Introduzione al corso
Jura ricerche sulla natura delle forme scri2e di Meneghello - insieme di saggi di conferenze che ha tenuto per
vent’anni intorno al tema dello scrivere, del cos’è scrivere. Quando impariamo a parlare non abbiamo la
percezione di imparare delle regole, questo non vuol dire che il linguaggio appreso parlando non abbia delle
regole ma formalmente non le studiamo fino a quando andiamo a scuola, ed è solo in un secondo momento che
impariamo formalmente queste regole. Imparare a scrivere vuol dire tracciare un confine tra la scri@ura e il
parlato (al tempo era più marcato il questo confine), è un confine di mezzo. Meneghello dice: «ogni volta che
scrivo ho la percezione che non è semplice e immediato come il parlare, quando scrivo devo pensarci, non è la
stessa immediatezza che si ha parlando». La scri@ura come momento in cui penso e devo filtrare ciò che dico e
comunico.
Pietro Bembo è l’autore della prima codificazione ufficiale dell’italiano, l’italiano viene codificato per la prima
volta nel 1525 nelle Prose della volgare lingua, in quest’opera Bembo dice che scrivere è «parlare
pensatamente» quando mi me@o a scrivere filtro il mio pensiero. Lo scri@o dovrebbe avere un legame forte
→
con il parlare, non dovrebbe essere così distante dal parlato. Manzoni da una definizione dello scrivere molto
simile, dice che scrivere vuol dire “pensarci su” per scrivere devo arrivare ad esprimere un conce@o con la piena
corrispondenza di parola e conce@o, parola e cosa, parola e pensiero.
Un sinonimo non può sosPtuire in pieno un altro; scegliendo uno o l’altro si fa una scelta, per esempio una scelta
di registro; un sinonimo sosPtuisce solo in parte l’altra parola.
«Quando tu scrivi P sdoppi - dice Meneghello - divenP un’altra persona, la persona che scrive è un’altra rispe@o a
quella che parla, ha cara@erisPche proprie». La storia del parlato e quella dello scri@o hanno avuto due binari a
volte paralleli soltanto in pochi casi queste due storie si sono intersecate. La finalità del corso è quella di capire
qual è la storia della nostra lingua, da dove arriva l’italiano, quando è nata fino a come è arrivata ad oggi. La
lingua ha una storia, cambia nel tempo. La morfologia, la fonePca la sintassi e il lessico dell’italiano a@uale sono
già in parte nell’italiano di Dante, a differenza del francese che è molto più distante da quella del francese anPco.
Meneghello dice che: « il parlare è influenzato dal contesto in cui si sta parlando, mentre l’esercizio della scri@ura
è un esercizio da fare in solitudine, la scri@ura è un allontanamento». Quando si parla si parla in un contesto,
l’oralità risente e influenza il contesto, la parola subisce l’influenza di essere parola nel dialogo. La lingua parlata è
stre@amente correlata alla situazione in cui si esprime. La lingua non va studiata come un assoluto, ma va
studiata dentro al contesto in cui è immersa e sopra@u@o i linguisP hanno capito un conce@o importanPssimo:
quando parlo posso cambiare le cose, posso agire sul contesto in cui mi inserisco. Studiando espressioni parlate
come “dichiarare” si è capito che le parole hanno un potere sul contesto. La dichiarazione cambia lo stato di cose,
c’è un versante pragmaPco della lingua, i linguisP scoprono una dimensione della lingua.
DE VULGARI ELOQUENTIA, capitolo VI
Dante nel DeVE dice una cosa interessante sulla cultura del suo tempo che però vale anche oggi: tuY noi siamo
naPvi di un paese, lui cita Pietra Mala che sta ad indicare l’ulPmo dei paesi del mondo, e ogni Pietra Mala
discende da Adamo. Dante si scaglia contro quelli che esaltano la propria ci@à per origini collegate alla genesi o ai
miP greci: tuY noi cerchiamo di dire che la nostra ci@à è in assoluto la più bella e che la lingua che si parla in
questa ci@à è la più nobile, poi dice che ama Firenze e adesso che è per il mondo, usa l’immagine come un pesce
nel mare, guarda le cose, ha conosciuto i confini e capisce che la sua ci@à non è la più bella del mondo e il suo
volgare non è il più bello. Bisogna avere anche l’oggeYvità dell’ascolto e della le@ura di altre realtà. 1
Tema dell’ESILIO di Dante: non è solo un fa@o biografico, c’è qualcosa di più. L’esilio è importate importante
perché in questo modo Dante è entrato in conta@o con volgari diversi, a quel tempo ogni ci@à aveva il suo
volgare. Ogni centro aveva la sua lingua. Dante nell’esilio fa la conoscenza delle varietà linguisPche.
