Premessa
Oggi fare distinzioni nette tra le varie discipline è ozioso, non necessario, poiché le discipline tra di loro dialogano, scambiando temi, punti di vista ecc. Le discipline permettono agli scienziati sociali di scrivere opere facendo uso di concetti presi anche da altre discipline. L’antropologia è una disciplina di frontiera, sia perché sconfina in altre discipline, sia perché esplora anche le altre frontiere.
Antropologia e sociologia
Ragioni tematiche
Tenendo conto della premessa, antropologia e sociologia si differenziano per due ragioni:
- Una ragione tematica: storicamente, mentre l’antropologia studiava, e tende a studiare ancora oggi, le culture ''altre'' (definite prima tradizionali, primitive), la sociologia nasce come studio della nostra cultura moderna, occidentale, della nostra società. L’antropologia oggi si trova a dover fare i conti con una possibilità di studiare i ''popoli altri'' sempre più stretta, poiché mentre negli anni '20-'10 del 900 vi erano popoli senza contatti con l’occidente, oggi sono davvero pochi i casi che non hanno nulla a che fare con l’occidente. L’antropologia si troverebbe in difficoltà se volesse mantenere questo orizzonte, per questo ha sconfinato nella sfera della sociologia studiando anche la nostra cultura (musica, televisione ecc.), scambiando metodologie con le altre discipline. Anche la sociologia spesso si dedica allo studio di situazioni che spesso erano patrimonio esclusivo dell’antropologia.
- Una ragione metodologica: tradizionalmente, l’antropologia è una disciplina qualitativa, mentre la sociologia è quantitativa, cioè fa largo uso di numeri e in particolare della statistica; all’antropologo i dati statistici interessano poco poiché è più interessato alla qualità delle informazioni, è più attento al racconto. Una critica ha interpretato l’antropologia più come una disciplina letteraria.
Nascita dell'antropologia
Etimologicamente significa ''studio dell’uomo''. Parleremo per lo più di antropologia culturale (studio delle culture) ma sconfineremo anche nell’antropologia fisica. La disciplina antropologia nasce con l’introduzione della disciplina nelle accademie, per questo si afferma intorno alla metà dell’800 in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Tuttavia, con una narrazione più libera, potremmo dire che già Erodoto era un antropologo. Ognuno di noi è un antropologo quando si interessa al modo di vivere degli altri, all’alterità.
Antropologia e colonialismo
L’antropologia nasce come disciplina ancella del colonialismo (per questo si è affermato prima in Francia, UK e USA) e si porta dietro una forte eredità, poiché all’epoca gli antropologi dovevano solo giustificare lo sfruttamento delle risorse e degli uomini del paese colonizzato, e insegnare a quei popoli come dovevano vivere. Questa si può definire una colpa dell’antropologia, cioè giustificare la superiorità del paese dominatore e veicolare l’informazione secondo cui NOI ≠ ALTRI.
L'evoluzionismo
Infatti, la prima corrente antropologica è l’evoluzionismo che afferma che mentre NOI siamo alla cima della piramide, gli ALTRI sono al livello più basso della barbarie o della selvatichezza, e quindi va insegnato loro di diventare come noi. È un fardello che ancora oggi ci portiamo dietro.
Il metodo antropologico
L’antropologo usa un metodo portato avanti da Malinowski, un polacco che lo ha portato in Inghilterra; nel 1922 pubblicò gli ''Argonauti del Pacifico Occidentale'' in cui introduce l’osservazione partecipante. Dopo di che, questo è il metodo che viene usato. Prima, invece, l’antropologo era un ''tuttologo'', cioè costruiva delle storie con il materiale che raccoglieva, si trattava di un antropologo da ''salotto, tavolino'' che elaborava delle storie che raccoglieva da chi viaggiava, dai missionari. Da Malinowski in poi è necessario ''vedere con i propri occhi''; questo significa osservazione partecipante, cioè osservare per un lungo tempo, trasformarsi in qualche maniera in ''individui di quella società'', così che solo da dentro è possibile ricavare informazioni esatte e corrette, anche se poi l’antropologia più moderna ha voluto giocare su questo termine criticandolo, poiché l’osservazione partecipata è difficile: più osserviamo e meno partecipiamo o più partecipiamo e meno osserviamo.
