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Rapporto tra l’esperienza estetica e le dinamiche della comunicazione

Siamo in grado di comunicare in virtù del nostro essere animali attorno a cui si crea una comunità del comunicare, una relazione. La comunicazione, infatti, non è mai un processo a un solo attore. È sempre un processo a più attori e deve avere un medium in cui questo processo si realizza, un medium dell’intendersi e del fraintendersi. Quando comunichiamo, stabiliamo un ponte comunicativo per poter intendere che vogliamo stabilire il canale giusto. Colui che comunica lo fa perché afferra il senso di qualcosa che arriva dall’altro. Il fraintendimento arriva quando non prestiamo troppa attenzione, quando siamo distratti o quando immaginiamo che l’altro ci voglia dire una cosa, quando in realtà ce ne dice un’altra. Spesso la comunicazione fallisce perché c’è un fraintendimento, talvolta per questioni elementari, talvolta per questioni serie.

Il linguaggio come medium

Ludvig Wittgenstein dice che dobbiamo capire che il miracolo è il linguaggio, ovvero il medium più potente della comunicazione. Lo stupore è all’origine di ogni messaggio. Cerchiamo di stupirci o di porre dei problemi intorno al rapporto che c’è tra la dimensione dell’esperire umano, ovvero l’estetica, e il tipo di relazione che implica più attori e che diviene qualcosa di autonomo, che è la comunicazione, il cui medium più potente è il linguaggio, ma non solo. L’estetica è essenziale a quelle che sono le dinamiche e le scienze della comunicazione.

Il fatto estetico secondo Jorge Luis Borges

La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest’imminenza di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico. - Jorge Luis Borges

Questo testo ci dice che cosa è un fatto estetico:

  • La musica: uno dei massimi fatti estetici di cui facciamo uso in qualsiasi stato emotivo.
  • Gli stati di felicità: quegli stati mentali che non ci sono indifferenti e che sono principalmente indirizzati al positivo.
  • La mitologia: cioè quelle che sono le prime forme di organizzare e di trasmettere il sapere, quelle forme che si affidano a raccontare storie (mythos), principalmente orali. Borges allude non solo ai pensatori romantici della fine del Settecento, ma anche a Giambattista Vico con la sua opera fondamentale “La scienza nuova” in cui difende l’idea che la prima sapienza era la sapienza poetica che nasce attraverso un’assegnare delle potenze sovrannaturali a fenomeni della natura, es. fulmine = Giove.
  • I volti scolpiti dal tempo: il volto è espressivo di una storia, è espressivo di un’interiorità, sono quei volti che cerchiamo nei grandi ritratti (es. Rembrandt), non è un volto che oggi corrisponde a dei canoni effimeri di bellezza, include non solo il volto gradevole ma un volto cifra di un’esperienza umana e che è eloquente di per sé, il volto umano è l’epitome, riassume la dimensione dell’espressività.
  • Certi crepuscoli e certi luoghi: il fatto estetico coinvolge il paesaggio in certi momenti; la nostra relazione estetica con la natura oscilla tra due poli, quello della natura che si presenta potente e che ci intimorisce e quello della natura come tranquillità. Determinati aspetti della natura ci attirano.

Vogliono dirci qualcosa: tutti gli elementi precedenti sono mossi dalla stessa intenzione che muove noi quando vogliamo qualcosa. Quando si attribuisce ad un fenomeno, che non sa parlare di per sé e per sua natura, il “voler dir qualcosa” è come se noi attribuissimo ad esso pari dignità rispetto a noi.

La bellezza e la sua percezione

O qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere: c’è la necessità di cogliere l’attimo nel fatto estetico. La bellezza è un valore di rarità nel tempo e nello spazio. O stanno per dire qualcosa: il loro dire non è esplicito, è imminente, gravido di qualcosa che sta per erompere espressivamente; l’imminenza di una rivelazione: la chiave della rassegna sta nell’ultima frase: qualcosa che sta per nascere e che ancora non nasce, ma che è in forma di promessa. Nei fatti estetici ciò che ci attrae, ci commuove e desta la nostra attenzione è la promessa di una rivelazione, è ciò che sta per accadere ma che non accade.

