Riti di iniziazione in Camerun e il caso del clitoride
I riti di iniziazione nel Camerun comprendono un rituale femminile dove si tira il clitoride. Sono operazioni dolorose, eseguite con chele di granchio, parte di un momento di formazione effettuato dalle donne stesse. A eseguire queste pratiche sono donne adulte nei confronti di ragazze che stanno diventando donne in quel momento. È un momento di educazione sessuale, in cui si insegna alle bambine: “Quando avrai rapporti sessuali, non permettere agli uomini di approfittare del tuo corpo senza preliminari. Se non farai i preliminari sentirai un dolore molto forte come questo”.
Un caso come questo appartiene a una fenomenologia molto ampia e diffusa, quella dell’uso di strumenti disparati per dire qualcosa di estremamente concreto e specifico. Dietro la superficie di usanza alquanto bizzarra, cerchiamo l’insegnamento, una riflessione. Ovunque e in quasi tutte le circostanze rituali è possibile riscontrare questo, un piano di riflessione indigena.
Educazione culturale attraverso la pratica rituale
Come abbiamo detto fin dall’inizio, quello che colpisce nelle culture più lontane è il fatto che, invece di passare attraverso un insegnamento formale, attraverso la saggistica, i manuali scolastici per impartire delle nozioni, le riflessioni sono iscritte, non in maniera verbale, nelle pratiche rituali.
Contro natura: lettera al Papa
“Contro natura” è una lettera al Papa. Remotti è il più grande antropologo italiano contemporaneo, ora in pensione. La parte epistolare occupa poche pagine all’inizio e alla fine, quindi è riconducibile all’idea di lettera. Nel mezzo c’è un intero libro indirizzato al Papa, ma la scusa di parlare al Papa serve a Remotti per indirizzare il libro un po’ a tutti. Lui coglie l’occasione per fare formazione a partire dai fondamenti della disciplina.
Il mango e l'interazione naturale-culturale
(Immagine di un albero) è un mango, siamo nel Nord del Ghana. Ha una forma un po’ strana, non ci sono rami che scendono verso il basso, c’è una linea orizzontale. Perché? In realtà sono state le mucche a fargli prendere quella forma perché mangiano le foglie dell’albero finché riescono ad arrivare.
Quando c’è una linea/forma geometrica molto regolare voi pensate a qualcosa di naturale o culturale? Quando c’è una forma perfetta e regolare vi sembra che appartenga al dominio della cultura o della natura? È qualcosa che il mondo naturale ha creato in maniera perfetta o qualcosa che è stato costruito consapevolmente dall’uomo?
Geometria naturale vs. geometria culturale
Geometria naturale: questa è la geometria che potremmo chiamare regolare; geometria culturale (immagine di un appezzamento di terra diviso perfettamente in quadrati): qui ci sono dei contadini che sono intervenuti per la regolarità. Abbiamo già parlato della distinzione natura e cultura e il fatto che probabilmente non è una concezione universale, il che non significa che non la possiamo usare, è uno strumento culturale e a sua volta in alcuni casi è utile, ma in altri casi entra in crisi.
(Immagine di un altro mango, diverso dagli altri) non c’è la linea che c’è negli altri manghi, sembra essere più rigoglioso, naturale, autentico, spontaneo, reale, disordinato nel senso di naturale. Perché c’è una differenza tra questi due alberi? Perché questi sono “potati”? In questo posto effettivamente gli alberi sono luoghi di socializzazione, può essere una buona idea di adattamento culturale potare la parte inferiore in maniera che sia più ospitale per tutti, ma non si tratta di questo.
Questa potatura non lo fanno gli uomini, ma le mucche. Questa linea è esattamente il punto in cui arrivano le mucche quando si mettono in piedi per mangiare. La linea del mango è la linea raggiunta dalle mucche. Visto che è fatta dalle mucche quella forma è naturale? È culturale? Se le mucche intervengono in quella maniera, non è un’operazione naturale dato che le mucche vengono dall’ambiente naturale? In realtà gli uomini c’entrano anche qui, perché di solito le mucche sono chiuse in un recinto e in un certo momento del giorno e dell’anno vengono lasciate andare in giro. Quindi sono gli uomini a metterle in giro, se gli uomini non le liberassero non potrebbero fare questa operazione.
