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Appunti completi di letteratura inglese II con prof Colombino, II semestre

Questo documento comprende tutti gli appunti presi in classe durante le lezioni del secondo semestre, svolte dalla professoressa Colombino. Il corso è Letteratura e cultura inglese II, anno 2016/17, presso UniGe facoltà lingue.

IL FILE É NELLA SUA VERSIONE DEFINITIVA! Comprende tutti gli argomenti visti durante il corso, con aggiunta una piccola analisi ad ogni poesia,... Vedi di più

Esame di Letteratura inglese docente Prof. L. Colombino

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Il romanzo vittoriano non è una finestra trasparente sulla realtà, perché il romanzo è una forma

letteraria pensata per un lettore borghese. Gli autori stessi erano della classe media, il romanzo

vittoriano tendeva a rappresentare maggiormente le classi medio-alte, che, in quanto a numeri, non

erano la maggior parte.

Romanzo vittoriano vs. struttura sociale

Il romanzo tende a focalizzarsi sulla borghesia: aristocracy e working class sono meno presenti nei

romanzi. Dal ‘700 in poi gli scrittori avevano associato il crescente potere economico a una nuova

autorità morale, a un nuovo ethos, che rifletteva il perdurare della cultura puritana. La morale

puritana formava e plasmava l’ethos della classe media ed era incentrata sul lavoro: il lavoro era il

valore che guidava la morale della classe stessa.

Questa morale incentrata sul lavoro era in contrasto con l’ideale aristocratico, più ozioso, dissoluto

e decadente. Era una classe intrappolata nel passato e contrastava il dinamismo e l’energia della

middle class. L’ideale di autodeterminazione della classe borghese, che pensava di essere l’artefice

del proprio destino, era in contrasto con l’ideale del rango, rank, aristocratico.

Self made men e rank men si scontravano.

I film sul Vittorianesimo fanno pensare che al centro delle opere ci fosse l’aristocrazia. In realtà

l’aristocrazia aveva posto marginale nella narrativa del tempo: si trovava meno frequentemente, al

pari della lower class, e quasi solo in romanzi che ambivano a dare una visione più ampia della

società. Romanzi tipo Bleak House di Dickens e Wives and Daughters di Gaskell sono romanzi

onnicomprensivi della società britannica e di tutte le sue classi. Erano fiction su realtà provinciali e

piccole comunità, o città di provincia, quindi più facilmente rappresentabili, o romanzi ambiziosi che

fornivano la realtà urbana. In questi romanzi la proprietà fondiaria rappresenta un ideale di stabilità

in un mondo dominato dal dinamismo economico e dall’imprevedibilità della fortuna finanziaria. Gli

industriali, se possibile, lasciavano il commercio per investire sulle case di campagna, diventando

aristocratici: l’aristocrazia era esotica, misteriosa e attraente.

Il romanzo era una forma borghese: l’aristocracy veniva vista attraverso gli occhi borghesi, ma al

contempo era potenzialmente corruttivo per le classi meno abbienti che entravano in contatto con

l’aristocrazia. Comunque, le classi più alte guardavano quelle più basse con disprezzo e le ritenevano

pericolose.

Questa rappresentazione comunque mutò nel tempo. Nei primi romanzi di Dickens, come per

esempio in Nicholas Nickleby, l’aristocratico è un predatore, attenta alle virtù di una fanciulla, ed è

colmo di stereotipi.

Dagli anni ’50 le figure più stereotipate lasciano il posto a una rappresentazione più sfumata e

complessa, con tinte meno forti. Il privilegio sociale è associato alla possibilità di dissipare il denaro,

immoralità che dagli anni ’50 viene curata attraverso l’amore romantico o la sottomissione

dell’aristocratico a una donna virtuosa, la quale lo riporta sulla via della rettitudine morale. L’ethos

vince sul borghese e trionfa sulle amoralità dell’aristocrazia; avviene quindi un addomesticamento.

Questo è un elemento di Tess of the d’Urbervilles, che ha un finale molto amaro.

Comunque c’è un crescente tentativo di ridefinire il concetto di gentleman: rango ed eredità

vengono associati. Coraggio, lealtà e onore spesso mancano: il gentleman ricava la forza morale da

un’autonomia economica, che lo rende indipendente dai dettagli del commercio. Non era

necessario, per lui, guadagnare. Il gentiluomo era sprezzante nei confronti del borghese, che

passava la vita a lavorare e a interessarsi dell’economia.

Nel corso del secolo l’aristocrazia si modificò, tendendo a inglobare i ricchi industriali pieni di

fortuna. Questo processo sociale crescente ridefinì il concetto di gentiluomo. Si perse l’associazione

con il rank, e assunse tratti legati ai possedimenti e alla morale.

Letteratura didascalica vittoriana e romanzo industriale: classi sociali, la donna, la lingua

Spicca il celebre manuale di Smiles, Self Help. Dimostra che determinate qualità (forza di volontà,

intraprendenza, etc) sono in grado di condurre l’uomo volenteroso fino alla fama e al successo,

anche partendo dalla miseria. La figura del self-made man è spesso ricorrente nei romanzi vittoriani,

difatti: in Hard Times si dimostra l’idea dell’autodeterminazione.

Il padre di Dickens, impiegato governativo con enormi difficoltà economiche, sarebbe potuto essere

un protagonista di un romanzo vittoriano, avrebbe portato pathos e commedia nell’opera proprio

grazie avversità economiche che riducevano le famiglie a vivere nella miseria.

La donna in questo discorso era assente: elle trovava nel matrimonio l’unica via per l’ascesa sociale,

che faceva di lei quindi un essere dipendente dall’uomo. La donna aveva quindi paura anche di

peggiorare la propria condizione, soprattutto se faceva parte della lower middle class.

La classe operaia è vista attraverso gli occhi della middle class e viene associata a problemi sociali

particolarmente complessi: nei romanzi vittoriani la classe operaia era legata a povertà, alla

disoccupazione, ad ambienti squallidi, al lavoro minorile e ad altre piaghe sociali. Era anche associata

alle rivendicazioni politiche. Nei romanzi si nota spesso l’interesse sociologico e umanitario nei

confronti degli strati più deboli della società.

Mary Barton parla delle sofferenze degli operai disoccupati, è un romanzo che illumina e spiega al

lettore borghese la condizione della classe operaia. Voleva far comprendere le ragioni del

malcontento e dei disordini sociali che davano così tanta preoccupazione alle classi più agiate.

I poveri erano una massa, quindi oggetto di timore, disprezzo e repulsione. Erano spesso ignorati e

poco approfonditi anche per questi motivi.

La divisione tra classi è rappresentata anche dal linguaggio: l’inglese cambiava a seconda dei

personaggi e delle tematiche (varianti diastratiche).

Il romanzo era una forma borghese: il linguaggio nei personaggi che appartengono stabilmente alla

middle class usano un inglese standard, e la loro lingua è standard come l’etica.

Invece le altre due classi presentano un inglese marcato socialmente.

Gli aristocratici colti parlano un inglese più alto, ma con una pronuncia strascicata (droll english),

che viene riprodotta con una scrittura fonetica tipo we-e-ell (anziché well).

I personaggi della working class come in Great Expectations e Oliver Twist ascendono alla classe

media, ed è più problematico rappresentarli linguisticamente. Già all’inizio appaiono diversi nella

lingua rispetto ai loro simili, poiché parlano un inglese non oppure poco marcato. Un inglese troppo

marcato sarebbe stato visto dal lettore come un ostacolo insuperabile, per quel personaggio, nella

sua evoluzione culturale/sociale.

Tra fine anni ’30 e fine anni ’50 si sviluppò un sottogenere del romanzo vittoriano, definito romanzo

industriale. Questi anni sono i più caldi per la società, basti pensare che il People’s Charter era del

1839.

Il sottogenere si focalizza sulla lower class: questi romanzi mostrano la lotta degli operai e i disordini

sociali sono al centro delle opere, insieme alla diffusione dei sindacati. Un esempio di questa

letteratura si trova nelle opere del Primo Ministro Disraeli, che scrisse Sybil, e Gaskell, autrice di

Mary Barton e North and South. Pure Dickens affronta lo stile industriale con Hard Times, nel 1855.

Questi romanzi mettono in scena forme di rivolta e atti di violenza, ma causati non direttamente

dagli operai. Spesso i lavoratori erano considerati privi di coscienza di classe dalla middle class; erano

invece i sindacati a guidare gli operai e le rivolte. Alcuni agitatori politici senza scrupoli cavalcano

l’onda di rabbia, di malcontento e di frustrazione dei lavoratori.

Il timore della violenza doveva essere però trattato con solidarietà e simpatia: come si poteva gestire

la tensione tra paura ed empatia? Nel romanzo industriale questa tensione viene negoziata

attraverso la focalizzazione su un personaggio, di solito isolato, della working class, che lotta da solo

per esprimere, con innumerevoli difficoltà (ignoranza, emarginazione, solitudine) il segno

dell’ingiustizia sociale che lo opprime. Quel personaggio non permette alla sua frustrazione di

sfociare in violenza: l’esempio migliore è Stephen Blackpool, uno dei protagonisti di Hard Times.

La sua dignità e il suo status morale sono superiori rispetto a quello dei suoi pari.

Questa strategia permette allo scrittore di convogliare la problematica sociale di molti su un solo

individuo, e permette di cercare una soluzione a quei problemi attraverso il singolo personaggio.

Questa tendenza terminò alla fine degli anni ’50 per un preciso motivo: gli anni ’60 furono anni di

riforme che piano piano elargirono maggiori diritti alla working class.

La classe lavorativa del nord, dove l’industria era più avanzata, veniva rappresentata in questi

romanzi detti industriali. La classe lavorativa londinese aveva più spazio in generale nel romanzo

vittoriano, di cui Dickens è sempre uno degli autori più prolifici. Questi scrittori hanno contribuito a

formare la percezione della working class sia del pubblico vittoriano, sia la nostra.

Un altro ruolo di Dickens è stato quello di smuovere le coscienze e di portare a riforme sociali di cui

c’era bisogno, poiché la working class di Londra viveva in condizioni al limite della sopravvivenza. In

quegli anni sempre più aree di Londra erano usate per costruire gli slums, ovvero quartieri per

poveri, in generale detti bassifondi. Questo era motivo di ansia e preoccupazione per le schiere più

alte della società, che temevano e schifavano i poveri lavoratori.

Come vengono rappresentati i poveri? Un esempio è Pickwick Paper, romanzo di grande successo,

con stile comico, in cui viene presentata la società come un luogo in cui vivono in armonia ricchi e

poveri. Con Oliver Twist, del 1839, Dickens ha già modificato il suo modo di rappresentare la working

class, e attacca apertamente la politica del tempo, ritenuta insensibile alla condizione degli operai.

Il suo obiettivo era attaccare la New Poor Law, che toglieva gli investimenti per contrastare la

povertà e prevedeva la creazione di work houses, dentro alle quali i poveri venivano rinchiusi e

lasciati in condizioni misere. Questo sarebbe dovuto essere un deterrente per invogliare i poveri a

cercare un’occupazione per non finirci dentro. Disincentivava anche i finti poveri che cercavano di

ottenere sussidi: vista la durezza delle work houses solo chi era disperato vi sarebbe andato.

