Capitolo 1.
Fondamenti di Biomateriali e
Ingegneria Tissutale
La storia dell’uso dei biomateriali è molto antica, e i primi esempi dell’utilizzo
di questi risalgono (soprattutto nel campo dei denti) a migliaia di anni fa. In
particolare per rimpiazzare denti distrutti dalle carie, o da traumi si usavano i
materiali disponibili dell’epoca che non subivano biodegradazione e che
resistevano agli ambienti aggressivi della bocca. Come sappiamo, infatti, gli
ambienti corporei sono degli ambienti estremamente aggressivi (visti da una
prospettiva ingegneristica), caratterizzati da una variabilità moto elevata,
basti confrontare lo stomaco con la pleura polmonare oppure con il sangue.
Variano moltissimo infatti il ph, i flussi, le condizioni fluidodinamiche,
concentrazioni ioniche ecc… Quello che ha determinato l’avvento dei
biomateriali è stata la nascita delle plastiche (nonchè dei polimeri) che
mettono a disposizione una gamma quasi infinita di nuovi materiali, e per lo
più hanno: basso costo e possono essere forgiati nei modi più diversi. Le
prime protesi vascolari, per es., sono state realizzate nel polimero che
compone i paracaduti, che risultò biocompatibile e facile da suturare.
Nel campo biomedico quelli che stanno sulla frontiera sono i chirurghi; perché
sono i primi uomini che vedono, affrontano, e risolvono “il problema”. Essi
hanno il compito di salvare vite (con tutti i mezzi soprattutto in caso di
emergenze) anche sperimentando tecniche e materiali nuovi mai utilizzati.
Allora definiamo la “driving force” la forza spingente che risolve i problemi e
che è incarnata dai chirurghi. I chirurghi hanno quindi dei problemi da
risolvere, e perciò intorno agli anni 40’-50’ (anni di guerra) sperimentano su
moltissime persone nuovi medicinali e nuove tecniche. Basti pensare che
prima di quegli anni non esisteva l’antibiotico. I chirurghi iniziano a chiedere
aiuto agli ingegneri, perchè sanno progettare, conoscono le proprietà
meccaniche, rapporto proprietà struttura, e verifica misure sperimentali ecc.
questi sono gli anni 60’-80’ in cui nascono i primordi dell’ingegneria
biomedica/ dei biomateriali. Gli ingegneri hanno iniziato a capire che le
conoscenze ingegneristiche non bastavano; infatti non bastava più conoscere
il modulo di Young dell’osso trabecolare senza sapere come esso si riforma e
si deposita idrossiapatite. Allora vennero chiamati in causa i biologi ce
forniscono conoscenze biologiche.
PANORAMICA STORICA
Verso la fine dell’800’ vennero usate le tecniche chirurgiche asettiche con
whiskey e alcol, poiché uno dei principali motivi di morte era la setticemia.
Verso gli anni 40’ nascono i materiali plastici, acrilici (per sostituire la cornea).
Tra gli anni 60’-70’ trapianto di cuore.
Anni 2000 si usano i nanomateriali.
Esempi di dispositivi medici sono impianti mammarie, cuori artificiali, giunti
d’anca, valvole cardiache (anche meccaniche), e lenti intraoculari.
! Tutti questi materiali danno diversi problemi come: infiammazioni, trombi,
durata, sporcamento, movimenti, lubrificazioni e molti altri. Una protesi d’anca
per esempio può esistere in moltissime configurazioni che dipendono dalla
forma e dall’accoppiamento. I materiali usati sono polimerici, metallici e
ceramici. Lo stelo è tipicamente metallico, il giunto acetabolare (che va a
contatto con l’articolazione) è fatto da due componenti; la cupola in materiale
polimerico rivestito da materiale ceramico. I motivi di questi accoppiamenti
sono:
1) proprietà meccaniche (trazione e compressione) per lo stelo in metallo
(acciaio inox, titanio ecc che hanno elevate resistenze alla corrosione,
elevate proprietà meccaniche, e elevata osteointegrabilità dovuta alla
rugosità superficiale, ottenuta dalla sabbiatura)
2) Bassi coefficienti di attrito (materiali polimerici)
3) Elevata resistenza a compressione e basso attrito (materiali ceramici)
Tutte queste proprietà sono comunque legate alle tecniche di lavorazione atte
alla produzione di questi materiali che poi andranno ad interagire con il corpo
ed i vari tessuti.