Borges ha offerto una gamma di cosa un fatto estetico può essere, ha raccolto il senso di questa gamma nell’espressività del parlarci, è come se dicesse che c’è una dimensione attivamente comunicativa, perché ogni comunicazione riposa sul voler dire qualcosa che dobbiamo afferrare, assegna una potenza espressiva e linguistica a qualcosa che sembra impalpabile e rarefatto, che sembrano più degli stati interiori.

La questione estetica e filosofica

- Ma i fatti estetici esistono davvero? E a quali condizioni?

Il fatto estetico è ciò che percepiamo, viene da esperienze che siamo portati a qualificare come estetiche: eventi, oggetti, persone, contenuti culturali ecc. La differenza tra pensiero ed esistenza assilla da tempo i filosofi, come Kant.

- Che cosa significa “estetica” in senso filosofico?

“Estetica” deriva dal greco “aisthesis”, che significa “percezione/sensazione”. Nel verbo greco aisthanomai (percepire/sentire/accorgersi/aver sensazione/capire) da cui deriva il sostantivo aisthesis, risuona il senso dell’inspirare e, quindi, dell’essere vivente. Del resto il termine greco per psychè “anima” ovvero (da cui psiche/psichico/psicologia) significa “soffio” (soffio vitale). Tutto rimanda all’essere vivente in quanto tale, allo scambio con l’ambiente senza di cui noi non vivremmo, che è il respiro. Noi solitamente attribuiamo una valenza fisica all’estetica, quando invece è molto psichica. Il filologo R.B. Onians è colui che ha trovato la relazione tra estetica e il respiro. Il passo ulteriore che ha fatto è stato quello di trovare il parente lontano da cui deriva aisthesis aionovvero che indica il tempo che si rigenera, la forza vitale e anche midollo spinale. Perciò il termine “estetica” deriva da un termine greco che a sua volta deriva da un altro termine greco che esprime la vita nel suo attuarsi, nella sua capacità di generarsi.

Simposio e la questione estetica secondo Platone

Platone mette al centro della sua filosofia la questione della bellezza. La bellezza non è disgiunta dalla questione della verità che coincide con la capacità di non essere ingannati dai sensi, di non prendere ciò che percepiamo come unica realtà ma di prenderla come un’ombra delle idee, che non sono fenomeni ma enti immutabili e generativi del tutto. Con questa avvertenza, per Platone, la bellezza è l’unica tra le idee che i nostri sensi possono cogliere nei fenomeni, è l’unica sopportabile allo sguardo; le altre bruciano ogni sguardo e possono essere solo colte dalla parte non divina, dal pensare non dal sentire.

Alla questione della bellezza Platone dedica due dialoghi: il Simposio e il Fedro. Nel Fedro la bellezza ridesta il ricordo della nostra origine e comincia a far nascere in noi il desiderio di tornare in quella visione beatifica delle idee e, quindi, fa spuntare le ali con dolore. Le ali che cominciano a sputare fanno male come al bambino fanno male i denti che spuntano.

Il Simposio è un dialogo dedicato ad un banchetto a tema che avviene in una casa dove il simposiasta, il tragediografo Agatone, propone che i commensali, tra cui Socrate (in alcuni casi Platone parla attraverso Socrate, il suo maestro), pronuncino un discorso ad elogio di qualcuno o qualcosa. Gli invitati sono rappresentativi di tutti i tipi di sapere e di posizioni possibili all’epoca. Il tema da trattare nei discorsi che i commensali devono pronunciare è quello di ‘Eros’ e dire che tipo di dio tra gli dei è Eros. Per ordine i commensali pronunciano i propri discorsi. Quando inizia a parlare Agatone inizia a parlare del problema ontologico, cosa che gli altri non hanno fatto, e sostiene che Eros è, tra gli dei, il dio più giovane che è all’origine non solo delle relazioni erotiche, ma anche all’origine di tutto ciò che l’uomo è capace di costruire. Attribuisce ad Eros una forza che continuamente si rinnova nell’umano, ma capace di modellare il suo mondo.