Autorevolezza dell'antropologo
L’autorità che si ottiene dall’essere stato sul campo deve essere un elemento che differenzia il racconto rispetto a chi là non è stato, a chi non ha visto. Malinowski afferma che chi è stato sul campo ha più autorevolezza di chi sul campo non è stato.
Termini da definire
- Etnologia: termine francese (che per anni è stato utilizzato anche dalla tradizione italiana); etnologia: scienza che ha per oggetto di studio l'origine e la diffusione delle culture dei vari popoli.
- Etnografia: definisce due cose:
- Lo stretto lavoro sul campo: cioè l’antropologo va sul campo per osservare e scrive sul proprio taccuino. L'etnografia, quindi, come azione di elaborazione dei dati.
- Ma l’etnografia è anche il prodotto, cioè un testo che descrive la realtà, limitandosi a una descrizione più o meno obiettiva e precisa delle realtà osservate (questa è la differenza con l’antropologia poiché richiede una visione più ampia, non si occupa solo di popoli altri).
Claude Lévi-Strauss
Claude Lévi-Strauss (uno dei suoi libri più importanti è ''Tristi Tropici'') risolve questo dubbio sull’opportunità di chiamare in causa i termini affermando che l’antropologo svolge tre mestieri, ovvero per fare un buon lavoro scientifico occorrono tre elementi:
- Etnografia: momento di raccolta dei dati.
- Etnologia: riflessione sui dati raccolti.
- Antropologia: lavoro finale che comprende il momento comparativo.
Tema dell'identità
L’uomo ha radici o ha piedi? Le radici rimandano all’idea di staticità che è un concetto fuorviante. La tradizione e l’identità sono fatte di elaborazioni continue, contingenti, storiche, tutt’altro che inevitabili. L’espressione ''io mi sento italiano, siciliano, uomo, europeo, cristiano…'' nasconde l’idea che noi l’identità la rappresentiamo a seconda dei momenti. L’identità etnica, cioè di popolo, è definita dal popolo stesso, noi non possiamo definirla ma queste identità si autorappresentano, possiamo solo confutarle. Noi italiani veniamo rappresentati come persone che mangiano pizza e suonano il mandolino. Le identità sono costruzioni. "Fictio" non va tradotta con ''finzione'' ma con ''costruzione'', l’antropologo è consapevole che concetti quali stato, popolo, etnia, razza, identità sono finzioni, ma intesa nell’accezione latina, cioè nell’accezione costruzione, secondo cui tutti noi non le stiamo svuotando, ma abbiamo una visione differente, non esiste una realtà oggettiva. Cosa definisce l’identità di un popolo? La sua religione? Razza? Sono limitativi. L’identità non è data, ma è ridiscussa in continua, sia quella personale che quella di un popolo.
Quando l’antropologia si stava affermando, Taylor definì la cultura come ''l’insieme di quelle usanze che appartengono a un popolo che abita in un determinato territorio, parla una determinata lingua e pratica una determinata religione''. Nonostante all’epoca fosse definita giusta, oggi non andrebbe bene; se dobbiamo considerare questa definizione dovremmo escludere dagli italiani gli emigrati, i bambini uomini e donne che sono praticanti di un’altra religione o che parlano un'altra lingua.
Altri concetti legati all'identità
Consequenzialmente al tema dell’identità, possiamo introdurre altri concetti:
Tema della prospettiva
L’antropologia è un fatto di prospettiva e di interpretazione. Gli antropologi hanno da tempo abbandonato l’illusione di descrivere i fatti oggettivamente. Ad esempio, la bellezza è una finzione, un’interpretazione individuale, storica (ad esempio in Africa le donne possenti sono belle, quelle magre sono brutte; i quadri del '600 rappresentano le donne belle come floride, le ''maggiorate degli anni '50'' erano donne floride ed erano bellissime, negli anni '80 vigeva come canone di bellezza l’anoressica), la bellezza è un canone soggetto ai capricci della geografia, storia, volontà; l’uomo costruisce i propri gusti a partire da interpretazioni e prospettive. Un altro esempio è lo ''sviluppo'', noi crediamo secondo il nostro canone, narrazione che lo sviluppo di un paese si calcola in base alla ricchezza. Ovviamente però esistono altre prospettive, esiste un’altra maniera di vedere le cose, la nozione di sviluppo non è univoca e inequivocabile. Si tratta sempre di una costruzione, finzione che può essere vista sotto un’altra prospettiva.
