Appunti antropologia culturale
Origini e significato dell’antropologia
L’antropologia culturale è lo studio della cultura dell’essere umano in tempi e luoghi distanti. Il primo antropologo riconosciuto storicamente è Erodoto. Altri snodi importanti per la storia di questa materia sono l’umanesimo europeo (antropocentrico), la scoperta dell’America, la formulazione delle prime teorie unitarie sul genere umano del '700, che iniziano a considerare l’uomo come una specie unica. Con il colonialismo dell’800 nascono anche i primi antropologi veri e propri che si documentano andando sul campo. Ibn Khaldun è un erudito africano del 1978.
Oggetti e metodi dell’antropologia culturale
La cultura è un complesso di idee, simboli, comportamenti e disposizioni tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisa da un certo numero di individui, con cui questi ultimi si accostano al mondo, sia in senso pratico che intellettuale. L’antropologia cerca di mettere in luce quanto vi è in comune o affine tra i vari modi in cui i diversi gruppi umani interpretano, immaginano, conoscono e trasformano il mondo che li circonda. L’uomo stesso è un produttore di cultura.
Edward B. Tylor, è il primo vero antropologo. Nelle prime righe di Primitive Culture (1871) scrive: “La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società.” Questa definizione comprende naturalmente l’estensione del termine cultura a tutta l’umanità, ma non è un dato universale, dato che a seconda delle varie definizioni gli approcci dei vari antropologi negli anni sono cambiati molto.
Uff Hannerz nel 1992 sostiene infatti: “La cultura è una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate nei territori”, assolutamente l’opposto di Tylor.
Al contrario degli animali, che nascono già con un genoma nel loro DNA che gli trasmette i comportamenti da attuare per sopravvivere, l’uomo impara usi e costumi dal proprio gruppo di appartenenza e nella vita non smette mai di imparare. Senza modelli culturali a cui fare riferimento, l’uomo sarebbe sostanzialmente incompleto. L’antropologo Bronislaw Malinowski ritiene che qualunque atto o comportamento umano finalizzato ad uno scopo materiale e “primario” passi comunque per la cultura, anche se noi stessi non ci riflettiamo (cosa che invece può fare uno straniero notando le differenze).
I modelli culturali possono naturalmente cambiare a seconda delle circostanze e mutare di generazione in generazione in base alle esigenze (esempio popolo delle isole Mantawai e riso). Le culture perciò vengono modificate sia da fatti interni che esterni, come spiega Georges Balandier, poiché sono i risultati di incontri, cessioni, prestiti e selezioni. Anche all’interno di una stessa società possono esistere più tipi di culture, anche se nella nostra mente quella dominante è quella solitamente più ricca.
Dato che il linguaggio umano si caratterizza per una produttività infinita, è necessario che la cultura, per quanto possa essere creativa, si limiti a ciò che è universalmente semantico poiché quando si allontana troppo da qualcosa di conosciuto, viene accolto con diffidenza. Tutte le culture sono olistiche, chi più chi meno, cioè complesse e integrate, formate da elementi che hanno un rapporto di interdipendenza reciproca. Quella indù, per esempio, data la divisione in caste, o quella musulmana, che non distingue religione da politica, lo sono molto di più di quella occidentale.
Essendo le culture non solo olistiche ma anche immense, il lavoro dell’antropologo non sarà quello di studiarle nella loro interezza, ma solo un certo aspetto di queste (ad esempio la parentela). Il principale lavoro dell’antropologo sul campo è quello di raccogliere dati attraverso sia le interviste che vere e proprie esperienze fatte in prima persona: l’antropologo infatti dovrebbe vivere a stretto contatto con il popolo che studia, condividere e comunicare con loro il più possibile. Questa è “l’osservazione partecipante.” Ma l’antropologo non deve trasformarsi in un ospite, bensì entrare a far parte come un membro vero e proprio della comunità, il che gli permette perciò di guardare anche alla propria con un certo distacco.
La differenza con il ruolo e lavoro dell’etnologo è che l’antropologo non si deve limitare a raccogliere dati ma deve anche darne un’interpretazione.
Le caratteristiche fondamentali del ragionamento antropologico
Le competenze dell’antropologo non si basano esclusivamente sulla ricerca sul campo ma anche su un numero di assunti:
- La prospettiva olistica: cioè l’interdipendenza che si crea tra i vari aspetti della cultura, molto più semplici da studiare nelle piccole comunità.
- La problematica del contesto: i primi antropologi mettevano a confronto tra loro fenomeni provenienti da luoghi e popoli lontani e diversi senza tener conto del contesto d’origine. Solo con l’introduzione della prospettiva olistica ci si inizia a porre questo problema. Max Weber, per esempio, dimostrò come il capitalismo fosse in relazione alla credenza della predestinazione dell’individuo.
