Capitolo 1: Oggetto e soggetto di studio della psicologia
Considerazioni preliminari
L’approccio della scienza naturale allo studio dell’uomo tende alla categorizzazione, statica o processuale, dei modi di fare esperienza. L’essere umano è il nostro soggetto di studio, siamo soggetti d’esperienza. Il problema della categoria è che oggettivando l’esperienza la si svuota di senso.
Per la lingua tedesca il termine esperienza può essere:
- Erfahrung → si possiede e non è un deposito di memorie ma è un movimento di passaggio (passare attraverso). Processo di rivisitazione riflessiva dell’esperienza immediata e quindi della sua sedimentazione in risorse che a loro volta possono essere chiamate all’interno del presente dell’erlebnis.
- Erlebnis → si fa. In esso risiede un senso di immediatezza e un legame con la vita (leben).
Nell’ottica scientifico naturalista, ai fini diagnostici o di ricerca, le persone vengono categorizzate in base ai loro modi di fare esperienza; una persona diventa un ossessivo o un estroverso attraverso il confronto con tutti coloro che condividono un determinato modo di fare esperienza. L’esser-ci si comprende attraverso i suoi modi di essere, non attraverso le categorie. Cogliere l’essenza di un essere attraverso questa o quella categoria significa trattarlo come un ente, implica afferrarne le proprietà secondarie che non riguardano il suo specifico modo di essere.
Nessuna categoria è in grado di rendere completamente conto di un’esistenza o in generale di un modo di essere. Nessuno di noi si sente uguale ad un altro e ognuno di sempre se stesso, e l’ipseità, l’essere-sempre-mio-dell’-noi si sente quasi esperienza, non è categorizzabile.
D: Come posso categorizzare qualcosa che è individuale nella sua essenza?
L’individualizzazione, il mio essere individuo (esemplare non ripetibile e non divisibile senza alterazione), è l’operazione inversa della categorizzazione che abolisce la singolarità a profitto del concetto. [Ricoeur, 1990]
Tradizione filosofica e corpo esperienziale
La tradizione filosofica greca, e poi scolastica, ci ha trasmesso una concezione del corpo esperienziale che si riferisce ad un corpo reale, che agisce e patisce nel suo essere “ogni volta” in questa o in quella situazione emotiva.
Galilei invece ha affermato che il corpo che noi chiamiamo sensibile, quello che vediamo, tocchiamo ecc, non è il corpo reale ma solo un’illusione e l’universo reale non è formato da corpi di questo genere. L’universo materiale è formato da corpi materiali estesi e la caratteristica di questo corpo è di essere una sostanza materiale estesa che viene delimitata mediante figure e forme (geometria).
La riduzione dei corpi sensibili alla loro natura sostanziale viene presa di mira da Cartesio che con una contro riduzione riporta la sensibilità nella sfera dell’Io e rivalutando l’atto cognitivo soggettivo fino a porlo come certezza prima e punto archimedico a partire dal quale scaturisce ogni conoscenza.
La riduzione galileiana della sensibilità all’idealità formale e la contro riduzione cartesiana dell’universo geometrico all’ego-cogito, danno origine ai successivi sviluppi di due differenti modi di fare scienza dell’uomo: materialismo riduttivista e costruttivismo radicale.
Problemi nella scienza psicologica
La questione rimane: come trattare l’esperienza senza svuotare di senso l’oggetto di studio? I problemi possono essere così formulati:
- Com’è possibile fare della psicopatologia e della psicoterapia scientifiche, ossia agire secondo teorie oggettivamente validate, senza oggettivizzare il paziente, quindi rispettandone l'irriducibile soggettività? Questo problema rimanda al tema dell’indagine scientifica del Sé e della coscienza secondo un continuum tra due posizioni estreme e non conciliabili: l’impostazione naturalistica ritiene che tutto quello che serve sapere sulla coscienza, quindi sul Sé, vada ricercato nelle attività cerebrali e nello studio della mente in terza persona. Dall’altra troviamo l’antiriduzionismo che ritiene che gli stati coscienti fenomenici non siano riducibili tout-court alle attività del sistema nervoso, fino agli estremi di un rinnovato dualismo cartesiano.
- Com’è possibile implementare in ogni singolo paziente una procedura psicoterapeutica che è scientificamente valida solo se adeguatamente manualizzata? La manualizzazione delle procedure psicoterapeutiche prevede un aspetto ontologico e uno razionale. Dal punto di vista ontologico ci si chiede come sia possibile applicare un’identica metodica di cura psicoterapeutica a soggetti diversi, come se la patologia psichica fosse un’occorrenza che si aggiunge, allo stesso modo e secondo identica eziopatogenesi, a individui con inevitabili differenti storie di vita. Il problema razionale invece riguarda la possibilità pratica di creare dei protocolli terapeutici così articolati da coprire l’intero ventaglio della psicopatologia.