L'intreccio tra uomo e natura
Inoltre, se l’uomo non ci fosse nella savana le mucche ci sarebbero ancora? Probabilmente no perché verrebbero mangiate dai predatori, mentre con la presenza dell’uomo non ci sono i predatori. C’è un intreccio imprescindibile, non possiamo guardare questo albero senza pensare alla presenza degli esseri umani. L’altro albero non ha la linea perché è protetto da un recinto che tiene fuori le mucche e quindi assume quest’altra forma. Anche in un elemento banale è difficile distinguere il piano umano da quello naturale, c’è un intreccio tra atti che appartengono alla consapevolezza umana e atti che appartengono ad altre dimensioni dell’esistenza.
Allora dobbiamo sostenere che tutto è culturale perché tutto è in qualche misura condizionato, direttamente o indirettamente, da scelte fatte dall’essere umano? No, per questo si parla di una nuova era definita Antropocene: periodo in cui il pianeta stesso è legato a ciò che l’essere umano fa. Il mango dipende da un contesto, da chi c’è intorno, perché chi c’è intorno non si limita a guardare il mango ma lo scolpisce, lo modella e questa operazione non può essere considerata artificiale, è un processo di vita e di crescita condizionato dall’interazione di una serie di fattori che potrebbero essere umani e non.
Significato della riflessione culturale
Allora l’albero non diventa ciò che è per dinamiche sue, autonome intrinseche. Se questo è vero di un albero è lo stesso di un essere umano, a questo punto diventa difficile fondare rappresentazioni e riflessioni sul concetto di natura, ciò che noi siamo è un divenire. La cultura locale, la filosofia, l’arte, la religione, la morale, il lavoro, ecc., contribuiscono a dare un’idea di uomo. Molte culture non hanno queste categorie ma iscrivono queste riflessioni nel rituale o nel rito d’iniziazione.
Olusumba: rituale di iniziazione africano
Diventare esseri umani è il grande tema di riflessione di Remotti, scrive questo volume ma allo stesso tempo riflette sulla costruzione dell’umano. Olusumba è un rituale d’iniziazione africano, una delle tante circostanze in cui si costruisce l’umano. Costruzione dell’umano che passa tramite l’isolamento, dolore e maturazione. Tutte cose che vanno valutate rispetto alla costruzione specifica e non in assoluto, non vanno giudicate da lontano ma da molto, molto vicino.
Tutto questo costituisce un patrimonio quasi perduto. Gli esseri umani hanno costruito mille maniere differenti per auto comprendersi, per darsi un ordine, delle direttive, per maturare intellettualmente e psicologicamente. La storia del ‘900 attraverso la pressione dell’Occidente sul resto del mondo rappresenta un caso di etnocidio, perdiamo la diversità culturale perché c’è la pressione dominante attraverso il colonialismo, attraverso anche il grande successo della religione cristiana e islamica che in parte hanno soffocato tantissime diversità. Anche l’Olusumba fa parte di quel patrimonio quasi perduto perché in buona parte non viene più eseguito o perde dei pezzi in quanto si deve confrontare con lo scenario normativo attuale, che condiziona questa pratica culturale.
Poesia e canto durante il rito di iniziazione
Poesia/canto eseguito durante il rito di iniziazione: Colpisce il verso “un uomo che cos’è?”. Non c’è proprio una risposta. Secondo un pregiudizio occidentale, le altre culture, soprattutto quelle dei paesi in via di sviluppo, sono delle macchine cieche per persone ottuse, con tradizioni e superstizioni che dicono loro cosa fare anche se questo fare è del tutto folle.
Le altre tradizioni vengono messe a confronto con la tradizione filosofica scientifica dell’800. Tuttavia, il rituale di iniziazione, un elemento fondativo per quella cultura è importante tanto quanto le elezioni politiche di una democrazia parlamentare. Il rituale di iniziazione è il momento in cui la società riproduce la sua forma e si dà delle regole per gli anni a venire. In quel momento fondativo per la società loro chiedono filosoficamente, con dubbio: “ma un uomo che cos’è?”, non lo sanno e stanno mettendo in scena il fatto che non lo sanno e si rivolgono a Dio e agli antenati per dire “noi non lo sappiamo, non lo sappiamo dire in maniera che esprima tutte le sue potenzialità, in maniera che la società vada avanti, andiamo a tentativi”.
La domanda ontologica e il dubbio
La domanda “un uomo che cos’è?” è una domanda impressionante perché molto generale, assoluta, ontologica. Nel contempo questa domanda viene declinata in maniera iperspecifica. Oltre a porre la questione filosofica generale, bisogna chiedersi poi l’essere umano che forma specifica deve prendere, che comportamenti deve assumere l’uomo nella casa, nella famiglia, nel villaggio e più precisamente nella nostra casa, nella nostra famiglia e nel nostro villaggio.