Un altro esempio di dispositivo sono le valvole cardiache che possono essere
meccaniche o naturali (porcine)
Tra le valvole meccaniche più conosciute ci sono quelle rivestite con carbonio
pirulitico (dovuto a trattamento di pirolisi) che ha diverse proprietà come
quella di rendere la valvola non trombogenica. Le valvole estratte dei maiali
invece sono utilizzate perché come organismo quello dei maiali è il più simile
al nostro (in termini di dimensione degli organi)
Come ultimi esempi vediamo l’impianto dentale creato in titanio, strutture di
supporto intervertebrali e strutture di fissaggio.
Il punto dolente nonché punto di partenza è la carenza di pezzi di ricambio,
cioè se guardiamo i costi (in termini di procedure) delle operazioni implicate a
sostituzioni di parti anatomiche intorno agli anni 90’, si può notare che i
numeri sono elevatissimi, circa 400mld di dollari. Ai giorni nostri il valore è
aumentato di circa 10 volte. I pezzi di ricambio sono necessari quando
effettuo un trapianto.
Il meccanismo di trapianto può essere:
1) Autogeno: il pezzo di ricambio proviene dal nostro stesso corpo. Il
vantaggio è sicuramente l’assenza di risposte immunitaria, ma ho
anche il problema legato alla limitazione dei sistemi utilizzabili, cioè non
tutti le operazioni sono possibili. Per esempio se si tratta di un vaso
sanguigno il problema non si pone, perchè utilizzo alcune nostre vene e
arterie senza alcun problema, oppure se serve tessuto osseo per la
rigenerazione lo recupero dalla cresta iliaca, ma se per esempio se
devo effettuare un trapianto di cuore, pancreas o fegato non ho fonti
autogene da cui attingere.
2) Allogenico: il vero e proprio trapianto in cui un paziente riceve un
organo da un donatore. Il grande difetto è il donatore il quale può
donare tessuti in vita, ma per alcuni organi soltanto quando è
clinicamente deceduto. Le complicazioni variano naturalmente anche
da organo ad organo che deve essere donato. Il trapianto più difficile è
quello dei polmoni; i polmoni sono strutture vuote, che collassano
quando l’organismo smette di respirare, per cui deve esistere un
protocollo sanitario (oltre alla biocompatibilità donatore accettore) che
mi assicuri una buona conservazione di essi entro 3 ore (tempo minimo
della conservazione in iperventilazione, che mi consente di mantenere
gonfi i polmoni) per questo motivo i costi solo elevatissimi. Il secondo
problema è legato alla risposta immunologica domata dagli
immunosoppressori
3) Xenogenico: utilizzare parti anatomiche animali come quelle del maiale.
Qui la risposta immunologica è molto più elevata rispetto al caso
precedente. Anche i costi sono elevati perché le valvole per esempio
devono essere sottoposte a trattamenti chimici, che servono a togliere
una serie di marker sulla superficie e che vengono riconosciuti estranei
dal nostro sistema immunitario
BIOMATERIALE
Come classificazione dei materiali abbiamo:
MATERIALI INGEGNERISTICI
Il materiale che crea l’uomo come per esempio il metallo, la ceramica, i
compositi, le plastiche.
MATERIALI NATURALI
Cioè i materiali che troviamo già in natura per esempio l’osso, il legno, la
gomma ecc. che possono avere anche buone caratteristiche meccaniche
MATERIALI BIOMIMETICI
Sono i materiali naturali che utilizziamo in ambito ingegneristico. Quindi
studio e capisco come funzionano i materiali biologici e li utilizzo per
applicazioni ingegneristiche.
BIOMATERIALI
I materiali ingegneristici che imitano i materiali presenti in natura. Utilizzo il
materiale tradizionale per ricreare strutture biologiche (per esempio l’osso) e
riprodurre tutti gli aspetti meccanici, tribologici, di biocompatibilità ecc.
(naturalmente studiando prima tutti gli aspetti legati alla biologia e alle
caratteristiche del materiale naturale, che deve riprodurre il materiale
ingegneristico)
Affrontiamo adesso i biomateriali e focalizziamoci sul loro significato
Le definizioni di biomateriale possono essere molteplici e “differenti”; nel
senso che possiamo trovare una definizione completa in ogni dettaglio e
invece un'altra un po’ meno specifica.
1) Un materiale sintetico, naturale o modificato che ha la funzione di
essere in contatto e interagire con il sistema biologico (che possono
essere anche sistemi in vitro)
2) Un materiale sintetico, generalmente plastica, utilizzato per impianti in
un corpo vivente (trapianti) per riparare parti danneggiate o soggette a
patologie
Entrambe sono corrette.