Lettura densa: fatto sociale e totale
Ad esempio, la partita di calcio, una lettura semplice vede delle persone che calciano un pallone, una lettura densa parla della rappresentazione delle identità, delle corporalità.
Anche la tradizione è una finzione, che a seconda delle circostanze ci fa valorizzare qualcosa che appartiene al passato. Noi pensiamo che la tradizione nasconda sempre un valore positivo, può essere vero come può non essere vero. Noi siamo molto attaccati alla nostra tradizione, mentre gli americani sono più attratti dal cambiamento e della modernità.
Cultura
Concetto più rilevante per gli studi delle scienze umane, in particolare per l’antropologia, difficile da descrivere come un oggetto limitato è la CULTURA. La cultura è una maniera di pensare, di percepire le cose, è un modo di dare senso alle stesse. Ad esempio, la corrente del relativismo è una ‘postura intellettuale’, cioè una maniera di vedere le cose che parte dal presupposto che ogni popolo ha facoltà di scegliere, ma non è stato condannato a qualcosa, esistono ovviamente delle condizioni naturali che influiscono sulle scelte (si parla di determinismo ambientale) ma non le rendono OMOLOGHE, ci sono altri fattori che concorrono, uno dei più importanti è la creatività individuale (ad esempio le immagini, esperienze, la logica) fa in modo che esistano delle culture che sono condizionate nella religione, vestiario, cultura. Questa facoltà più o meno sviluppata, che in alcune culture costa persino la vita, l’abbiamo vista storicamente realizzarsi attraverso le ribellioni politiche, religiose, le dissidenze, le avanguardie.
La cultura è molto influenzata da questo margine che noi chiamiamo avanguardia, sottocultura (fine anni '60 con la cultura Beatinick, poeti maledetti, movimenti per la liberazione dei neri, la nascita del movimento femminista, erano movimenti marginali di ribellione e di lotta, ora questo è quell’immagine di America che ancora noi osserviamo, che però allora era demonizzata). Per questo dobbiamo pensare alla cultura come a un focolaio, alimentato da diverse tendenze, flussi e staticità (la staticità è un elemento che condiziona la cultura, ma NON l’unica).
Quale limite mettiamo alle culture? Che limite possiamo dare alla nostra? Ad esempio, il Sushi fa parte della nostra alimentazione? Non c’è una risposta, possiamo dire di sì come no, qual è il cibo della nostra cultura? Abbiamo continui disturbi che ci arrivano dall’estero e l’ambito culinario è uno degli elementi privilegiati dall’analisi antropologica.
Ciò che è innaturale per l’uomo sicuramente è volare, respirare sott’acqua, ma tutto il resto è qualcosa che se esiste in natura, che noi lo troviamo abominevole o meno è solo per una scelta culturale, è la cultura che ci ha dato questo margine e limite (ad esempio per una scelta culturale non mangiamo il cane). La cultura quindi non è inevitabile ma è determinata da scelte storiche, di opportunismi, di creatività, una creazione però ‘individuale’ –> noi interpretiamo la nostra cultura, non a nostro piacimento ma mettendoci qualcosa della nostra individualità (quando giochiamo, vestiamo, scriviamo).
Il compito dell'antropologo
Un importante compito dell’antropologo è quello di comparare la nostra cultura con le altre ci permette di studiare meglio la nostra. Quando si parla di ''culture altre'' si deve mettere in campo anche l’interpretazione delle stesse; ogni cultura si autorappresenta in una maniera che non corrisponde a quella di come gli altri vedono quella cultura. Questo succede quando andiamo in un locale all’estero che rappresenta il nostro paese e vediamo delle immagini, parole che però sono contradditorie, non significative di quello che noi siamo.
Assiomi della cultura
- La cultura non è mai stata ordinata e coerente: la descrizione di una cultura non può che prescindere da una serie di distinguo, di maniere, di appesantire la narrazione, non può che essere articolata e complessa. La cultura è CAOTICA.
