista dell’interesse

generale della società)

Il fatto che l’equilibrio nel monopolio si presenti come differente rispetto a quello del

mercato di concorrenza perfetta, quali implicazioni ha questo per l’analisi normativa?

Non ci possiamo accontentare di una semplice intuizione. Certo uno può intuire che il

monopolio comporti dei problemi, una riduzione di benessere sociale.

La teoria economica è in grado di dimostrare che al di la del mio o degli altri essere

monopolisti o meno, siamo in grado di dimostrare al di la di una intuizione generica

che il monopolio comporta una perdita per la società nel suo complesso? Per fare

questo abbiamo bisogno di una analisi normativa, cioè di una valutazione delle

implicazioni di welfare del monopolio. 20

28 febbraio 2018

DOMANDA ESAME: esaminare le conseguenze del monopolio o della

monopolizzazione di un mercato per il benessere sociale. Le implicazione di

welfare del monopolio

Risoluzione?

Stiamo parlando del social welfare, cioè del benessere sociale che è l’espressione

tecnica che si usa in economia per alludere all’interesse generale, al bene comune

che si usano per indicare il benessere sociale.

Il monopolio osserva bene gli interessi del monopolista. Il comportamento del

monopolista è un comportamento sul quale il monopolista persegue il proprio auto-

interesse, è chiaramente interessato a massimizzare il profitto e riesce a fare più

profitto di quella che è la sommatoria dei profitti individuali delle imprese in

concorrenza perfetta.

Oltre al profitto normale ( πN ) quello che fa anche l’impresa in concorrenza perfetta,

il monopolista è in grado di realizzare un extraprofitto da potere di mercato. Perché

ha il potere di alzare il prezzo rispetto al prezzo di concorrenza perfetta.

Visto che il prezzo di monopolio è maggiore del prezzo di concorrenza perfetta, che

per definizione coincide con il costo marginale dell’impresa in CP Pm> pc = CM

--> πm

Questo implica che il profitto del monopolista è maggiore del profitto normale, c’è un

extraprofitto.

πm > πn

Perseguendo il proprio auto-interesse il monopolista realizza il beneficio per

differenza tra i suoi RT e CT che va oltre quello che ottengono le imprese in

concorrenza perfetta.

Questo accade perché il monopolista è in grado di fissare un prezzo maggiore

rispetto a quello cui vendono la loro produzione le imprese in concorrenza perfetta.

Cioè il monopolista ha potere di mercato p> CM

La possibilità di fissare il prezzo al di sopra del CM, di vendere a un prezzo maggiore

del suo CM significa per definizione che L’IMPRESA HA POTERE DI MERCATO. (realizza

quindi un extraprofitto da potere di mercato).

Nel monopolio questa situazione di potere di mercato esiste per definizione, si parla

infatti di POTERE MONOPOLISTICO.

Quindi dal punto di vista dell’interesse dell’impresa, essere monopolisti crea un

vantaggio. L’essere monopolista fornisce un vantaggio al monopolista ed è intuitivo

che i consumatori sono danneggiati perché devono pagare un prezzo PM maggiore

del prezzo che pagherebbero ai produttori di mercato in concorrenza perfetta. I

consumatori vengono spremuti, pagano un prezzo unitario maggiore.

Il monopolista ha dei vantaggi e i consumatori sono danneggiati.

Come si può dimostrare che l’effetto netto di una monopolizzazione di mercato, cioè i

vantaggi del monopolista e svantaggi del consumatore, è negativo dal punto di vista

dal punto di vista dell’interesse generale della società nel suo complesso?

La situazione nel suo complesso viene danneggiata dal monopolio.

Tutta la legislazione antitrust e l’esistenza di agenzie antitrust che applicano la

legislazione nei vari paesi 21

Cosa ha e come fa la teoria economica a dimostrare che i costi del consumatori

vanno oltre ai benefici che il monopolista ottiene,e che quindi effettivamente le

implicazioni di welfare di monopolio sono negative per la società del suo complesso?

Due nozioni da mettere a fuoco:

1. Efficienza allocativa

2. Surplus del/dei consumatori

EFFICIENZA ALLOCATIVA:

Efficienza è un termine che gli economisti usano molto.

Gli economisti distinguono tra diverse nozioni di efficienza in quanto molto usato.

Le nozioni sono 3:

1. Efficienza allocativa

2. Efficienza produttiva

3. Efficienza dinamica

 EFFICIANZA PRODUTTIVA

ha a che fare coi costi di produzione d’impresa, paese o settore produttivo.