Dickens quindi accantonò la comicità per abbracciare questioni più politiche e sociali.

Nel romanzo vittoriano, di stampo realista, la scrittura era molto dettagliata. Tali dettagli dovevano

veicolare vari temi: sociologici, morali e psicologici. L’interiorità del personaggio trovava

espressione, indirettamente, attraverso aspetti visibili, ovvero materiali. Questo interesse per i

dettagli e per i particolari della realtà visibile era tipico del tempo, ed erano le stesse discipline

emergenti dell’800 (quali storia, archeologia e sociologia) a incoraggiare la raccolta dei dati

materiali. L’influenza delle nuove scienze sul romanzo è evidente: si ricercavano dati e si inserivano

all’interno delle opere.

Fenomeni sociali che spingevano verso la codificazione minuziosa della realtà visibile

Gli sviluppi della cultura materiale del tempo e i progressi tecnologici che interessavano anche la

stampa permisero di rendere di più facile produzione e diffusione le immagini. Costava sempre

meno produrre giornali e riprodurre fotografie, e in quest’epoca nacque l’interesse verso musei e

gallerie d’arte. Gli occhi dei cittadini venivano sollecitati da nuovi prodotti e da pubblicità, che

cominciavano a fare parte dell’arredo urbano. Il continuo invito all’osservazione portava a

interpretare tutto ciò che si vedeva.

In questo svilupparsi di cultura visiva, il libro aveva molta importanza: l’aspetto del libro si modificò,

poiché vennero create copertine elaborate. Il libro diventava un prodotto della cultura materiale, e

venivano studiati stratagemmi per attirare gli occhi. Disegno e fotografia assunsero molta

importanza e ci fu molta competitività in questo campo. Le tecniche di stampa, diventando sempre

più convenienti, permisero la diffusione delle illustrazioni in breve tempo.

L’aggiunta di dettagli materiali a ciò che c’era nel testo permise al libro una piccola evoluzione.

Dickens infatti collaborò con artisti grafici, in particolare con Browne, detto Phiz. Nelle illustrazioni

di Phiz ci si trova la tendenza all’amplificazione delle caratterizzazioni dei personaggi. I personaggi

negativi venivano esagerati nei tratti grotteschi, i personaggi sentimentali e positivi venivano invece

addolciti.

Tra le illustrazioni e le arti visive si ricordano i primi esperimenti di immagini in movimento, tra cui

caleidoscopio, zootropio e praxinoscopio. Le nuove arti visive venivano usate in ambito domestico

come forme di intrattenimento.

La commercializzazione della fotografia e di altre forme d’arte è importante perché ha portato le

altre arti a ripensare alla riproduzione grafica: questi strumenti nuovi permettevano di raggiungere

l’oggettività. Nell’800 la fotografia dava un nuovo standard, perché se oggi la fotografia è comunque

opera soggettiva, al tempo la si considerava pura oggettività.

Spesso riferendosi alla fotografia si parlava di morte della pittura: si pensava la pittura potesse

sparire a favore delle foto, e infatti la tendenza pittorica dell’epoca volgeva all’astrazione. Così

facendo, la pittura si allontanava dalla realtà e da quello che la fotografia poteva velocemente e

facilmente immortalare.

La fotografia era concepita come meccanizzazione della realtà: per i vittoriani aveva qualcosa di

disumanizzante, ma era comunque diffusa.

Romanzo, cultura visiva e scienze: visione esteriore vs interiore. Impatto delle teorie sulle opere

Con la registrazione dei dettagli visivi però non si coglieva la dimensione interiore dei personaggi: la

sfera psicologica rimaneva inesplorata. Con un’immagine di un personaggio si rischiava di arrivare a

pensieri sbagliati, perché avrebbe potuto dare un’idea che non rispettava quella dell’autore. Basarsi

sulle immagini nei romanzi quindi non era giusto, occorreva considerare anche la psiche.

In Hardy ogni personaggio ha la propria percezione, si perde la visione universale, oggettiva; in

Dickens un personaggio spesso rappresentava un’intera classe sociale o un gruppo di persone.

Fantasmi e allucinazioni furono un ulteriore simbolo di come i vittoriani giocassero sull’instabilità e

l’inaffidabilità dell’occhio. A volte i fantasmi avevano significati didattici, ma più spesso

rappresentavano le difficoltà di interpretare la realtà. The Picture of Dorian Gray, opera di Wilde di

fine secolo, è dominato da potere dei sensi, la vista soprattutto. L’elemento sovrannaturale svela

che i sensi sono spesso inaffidabili, ed è il simbolo della mistificazione dell’immagine.

Alcune scienze e pseudoscienze, quali fisiognomica e frenologia, fecero rivalutare l’aspetto fisico e

visivo. Entrambe si fondavano sulla convinzione che ci fosse un rapporto tra caratteristiche fisiche

e attività mentale. La fisiognomica si sviluppò a fine ‘700, mentre la frenologia all’inizio dell’800.

Entrambe stesero la strada a pretesti razzisti, poi usati per giustificare il colonialismo.

Un campo propriamente scientifico è la psicologia. Nell’800 si diffusero varie teorie sull’inconscio.

Oggi il termine ha la connotazione freudiana, ma il concetto di conscio risale a prima, con il filosofo

romantico Schelling (XVIII secolo). Più tardi il poeta romantico Coleridge importò il concetto in

Inghilterra.

La definizione di inconscio ha due connotazioni:

- inconscio della fisiologia, ovvero lo studio dei riflessi automatici, non cosci, quali

sonnambulismo e allucinazioni/trance

- inconscio evolutivo, che appare con le teorie di Darwin. È un inconscio radicato nel nostro

passato genetico.

In Tess of the d’Urbervilles appaiono queste teorie, così come in Principles of Psychology di Spencer.

Quest’ultimo legge l’inconscio in termini di trasmissione genetica attraverso le generazioni.

L’influenza di queste teorie è evidente nella narrativa di Hardy, che rispetto a Dickens scrisse più

verso fine secolo, ovvero in un periodo in cui gli studi psicologici erano più frequenti e diffusi.

Alcuni personaggi sono influenzati da caratteri ereditari, sui quali non hanno alcun potere e ne sono

vittime. Tess e Jude sono vittime di caratteristiche genetiche di cui non sono nemmeno

perfettamente coscienti, non possono dominare il loro carattere. Con loro viene rappresentata la

sconfitta dell’autodeterminazione: non tutti sono artefici del proprio destino, nonostante molti

borghesi li fossero, i personaggi più umili non si capivano a fondo e risultavano diversi dagli altri

membri della società.

Dal punto di vista dell’ethos borghese, nella seconda parte del secolo c’è una trasformazione. L’idea

dell’ethos viene sostituita dal determinismo biologico, ovvero dall’idea che tutto sia già scritto nel

nostro inconscio evolutivo. La narrativa tardo-vittoriana rappresenta individui con un animo

nascosto (hidden soul) padrone del loro essere cosciente.

La teoria della sopravvivenza del più forte, diffusa durante l’800 e usata poi come giustificazione per

la colonizzazione dell’Africa, non fu fondata da Darwin ma da Spencer. Egli è colui che più degli altri

si impegnò nella divulgazione del termine e del concetto di evoluzione: l’idea del survival of the

fittest era basata sulle differenze degli individui. Tali differenze erano fisiche, razziali e sociali.

Questa teoria spiegava che quindi esisteva effettivamente qualcosa di innato che impediva il

successo di un individuo, e si diffonde il concetto di unfit, che può essere inteso come individuo

inadatto fisicamente, mentalmente e socialmente. Questo significava che i criminali, i poveri e i

malati fossero unfit: di conseguenza erano destinati a estinguersi. Come avrebbe dovuto gestire,

l’impero, una situazione del genere? Il pretesto era quindi assoggettare gli unfit e portare la civiltà

dove non sembrava esserci. Si cominciava a parlare di razze superiori e inferiori: la salute degli unfit,

intesa come salute fisica, mentale e sociale, poteva essere recuperata modificando l’ambiente in cui

si trovavano. Il determinismo biologico quindi poteva essere ostacolato e migliorato, secondo alcuni

studiosi, con l’intervento della società civile. Queste idee erano spesso confuse e usate in malo

modo per giustificare le azioni.

Darwin deve molto alle teorie del reverendo Malthus, che scrisse un saggio molto influente sulla

cultura dell’epoca. Pensava che la crescita demografica non fosse sostenibile oltre un certo limite,

perché le risorse naturali sono limitate. Darwin ne trasse la convinzione che la natura fosse

caratterizzata dalla sovrabbondanza e dallo spreco: la natura genera forme di vita in quantità

superiori a quelle assorbibili dall’ambiente. Alcune specie sono quindi destinate a soccombere

perché superflue o inadatte. Queste teorie si riflettevano però sulla società umana e vennero

riadattate da pensatori e politici.

Gli studi di Malthus derivano dalla paura che la classe più alta provava nei confronti delle classi più

povere. Gli strati più bassi della società erano rappresentati da Malthus come “pericolosamente”

più fertili. Questa capacità riproduttiva maggiore delle possibilità concesse dalla natura è alla base

del suicidio di un personaggio in un libro, “done because we are too many.”

Il saggio di Spencer propone una soluzione alla povertà e alla malattia: l’eugenetica, ovvero la

promozione di metodi con l’obiettivo di migliorare la specie umana. Prevedeva anche la riduzione

degli unfit, che sarebbe stata compiuta attraverso misure politiche e sociali contro i poveri.

L’abbandono dei poveri significava portarli all’estinzione, e sarebbe stato vietato ogni tipo di carità

o aiuto a questi.

Nei romanzi queste teorie e questi pensieri si riflettono in maniere diverse.

Hardy ridefinisce l’idea di natura: non la idealizza più come facevano i romantici, non è più

manifestazione del panteismo. Il concetto di natura romantica viene stravolto dalla teoria

darwiniana, nel mondo sconvolto dalle sue idee gli esseri umani, malgrado tutti gli aspetti che li

distinguono dalle altre forme di vita, sono parte integrante del mondo naturale e sono soggetti alle

stesse leggi a cui sono soggetti gli animali, e di conseguenza anche alla legge della sopravvivenza del

più forte. In Tess of the d’Urbervilles Hardy contesta il poeta secondo il quale esisterebbe un disegno

divino nella natura, ovvero Wordsworth.

Dickens

Ormai entrato nei canoni inglesi, rappresenta la figura di un narratore che è rimasto nel tempo

oggetto di interesse, sia per la ricerca accademica, sia per il grande pubblico.

Dickens nacque in una famiglia di classe medio-bassa, e visse l’infanzia in povertà estrema. Il padre

John era impiegato in un ufficio della marina, e fu trasferito in un’altra città per lavoro, dove c’era

un cantiere ancora attivo per le guerre napoleoniche. La famiglia era molto ampia; il padre fu poi

ritrasferito a Londra. I pellegrinaggi però continuavano: a Chatham, nel Kent, Charles trascorse un

periodo abbastanza felice e spensierato. Lì cominciò con la scrittura creativa, e si scoprì “autore

teatrale”: già scriveva e metteva in scena le sue opere. In questo periodo quindi era ignaro delle

difficoltà economiche del padre, che nonostante avesse un salario raddoppiato si era indebitato.