Nel Convivio (scri@o all’inizio della sua esperienza di esule) dice che lui va in esilio «per le parte a cui questa
lingua si stende», traccia il confine linguisPco che è quello del suo esilio. Si parlano tante varietà di volgare nel
Medioevo e lui dice «questa lingua».
L’O@ocento è il grande secolo di Dante, tuY gli uomini del Risorgimento e gli scri@ori del Risorgimento si
occupano di Dante. Foscolo, Mazzini, Mameli hanno tuY scri@o di Dante. Dante è così importante nel momento
in cui si sta fondando l’idea di nazione italiana e si arriva all’unificazione perché è stato il primo a parlare
dell’Italia. Il conce@o di Italia è definito da Dante. Definisce l’unità culturale dell’Italia nel DeVE, l’Italia è l’unità
culturale che fa riferimento ai “volgari del si” VOLGARE LATIUM è l’ePche@a in cui fa rientrale le qua@ordici
varietà che conta. Nel Risorgimento chi vuole fondare l’idea di Italia lo fa riprendendo il conce@o dantesco di
Italia e l’idea di esilio, l’esilio è il momento in cui Dante conosce questa varietà e postula l’esistenza di un ceppo
comune. Dante è percepito come il fondatore dell’idea di Italia. Non si può dire altre@anto o nello steso modo di
Petrarca e Boccaccio, loro hanno avuto un grande ruolo ma non quanto Dante, che diventa un riferimento per
tu@a la storia nazionale. La prima grande storia della lingua italiana scri@a nel 1960 ha un capito che si inPtola:
Dante è il padre della lingua italiana. La lingua è cambiata in alcuni momenP ma sempre con dei riferimenP fissi.
L’italiano che noi parliamo e scriviamo è il fiorenPno del Duecento. Il fiorenPno del Duecento per alcune ragioni
storiche e la lingua di Dante sono diventate l’idioma nazionale. Un altro tema del corso è il cambiamento della
lingua, la grande domanda è: come cambiano le lingue? E se una lingua cambia: come cambia e perché? ci sono
delle regole per il cambiamento di una lingua? Non percepiamo i cambiamenP perché arrivano con una lentezza
che non ci perme@e di verificare come cambia la lingua, però uno che è stato lontano dalla sua patria per alcuni
anni si può accorgere del suo cambiamento. Nel 1960 esce la Storia della lingua italiana di Bruno Migliorini, è la
prima storia della nostra lingua. Migliorini è il primo autore che inPtola ufficialmente storia della lingua italiana
un suo libro. È un linguista che dal 1938 aveva avuto la ca@edra di storia della lingua italiana, la prima ca@edra, a
Firenze. Il ’38 è l’anno delle reggi razziali. Nella nostra università studiava Benvenuto Aronne Terracini, era ebreo.
Aveva avuto nell’università di Milano l’affidamento di storia della lingua italiana, lui insegnava glo@ologia; viene
allontanato dall’insegnamento nel ’38, andava in una sorta di pensione anPcipata. Terracini lascia l’Italia e va ad
insegnare in ArgenPna, fino agli anni ’50 e in ArgenPna scrive un libro che si inPtola ConfliK di lingue e di
cultura. Questo libro si arPcola in tre capitoli:
- COME MUORE UNA LINGUA - se una lingua muore nasce anche? É difficile dire con precisione quando nasce
una lingua, ma anche quando una lingua muore. Il placito capuano del 960 è il primo documento reda@o in
lingua volgare italiana. Terracini dice che una lingua muore quando l’ulPmo parlante muore; gli altri possono
comprendere quella lingua ma senza parlarla. Una lingua muore quando nasce un’altra lingua, non è mai un
percorso con un’interruzione brusca. Terracini a lungo si è interrogato sul mutamento linguisPco, si chiese
come cambiano le lingue e ha fa@o uno schema, che è quello di un gradino una parte della lingua o del
→
fenomeno precedente è condiviso e una parte è nuovo. La percezione della distanza è molto evidente, la
lingua cambia nel tempo. Uno degli elemenP di cambiamento delle lingue è il tempo VARIABILE
→
DIACRONICA.