Socrate, maestro nel condurre attraverso il dialogo (dialettica, maieutica), un gioco di domande e risposte, porta il suo interlocutore ad ammettere il proprio errore. Risponde così ad Agatone dicendo che Eros significa essere mossi dal desiderio del proprio oggetto. Agatone non può fare altro che acconsentire alla tesi di Socrate. Desiderare, dice poi Socrate, significa essere in difetto di qualcosa, se desidero qualcosa è perché non la ho, ed anche quando la possiedo si continua a desiderarla per la paura di perderla. Il passo ulteriore che fa Socrate è dire che se chi desidera è in difetto ed Eros desidera, come fa ad essere un dio se è in difetto? Gli dei sono beati, eterni, non sono caratterizzati dall’incostanza delle passioni umane e tantomeno la loro vita è indigente, manca di qualcosa. Agatone allora non può che riconoscere con imbarazzo di non aver detto tutta la verità intorno ad Eros. Socrate, però, sembra quasi arrestarsi (aporia) all’aver capito cosa Eros non è, e si mostra imbarazzato perché non saprebbe smuovere in positivo il discorso, se non che si ricorda un altro discorso, quello che la sacerdotessa Diotima gli ha una volta rivelato intorno alla natura di Eros.

Diotima aveva rivelato a Socrate, anch’essa attraverso un gioco di domande e risposte, la vera natura di Eros attraverso un mito. Il mito spiega che Eros nasce durante un banchetto in onore di Afrodite e nasce dall’accoppiarsi di Poros e Penia. Poros è l’arte e l’ingegno di trovare delle vie quando in imbarazzo e Penia è l’indigenza, la povertà, la scarsità. Eros è figlio quindi di astuzia e di mancanza, perciò da un lato è sempre in difetto, a mendicare, a inseguire e desiderante, dall’altra è un desiderio attivo perché dà ad Eros la capacità di escogitare delle vie, di avere degli espedienti per poter raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. C’è una natura instabile di Eros e, Diotima dice a Socrate che la natura di Eros è duplice, non è né puramente divina né puramente umana, perciò non è né dio né uomo, ma è un demone, una figura intermedia che sta fra gli dei e gli uomini e che si fa messaggero, presso gli dei come desiderio degli uomini e presso gli uomini come la volontà degli dei. Diotima dice a Socrate che in questo assomiglia alla filosofia stessa, che al pari di Eros è demonica, perché da un lato è caratterizzata dalla non sapienza, il filosofo è colui che ama l’evidenza del sapere, e il desiderio di superare questa ignoranza. Eros caratterizza la filosofia stessa come quella figura che sta nel mezzo, tra l’umano e il divino, tra il non sapere e il sapere. Questo ‘stare tra’ è inquieto, è caratterizzato da una spinta. Diotima, perciò, arriva a caratterizzare il bello a partire dalla questa delucidazione della natura di Eros, perché Eros in quanto demone è desiderio di ciò che è bello.

Diotima non fa altro che indicare una sorta di scala, di direzione ascensionale di Eros, che inseguendo la bellezza, non si ferma alla bellezza di un corpo ma va oltre. Questa scala porta a disidentificare la bellezza, al non essere stolti da identificarla tutta in un singolo fenomeno.

Discorso di Diotima su Eros

  • Parte I

“Chi procede,” disse “per la giusta via verso questo termine, deve cominciare fin da giovane ad avvicinarsi ai corpi belli, e dapprima deve amare un corpo solo e in quello generare discorsi belli; bisogna poi che rifletta che il bello presente in un corpo qualsiasi è fratello del bello che è in un altro corpo e che, se si deve tenere dietro a ciò che è bello per la forma, sarebbe una grande insensatezza non ritenere una e identica la bellezza che traluce in tutti corpi. Dopo aver compreso questo deve diventare amante di tutti corpi belli e moderare l’eccessivo ardore per un corpo solo, disprezzandolo e giudicandolo una piccola cosa. Dovrà poi ritenere la bellezza che è nelle anime di maggior pregio di quella che è nei corpi; e perciò, se uno ha un’anima bella, ma ha poco fiore nel corpo, dovrà essere pago di amarlo, prendersi cura di lui, e partorire e ricercare discorsi che potranno rendere migliori i giovani, per essere poi spinto a considerare il bello che nelle varie attività umane e nelle leggi, e a vedere che esso è sempre tutto quanto congene sée stesso, in modo da rendersi conto che il bello che concerne il corpo è piccola cosa. Dopo le attività umane, deve essere condotto alle scienze, affinché possa vedere anche la bellezza, e guardando alla bellezza ormai molteplice, non più amando come uno schiavo la bellezza che è in una sola cosa, la bellezza di un giovanetto o di un uomo o di un’unica attività umana, non sia più, servendo a quella, un uomo da poco e di animo meschino, e rivolto invece lo sguardo al vasto mare del bello e contemplandolo, partorisca molti discorsi belli e splendidi, e pensieri in un amore di sapere senza limite, fino a che rafforzatosi e cresciuto in questo modo, saprà vedere una scienza unica come questa che riguarda il bello di cui ora ti dirò.”

