Biochimica
QUANTE PROTEINE
Azoto totale
1. KJELDAHL
Il campione viene mineralizzato con
acidi forti, alta temperatura e
catalizzatori.
Tutto l’azoto presente viene
trasformato in ammoniaca, che in
acido solforico diventa solfato
d’ammonio.
Al termine della digestione con della
soda si converte il solfato
d’ammonio in ammoniaca.
L’ammoniaca viene distillata e
raccolta in una soluzione di acido
che salifica. L’acido residuo verrà
retro-titolato.
Pro
Il metodo di Kjeldahl è ampiamente utilizzato, e rappresenta tuttora lo
standard di riferimento nella pratica industriale e dal punto di vista
legale.
Di fatto, si può applicare a qualunque tipo di materiale, è preciso ed
altamente riproducibile.
Contro
Il metodo non misura esclusivamente le proteine, ma qualunque forma di
azoto ridotto (ammoniaca, urea, acidi nucleici, etc.). Ciascun tipo di
proteina richiede un diverso fattore di conversione, in ragione della
diversa composizione amminoacidica. Il metodo è laborioso, lungo da
eseguire e non automatizzabile. Inoltre, richiede l’uso di composti chimici
aggressivi, utilizzati a temperature relativamente elevate.
Esametilentetrammina
Ottenuta dalla formaldeide e ammoniaca, antibatterico rinvenuto in
campioni di latte cinese.
Il metodo kjeldahl non discrimina queste molecole e questo è un
problema.
Il risultato dell’analisi fornisce un risultato che può essere convertito in:
- Proteine cereali: moltiplicandolo per 5,7
- Proteine animali: moltiplicandolo per 6,25
Questa differenza è spiegata dalla capacità dei cereali contenere più
azoto, questo perché conservano le proteine in forma anidra.
Gli AA che permettono questa modalità di stoccaggio sono due:
- Asparagina
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- Glutammina
Nella stessa massa possiede due volte la quantità di azoto, vantaggio
evolutivo fondamentale per la germinazione.
2. DUMAS
Il campione viene ossidato
con ossigeno ad alta
temperatura (circa 900 oC)
in presenza di He come gas
carrier, portando al rilascio
di CO2, H2O e N2.
Opportune colonne ad
assorbimento rimuovono:
- CO2
Soluzione di idrossido di
calcio, si crea carbonato
di calcio.
- H2O
Sodio solfato anidro o
solfato di calcio.
Il rimanente N2 passa attraverso una colonna cromatografica, dotata di
un detector a conduttività termica: il segnale del detector è convertito in
contenuto di azoto usando uno standard di EDTA (= 9.59 % N).
Come nel metodo di Kjeldahl, è necessario usare opportuni fattori di
conversione per trasformare la quantità di azoto nel campione in un
valore di contenuto proteico, sempre in ragione della diversa
composizione amminoacidica di ciascuna proteina.
Pro
È molto più rapido del metodo di Kjeldahl (meno di 4 minuti per misura,
rispetto a 1-2 ore per il Kjeldahl). Non richiede catalizzatori o acidi forti. È
facile da usare e si presta ad essere automatizzato.
Contro
Il costo di investimento può sembrare elevato. Anche il metodo di Dumas
non misura esclusivamente le proteine, ma qualunque forma di azoto
ridotto (ammoniaca, urea, acidi nucleici, etc.). Ciascun tipo di proteina
richiede un diverso fattore di conversione, in ragione della diversa
composizione amminoacidica. Il fatto che sia sufficiente una piccola
quantità (mg) di campione può creare problemi di rappresentatività se si
ha a che fare con materiale eterogeneo.
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Proprietà spettroscopiche
1. NIR
Misura dell’assorbimento
da parte di legami
peptidici in una specifica
regione dello spettro
luminoso, il vicino IR.
Possono essere effettuate
due tipi di misura:
- Fase liquida
- Riflessa
Si parla di NIR per
lunghezze d’onda
comprese tra 800nm e
2500nm.
Le metodologie FT-NIR sono basate sull’assorbimento di radiazioni nel
vicino infrarosso (NIR) a lunghezze d’onda caratteristiche di specifici
legami, ed in particolare di gruppi come C-H, N-H od O-H. Sono sicure,
rapide, cost-effective, non distruttive, e non usano reagent chimici,
solventi o gas.
Gli spettri rilevati vengono trattati con la trasformata di fourier per
ottimizzare l’informazione.