- IL PROBLEMA DELLA TRADUZIONE - la traduzione è un problema perché «tradurre è uguale a tradire»,
quando si traduce si tradisce un testo. Un determinato conce@o può sembrare travisato quando viene portato
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da una lingua, in cui è espresso in un certo modo, a un’altra; perché avviene questo? Dove sta il problema
della traduzione? La lingua è la massima espressione di una cultura. La cosa più difficile da tradurre sono modi
di dire cioè quelle espressioni che si conoscono bene e si usano senza problema, ma che non hanno un
corrispeYvo in un’altra lingua. C’è una barriera che la lingua pone, è difficile tradurre. QuesP modi hanno una
definizione di conce@o ma hanno dei significaP metaforici, è il TRASLATO, si sposta una formula che di per se
ha un senso proprio in un contesto metaforico, non è più il significato proprio ma è un significato diverso.
Questo significato diverso lo dà una comunità di parlanP, è l’uso della lingua che mi fa percepire il traslato e
usare quel modo traslato opportunamente, cioè nel contesto ada@o. Un’altra cosa difficile da tradurre è la
sintassi, che è una costruzione del pensiero che in una lingua si esprime in un modo e in un’altra in un altro
modo. La parola “tradurre” è del 1400 viene usata per la prima volta da un umanista e si riferiva alla
traduzione di Platone dal greco al laPno, prima si usava la parola volgarizzare. Dante nel Convivio si interroga e
porta i pro e i contro rispe@o alla sua scelta di scrivere un libro di commento alle canzoni in volgare e fa una
lunga considerazione sulla possibilità di tradurre. Dice che avrebbe potuto fare tu@o in laPno, lingua di chi
praPca la cultura, ma nella lingua c’è un “legame musaico", ossia di musica, che non può essere spezzato. C’è
una sorta di collante musicale che non si rende in un’altra lingua. L’italiano ha avuto il grande problema della
commedia, in Italia scrivere una commedia è stato difficilissimo. In Italia abbiamo avuto fino a tempi recenP,
fino agli anni ’70, una situazione linguisPca di lingua dell’uso frammentata, la lingua italiana è rimasta per
secoli una lingua scri@a. Come si fa a scrivere una commedia che fa ridere in una lingua che conosce solo una
piccola parte della popolazione? La commedia è il banco di prova di una lingua. La lingua italiana è rimasta per
secoli la lingua di una minoranza che scriveva, è stata la lingua di un codice scri@o, si parlavano i dialeY
comunemente a livelli diversi. L’Italia si presentava frammentata linguisPcamente, questa è la nostra
debolezza e forse anche la nostra forza. Noi veniamo da una tradizione linguisPca di varietà, dalla varietà di
dialeY. Solo recentemente la lingua italiana è diventata lingua dell’uso ed è diventata lingua di cultura.
- UNA LINGUA DI CULTURA - la lingua è la massima espressione di una cultura.
VARIABILE DIAMESICA - la lingua cambia in base al mezzo, parlato o scri@o, oggi aggiungiamo anche ciò che è
internet nelle sue varie forme che è una Ppologia di mezzo diversa rispe@o alle precedenP. 3
Unità didaKca B: Elemen1 di gramma1ca storica e le4ura di tes1. Esercitazioni sui manoscri7 delle origini
Evoluzione della lingua italiana nelle sue diverse varietà partendo dalle espressioni che sono i volgari italiani.
ES: CANE - PANE → sono due parole che differiscono perché nel secondo caso al posto della “c” c’è una “p”.
Queste due parole che differiscono per un solo elemento fonePco si chiamano COPPIA MINIMA. Cambiando “c”
e “p” si cambia il significato della parola. Allora vuol dire che “p” ha il potere di cambiare significato, questo
elemento è portatore di significato. “p” è un FONEMA cioè è quell’emissione di voce capace di portare un
significato.
Un FONO è definibile come la minima enPtà fonico-acusPca della lingua, è la realizzazione concreta di un
qualunque suono del linguaggio.
Un FONEMA è la minima enPtà linguisPca con valore disPnPvo, cioè non dotata di significato in sé, ma
capace di disPnguere due parole dal punto di vista semanPco, cioè del significato. I fonemi sono i foni che
cosPtuiscono le più piccole unità disPnPve di una lingua, capace di determinare differenze di significato.
Un fonema è capace di opporre semanPcamente due parole idenPche negli altri elemenP che le
compongono. Nella gamma di foni materialmente producibili, le diverse lingue ne perPnenPzzano un certo
numero assegnando loro valore disPnPvo: quando i foni hanno (in una data lingua) valore disPnPvo, cioè si
oppongono sistemaPcamente ad altri foni nel disPnguere e formare le parole di quella lingua si dice che
funzionano da fonemi. Fonema è dunque l’unità minima di seconda arPcolazione del sistema linguisPco.