Nel 1819 si spostarono a Londra, Camden Town. Nel 1824 Charles fu obbligato a lasciare la scuola

per aiutare economicamente la famiglia, e iniziò il suo calvario alla Warren’s Blacking, ditta di smalto

per lucidare le scarpe. Il magazzino in cui lavorava era degno delle più pittoresche illustrazioni del

tempo: era infestato da ratti e cadeva a pezzi, elementi che si ritrovano spesso nei suoi romanzi.

In David Copperfield, romanzo con tratti autobiografici, il protagonista svolge un lavoro simile in una

ditta di imbottigliamento di vini. Comunque, il sacrificio di Charles non fu sufficiente in quanto il

padre venne poi arrestato per debiti e rinchiuso in prigione. L’intera famiglia dovette quindi

abbandonare casa, vendere gli averi e trasferirsi in prigione, per merito della forma assistenziale che

veniva garantita alla famiglia del detenuto, che sarebbe altrimenti stata incapace di badare a se

stessa. L’incarcerazione del padre durò tre mesi, periodo in cui la moglie morì.

Nel frattempo Charles venne spostato dal magazzino sul Tamigi in un posto migliore, ovvero il

quartiere centrale di Covent Garden: si occupava ora di attaccare le etichette, sempre per la stessa

ditta, seduto in bella vista nella vetrina dello shop. Fu il padre, successivamente, a liberare il figlio

da questa umiliazione.

Charles tornò a scuola ma l’esperienza di lavoro gli aveva lasciato un segno indelebile: nei suoi

romanzi infatti si riflette il suo malessere attraverso personaggi vulnerabili, bambini, orfani, operai;

Oliver Twist, Pip, Stephen Blackpool…

Dickens cercava di attirare l’attenzione sulla condizione pessima di alcuni strati sociali. Divenne in

seguito stenografo presso il giornale che commentava e relazionava l’attività del parlamento.

Andava spesso a teatro e ad assistere a varie forme popolari del teatro; addirittura prese lezioni per

diventare cantante. La passione per il drama (teatro) è importante perché gli fece capire

l’importanza dei gesti, dei comportamenti e dell’accento delle persone. Questi elementi avevano

effetti comici e trasmettevano sentimenti al lettore, intrattenendolo. Questo periodo londinese si

rifletterà molto sulla sua opera: la città sarà molto presente nei suoi romanzi, dopo essere stata

parte integrante della sua vita. Dickens praticava anche vagabondaggi notturni per la città, e come

giornalista conosceva le istituzioni e la capitale. Questo lavoro si rivelò molto utile alla sua scrittura.

Fu quindi giornalista/reporter a Londra e altre città. I suoi articoli erano apparsi spesso su più giornali

e la sua reputazione era cresciuta. Gli fu pubblicato, sul Monthly Magazine, un suo scritto narrativo.

I primi cinque di questa serie non furono firmati, ma dal sesto si cominciò a firmare Boz. Queste

opere andarono sotto il nome di Sketches by Boz, e furono di successo. La cosa incoraggiò l’autore

e scrisse Pickwick Papers, pubblicato mensilmente in 20 episodi. Il riscontro positivo lo invogliò a

scrivere, durante la stesura di Pickwick Papers, un’altra opera che fu pubblicata ancora una volta

mensilmente: Oliver Twist. Continuava a scrivere varie opere insieme, e così scrisse Nicholas

Nickleby e The Old Curiosity Shop e Barnaby Rudge.

Dickens era ormai diventato un personaggio conosciuto e cominciò a pubblicare anche opere intere.

La popolarità era fonte di benefici, e diventò membro di due club esclusivi. Fu invitato a diventare

membro del parlamento (declinò) e a tenere conferenze, cosa per la quale era molto portato data

la sua capacità di parlare e affascinare il pubblico.

Nel 1842 partì per un viaggio in America, dove fu turbato dal trattamento a cui gli schiavi erano

sottoposti. Gli americani, già suoi lettori, lo ricevettero con entusiasmo, ma non furono pronti ad

accogliere le sue richieste e a stabilire un accordo internazionale sul copyright, elemento che faceva

perdere potenziali entrate agli scrittori europei. Dickens fu molto polemico nei confronti degli

americani e affermò che uno scrittore come Scott non sarebbe finito in bancarotta e non sarebbe

morto di stenti se gli editori americani gli avessero pagato le Royalties. Gli americani risposero a

tono e Dickens pubblicò le American Notes a pochi mesi di distanza dalla visita negli USA, per

raccontare la sua avventura. In seguito pubblicò Martin Chuzzlewit, con ambienti americani e

critiche verso il Nuovo Continente, cose che portarono a una crisi tra lo scrittore e i lettori d’oltre

oceano.

Trasferitosi a Genova nel 1844, vi scrisse The Chimes, opera che richiama le campane che sentiva

dalla sua villa. L’Italia gli ispirò un libro di viaggi, Pictures from Italy.

La morte della sorella a causa di tubercolosi lo portò a un periodo tragico e di introspezione, che gli

fece pensare di scrivere una autobiografia, progetto che poi abbandonò. Decise invece di inserire

elementi autobiografici in un romanzo autobiografico, David Copperfield. È un classico romanzo di

formazione ottocentesco, scritto in prima persona, che racconta in versione romanzata la gioventù

del protagonista.

Non abbandonò del tutto il giornalismo: continuava infatti ad avere un ruolo importante nella sua

vita e fondò un settimanale, l’Household Words, a cui seguì un altro periodico, All Year Round.

Questo garantiva un’ulteriore entrata stabile ma Dickens continuava imperterrito la produzione

narrativa. Gli anni ’50 furono prolifici: dopo David Copperfield pubblicò 24 romanzi, tra cui Bleak

House, Hard Times, Little Dorrit, A Tale of Two Cities (London and Paris). Nel 1856 comprò una vasta

proprietà nel Kent, la zona a cui erano legati i suoi pensieri felici d’infanzia. In quel luogo ambientò

Great Expectations.

Negli anni ’60 scrisse ancora, e il suo ultimo romanzo compiuto è Our Mutual Friend. Scrisse un

giallo, che rimase incompiuto, Mysteries of Edwin Drood.

Morì nel 1870 e fu sepolto alla Westminster Abbey.

La poetica di Dickens

L’interesse per la cultura popolare e per il teatro

Parte del successo di Dickens è da attribuire alla sua capacità di destabilizzare la cultura, opponendo

cultura alta e cultura bassa (highbrow vs lowbrow), grazie alla sua capacità di sovvertire le categorie

letterarie e culturali della trazione, e grazie alla sua inclinazione a contaminare le forme.

Il romanzo all’epoca era considerato un genere basso (lowbrow), non era considerato elitario come

la poesia. Malgrado la popolarità dei suoi romanzi, Dickens non si considerava parte della lowbrow,

poiché secondo lui i suoi romanzi avevano un valore letterario. Questo valore stava nella sua

capacità di assorbire le suggestioni, che venivano anche dalla cultura popolare, e inglobarla nelle

sue opere. Era quindi sostenitore della letterarietà del romanzo: il suo romanzo sarebbe andato

bene a qualsiasi lettore di qualsiasi fascia sociale.

In Dickens c’è anche l’influenza del genere teatrale, del melodramma:

La caratterizzazione dei personaggi era molto stereotipata e semplificata, prevaleva quindi

l’importanza della trama.

La trama voleva suscitare forti emozioni, e quindi alimentare il sensazionalismo in maniera simile a

come faceva il giornalismo: il bene doveva quindi sempre trionfare sul male.

A quei tempi il teatro era molto frequentato, più che in ogni altra epoca storica. La working class e

gli artigiani erano i principali frequentatori: il teatro era un genere recente e per Dickens era un

modello interessante per la sua caratteristica sociale. Infatti raggruppava in uno stesso luogo varie

classe sociali che prima non entravano mai in contatto. Il teatro non era sempre o solo elitario, era

anche anti-intellettuale.

Per Dickens l’intrattenimento, teatro o romanzo che fosse, si basava su un principio: sulla

condivisione di un’emozione. Tutto il pubblico condivideva un sentimento e secondo lo scrittore era

un aspetto importante, perché promuoveva un momento di coesione sociale che non sarebbe stato

possibile altrove. Tutte le classi si ritrovavano intorno alla stessa esperienza e questa coesione era

di fondamentale importanza: la società del tempo, che si stava industrializzando e urbanizzando,

stava frammentandosi sempre più, e quindi crescevano i conflitti di classe. L’intrattenimento

produceva un momento di fuga dalla realtà, in un contesto sociale sempre più alienante e

disumanizzante. Questo si può notare in Hard Times, dove si può vedere una variante del

melodramma, il circo, che nel romanzo è l’incoronazione dei valori positivi della società:

l’immaginazione e lo svago curano la mente inaridita dalla mera logica della produzione e del

profitto. Dickens inserisce quindi il senso di comunità nelle sue opere.

Ideali e politica del tempo - riformatore o conservatore?

Specialmente in Hard Times Dickens critica il funzionamento delle scuole politecniche destinate ai

figli della working class, che promuovevano idee utilitaristiche. Le sue opere non promuovevano

una controcultura del proletariato, cosi come non proponevano elaborati punti di vista politici:

Dickens si tenne lontano dalle idee radicali, che invece venivano spesso abbracciate dalle classi

operaie, risultando spesso violente.

L’argomento centrale della critica su Dickens gira intorno all’orientamento politico: era

conservatore o riformatore?

La sua idea di intrattenimento era fondamentalmente conservatrice: l’intrattenimento era più

presente della denuncia sociale. A Dickens preoccupava l’aspetto umano e sociale, pensava che i

valori comunitari stessero cadendo a pezzi. Per questo recuperò gli ideali di comunità del passato,

con nostalgia.

Comunque, definirlo conservatore sarebbe una forzatura: Oliver Twist fu considerato un romanzo

sovversivo, la critica lo riteneva una celebrazione della vita criminosa. C’era il rischio quindi di

danneggiare la reputazione della letteratura popolare: Dickens si difese in una prefazione in cui

ricostruiva una genealogia letteraria nobile e prestigiosa, citando scrittori come Defoe, Richardson

e Hoghart.

Alcuni critici vedevano in Dickens un riformatore: aveva influenzato l’opinione pubblica su molte

questioni sociali, portando anche a riforme nel campo dell’istruzione e della salute pubblica,

denunciando condizioni di vita misere e atteggiamenti criminali. Le riforme in Gran Bretagna

cominciarono negli anni ’60 e alleviarono la tensione sociale, portando la società inglese verso pace

e sicurezza (momentanee). Dickens era capace di ridicolizzare la pomposità e la distanza della realtà

con personaggi grotteschi di politici e altre cariche istituzionali. Non è comunque definibile

riformatore perché non offriva soluzioni chiare e definitive ai problemi del tempo. Non avendo

elaborato un pensiero preciso e alternativo, gli vengono poste sia l’etichetta di radicale/riformatore,

sia di conservatore.

Quale era il pensiero dominante dell’epoca? Dickens, nato nel 1812, crebbe in un’epoca di

innovazione continua: treni, telegrafo… Il paese cambiava profondamente, e in pochi decenni questi

mutamenti erano più evidenti nelle aree urbane: Londra passò da 1 milione di abitanti a 4 milioni

nel giro di qualche decina di anni.