Esempio: impresa A ha più efficienza produttiva rispetto alla impresa B, se l’impresa

A ha dei costi di produzione minori rispetto alla impresa B. Ha quindi a che fare coi

costi di produzione

 EFFICIENZA DINAMICA

ha a che fare con la capacità di fare innovazioni (meno diffusa).

È la capacità di introdurre sul mercato nuovo prodotti. Innovazione nei prodotti e nei

processi produttivi

Esempio: sistema produttivo tedesco è più innovativo di quello italiano. Cioè il

sistema produttivo tedesco è più forte di quello italiano nel fare innovazioni.

 EFFICIENZA ALLOCATIVA

Ha a che fare con la correttezza, con un efficiente utilizzo delle risorse produttive di

un sistema economico.

Esempio: le risorse produttive normalmente sono scarse rispetto agli usi alternativi

possibili di queste risorse.

Noi alla prova di economia abbiamo avuto 55 minuti per rispondere a 3 domande. 55

minuti sono la risorsa scarsa che va allocata per rispondere a 3 diverse domande. Se

uno studente una 45 minuti per la prima domanda e dieci per le altre due domande

non è una efficiente allocazione.

È importante cercare di curare l’efficienza allocativa, cioè allocare in maniera

efficiente le risorse produttive che concettualmente sono sempre scarse.

DOMANDA ESAME: Dimostrare perché in concorrenza perfetta, in un mercato di CP,

garantisce una allocazione efficiente delle risorse (abbiamo efficienza allocativa in

concorrenza perfetta: mercato caratterizzato dalla proprietà della efficienza

allocativa)

In CP EA

Perché?

Reinterpretando la curva di domanda di mercato D (relazione inversa tra

prezzo unitario e la quantità complessivamente domandata di un determinata merce)

come la curva del beneficio marginale per i consumatori BMa

E reinterpretando la curva di offerta di mercato S (relazione positiva tra prezzo

unitario e la quantità offerta) come la curva che esprime il costo marginale dal

punto di vista della società CMa

Allora la proprietà di efficienza allocativa di un mercato di CP emerge.

Cosa vuol dire e perché che la curva di domanda di mercato può essere interpretata

come la curva del beneficio marginale per la società?

Supponiamo per esempio che i consumatori consumino la Q1, non è vero che sono

disposti a pagare il prezzo p1 per consumare questa quantità? SI 22

Allora non è difficile capire che in corrispondenza di questo punto, quindi della

quantità Q1

, il prezzo unitario mi indica il beneficio marginale per l’insieme dei

consumatori in un dato sistema economico.

Mi indica dal punto di vista della società quanto tutti i consumatori valutano l’avere a

disposizione una unità di prodotto in più.

Partendo da Q1 e quindi dal prezzo p1, quanto valuteranno, l’insieme dei

consumatori, il beneficio dell’avere a disposizione una unità di prodotto in più?

Lo valuteranno p1 perché sono disposti a pagare p1.

In altri termini la curva di domanda mi da la disponibilità a pagare. Se sono

disponibili a pagare p1 in corrispondenza della quantità Q1 vuol dire che p1

misura l’incremento di beneficio ottenuto dai consumatori per il fatto di

avere una quantità di prodotto in più partendo dalla quantità Q1.

Allora questo punto mi indica il beneficio marginale, l’incremento di soddisfazione di

utilità di beneficio, per l’insieme dei consumatori, per il fatto di avere una unità di

prodotto in più.

Questo discorso che può essere ripetuto all’infinito per tutti i punti che giacciono

sulla curva di domanda di mercato D e che la definiscono.

Se faccio riferimento alla quantità Q2, in corrispondenza della quale la disponibilità a

pagare è p2. benissimo allora, in questo punto si ha il beneficio marginale .

Abbiamo reinterpretato la curva di domanda di mercato come la curva, la

 relazione che ci esprime il beneficio marginale dal punto di vista della società.

È la stessa curva, la stessa cosa. È semplicemente cambiata l’ottica, sto

guardando alla curva di domanda come un qualcosa che mi da la disponibilità

a pagare, dei consumatori. Ma se mi da la disponibilità a pagare vuol dire che

quella cosa li misura il beneficio che i consumatori ottengono. E me lo misura

in termini di variazioni al margine.

Ciascun punto mi da un beneficio marginale. Quindi è la curva del beneficio

marginale dal punto di vista della società nel suo complesso.

