Antropologia culturale
L’antropologia culturale è lo studio di tutti i popoli, ovunque essi vivano, che cosa producono, che cosa fanno, che cosa pensano, come organizzano le loro relazioni sociali, le loro società ed il senso da dare al mondo – quest’ultimo unifica gli esseri umani.
Cultura e antropologia
Cultura: insieme di conoscenze che una persona o un gruppo sociale ha. L’antropologia fornisce una base scientifica per affrontare il dilemma cruciale del mondo attuale: come possono genti di aspetto diverso, lingue reciprocamente incomprensibili e stili di vita differenti convivere pacificamente? - Clyde Kluckhohn, 1944.
Ernesto de Martino: primo antropologo italiano (anni ’50); “La terra del rimorso”, rito pugliese che parlava di un morso della taranta. L’etnografia, che è il metodo dell’antropologia, pone le basi teoriche. La ricerca etnografica è la ricerca sul campo, in cui vengono recepite informazioni da un informatore, ovvero una persona che l’antropologo ritiene abbia conoscenze specifiche in un determinato ambito.
L’antropologia nasce nel contesto del colonialismo, col fine di rendere più semplice la subordinazione. L’antropologia culturale è lo studio della società e della cultura umane, la disciplina che descrive, analizza, interpreta e spiega le somiglianze e le differenze sociali e culturali. Per studiare e interpretare la diversità culturale, essa adotta un duplice approccio: quello etnografico (basato su riscontri diretti e sul lavoro di campo o fieldwork) e quello antropologico (basato su comparazioni transculturali). - Kottak, 2008.
- Descrizione: non è obiettiva, ma soggettiva.
- Analisi: i dati raccolti devono essere analizzati, si scrive quindi il “diario di campo”.
- Antropologia interpretativa: l’interpretazione è posta alla base dell’antropologia, essa fa l’interpretazione dell’interpretazione, noi siamo “altri” per coloro che noi definiamo “altri”: problema del dialogo interculturale.
- Spiegazione: l’antropologo traduce, fa dunque una traduzione di pensieri.
La cultura è l’insieme delle tradizioni e costumi, trasmessi attraverso forme di insegnamento – consapevoli ed inconsapevoli – che formano e guidano le credenze, le visioni del mondo e il comportamento degli individui in società. - Kottak, 2008.
La globalizzazione non porta all’omogeneità poiché le culture e le identità locali non vogliono morire. Gli USA avevano l’alterità in casa loro – gli indiani d’America. Discipline affini all’antropologia: linguistica, sociologia, psicologia. Dagli anni ’70 si è cercato di unire queste discipline, dando vita al concetto di Intercultura. Le varie discipline si riuniscono sul campo.
Antropologia culturale americana
Antropologia culturale americana (relativismo culturale): la prima cattedra fu quella di F. Boas. Egli mandò una donna nelle isole Samoa per spiegare l’adolescenza. Alla domanda “come diventano uomini gli esseri umani”, si rispose affermando che si diventa uomini attraverso l’apprendimento, per lo più inconsapevole. La cultura si apprende. Ogni essere umano può imparare qualsiasi tipo di cultura in senso antropologico > contro la definizione di razza. La diversità è il nostro mestiere. - Ulf Hannerz
Antropologia dell’emergenza
L’antropologia nasce per studiare la diversità. Antropologia dell’emergenza: le popolazioni “primitive” cambiavano, c’era quindi l’urgenza di documentare il sapere che si pensava sarebbe scomparso. Quelle popolazioni continuano ad esistere ma sono cambiate nel tempo, esistono però dei nuclei che rimangono identici: il mito della fondazione. Attraverso il mito si ha la continuità. Ciò che viene appreso non scompare, al massimo si modifica. La conoscenza è sempre in costruzione. Non ci sarà mai un’omogeneizzazione culturale ma una vittoria della località.
Antropologia sociale britannica
Antropologia sociale britannica (funzionalismo): l’etnografia è la base che diffonde le caratteristiche di una popolazione. La dimensione etnografica riguarda il particolare. La comparazione tra le varie etnografie mira alla generalizzazione. La scrittura etnografica fornisce narrazioni (scienza umanistica). L’antropologia colloca le espressioni creative dei popoli. Essa studia come dare senso al mondo e come modificare la nostra visione del senso del mondo, si ha quindi un’apertura verso le altre culture. Occorre quindi demolire il senso comune e cambiare punto di vista.
