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ISTITUZIONI DI STORIA DELL’ARTE MODERNA. APPUNTI DI MARIA TERESA MAZZA
5/10/2020
A Firenze nel 1401 (inizio 15esimo secolo); episodio
particolarmente significativo, perché per molti aspetti
potremmo considerarlo come una sorta di data d’avvio della
cultura figurativa rinascimentale fiorentina(italiana).
Nel 1401 una corporazione molto importante tra quelle
presenti a Firenze, cioè l’arte di Calimala (la corporazione
dei mercanti, molto ricca), la quale aveva, tra le sue
incombenze quello di curare la manutenzione e
l’abbellimento del Battistero di Firenze indisse un concorso
per l’esecuzione di una porta bronzea dello stesso Battistero.
In realtà il Battistero era già stato dotato di una porta bronzea
monumentale del secolo appena trascorso, perché tra il 1329 IL BATTISTERO DI FIRENZE
e il 1336, un famosissimo scultore, Andrea Pisano aveva
eseguito questa porta collocata nell’apertura (sulla parte sx della foto).
Le aperture sono 3, mancavano all’appello 2 porte. Allora l’arte di Calimala pensa bene di dotare il portone più
importante di accesso al Battistero di una porta bronzea che doveva proseguire i lavori iniziati ormai più di 70
anni prima con la porta eseguita da Andrea Pisano.
Questa commissione procede sotto forma di concorso, perché a tutti gli effetti, l’Arte di Calimala indice un concorso
aperto a tutti i grandi artefici che volessero provare a dimostrare la propria abilità.
Sulla base delle opere che ciascuno di questi partecipanti aveva presentato, una commissione composta ad hoc
avrebbe scelto la migliore e affidato all’esecutore di quella la commissione dell’intera porta.
Tutti gli artefici che partecipano a questo concorso (furono 7), dovevano eseguire entro un lasso di tempo
predeterminato una formella in bronzo raffigurante un soggetto specifico(un episodio dell’Antico Testamento), il
sacrificio di Isacco e ciascuno di loro doveva raffigurare i 2 personaggi principali (Abramo e Isacco) assieme ai 2
servi che l’avevano accompagnato, in un contesto ambientale riconoscibile, con gli animali di corredo, dovevano
dimostrare di saper rappresentare il nudo. Si trattava di una vera e propria prova di abilità.
Questi 7 scultori, non sono di fatto i maggiori
artisti attivi in Toscana in quel periodo. Di tutte
queste vicende noi abbiamo come “residuo” 2 sole
formelle. Eseguite, quella sulla sx da Lorenzo
Ghiberti e quella sulla dx da Filippo Brunelleschi. Si
trovano ora al Museo del Bargello di Firenze.
Formella eseguita da Ghiberti Formella eseguita da Brunelleschi Lorenzo Ghiberti è una delle personalità più
significative del primo Rinascimento fiorentino del periodo entro la prima metà del 400. Lorenzo Ghiberti era nato
attorno al 1380 a Firenze, muore nel 1455. Nel momento in cui l’Arte di Calimala indice il concorso, Ghiberti non
era a Firenze, si trovava a Pesaro con un pittore (forse Mariotto Di Nardo), attivo presso la corte del signore di quella
città (Malatesta IV). Viene avvisato di questa importante occasione, torna a Firenze, partecipa e alla fine vince
proprio il concorso.
Vince il concorso perché la sua formella viene giudicata rispetto alle altre di gran lunga la migliore. L’artista Ghiberti
ci fornisce indicazioni dirette proprio sulle vicende relative al concorso e alla sua stessa vittoria in un testo
manoscritto che si chiama “I Commentari” (un testo di storia e di teoria delle Arti, che Ghiberti scrive nella parte
tarda della sua vita). All’interno di questo testo si trova una piccola porzione di autobiografia, in cui Ghiberti
descrive le opere che lui ha eseguito. Naturalmente parte proprio da questa grande commissione che lui vince (nel
resoconto dice “universalmente mi fu concessa la gloria senza alcuna eccezione”).
C’è un’altra fonte 400esca che da questo stesso episodio una versione un pochino differente, presentata da un
personaggio importante, Antonio Manetti, un letterato, matematico e architetto un poco più tardo, che attorno agli
anni 80 del 400, scrive una biografia di Filippo Brunelleschi. A un certo punto fornisce indicazione proprio sulle
vicende relative a questo concorso ed è qui che da una versione diversa (terribile, molto malevola nei confronti di
Ghiberti, che viene presentato come un intrigante, una persona doppia).