PRENDIAMO ORA LA CURVA DI OFFERTA DI MERCATO

Qui è più semplice perché la curva di offerta di mercato (relazione tra prezzo unitario

e quantità offerta dall’insieme dei produttori nelle imprese che operano come

produttori in questo mercato che abbiamo ipotizzato essere di CP).

Sappiamo che la curva di offerta di mercato è la sommatoria delle curve di offerta

individuali delle singole imprese, quindi è la sommatoria dei costi marginali delle

imprese. Che possiamo interpretare come curva dei costi marginali.

Insomma allocare risorse produttive in termini di capitale K e di lavoro L per ottenere

una unità di prodotto in più, di quanto fa aumentare i costi di produzione, a livello di

settore?

Quindi la curva di offerta può essere interpretata come la curva che

esprime il costo marginale dal punto di vista della società.

CONCLUDIAMO L’ANALISI E METTIAMO ENTRAMBE LE CURVE BMa e CMa

Prendiamo un mercato di concorrenza perfetta e reinterpretiamo la curva di

domanda e di offerta come la curva del beneficio marginale e del costo marginale.

- Supponiamo che il mercato delle mele veda una produzione Q1 di mele.

Per produrre la quantità Q1 vuol dire che sono state allocate risorse produttive di

capitale e lavoro per produrre la quantità Q1 di mele.

La quantità Q1 è una allocazione efficiente delle risorse produttive?

Consente di ottenere il miglio risultato della società nel suo complesso o no?

Per rispondere basta andare a vedere quale livello assumono in corrispondenza della

quantità prodotta Q1 e quindi dell’allocazione di risorse produttive per arrivare a

produrre Q1, quale è, il corrispondenza di Q1, il beneficio e il costo marginale.

In corrispondenza di Q1 chiaramente il beneficio marginale ( BMa1 ) è maggiore del

costo marginale (CMa1) BMa1 > CMa1

 23

vuol dire che partendo da Q1 , allocare ulteriori risorse produttive per produrre una

unità di prodotto in più, una variazione al margine in più, questo fa aumentare il

beneficio per la società più di quanto aumentino i costi per la società.

dunque dal punto di vista della società nel suo complesso partendo da Q1 è

conveniente allocare più risorse per produrre questa merce.

Questa situazione di beneficio marginale superiore al costo marginale la

osserviamo fino ad arrivare al punto di intersezione. Quindi fino a quando

non arriviamo a quel punto, QC che corrisponde all’equilibrio di

concorrenza perfetta.

Quindi le forze di mercato (interazione domanda/offerta) portano il mercato

all’equilibrio, portano a QC e in corrispondenza di QC abbiamo una allocazione

efficiente delle risorse. Cioè in corrispondenza dell’equilibrio di concorrenza perfetta

abbiamo l’allocazione della efficienza che è efficiente/corretta, perciò non si alloca né

troppo nè troppo poco delle risorse produttive su cui il sistema economico più

contare per la produzione di quella determinata merce.

Quando si arriva a Qc il beneficio marginale e uguale al costo marginale,

non ha più senso allocare ulteriori risorse per produrre merci (QC con

CM=BM)

Se si va avanti ad allocare risorse si va di nuovo in una relazione non efficiente

perché troppe risorse vengono allocate per produrre una determinata merce.

La regione dopo QC ha il CMa > del BMa e quindi conviene tonare indietro nella

allocazione delle risorse.

Quindi l’equilibrio di concorrenza perfetta garantisce la efficienza

allocativa. Garantisce che le risorse allocate alla produzione di una determinata

merce è corretta, nel senso che né tropo ne troppo poco le risorse vengono allocate

per la produzione.

Ora iniziamo a comprendere dove si va a parere e perché è importante andare in

questa inclinazione:

- Supponiamo che il mercato delle mele sia stato monopolizzato.

La curva di domanda ora sappiamo che va interpretata come la curva del ricavo

marginale e la curva di offerta come quella del costo marginale.

Partendo dalla concorrenza perfetta sappiamo che l’equilibrio è nella quantità QC

Sappiamo anche che il monopolista produce la quantità QM, che persegue il proprio

auto-interesse (QM<QC)

In QC abbiamo efficienza allocativa mentre in QM vediamo subito che la restrizione

della produzione che il monopolista trova conveniente effettuare, fa perdere

efficienza allocativa.

Quindi nel monopolio non abbiamo efficienza allocativa. Si riduce, la

allocazione delle risorse non è più efficiente, nel senso che troppe poche risorse

vengono allocate alla produzione di quella merce ora che il lato offerta del mercato

non è più in CP ma in monopolio.