Eros è generativo per l’anima, il desiderio è generativo, sia dal punto di vista sessuale sia dal punto di vista dei discorsi (attività intellettuale). Non solo il desiderio è generativo di discorsi belli, ma l’Eros è anche riflessivo perché dirigendoci verso un corpo cogliamo un aspetto che non appartiene solo a lui, ma riconosciamo questa bellezza con qualche variazione in altri fenomeni. Se si deve tener dietro a ciò che è bello per la forma, sarebbe insensato fermarsi lì e non vedere la bellezza che traspare attraverso una molteplicità di corpi.

Ciò che è bello si espande, non è fissato in un unico oggetto, ed è capace di vedere che sarebbe limitante del bello identificarlo con un solo oggetto. Ciò non vuol dire che tutti i corpi sono belli, ma che lo sono solo quelli che sono affini con altri. La bellezza non è solo in un corpo, ma riguarda anche le anime, anzi, chi ama veramente riconoscerà che è di maggior pregio la bellezza che è nelle anime, che di quella che è nei corpi. La scala ascensionale include fenomeni sempre più vasti, si estende all’attitudine non solo sensibile e psichica, ma anche intellettuale. I fatti estetici includono, infatti, non solo la nostra sensibilità e i nostri impulsi, ma anche la nostra intelligenza. La bellezza e l’inseguire generativo di ciò che è bello, viene a considerare anche la bellezza delle attività umane e delle leggi, cioè di ciò che regola le attività umane e fa di un semplice ‘essere insieme’, una polis, un unico organismo.

Il bello è congenere a se stesso. Sia la bellezza del corpo, sia la bellezza dei molti corpi, sia la bellezza delle anime, sia la bellezza di ciò che le anime possono produrre (attività umana e leggi), hanno una stessa origine e quindi si capisce che il bello che concerne il corpo è piccola cosa. Ciò non vuol dire che è nulla, perché lì si accende il desiderio. Tutto riconduce alla bellezza. Dalle attività e le leggi si passa alle forme del sapere, alle scienze. Come il senso della bellezza si espande, di pari passo l’animo, si libera, non si inchioda ad un singolo fenomeno ed include anche l’elemento più astratto, che è la scienza (disidentificazione). Questo è un punto di non ritorno, il cogliere la dimensione della bellezza in ogni scienza e in ogni sapere. Diotima sta insegnando che l’Eros come inseguimento è all’origine del nostro umano mondo anche nelle sue forme più distintive che più derivano da quella parte che in noi è divina, che è l’intelligenza.

A questa altezza il bello è colto come un mare che non si identifica con nessun oggetto. Questa però non è ancora la vetta. Il bello non può essere imprigionato da nessuno di quegli oggetti che ha coinvolto. È un mare in cui si coglie la moltitudine delle onde come un tutto indeterminato, quasi una figura oceanica. Sembra di risentire un’anticipazione del discorso dell’Ulisse, l’inseguire il sapere senza limiti. Questa riflessione porta a capire che il sapere intorno al bello è un unico sapere.

Passaggi: espansione → inclusione → riconduzione alla bellezza → disidentificazione → vasto mare del bello

  • Parte II - La conclusione

“Ora” disse, “cerca di fare attenzione quando più ti è possibile. Chi è stato educato fino a questo punto nelle cose d’amore, contemplando una dopo l’altra le cose belle, quando sta per giungere ormai al termine delle cose d’amore, nel modo giusto scorge immediatamente qualcosa di bello, per sua natura meraviglioso, proprio quello, Socrate, per il quale sono state sostenute tutte le fatiche di prima: in primo luogo qualcosa che sempre è, che non nasce né perisce, non cresce né diminuisce; qualcosa, inoltre...”

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jemba98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Desideri Fabrizio.
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