Pro
Nessuna preparazione del campione, nessuno scarto
Non sono richieste particolari abilità all’operatore Estrema velocità di
analisi (1 min. circa)
Analisi simultanea di più componenti nella stessa matrice, perché ogni
legame assorbe ad una lunghezza d’onda specifica.
Adatti per campioni solidi, liquidi, semi-solidi.
Contro
Limiti significativi in termini di precisione e accuratezza. Uno strumento
diverso per ciascun materiale
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Quantità di campione richiesta
2. UV
Le proteine assorbono in due zone
specifiche dell’ultravioletto, lontano
e nel vicino.
- Lontano UV: legame peptidico
- Vicino UV: amminoacidi aromatici
Molto sensibile, ma è necessario che
il campione sia solubile.
La risposta dipende dalla
composizione della proteina, ed è
sensibile a interferenti.
Soprattutto gli acidi nucleici, la
purezza del campione viene
calcolata con il rapporto tra l’assorbanza a 260nm e l’assorbanza a
280nm.
Riduzione e/o ossidazione dei metalli
1. BIURETO
La reazione crea un composto
facilmente misurabile ed è molto
specifico, poiché necessita di una
particolare conformazione della
molecola azotata.
Semplice e universale, ma
relativamente poco sensibile Molte
interferenze (zuccheri, lipidi,
detergenti, composti riducenti)
Solo il rame +2 dona colore, è instabile e si riduce facilmente.
2. FOLIN E LOWRY
La riduzione del molibdato porta alla formazione di una caratteristica
colorazione blu, facilmente misurabile in VIS a 750nm.
Molto sensibile, ma molto” delicato”:
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- reagenti instabili
- interferenti comuni (polifenoli, zuccheri, altri agenti riducenti).
Utilizzato poco in sistemi alimentari, poiché molto complessi e ricchi di
interferenti.
Fa eccezione l’analisi del contenuto in polifenoli antiossidanti degli
alimenti. Ù
3. BCA
Acido bicinconínico diventa colorato quando si
lega al rame +1 (B).
In questo modo può essere misurata una
colorazione senza le complicazioni dei Sali
utilizzati nei metodi precedenti (A)
Per avere una reazione occorre però lavorare a
temperature elevate.
Dye binding
Coloranti che grazie alla presenza di numerose zone
idrofobiche si legano alle proteine.
A seguito del legame il colorante limita le capacità di
movimento elettroniche.
Si genera in questo modo uno shift ipercromico, shift
di colore e incremento dell’assorbanza.
Questi metodi di analisi hanno sensibilità estreme,
tra 0 e 50 µg/l di proteine.
Derivatizzazione
Si basa sulla reattività delle proteine e dei loro gruppi specifici. Il principale
gruppo reattivo è l’amminogruppo.
Uno dei reagenti è più utilizzati per rilevare i gruppi reattivi delle proteine è
l’anidrina, che genera un composto colorato e quantificabile.
Ci sono altre sostanze che portano alla formazione di composti fluorescenti.
Si sfrutta quindi la misura di composti derivati dalla reazione tra amminogruppi
e reagenti.
Questo tipo di approccio ci permette di determinare la presenza di proteine
listate, poiché analizzano i gruppi N terminali.
Gli eventi proteolitici sono tipici delle maturazioni dei formaggi.
Domande per la riflessione personale
1. Descrivere un possibile protocollo di valutazione della
digeribilità di una proteina utilizzando comuni metodi di
analisi delle proteine
2. Quali sono le limitazioni dei metodi di analisi basati sulla
spettroscopia infrarossa?
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3. Quali comuni componenti degli alimenti possono alterare i
risultati di una determinazione proteica basati sulla
complessazione/riduzione di metalli?
4. Cosa differenzia gli spettri UV di proteine ed acidi nucleici?
ACCORGIMENTI OPERATIVI
Sono davvero proteine?
Per rispondere a questa domanda, è necessario:
- Separare da altri componenti solubili, in grado di reagire
aspecificamente con i composti utilizzati nei vari metodi colorimetrici
illustrati nella lezione precedente.
- Separare proteine da peptidi ed altri composti azotati di piccole
dimensioni
La metodologia più semplice e pratica per questo tipo di intervento ricorre alla
precipitazione con acidi caotropi:
- Sulfosalicilico
- Tricloroacetico
- Perclorico
Tutti questi acidi sono estremamente forti (hanno tutti
funzioni elettron-attrattrici che facilitano il distacco del
protone) e sono tutti poco solvati, il che consente loro di penetrare all’interno
della struttura proteica.