Requisiti dei biomateriali
Un biomateriale per essere definito tale deve essere:
1) Inerte o specificamente interattivo = i primi biomateriali ad
essere utilizzati, nella fattispecie ceramici e il titanio, vennero
utilizzati perché generavano una risposta immunitaria molto bassa. La
parola inerte, non derivante dall’ambito biologico/medico, deriva
dall’ambito chimico e vuole dire che non viene attaccato da alcun
agente chimico (come il PTFE). In realtà l’inerzia da un punto di vista
biologico NON esiste, cioè non c’è nessun materiale, o corpo estraneo
che messo a stretto contatto con il corpo, con tessuti o organi ecc. non
generi un minimo di risposta immunitaria. Questa risposta può essere
dalla più blanda; l’infiammazione che risulta locale, la quale non è
seguita da null’altra risposta sistemica (quella immunitaria). Per cui il
paradigma dell’esistenza di un materiale completamente inerte è stato
smontato dalle conoscenze mediche. Quindi per questi materiali si
mira sempre di più alla realizzazione di quelli che vengono chiamati
targable(?), cioè materiali che facciano ciò che vogliamo facciano in
uno specifico ambito. Per esempio uno scaffold che contenga all’interno
una serie di molecole segnale che lo orientino verso un certo tipo di
risposta.
Un esempio potrebbe essere una protesi ossea che contenga un
qualcosa che essendo riconosciuta dal tessuto osseo promuova la
crescita di quelle cellule specifiche che si differenziano e diventano
osteoblasti, che rilasciano matrice ecc., l’importante è che le cellule
immunitarie o quelle di uno specifico tessuto riconoscano quelle
molecole segnale. Questo vuol dire specificamente interattivo.
2) Biocompatibile = (vedremo dopo cosa voglia dire)
3) Stabile meccanicamente e chimicamente oppure biodegradabile =
esistono materiali protesici progettati per restare all’interno del corpo
per moltissimo tempo, si direbbe tutta la vita anche se in realtà non è
mai così, oppure materiali progettati per essere impiantati, e
successivamente degradare per poi scomparire del tutto.
4) Lavorabile = posso avere il materiale migliore sul mercato, ma se è
difficile da lavorare o è molto costoso cerco un’alternativa migliore. I
materiali polimerici per esempio sono molto facili da lavorare ma
soprattutto hanno un basso costo, rispetto ai metalli che devono subire
moltissime più lavorazioni per ottenere il pezzo finito. In realtà in ambito
biomedico NON si guardano mai i costi delle lavorazioni delle materie
prime (che sono quasi sempre totalmente irrilevanti perché il pezzo
finito costa molto di più di tutti i processi di lavorazione).
5) Non trombogenico = se il biomateriale (protesi vascolari ecc.) è a
contatto con il sangue non deve causare trombi.
6) Sterilizzabile = il biomateriale deve potere essere sterilizzato attraverso
differenti procedure come raggi gamma, pressione e temperatura, gas
al plasma, ossido di etilene e vapore ecc. i raggi gamma sono quelli più
utilizzati in molti ambiti non solo il biomedico, e per sterilizzare alcuni
polimeri bisogna fare attenzione alla loro capacità di resistere a tali
raggi, in quanto potrebbero variare alcune proprietà come il PM ecc.
Anche la temperatura potrebbe far variare le proprietà dei polimeri,
perché in genere la temperatura è al di sopra della tg.
BIOCOMPATIBILITA’
La biocompatibilità è un requisito fondamentale. Essa si definisce quando un
materiale:
non è tossico= non produce nessun prodotto che risulti essere tossico, per
esempio come monomero non reagito per i polimeri, o come ioni rilasciati dai
metalli. Il non essere citotossico deve essere sia sulla superficie né nel bulk,
perché può succedere che per effetto delle interazioni con il corpo umano il
materiale si bioeroda e quindi se è il bulk ad essere tossico e non la
superficie si arriverà ad un punto in cui la tossicità si manifesta comunque e
avrò una risposta di non biocompatibilità ritardata (anche mesi)
non causa risposta infiammatoria “cronica” = la risposta infiammatoria
acuta c’è sempre, dopo di che essa può svanire o diventare cronica.
Non deve promuovere allergie.
1)
La biocompatibilità quindi ha a che fare quindi con una interazione con il sito
dove viene inserito il biomateriale (cioè dalla cellula all’organo), perché la
citotossicità (derivante dalla cellula) può essere molto differente da una
tossicità scaturita da un organo. In ogni caso non dobbiamo avere la più
bassa tossicità dalla scala cellulare a quella dell’organo, tenuto conto anche
del fatto che le caratteristiche dei singoli tessuti tra loro possono essere molto
differenti.