Un fonema è una classe astra@a di foni, dotata di valore disPnPvo, cioè tale da opporre una parola ad
un’altra in una data lingua.
Una COPPIA MINIMA è una coppia di parole che sono uguali in tu@o tranne che per la presenza di un
fonema al posto di un altro in una data posizione. Le coppie minime sono formate da due parole che si
oppongono per la minima enPtà linguisPca, un fonema appunto.
I fonemi di una lingua sono individuabili a@raverso al PROVA DI COMMUTAZIONE: un fono corrisponde a
un fonema se la sua sosPtuzione con un altro fono in una parola di senso compiuto determina una parola
diversa per significato o forma grammaPcale. La prova di commutazione è un procedimento di scoperta
che consiste nel confrontare un’unità in cui compaia il fono di cui vogliamo dimostrare se è o no fonema
con altre unità della lingua che siano uguali in tu@o tranne che nella posizione in cui sta il fono in ogge@o
(prendere due elemenP e scambiarli di posto mantenendo invariato tu@o il resto del contesto).
Nell’esempio preso in esame ci sono due Ppi di fonemi presenP: FONEMA VOCALICO e FONEMA
CONSONANTICO.
Fonema vocalico: “a” ed “e” di pane → “a” è tonica cioè la vocale su cui si posa la voce per pronunciare la parola,
“e” è atona.
DisPnguiamo quindi VOCALI TONICHE e VOCALI ATONE, parliamo perciò di un vocalismo tonico e di un vocalismo
atono. Il fa@o che una vocale sia so@o accento porta questa vocale ad avere un’evoluzione e un tra@amento
differente dalla vocale che non è so@o accento, ci sono regole diverse che regolano l’evoluzione del vocalismo
tonico e quella del vocalismo atono.
Es: VETRO - VITREO → la parola “vetro” deriva da VĬTRUM(M) laPno. L’aggeYvo è un recupero colto dall’origine
laPna della parola, un laPnismo. Questo laPnismo ha un’introduzione colta, vuol dire che qualcuno ha cominciato
ad usare questa parola recuperando la base laPna, non è stato creato l’aggeYvo dalla parola “vetro”. L’aggeYvo è
un aggeYvo colto. L’aggeYvo colto riprende in tempi più recenP la forma laPna.
Altri esempi: FIUME - FLUVIALE; PLUS > PIÚ/ PLURALE 4
Abbiamo di fronte due Ppi di evoluzione, di storia delle parole: la normale evoluzione della parola usata
quoPdianamente e il RECUPERO COLTO, cioè una parola che esiste su un canale diverso di evoluzione. É un
intervento colto, non è una parola comune. Le parole hanno due livelli evoluPvi possibili: l’evoluzione POPOLARE,
spontanea e naturale, e invece un canale COLTO di formazione della parola. Le parole evolvono nel tempo
seguendo delle leggi che sono difficili da individuare.
La lingua italiana è una LINGUA NEOLATINA, fa parte delle lingue che discendono dal ceppo del laPno, sono le
cosidde@e LINGUE ROMANZE. Discendono dal laPno che gli studiosi hanno definito LATINO VOLGARE. Il laPno
volgare è un conce@o, non molto anPco, che definisce un laPno parlato, principalmente, e di uso quoPdiano, un
laPno della comunicazione quoPdiana diverso dal laPno degli scri@ori dell’epoca classica. Veniva usato non solo a
Roma, ma in tu@e le province dell’Impero. La lingua laPna aveva incontrato delle lingue che già erano in uso nei
vari territori dell’Impero e quindi risenPva dei fenomeni e degli aspeY grammaPcali delle lingue che erano
presenP, questa lingua che “sta so@o” si chiama LINGUA DI SOSTRATO. Questo ha portato una differenza di base
nelle lingue romanze.
Intorno al IV secolo avvengono dei mutamenP importanP a livello di laPno volgare, quesP mutamenP riguardano
sopra@u@o il vocalismo e il vocalismo tonico in parPcolare, vocali toniche del laPno classico (dell’età di Augusto).
Le vocali toniche si disPnguevano sulla base della lunghezza o brevità della vocale. Accade che, nell’uso
quoPdiano, le vocali brevi vengono progressivamente tra@ate non più con la brevità o la lunghezza, ma con un
grado di apertura; cioè la vocale breve dà una vocale aperta ossia pronunciata con maggiore apertura. Le vocali
laPne lunghe erano pronunciate con una persist
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