- Lo sguardo universalista e antietnocentrico: la vocazione dell’antropologo discende dalle sue origini razionaliste e ha evidente riscontro nella capacità umana di “produrre cultura”. Si oppone all’etnocentrismo (pur non essendone totalmente libera), cioè la tendenza istintiva e razionale a ritenere i propri compartimenti i migliori.
- Il metodo comparativo: è sempre stato usato dagli antropologi, anche se solo dal 20° secolo possiamo definirlo tale (prima era chiamato così ma più simile ad un metodo illustrativo che altro). Oggi esistono due tipi di metodi comparativi: il primo mette a confronto culture e popoli vicini geograficamente e storicamente, ma non consente grandi generalizzazioni; il secondo confronta fenomeni simili in popoli tra loro lontani, ma si rischia di fare generalizzazioni indebite.
- L’ispirazione dialogica e il compito della traduzione: l’antropologo deve mettersi in atteggiamento d’ascolto nei confronti della popolazione che sta studiando e deve effettuare non solo un lavoro di traduzione linguistica ma anche concettuale (caso della Bibbia in Oceania).
- L’inclinazione critica e l’approccio relativista: la funzione critica dell’antropologia non si esaurisce in difesa dei popoli più “deboli” che sono stati soggetti al colonialismo ma consiste nell’individuare le trasformazioni delle culture nei contesti storici che le hanno poste in contatto con le forze del colonialismo e che oggi le espongono alla globalizzazione. Rimette in discussione l’atteggiamento etnocentrico dell’imperialismo. Il relativismo culturale invece permette all’antropologo di porsi in un atteggiamento positivo nei confronti di comportamenti e valori diversi dalla sua cultura d’origine e che questi debbano essere considerati nel contesto dove prendono forma.
- L’impianto pluriparadigmatico: al contrario di quanto accade nelle scienze esatte, i paradigmi vecchi non vengono ritenuti superati e sostituiti ma restano punti di riferimento per gli studiosi della disciplina.
- Il versante applicativo: gli antropologi però non si fermano a dibattere tra loro e a fare le ricerche sul campo, sono anche risorse utili per lo stato in più occasioni, comprese la sanità e l’istruzione, soprattutto in seguito a grandi flussi migratori.
- La condizione riflessiva e il decentramento dello sguardo: l’insegnamento basilare dell’antropologia è vedere noi stessi come gli altri ci vedono, quindi più essere anche ritenuta una materia riflessiva, ma non il modo esclusivo.
“Razze”, geni, lingue e culture
Il concetto di “razza” è ciò che dal metà dell’800 in poi ha giustificato genocidi e sottomissioni. Tuttavia, si basa su concetti molto soggettivi, quindi non può essere preso d’esempio per classificare il genere umano. Le scoperte antropologiche hanno dimostrato che in realtà proveniamo tutti dalla stessa specie (homo sapiens sapiens) che, dopo essere migrato dall’Africa verso tutto il mondo, ha subito modificazioni nel suo aspetto esteriore che oggi noi usiamo per distinguerci.
Tuttavia, ciò che veramente permette di classificare la provenienza di un essere umano non è visibile agli occhi: dal cranio possiamo capire moltissime cose (sesso, età, provenienza) ma non di certo il colore della sua pelle o dei capelli. L’unico tipo di analisi scientifica per rivelare ciò è quella del DNA, diverso per ogni individuo ma uguale per tutti nelle sue strutture fisse, e con differenze tanto più grandi quanto è il tempo trascorso dalla separazione di due popoli a confronto.
Per quanto riguarda le lingue, ci sono fondamentalmente due scuole di pensiero: gli unitaristi ritengono che tutte le lingue siano suddivisibili in grandi “famiglie” di provenienza, a loro volta suddivisibili in altre sottofamiglie. Non tutti i linguisti sono d’accordo; altri infatti ritengono che la teoria unitarista sia impossibile senza la presenza di un’unica “protolingua” da cui tutte sono poi derivate, soprattutto perché le lingue negli anni si sono modificate a seconda di vari fattori.
Le migrazioni sono all’origine del distanziamento genetico che in realtà cambia anche per casualità e selezione naturale. Ma questa distanza genetica non corrisponde a una distanza culturale commensurabile, perché i tratti linguistici non sono stabili, isolabili e databili alla maniera di quelli genetici (esempio dei Baschi, simili a livello genetico con gli abitanti del Caucaso ma non a livello culturale). Le aree culturali sono delle regioni geografiche al cui interno sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali, culturali, linguistici etc. relativamente simili. Queste aree devono essere ritenute puramente indicative per le maggiori differenze socio-culturali riscontrate nell’antropologia.
Forme storiche di adattamento: le società acquisitive
Le società dell’homo sapiens sapiens si fondavano unicamente sulla caccia-raccolto, perciò delle cose che poteva trovare spontaneamente in natura, queste s
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