L’antropologia è una disciplina comparativa che tenta di formulare generalizzazioni valide al di là dello spazio e del tempo su che cosa significhi essere uomini. L’antropologo apprende da campi diversi: archeologia, antropologia fisica (genetica), linguistica (ogni volta che interviene un interprete, il pensiero viene modificato – la linguistica prova ad evitare che ciò accada), psicologia.
L'antropologia culturale nasce sulla diversità. L'antropologia britannica si occupa principalmente delle istituzioni: matrimoni, parentele ecc. Il metodo comparativo vuole spiegare l'essere umano: somiglianze e differenze. Cultura deterritorializzata: la conoscenza emigra, ma nella ritualità troviamo la conferma dell'appartenenza. Il concetto di identità è plurimo: lo scambio crea innovazione.
Concetti fondamentali dell'antropologia
L'antropologia studia le diverse istituzioni o rappresentazioni, i diversi tipi di relazioni che ogni cultura autorizza – o impone- rendendoli pensabili e gestibili, ovvero simbolizzandoli ed istituendoli. Perché le culture devono avere e dare senso, un senso sociale pensabile e gestibile. La cultura è olistica: ogni ambito è in relazione con gli altri.
La cerimonia Kula (Malinowski): si parte studiando oggetti simbolici (collane, bracciali) che vengono scambiati. Tramite questi oggetti si è ricostruita l'esistenza – o conoscenza – di quella popolazione. La cultura impone alle persone di comportarsi nel modo giusto. Ogni cultura è costantemente modificata nel corso delle generazioni.
L'antropologia elabora anche un discorso sistematico (utilizza il metodo comparativo) sulla differenza tra i modi di vita di diversi popoli, su come le diverse comunità umane si adattano ad ambienti differenti, sui loro culti, sulle loro istituzioni familiari e politiche, nonché sulla loro sensibilità estetica e sulla loro creatività tecnica per poi ricercare che cosa avvicini le une alle altre. - Ugo Fabietti, 2004.
Cultura: conoscenza organizzata nei vari ambiti del sapere che sono interconnessi. La conoscenza consente al singolo di comportarsi e conoscere nel modo previsto. L'antropologia nasce come studio della diversità culturale, apprendiamo cose diverse ma attraverso gli stessi passaggi.
- Ambienti differenti: il contesto naturale è fondamentale ed offre ai gruppi umani delle possibili soluzioni ai problemi. Le popolazioni pre-letterate, nel momento in cui interviene un'altra società, si servono dell'ambiente in cui vivono per sfruttarlo per poi ritornarvi in un futuro. Essi non distruggono. La visione occidentale è opposta: si sfrutta tutto, si è indifferenti alla natura.
- Culti: nelle piccole società, il rito ha un ruolo importantissimo. Consente infatti all'individuo di entrare a far parte della società: bisogna dimostrare di essere in grado. Dolore come pagamento della conoscenza.
- Istituzioni: nelle società acefale (senza capo), la dimensione del potere esiste lo stesso.
- Creatività tecnica: dimensione tecnologica (anni '90) che modifica soprattutto il modo di recepire, pensare e creare nuove forme di relazioni culturali. Le tecniche sono però sempre esistite. Tecnica: capacità di autosostenersi.
- Unione: un gruppo isolato muore. Le alleanze servono per il mantenimento del gruppo sociale.
L'analisi effettuata a partire dall'osservazione, dalla descrizione e dall'interpretazione di rappresentazioni culturali dirette (mito e rito, religione, classificazioni, tecniche e credenze) oppure dalle rappresentazioni culturali indirette, implicite nello scambio di istituzioni sociali ed economiche (matrimonio, parentela, scambi economici). La molteplicità e varietà dei modelli culturali esistenti nel mondo fanno un'idea più completa di cosa significhi essere uomini. Per raggiungere questo scopo, gli antropologi culturali ascoltano, registrano, descrivono – e dunque interpretano – voci e prospettive incontrate in luoghi con culture differenti dalla propria ma anche all'interno della stessa cultura occidentale.