Tre furono gli uomini che contribuirono a definire questi cambiamenti nella società:

Adam Smith: The Wealth of Nations. Divenne l’oracolo di coloro che credevano nella dottrina del

laisser faire. Il governo non doveva intervenire sulla o interferire con l’economia; c’era l’idea che

ognuno, nella sua occupazione, dovesse cercare il proprio vantaggio. La mano invisibile del mercato

garantiva, con l’equilibrio, che il profitto, perseguito con egoismo dal singolo, andasse a beneficio

dell’intera società. Esisteva quindi il pensiero di utile generale, di bene comune. I seguaci di Smith

furono economisti che molto influenzarono le idee dell’epoca di Dickens. La loro convinzione che il

governo non dovesse intervenire sul mercato non doveva essere messa in discussione.

Malthus: An Essay on the Principle of Population. Ha influenzato le teorie di Darwin; Malthus era

convinto che il popolo inglese stesse crescendo a un ritmo disastroso. L’unico rimedio era diminuire

la popolazione, o facendola morire di fame, o con il controllo delle nascite. Dickens si opponeva alle

teorie di Smith e Malthus e lo si vede in Hard Times: i figli più piccoli di Gradgrind si chiamano Adam

Smith e Malthus, e Dickens immagina per loro un libro di filastrocche chiamato Filastrocche di

Malthus.

Bentham: il padre, Thomas Gradgrind, è l’incarnazione dell’utilitarismo, sistema filosofico concepito

da questo terzo interprete della società del tempo. Il suo pensiero si fonda sull’equazione

matematica per cui tutto il bene etico corrisponde all’utile, e il male corrisponde a tutto ciò che

nuoce alla felicità. Nella formulazione di Bentham è utile, e quindi etico, tutto quello che produce la

maggior felicità per la maggior parte degli uomini. Calcola quindi matematicamente felicità ed etica:

Bentham credeva nella possibilità di quantificare numericamente dei concetti che noi generalmente

concepiamo in termini qualitativi. Ambiva a rendere felicità ed etica scienze esatte come il calcolo.

Smith, Malthus e Bentham erano voci autorevoli e Dickens riconosceva il valore e lo status dei loro

pensieri. Per questo non offriva mai interpretazioni alternative alle loro, si limitava a vederli come

aridi e inumani. Le sue opere sottolineano che tutte le relazioni umane, comprese quelle tra

lavoratori e industriali, dovessero fondarsi non sulla logica dell’utile ma su quella del sentimento,

del rispetto e della reciproca comprensione.

Quella di Dickens era una debole assoluzione delle classi più povere: si limitava questo perché dal

massacro di Peterloo del 1819 in poi si era radicato, all’interno della società, il timore di reagire

all’establishment. Dickens era comunque a rischio: un attacco troppo diretto avrebbe potuto

ritorcerglisi contro e screditare la sua figura di intellettuale. La sua concezione dell’uomo è lontana

da quella di Rousseau e romantica: secondo Dickens l’uomo è fragile e deve tenere a freno gli istinti

naturali, tra cui l’aggressività. Non credeva che gli uomini fossero buoni per natura: al contrario,

pensava che il processo di civilizzazione rendesse le persone partecipi della società e che

prevenissero l’anarchia e il caos.

Hard Times

Dopo aver completato Bleak House sembrava essere aprirsi un momento di riposo per Dickens. La

sua rivista però ebbe un’improvvisa perdita di utili, quindi gli editori proposero allo scrittore di

dedicarsi a un romanzo da pubblicare a settimane, ritmo al quale Dickens non era abituato. Questo

formato è all’origine della scrittura atipica del romanzo, ed era un problema: dava allo scrittore

meno spazio rispetto a quello che era in genere garantito per le uscite mensili, al quale Dickens era

più avvezzo. Minor spazio significava avere un limite e comportava l’adeguamento al ritmo serrato.

Hard Times suscitò reazioni molto disparate, molto più rispetto ad altri libri. Fin dall’inizio la critica

e i lettori accusavano Dickens di semplificazione eccessiva e di inaccuratezza nella critica

all’industrializzazione e all’utilitarismo: in brevi termini, era accusato di fare un’analisi troppo

semplice e trascurata. Altri critici sottolineavano comunque il modo in cui lo scrittore vedesse

positivamente l’immaginazione: Dickens riteneva importanti intrattenimento e divertimento, li

vedeva come valori positivi e sono due valori alternativi (e deboli) che si scontravano con i facts.

Per lungo tempo la critica fu negativa e solo Leavis, critico autorevole, rivalutò a 100 anni di distanza

l’opera: lo fece in un saggio del 1947. Asseriva che Hard Times fosse una fiaba morale e fosse l’unico

romanzo in cui Dickens mostrava una visione ampia, inclusiva, della società inglese di quel tempo.

Quelle che erano un tempo considerate le debolezze del testo erano ormai considerati i suoi punti

di forza. Altri elementi di rilievo sono la tendenza dell’autore a trasformare i personaggi in tipi, in

allegorie e la critica sommaria alla società utilitarista.

Leavis si chiedeva quindi come porsi alla tendenza di Dickens a semplificare e allegorizzare e a

indulgere nel sentimentalismo e capì che erano molti i fattori che avevano determinato tali tratti.

Caratteristiche di Hard Times

Il tipo di pubblicazione scelto portò alla compressione della narrazione, in contrasto con

l’inclinazione di Dickens, che tendeva ad arricchire la trama di plots e characters. Era in grado di

sviluppare molti personaggi ma l’ampiezza e la profondità la raggiungeva moltiplicandoli e

inserendoli in ambientazioni varie. Dava il senso della pienezza della vita e del realismo: questo non

era praticabile in Hard Times, poiché la sua struttura richiedeva la riduzione dei personaggi e delle

linee narrative (sub-plots). Dickens quindi semplificò l’ampio sistema filosofico-economico-sociale

del pensiero utilitarista: nel romanzo lo analizza e lo critica. Sono quattro le caratteristiche che

emergono con maggior rilievo all’interno del testo:

1) Tendenza dell’utilitarismo a trarre le proprie conclusioni basandosi sulle categorie dei gruppi

di persone, senza riconoscere le differenze individuali. La categoria degli hard facts men vede

gli operai come mani, hands. C’è omologazione, ogni operaio secondo gli imprenditori e gli

utilitaristi è uguale a un qualsiasi altro operaio.

2) Concezione dell’uomo che agisce unicamente spinto dall’interesse personale e non pensa a

chi sta peggio di lui. Si nota nelle scene tra Stephen e Bounderby: operaio contro industriale,

dove non c’è comprensione.

3) Dottrina del laisser faire, idea che il sistema economico sia equilibrato per sua natura. Si

intuisce lo spostamento di questa dottrina verso la biologia, ovvero sembra esistere un

divario tra ricchi e poveri che viene regolato nel tempo dalla società stessa.

4) Istruzione produzione di conoscenza: l’utilitarismo favorisce gli aspetti pratici e fattuali, e

spiega gli aspetti qualitativi della vita in termini quantitativi, misurandoli come faceva

Bentham.

Ciò che ha deluso alcuni lettori è che per attaccare il sistema Dickens sembra aver ridotto i

personaggi a delle allegorie, limitandone l’interesse umano, ma comunque così facendo permise a

ogni lettore di comprenderli a pieno.

Il formato del romanzo: struttura e stile

Ci sono alcuni aspetti positivi derivanti dalla compressione necessaria già citata.

Uso parsimonioso della voce narrante/del narratore, che interviene con discrezione e moderazione

attraverso interpolazioni brevi. Queste brevi intrusioni servono a introdurre metafore

particolarmente significative.

Un esempio di queste metafore si trova nel 1° libro, XV capitolo, in cui si allude, con la voce narrante,

alla favola di Barbablù, personaggio che uccideva le mogli e le collezionava in una stanza. La stanza

piena zeppa di volumi viene equiparata alla stanza che conteneva le mogli di Barbablù. Il messaggio

nascosto tra le righe è che l’uxoricidio di Barbablù è simile alla tendenza utilitarista di ridurre gli

essere umani a oggetti.

Le metafore quindi fanno emergere alcuni pensieri dello scrittore, si trasformano in simboli, in

commenti. Un’altra metafora è quella dei pistoni del motore a vapore che si muovono senza sosta:

vengono descritti come teste di elefanti in preda a follia malinconica. Ancora un’altra metafora è

quella del fumo che esce dalle ciminiere, indicato da Dickens come un mostro: rappresenta la follia

dell’industrializzazione, che ha effetti alienanti e disumanizzanti, dannosa sugli uomini.

Le metafore continuano e sono tratte intenzionalmente dal mondo naturale, che è stato negato ai

figli di Gradgrind, cresciuti nel pensiero utilitarista del padre. L’incongruenza nell’usare il mondo

naturale per descrivere l’industria è comunque confermata in altre parti del romanzo, e lo si nota

anche nei titoli delle tre parti del romanzo: Semina - Mietitura - Raccolto. Questi termini sono

incongruenti rispetto al mondo industriale che Dickens propone nel romanzo, e sono allusioni al

ciclo naturale. I tre termini si oppongono al tempo standardizzato, artificiale, del lavoro in fabbrica.

Un’altra metafora, con funzione diversa ma molto importante per rappresentare alcuni personaggi,

è quella della scala di Mrs. Sparsit, sulla quale Louisa scende. La metafora è importante perché segue

la struttura e lo svolgimento del romanzo, ed è definita dall’autore come una fantasia allegorica

nella mente della Sparsit: rappresenta la discesa di Louisa verso l’adulterio. La staircase serve a

Dickens per rappresentare graficamente e per condensare il racconto del tentativo di seduzione da

parte di Harthouse, che viene praticamente solo raccontato dal punto di vista dei diretti interessati

e di Mrs. Sparsit, la quale comunque tende a esagerare le azioni di Louisa.

Protagonisti: tendono a essere allegorie, ci sono due personaggi che stonano rispetto alla visione

utilitarista e sono Mr. Sleary e Sissy Jupe. Il primo è il proprietario del circo, personaggio positivo, e

la seconda è una semplice ragazza, figlia di un fenomeno da baraccone, che viene accolta in casa dai

Gradgrind. Questi due personaggi sono agli antipodi di Thomas Gradgrind, aristocratico e

sovrintendente di scuola che dà il via al romanzo.

Due personaggi sono realistici, ovvero Stephen e Rachael, due elementi della working class. Di

Stephen si sa che è un tessitore, e il realismo è evidenziato attraverso la resa del loro accento

proletario. I due sono gli unici a emergere dalla massa indistinta delle hands, e ne sono portavoce

anche se emarginati.

L’utilitarismo sotto attacco è rappresentato da Thomas Gradgrind: si è ritirato dal commercio

all’ingrosso di ferramenta, wholesale hardware, per fondare una scuola. È anche entrato in

parlamento come membro del partito dei Fatti, Hard Facts. Hardware quindi anticipa gli hard facts.

Lo sviluppo di Gradgrind nella società rappresenta i tre campi di applicazione dell’utilitarismo: prima

nell’industria e nel commercio, successivamente nell’istruzione e infine nella politica.

Le idee sull’utile però al di fuori dal commercio sono dannose. La dottrina di Gradgrind infatti

compromette fortemente l’emotività dei figli, Tom e Louisa. A loro si può affiancare Bitzer, altro

giovane la cui emotività viene compromessa e deformata in seguito agli studi di stampo utilitarista.