In questo pensiero condensato si sta declinando la versione universale e quella specifica e ci sta dicendo che gli uomini prendono delle forme che sono tutte da scoprire, declinare in microcontesti, tutti differenti l’uno dall’altro e quindi dobbiamo imparare a costruire degli uomini in maniera adeguata al nostro contesto.
Il ruolo del ritmo nel rituale
Per fare questo chiedono ritmo, il ritmo delle percussioni durante l’esecuzione rituale deve porre le condizioni perché si crei una sorta di canovaccio da seguire per stare tutti insieme e focalizzarsi su questa dimensione. Abbiamo bisogno quindi del vostro ritmo. Poi ci si centra sui figli, che caratteristica hanno questi figli? Confondono ancora le radici e le foglie dell’albero, sono completamente incapaci. Dobbiamo far sì che i nostri figli capiscano, che il nostro viaggio generi degli uomini. Noi speriamo che le cose vadano così, ma non ne siamo sicuri, la tradizione non ci dà delle certezze, tutto questo è una sorta di augurio, un desiderio di imparare, un’ostentazione del non sapere, noi sappiamo di non sapere e abbiamo bisogno di capire che cosa dobbiamo fare.
Infine il verso “insegnaci ad abitare queste colline”, è un po’ come il problema del mango che non si sa che forma prenderà nel contesto specifico, gli esseri umani devono imparare la maniera adeguata per vivere in quelle colline, non lo sanno con certezza e come dice Remotti si tratta di un dubbio molto importante.
Conclusioni sul dubbio e la costruzione dell'umano
- L’aspetto duplice della domanda sull’uomo: 1) Che cos’è un uomo in generale, 2) Che forma deve prendere un uomo qui e ora, in questo contesto.
- Religione/cultura del dubbio: Quella dei baNande ma gli esempi sono molteplici: sono culture che invece di trasmettere il dogmatismo, trasmettono dubbio, apertura, incertezza. Per questo noi affermiamo che perdere questo patrimonio culturale sia tragico per gli stessi valori dell’Occidente, proprio per il valore che noi attribuiamo al dubbio. Il dubbio è di fatto il motore della scienza e qui in forma poetica viene fatto un elogio del dubbio.
- La costruzione dei luoghi: Ha anche a che fare con la maniera di abitare, costruiamo luoghi, costruiamo il nostro ambiente, abitiamo il nostro ambiente e chiediamo a Dio di spiegarci come dobbiamo abitare il nostro ambiente. Su questo Remotti fa notare che c’è un dubbio ecologico: cioè che i baNande come abakondi, ossia come abbattitori di alberi, e il popolo vicino che non abbatte gli alberi.
Piano di riflessione indigena: come fare l’umanità?
Opzione 1: Adozione di forme d’umanità date, cioè io vivo in un villaggio sperduto isolato con una serie di costrutti culturali locali, ecc. Faccio ciò che la tradizione mi dice di fare.
Opzione 2: Scelta consapevole: io ho delle forme disponibili, sono quelle che caratterizzano il mio profilo locale ma vivo in un contesto in cui ci sono alterità, altre proposte, io le vedo, le vivo e posso progressivamente scegliere qualche aspetto di una forma di umanità differente e così può fare l’intero gruppo.
Opzione 3: Invenzione ex novo di elementi culturali, la creazione di qualcosa che poi diventa eventualmente canone.
Che significato ha tutto questo? Relativizzare l’aspetto fondante, naturale dell’umano. Gli uomini che forma prendono? La forma che costruiscono, la costruiscono perché l’hanno ereditata dalla propria cultura o da quella di qualcun altro o perché l’hanno inventata, ma comunque si costruiscono e prendono delle forme in questa maniera esattamente come il mango.
Lettera a Papa Benedetto XVI
La lettera è a Papa Benedetto XVI, egli prende delle posizioni e sono quelle rispetto alle quali si muove il volume di Remotti. Non è una polemica, non vuole farci aderire a una certa posizione.
Marzo 2007, discorso di Benedetto XVI: “Nell’attuale momento storico e davanti alle molte sfide che lo segnano, l’UE per essere valida garante dello stato di diritto ed efficace promotrice di valori universali non può non riconoscere con chiarezza l’esistenza certa di una natura umana stabile e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui compresi gli stessi che lo negano”.