- Com’è possibile far dialogare le neuroscienze con la psicologia e in generale, gli approcci scientifico-naturalistici (scienze dell’oggetto) con le scienze del soggetto? Il problema è non dividersi in categorie. La persona non è mai riconducibile all’uno o all’altro aspetto. Il terzo problema riguarda i rapporti interdisciplinari delle scienze che si occupano del comportamento, in particolare quello tra neuropsicologia e psicologia.
Nel corso di questi ultimi anni, la comunità scientifica si è frammentata in un rivolo di posizioni teoriche tra loro in eccessiva contrapposizione. Da una parte troviamo i materialisti riduttivisti, per i quali la psicologia è morta, e sarà progressivamente sostituta dalle neuroscienze. Dall’altra coloro che sostengono l’inutilità di qualsiasi apporto delle scienze biologiche alla comprensione della psicologia (sempre meno numerosi).
Il modello cognitivo-neuropsicologico assume una posizione ermeneutica. Il linguaggio delle neuroscienze e quello della psicologia non sono due linguaggi impenetrabili, e poiché il campo delle scienze è per sua natura plurale, la psicologia e le scienze umane possono dialogare con le scienze biologiche seguendo il paradigma della traduzione. Il rapporto tra psicologia e neuroscienze deve essere come una traduzione fra due linguaggi specialistici che cercano di dire quasi la stessa cosa. Proprio il quasi è il senso della differenza che impedisce che i linguaggi si riducano ad uno solo (secondo il sogno positivistico di una scienza unificata). La traduzione comporta sempre alterità e tensione. Il nostro obiettivo è quello di contestualizzare la mediazione interdisciplinare della neuropsicologia come scienza fondamentalmente ermeneutica che media tra le neuroscienze che si occupano del “corpo” (Körper: corpo della tavola anatomica, corpo che può essere sezionato, corpo oggetto) e la psicologia che si occupano della carne (Leibe: corpo di carne viva).
Frammenti heideggeriani
Tutte le scienze hanno per tema l’ente […]. La natura, sia quella fisica, sia quella psichica, risponde nell’esperimento sempre e soltanto a ciò che le si chiede. Il risultato dell’indagine positiva può soltanto confermare l’impostazione di fondo in cui essa si muove, ma non può fondare né questa impostazione stessa, nel suo particolare modo di tematizzare l’ente, e neppure in grado di scoprire il suo senso.
Sull’essere in termini umani: (esserci) indica un ente determinato, l’ente che noi stessi siamo, l’esserci dell’uomo. Noi siamo sempre un esserci… il modo d’essere dell’esserci noi lo designiamo con il termine esistenza.
Sulla psicologia: ogni forma di psicologia vede l’uomo e l’esserci umano soltanto in sogno, poiché deve necessariamente presupporre la costituzione ontologica dell’esserci umano e il suo modo di essere, che noi chiamiamo esistenza.
Individuo e diagnosi
L’essere umano non è un ente; l’essere dell’essere umano non è riducibile alle sue funzioni. Siamo sempre diversi. L’oggetto di studio è un soggetto. L’oggetto di studio è quindi sempre diverso. La scienza va a cogliere le funzioni. Per l’essere umano le cose non funzionano così, non si parla di ente/oggetto ma di un soggetto sempre diverso.
Osservo una serie di comportamenti nell’essere umano e li paragono con una serie di categorie (triste, fobico, introverso) e colloco il soggetto in una categoria → categorizzazione (approccio naturalista).
In psicologia e in psicoterapia soprattutto dobbiamo fare esattamente l’opposto ed individuare l’unicità dell’individuo. Dobbiamo trovare ciò che lo rende diverso da tutto ciò che rientra in una determinata categoria. Non sto individuando il paziente, sto identificando solo ciò che condivide con gli altri. Il DSM categorizza, non individualizza. Noi abbiamo bisogno di individualizzare e categorizzare.
La comunanza di sintomi divisi dalla storia di vita perdono molto del loro significato.
Storia di Marta
Chi è Marta? La diagnosi nosografico descrittiva sicuramente non ci conduce al Chi ma accomuna Marta con diversi milioni di persone, esattamente l’opposto della sua individuazione. Ci troviamo davanti a due modi di de-umanizzare e de-storicizzare:
- La diagnosi nosografico-descrittiva (cosalizzo l’individuo) “categorizza” Marta in un cluster di sintomi e segni che lei condivide con altri milioni di persone – approccio in terza persona;
- L’apparente rapporto causale tra un evento che secondo la maggior parte delle persone scatena sofferenza e la natura, i modi, della sofferenza del soggetto. Come se fossero sempre uguali i modi di una rottura affettiva e la qualità della sofferenza conseguente. Come se un singolo evento di vita non ricevesse senso da un’intera storia di vita.
Il nostro compito dovrà quindi essere quello di delineare la natura del Chi e poi restituire a Marta la sua carne e la sua storia.
Psicopatologia nosografico-descrittiva
DSM → raggruppamenti di sintomi e segni di differenti patologia in modo da far sì che ci sia una buona attendibilità (due clinici diversi di fronte allo stesso paziente tendenzialmente tenderanno a fare la stessa diagnosi). Lo psicologo è lo strumento, ha una buona attendibilità. Soffermandoci sull’analisi di sintomi e segni non abbiamo ancora capito nulla della patologia.