Lo studio delle culture di altri popoli implica anche la scoperta di chi essi pensano di essere, che cosa credono di stare facendo e a quale fine essi pensano di farlo, cosa che è assai meno semplice di quanto suggeriscono i canoni ordinari dell'etnografia. Per scoprire questo è necessario acquisire una familiarità operativa con le cornici di significato entro le quali essi mettono in atto le loro vite. Le culture non scompaiono e con l'emigrazione e l'immigrazione, la diversità si fa ancora più evidente. Questo non comporta di sentire i sentimenti di chiunque altro o pensare i pensieri di chiunque altro, cose semplicemente impossibili; né comporta di seguire i costumi dei nativi, un'idea impraticabile, inevitabilmente falsa. Implica invece che si apprenda come si possa, in quanto esseri umani provenienti da altrove con un proprio mondo, vivere con loro. - C. Geertz, 2001.
Questione del senso
L'orizzonte del procedimento antropologico è la questione del senso, cioè dei mezzi con cui gli esseri umani che abitano uno spazio sociale si accordano sul modo di rappresentarlo e di agire al suo interno. - Augé, 2004.
Conoscere un'altra cultura significa conoscere anche la propria, perché lo sforzo di sradicare i presupposti dalle norme sociali e morali implica un'alienazione, nel senso critico, da tutto ciò che si dà per scontato nella vita, non sempre per metterlo sotto tiro, ma per riconoscere la sua relatività culturale e storica. - Herzfeld, 2003.
Quando incontriamo una persona, inizia la categorizzazione - voi/noi: chi fa parte del voi è fuori dal "mio gruppo": diversità. L'esperienza è interpretata da ciascuna persona nei termini del proprio schema di riferimento, delle norme sociali del proprio gruppo e tutti questi fattori influenzeranno la percezione e le valutazioni cosicché non esiste più un'unica scala di valori da applicare a tutte le società. (relativismo culturale) - Kluckhohn, 1964.
Ognuno ha il suo modello di pensiero. L’esperienza della conoscenza però è la stessa per tutti a livello biologico, il cervello è lo stesso, quindi il processo di apprendimento è uguale per tutti: gli esseri umani apprendono ciò che gli viene insegnato, sono i contenuti ad essere diversi. Il singolo è il risultato di un insieme di relazioni, in teoria dovremmo essere tutti uguali ma il fattore dell’esperienza influisce sulle varie percezioni ma sempre all’interno di una condivisione di base. Percezione: elemento di fondo per valutare le situazioni. Ogni società ha una propria gerarchia sensoriale.
La conoscenza dell’altro per la conoscenza di sé. Noi non siamo generalmente consapevoli della lente tutta speciale attraverso la quale vediamo la vita. Lo specialista di scienze umane deve sapere tutto sull’occhio che guarda quanto sull’oggetto guardato. L’antropologia pone davanti all’uomo uno spicchio immenso nel quale egli può guardarsi nella sua infinita diversità. - Kluckhohn.
La vita e la morte all’interno di una società sconvolgono i legami parentali e le relazioni. Lo sguardo antropologico insegna a dubitare di ciò che riteniamo indubitabile. Esso indica che la potenzialità umana fornisce modi alternativi per organizzare la vita e di esperire il mondo. Le letture antropologiche educano a mettere in dubbio i principi invalsi e ci rendono disponibili al cambiamento. Si fa ricerca sul campo per scoprire come altri popoli producono il loro mondo e per riflettere su come lo produciamo noi.
Gli antropologi intendono per cultura non gli altri prodotti dell’intelletto – come arte, letteratura o scienza – ma l’insieme di tutte quelle pratiche, usi, consuetudini e conoscenze, per quanto banali e quotidiane, che una comunità umana possiede e attraverso le quali si adatta all'ambiente e regola le proprie relazioni sociali.
Cultura è l'insieme di forme assunte da ciò che le persone hanno in mente, i modelli necessari a percepire, correlare e dunque interpretare. 1984: cambio del paradigma del senso antropologico.
Concetto di cultura
- Edward Burnett Tylor (1871): evoluzionista "Quell'insieme complesso che include conoscenza, credenze, arte, morale, legge, abitudine e qualunque altra capacità e abilità acquisita dall'uomo in quanto membro di una società" > uguaglianza degli esseri umani.