Per certi versi è del tutto condivisibile e per altri versi può dare adito a un dibattito, come si fa a schierarsi contro una dichiarazione in cui si dice che esiste una natura umana che è fonte certa di diritti comune a tutti gli individui e anzi questi diritti devono essere estesi anche a coloro che li negano? Come si fa ad essere contro?
Remotti fa uno sforzo perché il punto non è il riconoscimento dei diritti. Questo è soltanto il punto di partenza. Benedetto dice che l’UE deve riconoscere una natura umana fissa e permanente, questa affermazione generica in realtà ha una ricaduta molto specifica sulla famiglia e Remotti discute appunto sull’idea di famiglia.
Discussione sull'idea di famiglia
Possiamo parlare di famiglia su base naturale? Remotti dice no, Benedetto dice sì, è questo il punto di partenza. Da un lato si fa riferimento a un fondamento naturale nella famiglia, dall’altro lato si dice non c’è il fondamento naturale, c’è un’incredibile varietà di costruzioni culturali in spazi, luoghi e tempi differenti della storia. Remotti non è esponente dell’antropologia militante che si scontra politicamente con portatori di altri punti di vista, polemizza con tutti quelli che difendono certi valori. Questo non è un libro di questo genere.
Introduttiva riflessione sull'argomentazione
Nella parte introduttiva ci sono una serie di elementi che meritano di essere letti perché possono servire a maturare anche il modo in cui si presenta un’argomentazione.
- C’è una finzione letteraria, io scrivo una lettera e l’autore assume l’atteggiamento di antropologia non dichiarata, l’autore sa che la controparte non è un’autorità e basta, è l’autorità maggiore che esista.
- Come mi confronto io con il papa? Devo attirare la sua attenzione per farmi ascoltare. È un’operazione che presuppone una riflessione antropologica, prima di dire quello che voglio dire dal punto di vista antropologico mi devo porre un’altra questione cioè quella sul come fare a dialogare con il papa.
- Una questione su cui è questa: “da cattedra a cattedra”, anch’io ho una cattedra però sembra che la mia cattedra - dice Remotti - stia entrando in contraddizione con la sua. Allora in maniera molto rispettosa sento il bisogno di parlarle.
- Le posizioni del papa meritano delle riflessioni adeguate e Remotti dice: “le cose che lei dice meritano una riflessione adeguata”, lui sta entrando in un canale di comunicazione in cui non può usare lo strumento della violenza verbale, dell’indignazione. Una frase che mi sembra significativa di questo atteggiamento è: “i contenuti del mio insegnamento rischiano troppe volte di questi tempi di porsi in contrasto con gli insegnamenti della chiesa”, strategicamente dice che sono i suoi atteggiamenti che rischiano di porsi in contraddizione e non il contrario, quindi è come se si assumesse la responsabilità; chiaramente è una mossa retorica elegante e gli permette di confrontarsi in termini autorevoli con la figura del Papa.
- “Il mio insegnamento, cioè l’antropologia culturale sarebbe esempio di un’ideologia che a suo parere domina il mondo europeo e in generale occidentale” parla del relativismo. Cosa c’è di significativo? Secondo il papa il relativismo domina il mondo europeo, ma in teoria è l’ideologia cattolica a dominare, se no non mi starei difendendo. Nel mondo occidentale contemporaneo quasi nessuno si prende la responsabilità della visione dominante.
- In qualsiasi dibattito le parti che si contrappongono dicono all’altra parte che è dominante e che si devono tutelare rispetto a questa pressione. La controparte è sempre stereotipata e dominante ma nessuno si assume le responsabilità che derivano da una posizione dominante. Quindi da una parte si dice che il relativismo domina l’Occidente, dall’altra parte si dice che l’ideologia cattolica è quella che domina. Questo deve farci riflettere perché chiunque voglia fare un’operazione culturale o politica in questo momento storico deve tenere conto di questa situazione.
Elementi portanti dell'antropologia
Per confrontarsi con il papa, Remotti riepiloga alcuni elementi portanti dell’antropologia. Dopo il cappello iniziale spiego al papa che cos’è l’antropologia.
- L’antropologia tenta di dare senso a fenomeni culturali. Tenta, parola non scelta a caso.
- L’antropologo si muove con l’ambizione di conoscere da vicino e dall’interno.
- L’esperienza di campo che si accompagna alla riflessione teorica e...
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