Come si fa a completare l’analisi e dimostrare che dal punto di vista della società nel

suo complesso abbiamo un problema per cui è necessaria la autorità antitrust?

Introduciamo la nozione di SURPLUS DEI CONSUMATORI

NELLA DOMANDE D’ESAME: LE INTUIZIONI DI WELFARE NEL MONOPOLIO

NON DIMENTICARE IL SURPLUS DEI CONSUMATORI

Ragioniamo sulla curva di domanda di mercato D

Data la curva di domanda (fino a quando non intercetta alpha sull’asse verticale) Il

SURPLUS è indicato, misurato dalla superficie del triangolo compreso tra la

curva di domanda e un determinato prezzo.

Se il prezzo è p1, il surplus dei consumatori è misurato dalla superficie di triangolo

rosso. Mentre se il prezzo è p2 vedi triangolo blu.

In generale la superficie del triangolo definito dalla curva di domanda e da un

certo livello di prezzo misura/indica/definisce il surplus del consumatori. 24

Ora bisogna capire perché questa cosa ha senso:

Esempio: prendiamo la solita curva di domanda e supponiamo che il prezzo delle

mele sia p1 e che quindi la quantità domandata sia Q1.

Per avere a disposizione la quantità Q1 i consumatori sono disposti a pagare il prezzo

p1.

Allora vuol dire che sulle quantità Q minore di Q1 (Q<Q1) i consumatori sono disposti

a pagare i prezzi più elevati (per esempio un prezzo p2 per la quantità Q2, che è

maggiore di p1)

E per avere a disposizione la quantità Q3, sarebbero disposti a pagare si un prezzo

inferiore a p2 ma sempre maggiore di p1 (prezzo > p1 e < p2).

Allora se p1 misura la disponibilità a pagare per avere la quantità Q1, dal

momento che per quantità inferiori sarebbero stati disposti a pagare prezzi maggiori,

la superficie di questo triangolo misura una sorta di SURPLUS.

Concettualmente questi portano a casa della quantità per cui sarebbero

stati disposti a pagare prezzi maggiori, quindi la superficie di questo

triangolo misura il SURPLUS DEL CONSUMATORE.

5 marzo 2018

Avendo messo a fuoco la proprietà di efficienza allocativa in un mercato di

concorrenza perfetta e avendo messo a fuco la nozione di surplus del consumatore,

ora capiamola nozione di PERDITA SECCA provocata dalla monopolizzazione di un

mercato.

Quando un mercato passa dalla concorrenza perfetta alla forma del monopolio

vediamo emergere non solo una perdita, una riduzione della efficienza allocativa; ma

vediamo emergere anche una riduzione di questa efficienza che va a superare i

vantaggi che il monopolio comporta per il monopolista.

Quindi la nozione di PERDITA SECCA dimostra il fatto che l danno per la società nel

suo complesso va a supera re i benefici/vantaggi che il monopolio comporta per i

monopolisti.

Questa è un esempio di una applicazione di una analisi costi-benefici, che fa

emergere un danno per la società.

Da qui l’implicazione di politica economica, particolare quella antitrust, è

interesse generale contenere/mitigare/evitare il monopolio, la

monopolizzazione dei mercati.

Come dimostrare l’esistenza di PERDITA SECCA?

- Per semplificare l’analisi e limitarci alla nozione di surplus del consumatore,

dobbiamo introdurre una assunzione riguardate la inclinazione dei costi marginali:

Il costo marginale del monopolio

La curva di offerta di mercato S e CMi l’abbiamo sempre presa come una retta con

inclinazione positiva.

Possiamo ipotizzare che questa curva di offerta di mercato sia orizzontale.

Cioè possiamo assumere dei costi marginali del monopolio costanti.

GRAFICO: 25

la curva di offerta di mercato la assumiamo come piatta, orizzontale.

Le forze di mercato opereranno nel senso di portare la produzione al livello QC,

quantità prodotta e consumata in un equilibrio di concorrenza perfetta. E sarebbe

venduta al prezzo di concorrenza pc . quindi questo è l’equilibrio in CP, dove in QC

abbiamo efficienza allocativa.

Ora supponiamo che questo mercato (mercato mele) sia monopolizzato da una sola

impresa (esempio pensiamo a un consorzio di produttori).

Cosa cambia?