Per quanto riguarda le vicende del concorso dice che in realtà in un primo momento c’era stata una situazione di
parità tra Ghiberti e Brunelleschi, a tal punto che i committenti avevano proposto a entrambi di lavorare, tutti e
2 sulla stessa porta, ma Brunelleschi rifiuta sdegnato ed è a quel punto che Ghiberti avrebbe avuto tutta per se la
commissione. Non abbiamo dei documenti diretti che ci possano indicare davvero che cosa è successo.
Se consideriamo le due formelle, possiamo dire che la formella di Ghiberti è da un punto di vista tecnico più
riuscita di quella di Brunelleschi, è fusa di un unico pezzo, mentre quella di Brunelleschi sono diversi pezzi fusi
singolarmente e poi montati così da costituire una immagine unica. Il bronzo di Ghiberti pesa molto meno rispetto
a quello di Brunelleschi, pesa 7 kg di meno: 18,5 kg rispetto ai 25,5kg di Brunelleschi. Questo conta molto, in quanto
il bronzo è un materiale molto costoso, la porta prevede 28 formelle simili a queste, enorme dispendio in più dei
materiali che sarebbe stato necessario se avesse vinto Brunelleschi e adottato lo stesso sistema di questa formella
per tutte le 28; la porta sarebbe risultata ancora più costosa, rispetto a quello che fu.
Dunque è ragionevole pensare che in ogni modo Ghiberti fosse risultato l’unico vincitore e per la qualità eccezionale
della sua opera, ma anche per questa dimostrazione di abilità tecnica maggiore che lui aveva mostrato rispetto a
Brunelleschi.
Sono queste 2 le uniche formelle residue di questo concorso. Quelle realizzate dagli altri 5 partecipanti vennero fuse
per recuperare il materiale.
Sono 2 formelle che vengono confrontate per rendere conto dell’enorme qualità ed importanza storica delle 2 opere
e degli artisti (Ghiberti che rimane scultore; Brunelleschi che poi conosciamo soprattutto in veste di architetto, ma
che ha una produzione estremamente importante in sculture).
D’altro canto c’è anche un altro elemento da tener presente: sono formelle anche molto diverse tra di loro e questa
diversità, sicuramente rende conto anche in fondo di una differenza effettiva, di carattere tra 1 artista e l’altro e di
una varietà di proposte artistiche presenti a Firenze in questi stessi anni.
lOMoAR cPSD| 3578778 Porta di Andrea Pisano a sx e porta di Ghiberti a dx.
Si tratta di 2 porte gemelle perché la struttura dei
battenti rimane identica, in ciascun battente si
trovano 14 formelle, ciascuna di queste presenta delle
storie, dei temi di storia sacra. Tutte le formelle poi
condividono questa specifica incorniciatura
polilobata ed è di fatti questo tipo di formato che
viene assegnato ai contendenti nel concorso perché è
proprio quella che poi avrebbero dovuto utilizzare nel
momento in cui avessero vinto questa prova.
Porta di Andrea Pisano (1336) Porta di Lorenzo Ghiberti (1420)
I dati di partenza di Ghiberti e Brunelleschi sono
gli stessi: il formato, la storia che devono
raffigurare (episodio biblico dal carattere
fortemente drammatico, tragico), gli elementi
che devono raffigurare sono gli stessi: i
protagonisti, Isacco e suo padre Abramo, che
dio ha invitato ad uccidere il figlio, i servi e
l’ambientazione.
I 2 scultori obbediscono a questo compito
eseguendo delle immagini molto diverse tra di Formella eseguita da Ghiberti Formella eseguita da Brunelleschi
loro. Le immagini le si capisce bene soltanto se
si ha conoscenza della storia di Abramo e Isacco: Dio, dopo aver concesso ad Abramo in tardissima età un figlio dalla
moglie Sara, quando il figlio è grande, per provare la fede di Abramo gli ordina di recarsi su un monte e di offrire il
figlio stesso e di immolarlo in nome di Dio. Situazione tragica di un Dio che interviene nelle vicende di Abramo in un
primo momento in maniera totalmente positiva, come una potenza benevola, poi paradossalmente interviene per
mettere alla prova Abramo e gli ordina di immolare in sacrificio il figlio stesso che gli aveva concesso. Storia terribile,
chiama in causa il rapporto tra padre e figlio e quello tra uomo e dio. La storia, in realtà ha un esito e uno scioglimento
totalmente positivo perchè in realta dopo che Abramo aveva condotto il figlio sul monte che Dio gli aveva indicato,
Dio manda un angelo che a suo nome ordina ad Abramo di non uccidere il figlio, ma di sacrificare al suo posto un
caprone. Si tratta di una storia intensamente drammatica e come tale viene magnificamente presentata nel Vecchio
Testamento.