Nonostante lo schema ridotto del romanzo, in fin dei conti ogni personaggio trova abbastanza spazio

per crearsi e farsi capire dal lettore grazie all’abilità della moltiplicazione narrativa di Dickens.

I tre ragazzi condividono lo stesso punto di partenza, vale a dire l’istruzione ricevuta. Ma si evolvono

in maniera differente: Tom e Bitzer mostrano gli effetti del metodo, diventando due egoisti, sebbene

nel loro egoismo ci siano differenze poiché Tom diventa schiavo della gratificazione (forse per il fatto

di aver avuto come padre un mero utilitarista).

Bitzer era lo studente più brillante e mette a frutto gli insegnamenti ricevuti con il solo scopo

egoistico di perseguire un avanzamento della propria carriera. Così Dickens mantiene la coerenza

tematica, ovvero l’istruzione utilitaristica, suggerendo però quanto la vita possa essere varia. Difatti

esistono complessità, varietà, realtà differenti non difficili da affrontare.

Il personaggio di Louisa rappresenta un ulteriore esempio di educazione utilitaristica, che però la

porta a una evoluzione che finisce per contraddire il sistema che l’ha formata. Louisa, malgrado ciò

che le accade, mantiene la sua natura generosa: è incorruttibile, come se l’ambiente non avesse

influenza su di lei. Evidenzia ambiguità e contraddizione: il critico Williams afferma che i personaggi

mostrano la compresenza di due ideologie incompatibili. Da una parte esiste l’idea di ambiente che

influenza e determina il carattere dell’individuo (determinismo dell’ambiente), e dall’altra parte ci

sono vizi e virtù che sono innati e finiscono per trionfare sull’ambiente, addirittura modificandolo.

Questa ambiguità notata dal critico porta alla morale del romanzo: ai lettori di oggi, che hanno perso

il gusto per la favola morale, l’opera può sembrare didattica. Tuttavia, proprio la sua natura di favola

morale consentì a Dickens di trasmettere con più efficacia il suo messaggio di critica

all’industrializzazione e all’utilitarismo.

La favola morale e lo schema ridotto del romanzo rendono più digeribile ed efficace il testo perché

se Dickens avesse fatto un romanzo più complesso e più ampio avrebbe reso complessi i personaggi.

Le psicologie sarebbero state contraddittorie, l’eccesso di sfumature avrebbe reso meno diretto,

chiaro ed efficace il suo attacco al sistema.

Il genere del romanzo

Hard Times attraversa vari generi. Sicuramente usa la commedia, specie nelle scene grottesche che

coinvolge l’accoppiata Bounderby-Sparsit. Oltre a loro, anche Sleary, con il suo difetto di pronuncia,

suscita ilarità. Il tutto è accentuato dal fatto che sia un bevitore assiduo e asmatico.

Un altro genere è il romanzo sentimentale, la cui influenza si palesa in particolare con la morte di

Stephen. Tutti i personaggi che appaiono mostrano coraggio e altruismo nel tentativo di salvarlo

dopo la caduta. L’episodio è carico di pathos, nonostante risulti forzato in quanto abbastanza

improbabile. Hard Times in generale resta un romanzo molto cupo, persino più di altri romanzi più

maturi di Dickens, spesso definiti dalla critica dark novels.

La cupezza si ritrova nella scena della riconciliazione tra Louisa e il padre. Si sottolinei che la scena

ripropone quello che era un topos del melodramma vittoriano, che spesso presentava momenti di

riconciliazione tra genitore e prole.

Occorre pensare alla ricezione di queste scene da parte del pubblico vittoriano: non c’è perdono da

parte di Louisa, solamente recriminazioni. Il padre è totalmente impotente davanti alla sofferenza

della figlia, la quale rifiuta il suo metodo. La reazione poi si attenua ma l’armonia non sarà mai

raggiunta tra i due. Dickens usa le caratteristiche del melodramma per giocare con e tradire le

aspettative del pubblico. Louisa serve allo scrittore per esplorare il tema del matrimonio infelice, al

centro del romanzo, così centrale che non coinvolge solo la ragazza, ma anche Stephen. Il divorzio

a quei tempi era difficile da ottenere, e l’unica circostanza in cui si potesse richiedere era quando il

coniuge avesse commesso adulterio. Il marito doveva essersi macchiato di altre colpe oltre a quella

(stupro, crudeltà, incesto), quindi per le donne era ancor più difficile ottenerlo.

Per Stephen ottenere il divorzio è impossibile perché è troppo buono con la moglie, nonostante

l’abbia rovinato. Anche Louisa non riuscirebbe mai a ottenerlo: i due personaggi sono legati da

quest’aspetto infelice. Un’altra caratteristica che li avvicina è il tradimento a due dottrine: Stephen

tradisce il sindacato, Louisa tradisce lo schema utilitarista del padre. Inoltre, la discesa di Louisa

verso l’abisso oscuro della vergogna con la scala della Sparsit si conclude nel momento della caduta

di Stephen nel pozzo minerario abbandonato.

Hard Times tradisce le aspettative del pubblico vittoriano, soprattutto per l’happy ending riservato

ai personaggi buoni e per l’attesa di una giusta punizione ai personaggi amorali.

In generale succede che la fine triste, se non tragica, attende un po’ tutti i personaggi: Louisa, Tom,

Stephen, Bounderby e Mrs. Sparsit hanno tutti un brutto destino davanti.

Solo chi è fuori dal sistema dell’utile si salva: Sleary e Sissy vengono toccati meno dalla tristezza.

A conclusione della favola morale: gli errori, per quanto compiuti in buona fede, non possono essere

sempre corretti e aggiustati: non sempre c’è rimedio alla sofferenza. La triste conclusione rende

Hard Times una favola retorica e un romanzo realistico.

Non è possibile porre rimedio agli errori che danneggiano le relazioni umane. Il ruolo di Stephen è

importante perché in punto di morte fa un discorso appassionato e abbastanza inverosimile su come

industriali e operai dovrebbero imparare ad avere rispetto gli uni degli altri. Il reciproco rispetto e

la comprensione erano i tipici rimedi con cui la classe media, di cui Dickens faceva parte, pensava di

poter risolvere l’insoddisfazione dei lavoratori. Malgrado questo discorso appassionato, Hard Times

non suggerisce e non mostra tale reciproca attenzione, e dimostra che la riconciliazione non è

effettivamente realizzabile.

Quest’ultimo tratto si trova in altri romanzi industriali del tempo: come Hard Times affrontano la

questione dell’industrializzazione ma suggeriscono che questa riconciliazione sia possibile (North

and South e Mary Barton).

Il genere industriale durò poco, si colloca tra fine anni ’30 e fine anni ’50 dell’800. Non avvenne

nessun cambiamento, nessun change of hearth, da parte degli industriali: Bounderby rimane un

uomo severo e compiaciuto, malgrado venga smascherato il mito che si era costruito intorno. Non

era un self made man, ma un impostore: si era finto un bambino abbandonato, cercando di apparire

come un imprenditore che si era tirato su da solo con le proprie forze. Tutta questa messinscena

mostra come fosse importante possedere questa caratteristica per un borghese.

Genere e struttura narrativa di Hard Times

Gli elementi paratestuali ci forniscono altri dettagli sull’opera.

Il titolo completo è Hard Times for These Times: è importante perché colloca la vicenda, la favola

morale, nella contemporaneità storica.

Dickens dedicò il romanzo a Carlyle, segnalando quindi la tradizione culturale nella quale voleva

collocare il testo. Questa tradizione culturale è quella dell’antimaterialismo, di radice romantica, di

cui Carlyle era il portavoce più autorevole, insieme a Ruskin. Carlyle era nemico del materialismo e

del positivismo vittoriano e anche della dottrina economica del laisser faire. Carlyle aveva

inaugurato un dibattito che coinvolgeva più scrittori e politici: il dibattito verteva sulla condizione

dell’Inghilterra e sul testo Chartism. Carlyle si interrogò su quali fossero i valori spirituali (e non)

dell’Inghilterra del tempo, e la definì “due nazioni irriducibilmente distanti”: quella dei ricchi e quella

dei poveri. Ispirò in questa maniera Sybil di Disraeli.

Nell’opera sul Chartism individuava nella letteratura uno strumento di risveglio spirituale, morale,

sociale e politico. La letteratura era uno strumento etico, di fondamentale importanza in una società

che aveva subito i contraccolpi di industrializzazione e globalizzazione. La letteratura come guida

morale è un concetto molto romantico, però: avrebbe potuto ridurre il divario tra le due nazioni,

avrebbe potuto costruire un ponte, ed è quello che forse Dickens tentava di fare.

Rivolte e sindacati: i personaggi come simbolo di due realtà contrastanti che non si comprendono

Negli anni di Hard Times e degli altri romanzi industriali, la Gran Bretagna affrontava condizioni

sociali disastrose. Le riforme degli anni ’60 sembravano molto lontane. C’era stata una riforma, ma

limitava solamente l’orario lavorativo di donne e bambini. Gli uomini avrebbero dovuto lavorare

sempre molto. La working class era triste e abbattuta, si era appoggiata al fallimentare Chartism.

Tuttavia, era nato un movimento sindacale molto attivo nel nord, e lo si nota in Hard Times.

L’antefatto storico di questa mobilitazione è lo sciopero di Preston, prolungatosi per 8 mesi, tra 1853

e 1854.

Una settimana prima di iniziare la scrittura di Hard Times Dickens si recò a Preston, nel momento in

cui lo sciopero si stava estendendo anche ad altre città. Lì partecipò a incontri sindacali, data la sua

attività di giornalista: ne trasse un’opinione favorevole e lo documentò con un articolo (On Strike)

sulla sua rivista. Quella visione giornalistica però subì una trasformazione nella trasposizione in

romanzo: non descrisse propriamente il sindacato, ma si schierò per l’antisindacalismo,

caratteristica tipicamente borghese, dato il timore per la rivolta organizzata. Nel romanzo quindi

sparì la traccia di benevolenza verso i sindacati e il simbolo di ciò è Slackbridge (ponte debole): la

mediazione tra lavoratori e sindacalisti è tenue, Dickens non ci vede nessun aspetto positivo. Il

cambio di idea dello scrittore fu dettato probabilmente dalla straordinaria durata dello sciopero,

che aveva riacceso le paure dei borghesi. Nel romanzo Dickens giocava tra opposte tendenze: da

una parte c’era l’attacco al sistema, all’industria e all’istruzione, dall’altra il timore delle masse che

impediva loro di abbracciare spensieratamente i sindacati.

La cupezza del romanzo deriva da questa situazione senza via d’uscita. In Hard Times viene

evidenziato lo scontro ideologico tra i due mondi, e sembra irrisolvibile: non sembrano esserci valori

e linguaggio comuni per comprendersi.

Bounderby e Gradgrind riducono la società a un sistema, a un mercato, e sottopongono lavoratori

uno e studenti l’altro all’ideologia dell’utile. Il sindacato è visto come retorica inconcludente, e per

Dickens è incapace di offrire strategie politiche ragionevoli e accettabili: la classe operaia viene

rappresentata dignitosa e coraggiosa, ma non è perspicace. Si riunisce nella trade union con al capo

Slackbridge, che è solo un “ponte debole”: incita la rivolta, è rappresentato con termini satirici, è

meschino e satanico. Nonostante sia a un livello più basso di quello dei lavoratori, riesce a sovrastarli

quando sale sul palco a parlare.