Cambia che la curva di offerta ora la chiamiamo curva del costo marginale del

monopolista.

La curva di domanda di mercato diventa la curva di domanda del monopolista.

Sappiamo che il ricavo marginale del monopolista ha inclinazione doppia.

Sappiamo che il monopolista massimizza il suo profitto se sceglie quella produzione

che è coerente con l’uguaglianza tra RM e CM, quindi il monopolista sceglierà di

produrre la quantità QM (QM < QC, minore della quantità che verrebbe immessa nel

mercato e domandata al prezzo pc se il mercato fosse di concorrenza perfetta)

E il prezzo cui la quantità QM viene venduta dal monopolista è il prezzo pm.

Quindi pm Qm è l’equilibrio di monopolio, mentre pc Qc è di concorrenza perfetta.

Ora usiamo la nozione di surplus dei consumatori:

che ricordiamo essere l’area compresa tra la curva di domanda e un determinato

prezzo, la superficie del triangolo significato: per portare a casa la quantità D1 i

consumatori sono disposti a pagare il prezzo p1, ma per portare a casa le quantità

inferiori a D1 sarebbero disposti a pagare prezzi superiori. Dunque concettualmente

questa area definisce una sorta di SURPLUS DEL CONSUMATORE.

Quando il mercato è in un equilibrio di concorrenza perfetta, cioè quando c’è

efficienza allocativa a quanto ammonta il surplus dei consumatori?

Alla superficie compresa tra la curva di domanda e il prezzo triangolo da

considerare: α, pc, cp

Il mercato viene monopolizzato, si forma un consorzio. Cosa succede al surplus?

Be nell’equilibrio di monopolio il prezzo è pm

Quindi il nuovo surplus del consumatore, il nuovo triangolo che rappresenta il surplus

dei consumatori è dato dalla superficie di α, pm, m nuovo triangolo da

considerare

Quindi passare dalla concorrenza perfetta al monopolio comporta una riduzione del

surplus dei consumatori, che è pari alla superficie di questo trapezio rettangolo pm,

m, pc, cp

La differenza tra il triangolo grande (α, pc, cp) e triangolo piccolo (α, pm, m) è data

dalla superficie di questo trapezio.

Il trapezio è formato da due parti:

1. rettangolo pm m h pc.

La superficie di questo rettangolo corrisponde a: be pc –h è la base , la

quantità prodotta dal monopolista. Quindi la base di questo rettangolo indica

la quantità qm che il monopolista decide di produrre.

l’altezza è il differenziale di prezzo. È e misura il maggior prezzo imposto dal

monopolista (rispetto al prezzo pc di concorrenza perfetta). Cioè indica il suo

potere di mercato, la sua capacità di alzare il prezzo oltre al prezzo di pc di

concorrenza perfetta.

Quindi la superficie di questo rettangolo ha un preciso significato: è

l’extraprofitto che il monopolista ottiene rispetto all’insieme dei profitti che

realizzavano le imprese in concorrenza perfetta.

Perché la quantità prodotta dal monopolista moltiplicata per maggior prezzo unitario

cui il monopolista vende ci da, misura l’extraprofitto da potere di mercato (potere

monopolistico) che ottiene il monopolista.

Quindi questo ci indica i benefici privati, il maggior profitto che il

monopolista ottiene, per il fatto di essere il monopolista. 26

La superficie del triangolo che rimane del trapezio, tolto il rettangolo, è la

PERDITA SECCA che la monopolizzazione comporta per la società nel suo

complesso.

Perché è quella parte di riduzione del surplus del consumatore. Quindi il danno che i

consumatori ricevono dal fatto che il mercato sia monopolizzato.

Questo non si traduce solo in un vantaggio per il monopolista ma va oltre, ovvero le

conseguenza negative della monopolizzazione del mercato vanno oltre, sono

maggiore in termini di riduzione del beneficio che il monopolista ottiene.

E la differenza è la superficie del triangolo m h cp : superficie della PERDITA

SECCA

Attraverso questo, la teoria economica dimostra che il monopolio è fonte di

 problemi per la società nel suo complesso. Cioè riduce il benessere sociale più

di quanto non ottenga il monopolista e quindi la teoria economia è in grado di

dire che la monopolizzazione del mercato provoca un danno superiore.

Dunque la società nel suo complesso deve riprendersi da una situazione di

questo tipo.