La cultura è dunque universale (presente ovunque), appresa e sociale. Uomo: prodotto e produttore di cultura. Critica al concetto di cultura volta alla fissazione delle conoscenze. Il processo di acquisizione individuale di queste conoscenze è inevitabile per diventare esseri umani grazie al processo di apprendimento delle conoscenze del nostro gruppo di appartenenza. Ma la cultura non è - come si riteneva un tempo – un modello fisso, immutabile, appreso una volta per tutte, perché la cultura è flessibile ed in grado di fare propri alcuni elementi, delle sollecitazioni caratteristiche di altre culture.
In passato, quando gli antropologi studiavano i selvaggi/primitivi, non emergevano le diversità interne ai vari gruppi, c'era una certa omogeneità. Oggi invece c'è una specie di gerarchia, non c'è una cultura/sapere condiviso totalmente: infatti nella stessa società coesiste una pluralità di forme e culture.
Margaret Mead, prima antropologa, studiò le differenze tra uomo e donna. Volle spiegare come mai in alcune popolazioni non c'era la crisi adolescenziale; come si diventava maschi o femmine "giusti" all'interno di quella determinata società. Paragone tra società samoana e statunitense: la discussione sulle libertà sessuali di queste popolazioni sconvolse l'America e l'Occidente. L'antropologa cerca di far capire agli occidentali che queste popolazioni non sono inferiori.
Gli etnografi, attraverso le monografie (diari), dovevano scrivere senza annoiare il lettore, approfondendo solo gli aspetti più importanti per cui la ricerca era partita. Nessuna cultura è mai stata isolata. Ogni gruppo è stato in contatto con i gruppi ad esso vicini. Creolizzazione, métissage, ibridazione: processi che spiegano cosa succede quando si incontrano culture differenti poiché inevitabilmente avvengono mutamenti e trasformazioni. Questo evento non è solo personale, perché ogni essere umano ha poi effetti sulla società.
Alcuni antropologi sono dell'idea che l'antropologia è morta perché con la globalizzazione non esistono più i primitivi: ma gli antropologi devono studiare i cambiamenti di una società che incontra un'altra società/comunità.
- Creolità: nozione introdotta da un antropologo svedese che si occupa dei cambiamenti culturali attuali. Creolizzazione > pluralità di identità di appartenenza.
Anni fa gli antropologi avevano previsto la fine degli stati-nazione (politicamente) ma si sbagliavano. Però la fine dei confini virtuali è arrivata. Per avere dialogo bisogna essere disponibili ed avere interesse nel capire l'altro. Transculturazione (Fernando Ortiz): non vado solo ad aggiungere qualcosa alle mie conoscenze. Creole: mix tra due lingue; ha una durata limitata poi diventa una lingua vera e propria. Sincretismo: fusione tra elementi di diversa religione. La relazione e la rivendicazione dell'identità di un gruppo avviene tramite i confini.
Etnocentrismo: oltre il noi c'è l'alterità. Si tratta di una auto-attribuzione, una rivendicazione di umanità, una considerazione di superiorità. Non comporta un riferimento necessario all'esistenza di etnie; si parla di atteggiamento etnocentrico in riferimento a gruppi che possono essere più o meno vasti. Ogni gruppo etnocentrico rivendica la propria umanità: l'etnocentrismo marginalizza gli altri gruppi.
Secondo Francesco Remetti, sono i costumi – oggi le abitudini – che non possono essere cancellati in noi poiché questo nucleo viene diffuso. Vivere in altre culture è possibile ma ci sarà sempre un nucleo di base, un proprio modello culturale orientato dal tipo di modello conoscitivo che una persona ha incorporato.
La conoscenza di società diverse è il miglior rimedio contro l'etnocentrismo. Come ha sottolineato M. J. Herskovitz, la cultura è universale in quanto acquisizione umana, ma essa è unica in ciascuna delle sue espressioni particolari (i contenuti sono diversi in ogni cultura). Essa è sia stabile (esiste un nucleo di conoscenza che ogni gruppo umano considera fondamentale e che non consente di essere modificato da influenze esterne), sia dinamica perché conserva delle modificazioni cotanti (apporti di culture esterne, scomparsa di alcune abitudini; essa determina i nostri comportamenti ma spesso in o inconsapevole. La cultura è universale in quanto essa si manifesta nei vari settori della vita sociale, ovvero nei modi di acquisizione della sussistenza, nel sistema di produzione, nelle tecniche, nell'istituzione e organizzazione familiare e politica ma sopra
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