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Introduzione

Autore: Daniele Curci

Il messaggio cristiano e il relativismo

Il messaggio cristiano è un tipo di pensiero forte e per questo, secondo Bettini, non è relativismo. Ciononostante, è nell’Europa cristiana che nasce il relativismo, caratteristica dell’Età Moderna: Montaigne, con il suo testo Sui Cannibali, se ne può dire l’iniziatore.

Il rapporto degli antichi con la religione

Gli antichi avevano, sempre secondo Bettini, un rapporto diverso con la religione rispetto a noi: un modo che avrebbe favorito il razionalismo e la tolleranza. Deismo: l’ordine dell’universo ci fa pensare che ci sia un Dio, ma non si crede alle religioni rivelate. [lo scetticismo può favorire l’eclettismo. Dante era inimitabile, Petrarca sì, dunque petrarchismo. Esprit des lois di Montesquieu è la prima opera di sistematizzazione del mondo]

Le religioni forti e la domanda sul senso

Le religioni forti (rivelate) danno una risposta ed un senso definitivo alla domanda sul senso, domanda che non era frequente nell’antichità. In questo modo, per gli antichi, la religione non era una risposta a tutto, come diverrà dal Cristianesimo in poi. Questa visione post-antica determina un atteggiamento quasi assolutistico, per cui non si può essere scettici: il testo sacro, infatti, non si discute perché contiene la Verità.

La religione antica

La religione antica, invece, non ha mai la pretesa di essere la risposta al senso del mondo. Nel politeismo, inoltre, non è Dio che si manifesta agli uomini attraverso un testo, ma sono gli uomini che fanno conoscere gli dei.

Il relativismo culturale

Sarà il relativismo culturale a mettere in crisi l’impostazione cristiana medievale secondo cui: se c’è un Dio, questo darà il senso al mondo, quindi la verità, quindi un senso, quindi non relativismo. Ma la trascendenza si gioca tutta nel Testo? Per il prof. sì.

Antichità - Periodo Classico

Lucrezio

Lucrezio è un “tipo” di materialismo che non crede agli dei (vedi De rerum natura) perché non distingue la religione dalla superstizione. Questa visione darà vita ad un settore lucreziano, presente nell’antichità. Lucrezio riprende l’epicureismo, che predicava distacco (siamo solo materia), materialismo e che la religione fosse frutto della paura, paura che sarebbe stata sfruttata da qualcuno che voleva comandare sugli altri: saranno, tra l’altro, le posizioni tipiche dell’ateismo settecentesco.

Polibio

Il libro VI delle Storie è considerato capitale per il pensiero politico moderno. Nacque dopo la vittoria di Pidna (22 giugno 168 a.C.) per la necessità di studiare il popolo conquistatore romano. Polibio riesce a vedere le cause globalmente con un atteggiamento pragmatico, riuscendo così a narrare la storia in maniera concreta. In questo è molto diverso da Erodoto o Tucidide, più antropologizzanti e meno pragmatici.

Il passo letto in classe, estratto del libro VI, spiega la religione a Roma: per Polibio, i romani avrebbero creato un sistema politico fondato sul sacrificio per la patria, e quindi in questo senso una mera superstizione, un “teatro”. La sua visione della religione infatti la ritiene una guida per il popolo, uno strumento inventato, in cui non c’è posto per il problema della verità o del suo contrario, del senso o della trascendenza: c’è spazio solo per una concezione meramente politica della religione. È, dunque, una religione al servizio dello stato.

Cicerone

Cicerone è di fondamentale importanza per il liberalismo politico e religioso europeo di età moderna. Aveva un atteggiamento contraddittorio di fronte alla religione romana. Non era un epicureo, in quanto considerava la religione una componente dello stato. Ciononostante ha un atteggiamento eclettico vicino allo scetticismo lontano dall’idea di religione come verità assoluta.

Nel De divinatione usa la tecnica del dialogo per prima prendere posizione a favore della divinazione, dopo per smentirla. Infatti, nel De haruspicum responsis sostiene che la religione è un insieme di regole interpretate dagli uomini (posizione diversa da quella che sarà cristiana, che non crede che la religione sia solo un insieme di regole). La religione, lungi dall’essere quindi un contenitore di verità assolute, serve a tenere insieme la società, cosa che sosterrà anche Tito Livio.

Tito Livio

Tito Livio è importante perché primo a scrivere una storia romano centrica attraverso un discorso politico che deve costruire una identità e cantare della grandezza romana. Da qui ricava la visione religiosa. Livio parla della religione sempre in termini esteriori (soprattutto relativi alla ritualità): Dei che se onorati fanno andar bene le cose pubbliche (diverso dalle religioni rivelate, dove Dio non interviene, cosa importante perché è una delle differenze fondamentali fra le religioni rivelate e quelle pagane).

Mostrando così tutta l’esteriorità del culto. In questo modo insiste, quasi ossessivamente, nella necessità di rimanere fedeli alla istituzione della religione nel suo aspetto cerimoniale. Quest’ultimo punto ci porta a capire che c’è un diffuso sincretismo religioso nella sua opera (ma anche nell’antichità stessa) che era funzionale alla dimensione politica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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