DOMANDA SU IMPLICAZIONE DI WELFARE O CONSEGUENZE DI MONOPOLIO DEL

BENESSERE SOCIALE : DOMANDA COMPLESSA CHE IMPLICA VARI PASSAGGI MA UNO

DEI RISULTATI PIU’ IMPORTANTI DELLA TEORIA ECONOMICA

L’esistenza delle agenzie antitrust non sono certo una novità

La prima legislazione di questo tipo è la SHARMANN ACT statunitense del 1890

In Italia l’autorità garante della concorrenza dei mercati è stata istituita nel 1990

Quanto più le economie sono grandi tanto più sono chiusa: è chiaro che gli USA

hanno una economia più chiusa rispetto a quella italiana.

Quali sono le conseguenze di un ritardi di costituzione in Italia rispetto ai tempi

americani?

Si è sempre ritenuto che quanto più una economia è aperta agli scambi con l’estero

tanto più le forze della competizione/del mercato disciplinano i produttori.

Quindi c’è una minore necessità delle economie più piccole e quindi aperte, di una

autorità garante perché è un meccanismo della competizione di mercato che

disciplina le imprese a tenere i prezzi più vicini al prezzo di concorrenza perfetta.

7 marzo 2018

Le strutture di mercato sono molto concentrate, non frammentate. La concorrenza

perfetta non esiste in realtà ma ci sono poche imprese. Abbiamo bisogno di una

teoria della concentrazione per spiegare questo fenomeno. La branca dell’economia

politica che studia questi aspetti è l’ECONOMIA INDUSTRALE che studia le

industrie, i vari settori produttivi vedendo le caratteristiche, perché hanno quelle

caratteristiche (industrial organization).

Lo strumento analitico essenziale per inquadrare le determinanti della

 concentrazione, cioè per spigare i fattori che portano a strutture di mercato

concentrate in poche e grandi imprese. Quello che chiamiamo OLIGOPOLIO è

l’ANALISI DEI COSTI DI PRODUZIONE DI LUNGO PERIODO

COSTI DI LUNGO PERIODO:

LUNGO PERDIODO: intendiamo concettualmente un orizzonte temporale all’interno

del quale o in relazione al quale cambia la dimensione dell’impresa. 27

Nel breve periodo la dimensione di impresa è data mentre nel lungo periodo può

cambiare. Quindi consideriamo la dimensione dell’impresa come variabile e ci

chiediamo: in relazione alla quantità prodotta q dell’impresa, interpretata ora come

dimensione di impresa/capacità produttiva

Quindi q rappresenta/intesa dimensione di impresa (quando abbiamo un orizzonte

temporale in cui varia sia il fattore lavoro che lo stock di capitale fisso).

GRAFICO:

- Asse verticale mettiamo i costi di produzione C, che ora interpretiamo non

come costi di breve periodo ma come costi di lungo periodo.

- Asse orizzontale q come dimensione di impresa

Prendiamo i COSTI TOTALI (CT) e li dividiamo per q CT/ q= CMe costo medio di

lungo periodo (acronimo CMLP oppure quello più diffuso nel mondo ACLR).

Costo medio o costo unitario è sempre dire la stessa cosa

Che relazione esiste tra CMe e q? Esiste una relazione?

Supponiamo che esista una relazione di questo tipo: che tra la dimensione

dell’impresa e il costo medio di produzione, esista una relazione a L (perché la curva

ha un tratto in cui il costo medio si riduce sensibilmente, poi la riduzione

all’aumentare della dimensione di impresa si attenua fino ad annullarsi). Quindi la

curva dei costi medi potrebbe avere un andamento a L, potrebbe essere

caratterizzata da un tratto in cui i costi medi all’aumentare della

dimensione di impresa si riducono e poi un tratto in cui rimangono più o

meno su quel livello. Si dice che il costo medio si avvicina asintoticamente all’asse

orizzontale.

La curva dei costi medi di lungo periodo può avere una curva a L, cioè la relazione

tra costo medio/costo unitario e la quantità prodotta intesa come

dimensione dell’impresa, presentando questo andamento.

Perché?

Per diverse ragioni:

1. Per ragioni di tecnologia perché per esempio esistono rendimenti crescenti di

scala, in relazione alla dimensione di impresa.

RENDIMENTI CRESCENTI DI SCALA (diversi dai rendimenti di breve periodo, cioè a

dimensione di impresa data, già studiati) che possono far emergere un andamento a

L per i costi unitari di lungo periodo, sono chiamati di scala perché cambia nel tempo

la dimensione di impresa. E cambiano nel tempo la dimensione si può introdurre una

organizzazione di produzione e tecnologie che riducono i costi di produzione.