Nel romanzo i lavoratori sono assimilati a dei bambini, quindi esseri ingenui, per natura buoni ma

facilmente incantabili dalle parole del sindacalista. Dall’opera si nota come la massa operaia abbia

bisogno di un leader, ma si vede anche come non riesca a sceglierne uno adatto. L’unica figura che

si distingue è Stephen, il cui destino però è di essere escluso da entrambe le parti del conflitto sociale

(nonostante Louisa si dimostri gentile con lui e Rachael). Stephen è vittima, martire, della società,

delle “due nazioni”. La sua condanna è di essere altro rispetto a quelle due fazioni, e di essere

incapace di esprimersi in un linguaggio adatto alle due parti. Non può articolare pensieri troppo

complessi, data la sua umile natura: due simboli della sua incapacità di esprimersi sono le

espressioni “è tutto fango”, “è tutto groviglio” che Stephen usa.

Il concetto di comunità e collettività

Coketown è descritta come ordinata e ripetitiva. È la città-trionfo dei fatti, le strade sono tutte

uguali, abitate da persone uguali, che escono alla stessa ora per fare tutte lo stesso lavoro. Per tutti

ogni giorno è uguale al precedente e al successivo. La città è la collettività: è sorta in seguito a un

artificio produttivo, è nata intorno alle fabbriche, è una company town, vale a dire città aziendale.

È uno spazio in cui la logica produttiva e la sua ripetitività/meccanicità dominano anche sugli spazi

sociali, che diventano indistinguibili dal punto di vista architettonico e simbolico.

Molti personaggi hanno difficoltà a immaginare perché è fuori dalla logica utilitarista e industriale:

tutto era uguale, tutto era stampato alla stessa maniera e costituito nello stesso modo. Le case sono

uguali, le chiese sono uguali, le strade sono uguali… In questa città aziendale è avvenuto, per ragioni

logistiche, una standardizzazione dell’ambiente. L’unico luogo di evasione poteva essere il circo,

simbolo di intrattenimento e fantasia. Poteva essere trovato in una zona tra città e campagna, detta

da Dickens neutral ground, in realtà outskirts (periferia).

La prima parte del romanzo analizza gli ambienti pubblici e la loro ripetitività.

La seconda si concentra sulle dimensioni individuali e familiari. Il passaggio da sfera pubblica a sfera

familiare è rappresentato dall’evoluzione della famiglia Gradgrind: erano il modello dell’utilitarismo,

ma diventano un qualcosa di diverso, a un certo punto: si trasformano in una comunità affettiva. Le

relazioni diventano più sentimentali, cooperano, e i Gradgrind presto simboleggiano il principio

della comprensione tra classi sociali differenti. La trasformazione è il germe iniziale di una

modificazione sociale, di una rigenerazione (non politica), che però non è completa.

In fondo Coketown non viene scalfita da quel che è successo: Bounderby conserva il proprio potere

nonostante lo smascheramento, e i Gradgrind alla fine rimangono isolati e soli.

Great Expectations

È un romanzo più variegato, non rientra in nessun genere particolare, anche se sicuramente

corrisponde al romanzo realista. All’interno di questo genere ci sono molti sottogeneri che possono

essere usati per inquadrare Great Expectations:

- Romanzo storico: storia recente, trasformazione dell’Inghilterra.

- Silver fork novel (fashionable novel): mette in luce la vita dell’alta società.

- Romanzo sensazionalista (newgate novel).

- Romance (romanzo rosa).

- Romanzo di formazione (Bildungsroman).

Oltre a questi, si possono ritrovare tratti gotici e di commedia.

Sarebbe dovuto essere un romanzo autobiografico, con vicende personali dell’autore, similarmente

a David Copperfield. Le differenze sono che David viene declassato, mentre Pip ascende e migliora

la sua condizione.

Dickens scrisse Great Expectations all’apice della sua carriera, ed era stato al massimo della

popolarità per un quarto di secolo, anche se i contemporanei accolsero alcuni suoi romanzi con poco

entusiasmo. Great Expectations però venne accolto come un ritorno felice alla vena comica

dell’autore. Tutte le recensioni delle riviste del tempo, anche quelle più ostili a Dickens, lo

acclamavano come uno dei migliori esempi dell’abilità artistica e comica dell’autore.

La trama è costruita saldamente, ma come lo definisce l’autore il proprio romanzo? In una lettera al

migliore amico e biografo, Dickens descriveva il perno attorno il quale ruota la storia, ovvero la

scoperta del segreto della fortuna di Pip, come un elemento grottesco, tragicomico. Dickens ha la

capacità di fondere elementi opposti, come il serio e il comico, e lo fa in modo disturbante.

Quando Pip ritorna dalla prima visita a Miss Havisham e deve raccontare quel che ha visto, inventa

una storia assurda e inverosimile sulla residenza della Havisham, aggiungendo dettagli inventati per

colpire chi l’ascolta. La scena è comica, ma contrapposta alla violenza della sorella di Pip, che

minaccia di picchiarlo, crea angoscia.

Ci sono poi dettagli macabri, tipo il banchetto infestato di vermi. È la dimora di una malata di mente,

luogo buio e decadente che sembra uscito da una favola. Pip è convinto che sia una fata e si proietta

nel ruolo di cavaliere che deve riportare la luce in quel luogo. Pip è intrappolato non in una favola,

ma in una fiaba misteriosa e perturbante. L’emblema del grottesco è Miss Havisham.

Dickens spesso viene visto come un caricaturista piuttosto che come uno scrittore. I personaggi non

si affermano se non con un change of heart, con il sensazionalismo. Anche Gradgrind viene travolto

dal sentimentalismo di Dickens, nonostante una vita di fatti. Una volta che subiscono la

trasformazione, i sentimenti, i personaggi diventano qualcosa di completamente diverso, eclissando

la persona che prima erano. Un saggio di Orwell parla della tendenza caricaturale di Dickens: essere

solo un caricaturista non è una condanna, forse è ciò che rende Dickens così geniale, perché la

mostruosità che ha concepito è in realtà memorabile. Il primo impatto con i personaggi dickensiani

è così forte che nulla riesce a cancellare la prima impressione.

Quindi Orwell apprezza la capacità di Dickens: grazie a questa sua arte caricaturale, i personaggi si

cristallizzano, diventano statici. I protagonisti sono pensati per suscitare sentimenti contrastanti nel

lettore.

Pip, quando diventa gentleman, mette alla prova la simpatia del lettore. È vittima delle circostanze,

è intrappolato in una vita che non comprende nemmeno: questo fattore impedisce al lettore di

condannarlo, anche se risulta insopportabile. Pip è interessante anche come narratore/voce

narrante: come David Copperfield, Great Expectations è narrato in prima persona dal protagonista,

ed entrambi comprendono tratti autobiografici. La personalità di Pip però è più docile e pacata. È

un personaggio più malinconico, è contrastato all’interno della propria storia. La sua voce è quella

di qualcuno che non cerca di dominare gli eventi, e Pip non cerca nemmeno di far pensare bene di

lui. Al contrario, c’è un senso di rivelazione, si mostra umile, non maschera i propri errori.

I temi del romanzo: società, mobilità e cambiamento --- punti di vista dei critici

Come già visto, Great Expectations attinge da vari temi e generi.

È anche un romanzo storico, coincide con la storia vissuta da Dickens, con la realtà del tempo.

L’autore, scrivendolo, pensava all’Inghilterra della propria infanzia e del periodo trascorso nel Kent

in campagna, il periodo più felice della sua vita. Nel romanzo rievoca il mondo rurale e mette in

scena il ceto basso (artigiani). Il tono è nostalgico ed elegiaco, perché descrive un mondo che non

esiste più: è la storia della vita della classe più bassa, che al momento della scrittura in larga parte

si era urbanizzata e spostata verso le fabbriche.

Il romanzo riguardava il presente della Gran Bretagna di quel tempo, vale a dire le grandi speranze

di avanzamento sociale, possibile grazie alle prime riforme: la mobilità sociale fino ad allora non era

stata possibile. Il popolo inglese stava assistendo a trasformazioni storiche, e Dickens lo mostra nel

romanzo con l’introspezione: Pip riguarda gli eventi della sua infanzia narrandoli dal suo presente.

Il tema dominante è quello della differenza di classe, ed è evidente in vari episodi, tra cui l’inizio del

romanzo. L’episodio a casa di Miss Havisham mostra il disprezzo nei confronti di Pip.

Il galeotto Magwitch, salvato dal piccolo Pip, nel 42° capitolo prende la parola e diventa voce

narrante. Attraverso i suoi occhi, quelli di chi ha vissuto in prigione, vediamo la vita di Pip e di altre

persone. Uno dei più importanti rovesciamenti di prospettiva è questo, ed è paragonabile a quello

che avviene in Frankenstein: al mostro e al galeotto viene concesso di parlare e di raccontare la

propria storia. C’è anche un’allusione intertestuale all’opera di Mary Shelley, poiché Pip afferma di

essere uno scienziato inseguito da una creatura. Pip è infelice perché è perseguitato dall’essere che

gli ha permesso di diventare un gentleman, ovvero Magwitch. Infatti scopre che è stato lui, e non

Miss Havisham, a lasciargli un’enorme somma di denaro.

La differenza di classe e il cibo: sono molte le scene in cui si mangia, e sono usate per rivelare le

relazioni sociali tra i personaggi coinvolti. Il cibo raramente viene offerto e ricevuto in modo

spontaneo, viene usato per umiliare o ferire colui che lo riceve.

Estella offre del cibo a Pip e lo fa con insolenza; il banchetto nuziale della Havisham, lasciato ad

ammuffire, rappresenta l’isolamento sociale del personaggio dal resto del mondo dopo aver perso

il fidanzato.

Il cibo può avere anche risvolti comici, come nella scena in cui Pip e Herbert Pocket pranzano

insieme, in cui questa persona insegna all’arricchito Pip alcune regole base dell’etiquette.

Il tema della differenza di classe viene comunque spesso affrontato in chiave satirica.

La scena in cui Pip arricchito torna al proprio paese e per prima cosa va dal sarto per farsi

confezionare un vestito è memorabile: passeggiando per le strade si imbatte in un popolano, il

garzone del sarto. Dickens qui mostra la vanità e l’insicurezza di Pip: è orgoglioso e imbarazzato dai

vestiti che indossa, e quell’imbarazzo deriva dalle prese in giro del garzone. Secondo Chesterton,

Dickens voleva rappresentare la vera umanità, che sarebbe quella popolare. Sottolinea come la

rivalsa del popolano nei confronti del ricco assuma la forma dello sberleffo e della satira. Sempre

secondo Chesterton, la satira (parte del lowbrow) rappresenta la vera essenza degli inglesi. Il

garzone incarnerebbe lo spirito dell’inglese che non sale in alto per farsi valere, che non si arma, ma

che contesta l’establishment con la burla. E Chesterton scriveva tutto questo durante un duro

periodo di protesta contro la società (femminismo, socialismo, anarchia, nazionalismo irlandese…).