2)
Bisogna tenere conto anche di tutti i fenomeni su aspetti meccanici, chimici,
farmacologici ecc. che entrano in gioco quando impiantiamo il biomateriale.
Un esempio può essere la corrosione (rilascio di ioni e o perdita del peso
molecolare) oppure aspetti del tutto biologici come la formazione di un film
proteico (come la fibrina per un vaso sanguigno che è il primo passo per la
riparazione). L’encapsulation è uno dei fenomeni negativi in cui il sistema
immunitario, per espellerlo, avvolge da una capsula fibrotica il materiale. La
formazione di trombi. La calcificazione è la deposizione di calcio dove non
dovrebbe essercene. Rilascio di sostanze tossiche. L’infragilimento in cui un
materiale che aveva delle certe caratteristiche meccaniche tende a rompersi.
La lisi cellulare indotta da prodotti di degradazione e per finire la reazione
sistemica. Oltre agli aspetti meccanici e chimici quindi si analizzano anche gli
aspetti farmacologici (quando vengono rilasciate piccole molecole
nell’organismo).
La biocompatibilità dipende da
diversi fattori:
dal tipo di materiale.
dallo stato di carico = se gli sforzi
sono statici, dinamici o ciclici.
L’interazione del materiale (sia
superficie che bulk) con il tessuto
cambia fortemente se il tessuto è
sottoposto a determinati carichi
durata del dispositivo
immaginata = per esempio una protesi d’anca dura 20-15 anni; se ho dei
fenomeni che limitano le proprietà del device essi devono esprimersi solo
dopo il tempo immaginato per la durata di quel dispositivo.
Interazioni con altri materiali.
Il biomateriale naturalmente si degrada secondo diverse modalità come
corrosione, dissoluzione, modificazioni chimiche, swelling (rigonfiamento),
leaching (rilascio sostanze per attrito); alle quali resiste attraverso alcune
proprietà come resistenza a frattura ecc.
Parlare di biocompatibilità vuol dire allora immaginare che un ingegnere, che
progetta un dispositivo medico, non tiene conto soltanto delle condizioni
attuali ma soprattutto della variabile tempo, che anzi qui è molto rilevante. Un
ingegnere biomedico quindi progetta un dispositivo conscendo cosa succede
“oggi” e cosa succederà nel tempo. Questo nella tissue eng. è un concetto
molto esaltato, perché i materiali progettati sono pensati per biodegradarsi e
quindi la cinetica di biodegradazione deve essere molto accurata (progetto il
materiale per le sue proprietà di oggi, e proietto nel tempo la sua variazione
delle proprietà, che naturalmente andranno a cambiare). Nella scienza dei
biomateriali allora è molto importante sia la performance analysis, che si
basa sulle proprietà meccaniche, ma anche altri elementi come
biocompatibilità, e tossicologia, passando dal test fondamentale di tossicità a
cose più complicate. Assieme alla biocompatibiltà esiste un problema legato
all’insorgere di patologie il cui effetto potrebbe essere amplificato dall’uso di
queste nuove tecnologie mediche (come per esempio la crescita di masse
tumorali come nei o altri casi non visibili). L’ingegneria dei tessuti ha come
principale obbiettivo quello di ricreare pezzi di ricambio, a partire dalle cellule
del proprio organismo. Andando sempre incontro a problemi etici e anche
biologici come l’accrescersi di masse tumorali.
La scienza dei biomateriali
Fisici, ingegneri, dentisti, chirurghi, veterinari (sperimentazione su animali)
sperimentano sempre nuovi materiali per rispondere sempre a tutti i problemi
legati ai corrispettivi ambiti. I biomateriali sono posizionabili in diversi livelli. A
livello industriale si lavora molto sulle proprietà e su processi di approvazione
che verificano le caratteristiche del materiale e poi del dispositivo (per
esempio la FDA). Il livello governativo lavora sui regolamenti di
approvazione. L’ultimo livello è quello clinico ospedaliero che analizza il
device nel suo utilizzo.
Analizziamo l’immagine sovrastante.
essa esprime la probabilità di fallimento di una protesi d’anca in funzione del
tempo. Utilizziamo proprio la protesi d’anca perchè abbiamo dati a lungo
termin
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Appunti della materia Tissue biomechanics
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Appunti completi di Drug Delivery
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Appunti di Knowledge Engineering
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Appunti completi di Trasformazioni di biomateriali - laboratorio di biomateriali