Brunelleschi (formella a dx) esegue un’immagine di eccezionale qualità drammatica..
Rappresentazione del tutto letterale della scuola biblica perché Brunelleschi accentua l’elemento di dramma
potentemente, profondamente umano, insito in questo episodio. Raffigura questo padre che violentissimo, con uno
sguardo terribile, sta letteralmente sgozzando il figlio, proprio sul limite estremo del compimento dell’atto
Brunelleschi immagina che l’Angelo intervenga bloccando fisicamente la mano ad Abramo così da impedirgli di
compiere questo scempio. Si tratta quindi di una sorte di catastrofe. Brunelleschi gioca restando sul limite estremo
oltre il quale non c’era possibilità ulteriore di quella di una tragedia senza opportunità di attenuazione: il sacrificio,
la morte del figlio (ben voluto, desideratissimo, amatissimo dal padre, che però quasi fa violenza a sé perché vuole
dimostrare la fedeltà al padre dei cieli, Dio). Brunelleschi concentra la scena proprio in questo piccolo spazio (in alto
al centro) da dove c’è un incrocio di gesti e di espressione. Il figlio che urla, il padre che gli sta prendendo il collo, lo
sta tirando in alto per poterlo sgozzare e al limite l’angelo che violentissimamente interviene per fermare il braccio
sanguinario. Dunque è una scena che viene raffigurata da una prospettiva integralmente umana, valorizzando il dato
di intrinseca intollerabile tragicità.
Ghiberti (formella a sx) da una interpretazione diversa ugualmente legittima dello stesso episodio. Anche Ghiberti
è inequivocabile nel modo col quale distribuendo personaggi ed espressioni ci dice che cosa sta accadendo, perché
sul primo piano c’è il giovane Isacco (altare), il padre sorregge il coltello (messo in primo piano) con la destra,
interviene l’Angelo che è posto in scorcio(in alto a dx) che simula il fatto che l’angelo viene dall’alto.
Piuttosto che agire, sta rivolgendosi e parlando in basso ai 2, sollecita Abramo a non trucidare il figlio, ma di uccidere
il caprone al posto del figlio. La scena è la stessa, ma molto meno tragicamente umana, + pausata. Non meno bella o
riuscita, è nitidissima, è meno urlata. Differenza che chiama in causa il carattere, l’intonazione, il modo col quale
Brunelleschi e Ghiberti si rapportano rispetto al mondo, alle cose, all’esperienza.
Quella di Ghiberti meno drammatica, ma non attenua l'intensità patetica di questo fatto. Valorizzando l’elemento
di calma, quasi olimpica, suggerisce all’osservatore che l’episodio va a finir bene e che è vero, c’è stato il momento
in cui il giovane Isacco era stato posto sull’altare, ma lo stesso Dio alla fine bada bene di risolvere in positivo la cosa.
Dunque dalla formella di Ghiberti giunge in fondo, come dato fondamentale questa immagine di un Dio in un’ultima
istanza, interamente misericordioso, che guarda con occhio amorevole le creature e dunque interviene in loro
aiuto. L’interpretazione di Ghiberti è dunque perfettamente legittima, in qualche modo un pochino differente
rispetto a quello di Brunelleschi di interpretare, di leggere l’episodio biblico. Per altro c’è da considerare qualche
elemento ulteriore: le 2 scene sono ambientate all’aperto; in uno spazio a tutti gli effetti di tipo paesaggistico e
all'interno di questo spazio trovano posto, proprio per una richiesta specifica dell’arte di Calimala le figure di questi
2 servi che, secondo il racconto biblico avevano accompagnato Abramo e Isacco sul monte dove sarebbe avvenuto il
sacrificio. Secondo la narrazione biblica, i 2 erano stati lasciati ai piedi del monte sul quale soltanto padre e figlio
erano saliti.
Sono diverse le soluzioni adottate da Ghiberti e Brunelleschi nelle 2 formelle, perché Ghiberti mette i 2 servi in una
sorta di andito roccioso, accompagnati da un ciuco. Ghiberti già qui mostra un modo di articolare il rapporto tra i
personaggi che poi avrà un largo sviluppo nelle formelle della porta che di lì a poco poi inizierà ad eseguire. Mette
questi personaggi l’uno di fronte all’altro, quasi si guardano occhi negli occhi, attraverso questo gioco di sguardi
e di espressioni valorizza la dialettica del rapporto che unisce l’un personaggio, dall’altra anche la distanza che li
separa: il fatto che questo rapporto avviene perché tutti e 2 si trovano all’interno di uno spazio che li ospita e che
permette loro di coabitare, interloquire. Elemento importante.