Allora se all’aumentare della dimensione di impresa la tecnologia consente

una maggiore efficienza produttiva vuol dire che i costi unitari di produzione di

riducono all’aumentare della dimensione di impresa. E questo è spiegato

dall’organizzazione della produzione, delle tecnologie che si possono apportare.

Esempio: se passiamo da una produzione artigianale delle automobili a una

produzione basata su catena di montaggio, quindi una rivoluzione radicale dei

processi produttivi, è chiaro che abbattiamo i costi di produzione.

2. Questi costi di produzione possono però anche ridursi, non per ragioni di

natura tecnologica ma per l’esistenza di ECONOMIE MONETRIE: cioè

riduzioni dei costi consentite dal fatto che per l’acquisto sul mercato di

determinati beni e servizi, chi acquista volumi via via maggiori è in grado di

acquistare a prezzi unitari via via minori.

Esempio: se acquisto una kg di mele le acquisto a un prezzo x. Ma se vado a

acquistare una cassetta di mele il prezzo y che è y<x. Se ne acquisto un container il

prezzo unitario a cui posso acquistare è ancora minore.

Quindi vediamo che all’aumentare dei volumi delle quantità acquistate il prezzo

unitario di acquisto è via via minore.

Determinati costi che l’impresa deve sopportare per acquistare beni e servizi sul

mercato possono ridursi all’aumentare della dimensione di impresa. 28

Queste sono economie che per alcuni settori sono rilevanti, come per esempio per la

distribuzione commerciale.

Abbiamo messo a fuoco i fattori che spiegano l’esistenza di un andamento a L dei

costi medi di produzione. Non tutti i settori sono però uguali

In generale possiamo dire che la curva dei costi medi/costi unitari di lungo

periodo nei nostri sistemi produttivi ha un andamento a L.

Ora: se la curva dei costi medi di lungo periodo ha un andamento a L, cioè se

all’aumentare della scala dimensionale di impresa è possibile ridurre i costi di

produzione, emerge una nozione importante.

Questo punto (vedi grafico) cioè quando abbiamo completato la fese in cui i costi si

riducono e entriamo nella regione in cui da qui in avanti i costi non si riducono più.

Questo punto ha un significato particolare?

Si, definiamo la nozione di DIMENSIONE MINIMA EFFICIENTE: è la dimensione

minima che una impresa deve avere se vuole minimizzare, produrre a costi

medi minimi.

Cioè come impresa, per essere efficiente, in grado di minimizzare il costo unitario di

lungo periodo devo raggiungere almeno quella dimensione, poi vedo io. Ma fino a li ci

devo arrivare. (Se non ci arrivo non sono un produttore efficiente)

Se nel mercato le imprese sono in competizione, capiamo subito che il mercato

disciplina le imprese in modo tale che se vogliono sopravvivere devono raggiungere

almeno la dimensione minima efficiente.

- Perché se una impresa A produce la quantità qa (sempre intesa come dimensione

d’impresa), l’impresa A con questa dimensione produrrà al costo CA. ma il costo CA è

maggiore del costo che per esempio viene raggiunto dalla impresa B che ha una

dimensione minima efficiente (CA>CB)

Ci sarà un VANTAGGIO COMPETITIVO dal lato dei costi che premia l’impresa B

rispetto, mentre per l’impresa A ci sarà uno SVANTAGGIO COMPETITIVO.

Quindi la competizione di mercato indurrà/incentiverà le imprese a

 raggiungere la dimensione minima efficiente. E questo è uno degli aspetti

positivi del mercato. Stiamo dicendo che il mercato/i meccanismi di mercato

disciplinano/incentivano il produttore a essere produttore efficiente, cioè a

raggiungere la dimensione minima efficiente.

Ci sono quindi fusioni e acquisizioni tra imprese (M e A)

Perché se ho una impresa A e una impresa B ma entrambe sono sottodimensionate

rispetto alla dimensione minima efficiente, se A e B vogliono sopravvivere come

produttori in questo settore devono o fondersi o una acquisire l’altra.

I meccanismi di mercato dunque lavorano nel senso di darci efficienza produttiva, per

cui siamo tranquilli sul fatto che se una imprese esiste e vuole continuare a esistere

nel tempo significa che ha raggiunto e deve stare attenta a mantenersi almeno nel

punto di dimensione minima efficiente.

Ma nel tempo cambia tutto. Dinamicamente nel tempo cambiano tecnologie,

dinamiche di comportamento e quindi si studia per capire che succede.