Anioni e cationi sono ordinati in base alla loro affinità per l’acqua in quella che
è chiamata «serie di Hofmeister»
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I tre acidi illustrati nella diapositiva precedente generano anioni estremamente
poco solvatati, in grado di penetrare all’interno della struttura di proteine,
distruggendo le interazioni ioniche, e consentendo l’esposizione di superfici
idrofobiche al solvente.
Le superfici idrofobiche così esposte sono «appiccicose» e tendono ad
interagire tra di loro, formando aggregati proteici, che possono essere troppo
grossi per restare solubili.
La precipitazione con acidi caotropici funziona al meglio:
- con proteine ricche in amminoacidi idrofobici
- a concentrazioni proteiche ragionevolmente elevate (≥ 0.05 g/l)
- in assenza di detergenti e di altre sostanze, come l’urea o il cloruro di
guanidina, che possono rompere i legami idrofobici e dissociare gli
aggregati proteici insolubili formati per azione dell’acido
L’acido sulfosalicilico è tipicamente usato per de-proteinizzare campioni
destinati alle indagini cliniche.
Gli acidi tricloroacetico (TCA) e perclorico sono invece comunemente utilizzati
nelle analisi alimentari.
Dato che la formazione di aggregati insolubili dipende dall’ampiezza delle
superfici idrofobiche esposte, la precipitazione con acidi consente la rimozione
selettiva dei peptidi e delle proteine più grosse tra quelle in soluzione.
Come evidenziato qui sotto, le dimensioni delle proteine che restano in
soluzione sono, approssimativamente, funzione inversa della concentrazione
dell’agente precipitante.
Concentrazione TCA, % Dimensioni (approssimative) delle proteine che
in peso rimangono solubili
5 < 15,000 Da
10 < 10,000 Da
15 < 5,000 Da
20 < 3,000 Da
Applicazioni alimentari della precipitazione con acidi
La precipitazione con gli acidi menzionati in precedenza utilizzata per
distinguere NPN (Non Protein Nitrogen) da azoto proteico in molti studi di
carattere alimentare (ma anche in importanti problematiche cliniche e
diagnostiche).
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Ad esempio, tra le principali applicazioni in ambito alimentare, vanno ricordati i
seguenti casi:
- presenza di «finte» proteine
Assumendo di avere un alimento in cui sono presenti proteine e materiali
azotati diversi dalle proteine, la precipitazione con TCA serve a rimuovere
dalla soluzione le vere proteine, lasciando in soluzione il materiale non
proteico.
Un semplice dosaggio di azoto condotto sul precipitato o sulla frazione
solubile (sovranatante) ottenuta dal trattamento con acidi consente di
distinguere tra:
Non-Protein-Nitrogen: (NPN), che resta nel surnatante (urea,
nucleotidi, singoli amminoacidi, etc.)
Protein Nitrogen: che rimane invece nel precipitato, che può essere
anche stimato per differenza tra l’azoto totale misurato sul campione non
trattato - e quello NPN
- eventi di “maturazione” proteolitica
La possibilità di separare piccoli peptidi
da proteine consente di verificare il
progredire dei fenomeni di proteolisi che
caratterizzano la «maturazione»
progressiva di molti alimenti, come ad
esempio i formaggi.
Un materiale molto proteolizzato vedrà
aumentare la frazione di NPN (Non-
Protein-Nitrogen) rispetto all’azoto totale
(Total Nitrogen). Quindi, abbiamo una
semplice metodologia per distinguere, ad esempio, un formaggio giovane
da uno stagionato.
La stessa metodologia può essere utilizzata per comprendere e
analizzare gli effetti delle condizioni di processo o di maturazione sulla
velocità ed il decorso di eventi proteolitici.
Nel grafico è riportato il decorso temporale dell’aumento di NPN in
formaggio Cheddar (misurato nella zona periferica e all’interno della
forma), in funzione delle condizioni di temperatura e umidità relativa.
- Suscettibilità alle proteasi (digeribilità in vitro)
Una delle applicazioni più interessanti della precipitazione con acidi
caotropici riguarda lo studio degli effetti di un qualunque processo (o
della scelta di una certa materia prima) sulla sensibilità di proteine
all’azione di comuni proteasi digestive (ad esempio, tripsina e
chimotripsina).