La disputa conservatore-riformatore e l’atteggiamento di Dickens

Orwell, in un saggio del 1939, si chiese se Dickens fosse conservatore o riformatore.

Dickens non era certamente anticapitalista perché vorrebbe semplicemente che i capitalisti fossero

più umani e che i lavoratori non contestassero troppo. Difatti Dickens ha più carattere morale che

politico: non puntava al rovesciamento del sistema. Comunque, Orwell pensava che la critica morale

svolta dallo scrittore fosse altrettanto rivoluzionaria: non era un modo banale per affrontare i

problemi.

Dickens aveva comunque atteggiamenti degni della morale cristiana, poiché sembra schierarsi dalla

parte del più debole, dell’oppresso, ma l’autore cambia il giudizio sull’oppresso nel momento in cui

questo diventa a sua volta l’oppressore (in questo caso, quando Pip diventa snob).

Dickens sembra essere il tipico liberale ottocentesco, né conservatore né riformatore. Orwell lo

considera liberale perché lo vede come un soggetto libero da qualsiasi ortodossia, e lo scrive mentre

due ortodossie si stavano contendendo gli animi dei cittadini (fascismo contro socialismo).

Fruttero e Lucentini scrissero un romanzo a quattro mani, La verità sul caso Dickens, che sarebbe

dovuto essere il proseguimento dell’ultimo romanzo di Dickens, un giallo incompiuto. Affrontarono

il ruolo dello scrittore in epoca vittoriana: Dickens non fu mai tenero con la società del tempo,

denunciava infatti gli orrori senza mezzi termini. Tuttavia, queste accuse di Dickens alla società del

suo tempo avevano il loro peso, e scaturivano un eco immediato e autorevole. Le accuse destavano

l’attenzione di migliaia di lettori, tanto da contribuire ai processi riformatori perché in molti erano

diventati consapevoli delle questioni importanti. Fruttero sottolineò come Dickens fosse

consapevole di essere accolto e ascoltato: la forza che si avverte nelle pagine dei suoi romanzi deriva

dalla consapevolezza dell’autore che la società, nonostante le sue critiche, non lo escludeva. In

un’altra epoca storica sarebbe stato bandito o condannato, quindi Dickens non ebbe mai da porsi la

questione di quale fosse il suo ruolo nella società. La perfetta e felice integrazione di Dickens, dopo

un’infanzia traumatica, gli permise di parlare liberamente dell’Inghilterra.

Dandy contro gentleman: comparazione tra i romanzi di Dickens

Il dandy è una figura che aveva assunto importanza nel periodo della regency di inizio secolo, per

diventare meno rilevante nel periodo vittoriano. Il dandy era colui che ostentava eleganza nel

comportamento, nei modi, nel vestire, nella moda. Era un atteggiamento intellettuale, uno stile di

vita: si diffuse in Gran Bretagna e altrove, ed era caratterizzato da forme di individualismo, aspetto

interessante dato che la società stava diventando sempre più una massa informe e indistinguibile.

Il dandismo era un eroico distacco dalla realtà, era il rifiuto della mediocrità borghese (e anticipava

quindi il tratto che distinguerà le avanguardie del ‘900).

Oltre al dandy, esisteva il concetto di gentleman: si sovrapponevano ma c’erano delle distinzioni.

Essere gentleman significava essere nobile di nascita oppure avere una nobiltà acquisita.

Il dandy è ricorrente in Dickens, ma non si trovano attacchi all’aristocrazia, che si possono invece

trovare in altri autori dell’epoca. Il dandy si trova di più nelle prime opere di Dickens: i dandy

dickensiani sono malvagi da melodramma o idioti da farsa, erano personaggi ricorrenti nel teatro

tanto amato dall’autore. Questi personaggi quindi si ritrovano in Nicholas Nickleby (dandy malvagio-

egoista, corrotto). In tali romanzi il protagonista, Nicholas, è colui che aspira alla gentility, cosa

possibile anche a membri di classi medio-basse. Nicholas si batte con coraggio ed eroismo contro

ingiustizie e soprusi.

Il periodo centrale della produzione di Dickens (anni ’40) ci lascia Martin Chuzzlewit, Dombey and

Son, e David Copperfield. Questi romanzi hanno un atteggiamento più maturo nell’osservazione

delle classi sociali. In questo periodo l’autore è leale verso il ceto medio, e la lealtà sfocia in profonda

delusione.

L’atteggiamento muta con i dark novels, quali Bleak House, Hard Times e Tales of two cities, degli

anni ’50. In questi romanzi viene mostrato il trionfo del male sul bene.

I romanzi giovanili erano costituiti intorno a una figura centrale, personaggio non molto profondo

ma che possedeva le qualità dell’eroe che spesso dà il nome al romanzo. I personaggi sono tutte

creature sentimentali, graziose; rispecchiano il Dickens dell’epoca della fabbrica in cui lavorava.

Dickens procede con una buona carriera e dai suoi romanzi sparisce l’ingenuo eroismo: quei

personaggi svaniscono. Compariva però un nuovo tipo di protagonista, definito grey man,

complicato, grigio e repulsivo all’inizio, piacente e apprezzabile alla fine. Questo grey man è un

gentleman e il suo aspetto e il suo comportamento si ricollegano alla tradizione del dandy della

regency. Tali personaggi sono spesso isolati in una società aggressiva e borghese, quindi ostili al

dandismo. Non c’è un libro in cui non appaia almeno una versione di questo personaggio, e alcuni

esempi sono Pip e Harthouse.

I vincoli che uniscono i grey men dickensiani sono vari: sono pigri, irresponsabili, apatici,

insoddisfatti della vita, sostanzialmente dei falliti. Non hanno mai trionfato, quasi tutti hanno avuto

una educazione aristocratica o hanno frequentato una scuola superiore. Il denaro lo sperperano,

vivono sulle spalle di altri e molti di questi si muovono in coppia, con un sottomesso che li

accompagna e li venera. Harthouse è infatti seguito da Tom Gradgrind, Pip da Herbert Pocket.

Il rapporto dei grey men con le donne è complicato e insoddisfacente: quasi tutti sono seduttori

(Harthouse con Louisa) o come Pip inseguono la donna sbagliata (Estella). Non riescono mai ad

averla o la perdono, anche se Pip è (in parte) l’eccezione che conferma la regola: in uno dei due

epiloghi differenti di Great Expectations Pip la conquista. Nella versione “ufficiale” di Dickens Pip la

perdeva definitivamente: il secondo epilogo gli fu consigliato per far apprezzare maggiormente

l’opera all’esigente pubblico vittoriano.

Harthouse è pericoloso perché il suo raffinato dandismo lo rende elegante, nonostante sia

arrogante: è un parassita, attira a sé Tom e lo influenza in modo fatale, visto che quest’ultimo

diventa un criminale e viene punito. Il ruolo di Harthouse all’interno di Hard Times è quello di

seduttore di Louisa (elemento del melodramma), e si lascia trasportare dalla passione e dal

desiderio. Ma appena Louisa mostra senso di volontà, il grey man si allontana e sparisce dal

romanzo. Dickens è quasi indulgente nei suoi confronti, lo lascia libero a se stesso, perché l’ostilità

di Dickens si concentra maggiormente sulla borghesia e su personaggi come Bounderby. Inoltre,

Dickens è comprensivo nei confronti di Harthouse perché è un forestiero, non originario di

Coketown, e perché disprezza la borghesia come lo scrittore.

La mancanza di energia e di determinazione da parte di Harthouse si ritrova in Pip. Al contrario del

personaggio di Hard Times, Pip non è aristocratico di nascita. Dickens sembra aver fuso il grey man

con il personaggio della propria infanzia. Inserendo la sua esperienza di vita all’interno del

protagonista ha dato a Pip un’origine umile, ma permettendogli un futuro più dignitoso.

Come già detto, i protagonisti di Dickens sono spesso irritanti, ma sono anche attraenti e fedeli

all’ostilità contro la classe borghese: questo li porta a strane alleanze con le classi più povere e

talvolta con i criminali. Caratterizzati da intelligenza acuta (come Harthouse) o da intelligenza

malinconica (come Pip), non sono attori bensì spettatori di ciò che gli accade intorno. Sono il

rovesciamento dell’ethos borghese. Gli uomini grigi sono figure decadenti, preannunciano il

connubio tra decadentismo e dandismo che si troverà a fine secolo.

Hardy

È come Dickens uno scrittore vittoriano, anche se di generazione successiva. Dickens era uno

scrittore urbano, Hardy invece prediligeva il mondo rurale e la natura.

Hardy è uno dei scrittori tardo-vittoriani più rappresentativi, si distingue dai suoi colleghi: James,

Stevenson, Conrad erano accomunati dal tema del viaggio, ma non è confinato a un momento

circoscritto della formazione. Il loro viaggio non è solo formazione, né solo svago o turismo, ma era

condizione necessaria, che costituiva l’esistenza del singolo. Segnava profondamente la vita,

trasmetteva l’esperienza dello sradicamento, dell’esilio imposto o volontario. Quest’ultimo aspetto

farà parte delle caratteristiche dei viaggi novecenteschi, tra l’altro.

In breve, il viaggio per questi autori era sradicamento, rottura con le proprie origini, era un piacere

inquieto e transitorio, dava incertezza e faceva scoprire nuove cose.

Colpisce il fatto che Hardy sia un’eccezione a tutto ciò: la sua vita e la sua opera sono legate a un

luogo, a metà tra storia e fantasia: il Wessex.

L’area del Dorset è quella in cui si svolgono i romanzi di questo autore, e man mano che la

produzione si allargava, i confini dell’area si ampliavano ad aree limitrofe (Cornwall, Oxford…).

Hardy era un autore moderno, ed ebbe molta influenza anche a livello poetico. Questo suo luogo

fisso, comunque, è ambiguo come il viaggio; nel senso che il Wessex evocava un senso di stabilità e

immobilità, di permanenza, nel tempo. Al contempo, però, era uno scenario paradossalmente

dinamico, infatti poteva capitare, come in The Return of the Native, di andare oltre quei confini

spazio-temporali.

Edgon Heath è la brughiera dove si svolge The Return of the Native: evoca delle temporalità mitiche,

ancestrali, aree geologiche passate, suggerisce lo spazio cosmico. Questa dimensione ambigua,

temporale, di caos, viene affrontata anche nella sua biografia: Hardy nacque alle 8 di mattina del 2

giugno 1840; “un bambino che sarebbe diventato noto al mondo fu quasi gettato via dal dottore

che l’aveva fatto nascere perché ritenuto morto, e se non fosse stato per il buonsenso di una

bambinaia”. Questo fu l’inizio dell’esistenza di uno scrittore le cui pagine sono pervase dal senso del

caso, dalla tragicità, dall’ironia del caso che gioca con le vite umane. Il caso, hap, si ritrova anche

nelle sue poesie, ed è un tragico destino mortale.

Il Wessex è il luogo a cui lo scrittore era più legato, dove aveva un cottage degno di una favola e a

cui restò sempre legato. Il suo territorio era una distesa di brughiere in cui ci si perdeva facilmente,

in una zona compresa tra Dorchester e Bournemouth. I romanzi assumevano quindi tratti di

incertezza e celavano significati simbolici.