- Non è fissa nel tempo.
Comunità immaginate
Termine coniato da Benedict Anderson, comunità che non sono richiudibili in un recinto locale, ma ogni cultura è fatta ad esempio anche di milioni di immigrati. La cultura si nutre di queste comunità ''immaginate'' possiamo quindi vedere uno scollamento, una decontestualizzazione. Noi possiamo ritenerci facenti parte di diverse città, possiamo ritenerci rappresentanti di una cultura occidentale, o una più meticcia e contaminata, oppure potremmo volere che i nostri valori locali abbiano sempre la meglio nella nostra autorappresentazione.
Contro l'essenzialismo
L’antropologo è contro l’essenzialismo, cioè che le culture di cui sono portatori gli uomini, siano legate al sangue, al corpo inteso come natura, all’inevitabilità. Mentre invece la cultura si sceglie.
Concetto di cultura come scelta
Noi abbiamo una capacità di interpretazione della nostra cultura che ci differenzia, noi siamo portatori di una generica cultura, ma ognuno è libero di scegliere di come autorappresentarsi. La dissidenza, la ribellione, il rifiuto sono stati largamente praticati nella storia, fanno comunque parte del nucleo della cultura. Questo vuol dire che ognuno può costruire a suo modo i parametri come crede, sia a livello individuale che a livello di comunità. Uno dei confini più importanti è quello dello STATO, non condiviso però da tutti, basta pensare alle comunità, alle tribù.
Creatori attivi di cultura
Ovunque noi viviamo siamo plasmati dall’ambiente, ma nello stesso tempo siamo creatori attivi di cultura, è un elemento di rottura di consuetudine. Ognuno di noi contribuisce alla creazione della cultura di cui facciamo parte. Creeper afferma che la cultura è un ''super organico'', cioè che viene dall’alto.
Siamo tutti fautori della cultura, non servi. Questo ci induce a pensare che ognuno è responsabile del proprio comportamento, ovviamente influenzato dallo stato sociale, dall’economia, ma allo stesso tempo ognuno è dotato di responsabilità. Attribuire comportamenti sociali ritenuti disdicevoli (come la violenza) come fattore ineluttabile a seconda della provenienza è solo una distorsione.
Il cambiamento culturale
Le culture cambiano nel tempo, in relazione alla straordinaria accelerazione dei flussi di persone, dati, verificata da pochi decenni, ha reso ancora più complesso il quadro. Prima l’antropologo assumeva un informatore, nell’epoca romantica l’antropologo si avvaleva della consulenza di un autoctono che era in grado di parlare la sua lingua e che gli spiegava una serie di comportamenti che l’antropologo da solo non riusciva a decifrare; ma vi era un pericolo che si nascondeva nella figura dell’interprete-informatore, cioè si nascondeva l’idea che questo informatore avesse interessi a decifrare la propria cultura, cioè non poteva essere davvero oggettivo –> nessuno di noi è in grado di esserlo, tutti noi siamo in qualche maniera ''orientati'' a presentare la nostra cultura e gruppo, aspetti positivi-negativi, orientando ciò che si dice.
Margaret Mead
Margaret Mead scoprì che tutte le sue considerazioni su certi avvenimenti erano stati orientati da ciò che gli informatori le raccontavano. Ogni avvenimento, cultura, tradizioni possono essere raccontate in una maniera distorta, orientata. Per questo è necessario tenere a mente che l’oggettività non esiste, e che quello che ci viene raccontato viene fatto a seconda della posizione dell’informatore. Bisogna partire dal presupposto che quello che mi viene raccontato non è la VERITÀ ASSOLUTA, ma nemmeno quello che osservo poiché sono influenzate dai miei orientamenti.
Noi siamo molto condizionati, anche nell’osservazione, dai punti di riferimento che abbiamo, dalla nostra storia personale, dai nostri pregiudizi, dalla nostra esperienza, e sta alla nostra capacità cercare di eliminare.
Stereotipi e preconcetti
Esiste una differenza tra stereotipo e preconcetto: gli italiani amano gli spaghetti, è un esempio di stereotipo che corrisponde a una verità ma solo parziale. Questo slogan non per forza ha una portata pesante, negativa, ma è una scorciatoia alla comunicazione.
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