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In pratica, una sospensione sminuzzata
dell’alimento in esame viene trattata con
una proteasi, che viene lasciata agire per un
certo tempo. L’aggiunta di TCA arresta
l’attività proteolitica e porta alla
precipitazione di tutte le proteine (compresa
la proteasi).
A questo punto, si misura la quantità di NPN
nella parte solubile (spesso basta una misura
dell’assorbanza a 280 nm legata al rilascio di
amminoacidi aromatici).
Il grafico qui accanto indica come un
processo possa modificare in modo molto
efficace la sensibilità di una proteina
all’attacco da parte di enzimi idrolitici.
In questo caso, il trattamento ad altissima
pressione in presenza di zucchero (8000
atmosfere, 10 min. a 25°C) genera una forma solubile ma disavvolta di
ovalbumina, aumentando di 20 volte la
sensibilità della proteina all’azione della
tripsina.
I dettagli operativi del metodo sono
riportati qui a fianco.
QUALI PROTEINE
DIMENSIONI E STATO DI AGGREGAZIONE
La classificazione di Osborne (datata al 1909) divide le proteine in quattro
principali classi di solubilità:
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albumine Acqua Ovalbumina,
lattalbumina
Globuline Acqua + Sali Proteine da leguminose
Prolammine EtOH, i-ProOH, acidi e Gliadine glutenine in
basi cereali
Scleroproteine Insolubili Peli, unghie etc.
Albumine
Le albumine sono solubili in ambiente acquoso in assenza
di sali in quanto non danno luogo alla formazione di
aggregati.
Come per tutte le proteine, la loro solubilità è minima al
punto isoelettrico. In queste condizioni, la proteina è priva
di carica netta e viene meno la repulsione elettrostatica. Le
cariche residue sulla superficie della molecola possono
portare alla formazione di legami elettrostatici tra proteine
diverse, e quindi a formare aggregati insolubili.
Globuline
Le globuline in ambiente acquoso formano aggregati stabilizzati da interazioni
elettrostatiche. L’aggiunta di sali indebolisce queste interazioni, a causa del
legame degli ioni del sale aggiunto alle cariche presenti sulla proteina, e
aumenta la solubilità della proteina: salting in.
Tuttavia, per tutte le proteine, un aumento della concentrazione di sale porta
alla rimozione dell’acqua di solvatazione che circonda le cariche della proteina,
che si possono avvicinare di molto, e tornare a interagire, formando di nuovo
aggregati insolubili: salting out.
Prolammine e gluteline
Le prolammine e le gluteline sono insolubili in ambiente acquoso perché
formano aggregati stabilizzati da interazioni idrofobiche e, in alcuni casi, anche
elettrostatiche.
L’aggiunta di alcool (etilico o isopropilico) a percentuali superiori al 40-60%
indebolisce le interazioni idrofobiche, a causa della diminuita polarità del
solvente e della distruzione della struttura dell’acqua (non c’è più acqua
organizzata che «schiaccia» entropicamente le zone idrofobiche delle proteine
le une contro le altre), e consente di solubilizzare queste proteine.
In alcuni casi, si possono solubilizzare prolammine in acido acetico diluito o in
basi diluite: a questi valori estremi di pH non ci sono più alcune delle cariche
presenti sulla proteina (quelle positive ad alto pH, quelle negative a basso pH),
aumentandone la solubilità.
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Scleroproteine
Le scleroproteine presenti in natura sono, di solito, proteine fibrose in cui i
singoli filamenti (i singoli polipeptidi) sono connessi da legami covalenti.
L’unico modo per portarle in soluzione è rompere i legami covalenti (oppure la
loro struttura primaria, con l’uso di proteasi).
Tuttavia, in molti alimenti si formano strutture polimeriche insolubili stabilizzate
da legami disolfuro (formati tramite reazioni di «disulfide exchange» e da
interazioni idrofobiche. L’uovo sodo, il formaggio, la ricotta, la pasta e il pane
sono comuni esempi della formazione di «network proteici» insolubili in seguito
ad interventi tecnologici.
Studi di solubilità differenziale
Informazioni “strutturali” sulla natura dei legami interproteina presenti in un
network proteico (e su eventuali trattamenti subiti dal materiale) possono
essere ricavate da studi di solubilità in presenza di componenti a crescente
capacità dissociante:
1. - sali, non denaturanti agiscono su interazioni ioniche
2. + denaturanti (urea) o detergenti (dodecile solfato) agiscono sulle
interazioni idrofobiche
3. + denaturanti (o detergenti) e riducenti (DTT/2ME) agiscono sulle
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