- La competizione non è una colazione sul prato ma una lotta spietata -

OLIGOPOLIO poche e grandi imprese. È la forma di mercato più diffusa

Poche e grandi imprese non significa che il numero delle imprese è contenuto, ce ne

sono comunque tante. Ma se facciamo un grafico:

asse y mettiamo una variabile decisionale come il fatturato o anche il numero di

addetti, e cominciamo a rappresentare un diagramma a ‘canne d’organo ’ la

presenza delle varie imprese. Mettiamo quindi impresa 1,2,3,4 e le ordiniamo per

dimensione.

La struttura dimensionale delle imprese ha questo andamento: esistono poche

grandi imprese (che costituiscono il core oligopolistico del settore). Poi ci

29

sono medie imprese e poi c’è una frangia di piccole imprese (con

produzione di nicchia)

Le imprese possono produrre prodotti differenziati, le imprese si possono

specializzare.

In ogni caso il 60/70% del settore è fatto dal core oligopolistico, quindi da poche

grande imprese

È una competizione che non riusciamo a capire con la concorrenza perfetta o con

monopolio. Viviamo in un mondo oligopolistico.

Quali sono le questioni che ci interessano?

Quale tipo di equilibrio in termini di prezzo di mercato e quantità prodotta e venduta

si determina nel mercato oligopolistico?

 Sappiamo che in CP un mercato di una determinata merce lasciato a se stesso

porta il prezzo al livello PC e la quantità che viene prodotta e consumata è Qc.

E in relazione a questo prezzo e quantità abbiamo la efficienza allocativa EA.

È un equilibrio unico e stabile all’interno delle assunzioni date (quindi data la

curva di domanda di mercato D, le preferenze dei consumatori, una tecnologia

produttiva. Abbiamo allora una curva di domanda, una di offerta, il rezzo di

concorrenza perfetta, la quantità di concorrenza perfetta. Abbiamo efficienza

allocativa e questo equilibrio è unico e stabile)

 Nel monopolio M abbiamo visto che il monopolista, l’equilibrio che si ottiene

è caratterizzato dal prezzo di monopolio PM e dalla quantità QM.

Si ha la perdita secca e non abbiamo più efficienza allocativa.

È un equilibrio unico e stabile (ma diverso da quello della concorrenza perfetta

e la diversità ha implicazioni importanti per il welfare, tanto che c’è bisogno di

rendere coerente il monopolio con l’interesse generale).

 Nell’oligopolio non abbiamo un solo equilibrio ma abbiamo equilibri

multipli. Possono emergere situazioni di prezzo, di quantità prodotta differenti

e questi equilibri non sono stabili ma sono instabili.

OLIGOPOLIO E’ DIFFERENTE DA MONOPOLIO E CONCORRENZA PERFETTA

RADICALMENTE

Introduciamo LA TEORIA DEI GIOCHI: branca della matematica che serve a

studiare le situazioni che si vengono a determinare quando i decisori/i soggetti che

prendono decisioni, sono pochi e dunque c’è una possibilità di interazione strategica

tra i decisori o ‘decision maker’.

Avendo definito l’oligopolio come mercato come poche e grandi imprese.

Guardiamo alla interazione strategica tra le decisioni delle grandi e poche imprese,

decisioni che prendono in relazione al prezzo di vendita e alle quantità che decidono

di produrre.

Per semplificare prendiamo la forma di oligopolio più semplice supponiamo

esistano solo due imprese (impresa A e impresa B) DUOPOLIO

Vediamolo strumento analitico che ci serve per studiare la interazione tra dueduo

polisti.

Ci serve la teoria dei giochi e vediamo il gioco definito DILEMMA DEL

(prisoner’s dilem)

PRIGIONIERO

- Ci sono due agenti (N =2)

Ci sono due galeotti che hanno commesso un delitto, hanno rubato un 1kg di mele.

Sono stati non colti sul fatto ma sospettati, e quindi vengono interrogati dalla

magistratura.

Entrambi, sia A che B si trovano di fronte a due strategie differenti: possono

confessare o negare di aver commesso il fatto.

A questo punto ci troviamo di fronte a 4 possibilità/scenari a seconda che uno

confessi o no e in relazione alla decisone dell’altro.

-- La condanna la possiamo dare solo se almeno uno dei due confessa 30


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DETTAGLI
Esame: Microeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (MILANO - PIACENZA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fancesca. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Venturini Luciano.

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