La fonte per conoscere la vita di Hardy è The Early Life of Thomas Hardy e The Late Years of Thomas

Hardy, pubblicati dalla seconda moglie. Si basano sulle lettere e sulle annotazioni dell’autore, quindi

possono essere comparati a una autobiografia (disguised autobiography). Inoltre, Hardy teneva dei

Literary Notebooks in cui annotava voracemente i suoi pensieri.

Nei due volumi editi dalla moglie, Hardy viene raccontato come un “bimbo ipersensibile e di salute

cagionevole". La famiglia non riponeva in lui grandi speranze, quindi il piccolo Hardy sviluppò un

senso di malinconia e si avvicinò poi alla sensibilità della musica. L’aneddoto che cristallizza il suo

temperamento melanconico è quello che narra del giovane Hardy disteso sull’erba, intento a

pensare alla fragilità e all’inutilità della sua esistenza, e che vorrebbe non crescere e restare sempre

in quel luogo.

La formazione, l’esperienza poetica e la scoperta del romanzo

A 16 anni Hardy divenne apprendista presso un architetto, nonostante non gli piacesse quella

attività resistette poiché gli avrebbe concesso la possibilità di trasferirsi a Londra, dove completò da

autodidatta la propria formazione con letture e visite a gallerie artistiche.

Scrisse alcune poesie, ma non avendo avuto un’educazione degna di Oxford o Cambridge, non fu

inizialmente considerato. Per mesi ogni giorno visitò la National Gallery, concentrandosi su un

pittore o una scuola pittorica per volta: questo elemento è molto importante perché contribuì a

renderlo uno scrittore molto pittorico, tanto da disegnare degli schizzi dei personaggi prima di

scrivere.

La scoperta del suo stile e il successo

Nel 1862 era a Londra, per accrescere le proprie conoscenze grazie alla vita culturale della capitale.

Scrisse poesie e le inviò ad alcune riviste letterarie, ma furono rifiutate. Tentò quindi la carriera di

romanziere, e il suo primo libro è The Poor Man and the Lady, con così forti contenuti socialisti e

radicali da farlo rifiutare dall’editore.

Incontrò George Meredith, scrittore famoso, che gli diede consigli e lo incoraggiò a scrivere qualcosa

di più consono per il pubblico vittoriano. Scrisse così Desperate Remedies, opera sensazionalistica

sulla falsa riga dei detective novels di Collins, attendendosi ai gusti del pubblico. Dopo scrisse Under

the Greenwood Tree, romanzo minore ma in cui Hardy trovò la propria vena narrativa autentica, a

lui congeniale, che poi seguì. Il sottotitolo era “Dipinto rurale secondo la scuola olandese”: il libro

mostrava scene campestre con termini pittorici, ed era ambientato in cottage e strade di campagna.

Nei successivi romanzi questi elementi saranno lo sfondo: Hardy mostra paesaggi infiniti a confronto

con uomini, che in confronto sono puntini. A Pair of Blue Eyes è il romanzo successivo: metà

sentimentale e metà fantastico-visionario. Hardy li definiva romances/fantasies.

Far from the Madding Crowd fu il primo successo e gli consentì di abbandonare il lavoro di

architetto, che come già detto gli stava stretto. Si consolidò la sua immagine di scrittore rurale, e

divenne sempre più popolare, tanto da creare un mito. Il luogo dei suoi romanzi, sempre confinati

nel Wessex, sono luoghi half real e half imaginary e diventeranno poi mete turistiche per i fan.

A questo punto Hardy cominciò a seguire i gusti e le richieste del suo pubblico: seguirono quindi una

serie di racconti, Wessex Tales e Two on a Tower, romanzo che ripropose l’effetto della vastità della

natura contro la piccolezza dell’uomo. In quest’ultimo, il cielo viene osservato dalla torre, ed è una

storia d’amore con sfondo celeste.

Nel 1878 uscì The Return of the Native. Successivamente ci sono i titoli maggiori della sua

produzione: alcuni non piacquero ma in altri c’erano scene memorabili (la vendita della moglie al

miglior offerente). Con The Woodlander Hardy cominciò ad appassionarsi alla storia del proprio

nome e si convinse di appartenere a una famiglia originaria del Jersey, e che il cognome Hardy una

volta fosse De Hardy. Pensò di essere imparentato con il vice ammiraglio Masterton Hardy, famoso

poiché morì al suo fianco, a Trafalgar, Nelson.

Il motivo di questa ricerca da parte dello scrittore non era snob, piuttosto riteneva che la propria

famiglia fosse decaduta e andata in rovina. Quest’idea lo affascinava, e in ciò riecheggiava l’interesse

morboso dei vittoriani per l’eredità e per le terribili implicazioni che a volte comportava; e la causa

di queste ricerche era anche, forse, lo studio del naturalismo francese (Zola e Comte).

Si recò nelle terre appartenente ai suoi antenati e gli venne l’idea di scrivere un romanzo su una

famiglia nobile decaduta. A quest’idea si sovrappose un ricordo d’infanzia: da bambino vide

l’impiccagione di una donna, colpevole di aver ucciso il marito. Hardy tentò di pubblicare l’opera

frutto di questi pensieri in puntate, ma due riviste lo rifiutarono. Propose infine i primi episodi a una

terza rivista, Graphic, che accettò in seguito all’addomesticazione di alcune caratteristiche del libro.

Graphic gli fece attenuare gli elementi sensuali, e numerose scene, anche se per nulla legate al

sesso, furono riadeguate. La seduzione di Tess da parte di Alec venne cambiata in un finto

matrimonio; la scena in cui Angel porta sulle spalle le ragazze per non farle sporcare di fango viene

modificata con l’integrazione di una carriola per ovviare al contatto fisico. Il moralismo vittoriano

aveva tarpato le ali di Hardy, ma l’autore riportò Tess of the d’Urbervilles alla sua struttura originaria

al momento della pubblicazione intera, e si stupì del successo del romanzo.

Scrisse ancora The Well Beloved, appartenente alla categoria romances-fantasies, e infine Jude the

Obscure, il suo ultimo romanzo. Questo attaccava l’istituzione del matrimonio, argomento mai

trattato in Inghilterra. Scandalizzò il pubblico vittoriano e gli fece abbandonare l’attività da

romanziere. Tale romanzo fu addirittura dato alle fiamme.

Hardy ritornò quindi alla poesia, il suo punto di partenza.

Scrisse alcune raccolte, tra cui Wessex Poems, sorprendendo pubblico e critica poiché il mondo dei

suoi romanzi era rimasto al centro della sua produzione.

I suoi romanzi avevano una forte impronta poetica e visionaria, ma accadeva il contrario nelle

poesie: tendevano infatti alla prosa. Erano caratterizzate da una struttura e da un linguaggio

fortemente narrativo, elementi che potevano essere applicati alla poesia solo dopo anni di scrittura

romanzesca.

Scrisse altre raccolte e un lungo poema, The Dynasts, dedicato all’epopea di Napoleone, detestato

dagli inglesi, ma al contempo ammirato segretamente. Il poema era il testimone del fascino di

questa figura storica sugli inglesi.

L’antirealismo

Hardy morì nel 1928, e la sua narrativa anticipò alcune delle tematiche della letteratura successiva,

tra cui quella modernista. Rispetto ai narratori del suo tempo, Hardy non incarnava la tradizione

realista. In parer suo, la letteratura doveva superare il quotidiano e avere una dimensione visionaria.

La narrazione doveva essere sufficientemente eccezionale per giustificare la narrazione degli eventi

stessi. Hardy scelse di citare Coleridge per spiegare il suo punto di vista: i narratori devono essere

vecchi oratori (come l’Ancient Mariner) e nessuno di questi ha il diritto di fermare un invitato a un

banchetto nuziale a meno che non abbia da raccontare qualcosa che esca dal quotidiano.

L’arte è un mutamento delle proporzioni delle cose, che rende il suo significato più evidente: lo

sfondo in Hardy si fa vastissimo e la figura umana si rimpicciolisce. C’è una scala sproporzionata e

questa rende evidenti le verità e le differenze. Il realismo, secondo Hardy, non era arte, ed egli il

simbolo della fase di superamento del realismo vittoriano. Quindi l’arte poteva distorcere la realtà.

L’antirealismo doveva porre l’enfasi sulla letteratura e offrire impressioni. Per citare la Woolf,

occorre cogliere l’essenza della realtà attraverso il fumo che emanano i piatti caldi, e non dal loro

numero. Restituire la realtà attraverso i dettagli precisi è inutile, e a partire dall’epoca di Hardy ci fu

molto interesse verso le arti pittoriche e le rappresentazioni fotografiche. Non è infatti casuale che

in Hardy l’elemento visivo sia così presente: l’immaginazione pittorica sostituisce il vuoto di autorità

della sua narrativa. Solo formalmente i suoi romanzi appartengono alla tradizione vittoriana; si può

notare il divario, l’incrinatura. Vengono a mancare i valori condivisi dallo scrittore e dal pubblico.

Tematiche: destino, caso, natura e l’influenza delle arti visive

I romanzi di Hardy si distinguono per la casualità e l’imprevedibilità degli eventi, che si sostituisce

alla logica concatenazione di causa-effetto. Per Hardy non siamo attori del nostro destino, cosa

invece tipicamente vittoriana. Il destino è casuale o determinato da forze di cui non si è consapevoli

e che non si possono dominare. Questo aspetto è già stato affrontato durante il discorso di conscio

genetico: esiste qualcosa nei geni che domina il nostro destino. L’imprevedibilità degli eventi viene


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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo documento comprende tutti gli appunti presi in classe durante le lezioni del secondo semestre, svolte dalla professoressa Colombino. Il corso è Letteratura e cultura inglese II, anno 2016/17, presso UniGe facoltà lingue.

IL FILE É NELLA SUA VERSIONE DEFINITIVA! Comprende tutti gli argomenti visti durante il corso, con aggiunta una piccola analisi ad ogni poesia, basata sulla mia elaborazione personale.

Gli argomenti sono:
- Storia, cultura dell'età vittoriana e altri cenni sul periodo. Il documento comprende anche la seconda rivoluzione industriale e alcuni tratti di storia europea.

-- Analisi dello stile di Dickens e riassunto delle tematiche principali. Comprende gli appunti sui due romanzi analizzati in aula: Great Expectations (Grandi Speranze) e Hard Times (Tempi Difficili)

-- Analisi dello stile di Hardy e riassunto delle tematiche principali. Comprende gli appunti sui due romanzi analizzati in aula: The Return of The Native (Il ritorno del nativo) e Tess of the d'Urbervilles (Tess dei d'Urberville)

-- Analisi della poesia vittoriana: gli autori in questo documento sono quelli affrontati durante le lezioni e sono comprese delle brevi analisi, alcune più dettagliate, altre meno (dipende dal tempo speso da parte della prof su ognuna).

-- I poeti e le corrispondenti poesie sono:
--- Arnold (Dover Beach)
--- Swinburne (From the Triumph of Time)
--- Tennyson (Ulysses)
--- Hardy (Hap, I look into my glass, Drummer Hodge, Neutral Tones)
Tutte le poesie hanno una piccola analisi frutto di lavoro personale.

-- Analisi sull'estetismo: Walter Pater e Oscar Wilde e il teatro


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Colombino Laura.

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