Significativa anche la gestualità, stanno parlando del sacrificio perché il personaggio a sx ha la mano che indica verso
destra (dove si trovano le figure di Abramo e di Isacco),
Sistema di relazioni evoca un colloquio.
Leon Battista Alberti nel “De Pictura”, trattato che si occupa delle arti figurative .
Alberti dice che il pittore così come lo scultore dovrebbero anche aver cura di inserire all’interno dell’immagine dei
personaggi che abitano la scena principale attirano lo spettatore su di essa. Quel che Ghiberti fa in questa formella…
Brunelleschi, invece ha coerentemente mostra una situazione diversa rispetto a quella elaborata da Ghiberti, perché
anche qui in piena conformità rispetto al resoconto biblico, è come se raffigurasse i 2 servi più in basso mentre
stanno attendendo il ritorno di Abramo che era salito col figlio sul monte, e dunque sono in una temporalità
rallentata di attesa e si dedicano a fatti quotidiani. Questo ci toglie la spina dal piede. Anche qui con un’attenzione di
tipo realistico, come se Brunelleschi volesse restituire la storia biblica nei termini più verosimili possibili.
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Significative differenze. Quasi programmaticamente inseriscono dentro l’immagine che costruiscono dei palesi
rimandi all'antichità classica.
Ghiberti: se si osserva la figura di Isacco, il nudo di questo
giovane che è raffigurato badando bene a restituire con
un’estrema attenzione il dato primario dell’articolazione,
non soltanto dell’anatomia, ma la muscolatura del torso
chiama in causa di una conoscenza di Ghiberti molto
allargata degli esemplari residui della statuaria antica
d’epoca ellenistica (a confronto frammento di torso antico)
che si trova ora agli Uffizi, conosciuto come “Torso Gaddi”
originale del 2 secolo a.C. Formella di Ghiberti Torso Gaddi 2s A.C.
Il rapporto con l’antico è importante perché mostra ad uno scultore come Ghiberti l’esigenza di rappresentare il
nudo, ma in forme al massimo grado aderenti alla natura con questa capacità di restituzione, per l’appunto realista,
naturalisticamente credibile che ha al centro delle ricerche di tutti gli artisti del 1 rinascimento.
Anche lo stesso Brunelleschi si muove nella direzione,
perché la figura del giovanotto che si toglie la spina dal
piede è presentemente esemplata su un tipo celeberrimo
anche allora di antico (confronto esemplare conservato
nella Galleria degli Uffizi), una scultura di epoca romana
del 1 secolo a.C. rappresenta un ragazzino imberbe che si
sta togliendo una spina dal piede e naturalmente
Brunelleschi prende lo spunto da qua e riattualizza
l’immagine antica in forme 400 esche. Ci sono delle
differenze sensibili (questo è vestito rispetto al nudo del
prototipo antico). Il ragazzotto di Brunelleschi è
chiaramente più avanti di età (si trattava di 1 servo che
doveva servire efficacemente Abramo, logico pensare ad 1
giovanotto più padrone delle sue stesse forze). Formella di Brunelleschi Una statuetta del 1s A.C.
Perchè il rapporto con l’antico? A cosa serve?
Lo spinario, la scultura, questo tipo di immagine risultava per gli artisti del 400 particolarmente interessante,
sollecitante perché implica:
A. La rappresentazione del corpo umano
B. La rappresentazione, se fosse stato il caso, del corpo umano nudo
C. la rappresentazione del corpo umano messo in una posa quotidiana da un certo punto di vista, ma anche
particolarmente complessa perché chiama in causa la motilità interna alla struttura corporea, il rapporto
tra le diverse parti del corpo, il modo con il quale gli arti inferiori, il busto, gli arti superiori e la testa si
legano tra di loro secondo una struttura dinamica di rapporti che trovano poi senso nella possibilità di
compiere un atto. Qui togliersi una spina da un piede.
Si trattava di una statua che mostrava molto bene come gli antichi fossero interessati a rappresentare la realtà delle
cose, la concretezza, la complessità di aspetti della natura e come poi fossero abili a farlo, perché la struttura veniva
riconosciuta con una specie di prodigio da un punto di vista tecnico-esecutivo di riprodurre come stanno le cose,
come un corpo seduto di un giovane uomo.
Il rapporto con l’antico con fatti e opere che erano stati eseguiti molti secoli prima, per questi uomini del primo 400
ha un potenziale attivo di liberazione.
Confrontandosi con l’antico è come se fossero sollecitati a fare come più degli antichi stessi, rapporto di evitare la
natura.
Alla base della pratica di tutti gli artisti del p
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