Medico di famiglia all’inizio → utilizza un approccio di tipo nosografico-descrittivo (raggruppa sintomi e segni in grandi cluster diagnostici) perché utilizza un approccio riduzionista.
Psicopatologia esplicativo-interpretativa: psicologia dinamica → vado a cercare il processo eziopatogenetico in grado di provocare il fenomeno osservato. È una diagnosi che cerca cause e motivi di una determinata patologia.
Medico di famiglia, successivamente, cerca gli agenti che hanno indotto la modificazione (es. agenti patogeni); questo è un approccio di tipo esplicativo-interpretativo.
Il riduzionismo è il punto di forza/debolezza della psicologia biologica. Approccio riduzionista → positivismo (origine illuminista, ripreso poi dal Circolo di Vienna → neopositivismo). Tutte le scienze devono essere strutturate in modo tale da poter essere variate/falsificate e quindi devono prevedere un linguaggio molto semplice.
Semplicità è sinonimo di fruibilità. La teoria più semplice sarà quella più usata e sarà quindi quella che riscuoterà più successo. Il vantaggio è quindi che sono facilmente spendibili, condivisibili. Ad es. l’oroscopo è uno strumento semplicissimo per dare senso a quello che accade. L’essere umano è quell’animale che ha bisogno di dare senso alla sua esistenza, la commenta costantemente; per via di questa necessità quindi più le spiegazioni sono semplici e più le persone le utilizzeranno. L’astrologia quindi risulta essere un mezzo molto rapido ed efficace. C’è quindi un numero significativo di persone che accoglie quel concetto.
Quale carne e quale storia?
Definiamo il concetto di carne come equivalente di leib. Husserl opera una distinzione significativa tra il leib (ossia il corpo vivo, il mio corpo, il luogo delle mie azioni e passioni) e il körper (il corpo fisico, corpo tra i corpi dell’universo, quello che rimane dopo la mia morte e i cui organi possono essere donati).
Solo attraverso la carne possiamo affrontare il tema dell’essere sempre mio dell’esperienza, ossia quello dell’ipseità. Questa visione dell’ipseità (essere sempre se stesso nel senso che l’esperienza è sempre la mia esperienza, la possiedo, la sento mia, e ogni volta faccio esperienza mi sento come me stesso in questa esperienza) emerge dalla necessità di cogliere la persona attraverso i suoi modi esperienziali e non attraverso una sua concettualizzazione basata su categorie.
L’ipseità rimanda sempre a me stesso, accadiamo ogni volta che facciamo esperienza. Il nostro accadere ogni volta con l’esplodere della nostra esperienza è uno dei concetti più semplici e immediati.
Per rendere conto dell’unicità della propria esperienza bisogna considerare i modi attraverso i quali una persona, nel commercio con gli altri e nelle differenti circostanze della sua vita sia pre-riflessivamente presente a se stessa. Il grande tema dell’ipseità non può essere compreso alla luce di una visione del corpo di tipo esclusivamente fisico, come apparato biologico che funziona come una macchina.
Chi → soggetto di esperienza che deve essere colto attraverso i suoi modi di fare esperienza, piuttosto che con categorie astratte che si applicano, potenzialmente a chiunque.
Ogni volta che faccio un’esperienza viva sono esperienze che accadono insieme a me. L’esperienza ogni volta coincide con l’accadere di me. Questo si chiama, in termini tecnici ipseità! Ipseità → essere mio dell’esperienza. Tutte le volte che ho un’esperienza io accado con l’esperienza (non vuol dire che coincido con l’esperienza).
Io sono vicino alla sedia non è uguale a il mio cellulare è vicino alla sedia. Vicinanza e lontananza hanno senso solo se uno dei due termini è di carne. Io sono in contatto con la sedia; il cellulare è sopra la sedia → il contatto tra oggetti non c’è e non ci sarà mai.
Es.: Se prendo un comportamento, anche ben definibile come la compulsione, questo ha “un sapore diverso” in base a che sia il comportamento di un innamorato o di un ossessivo-compulsivo.
L’esperienza intesa come l’accadere di me è primaria rispetto all’osservazione del comportamento visto da fuori.
Scienza e ontologia
La prospettiva ontologica è fondata sull'idea che non sia possibile parlare di unica verità oggettiva che s’impone e organizza la mente e quindi, studiare la mente significa studiare come la mente produce la regolarità e l'ordine con cui costruisce quella che gli appare essere la realtà stessa (Convegno 2009, in memoria di Vittorio Guidano).
Le scienze positive, ad esempio la psicologia e le neuroscienze, si fondano sulla base di differenti presupposti ontologici. Risulta impossibile definire adeguatamente l'oggetto di studio di una scienza psicologica in assenza di una previa determinazione ontologica dell'essere umano, l'unico essere, e l'unico oggetto di studio, che si pone il problema dell'essere e degli oggetti di studio delle scienze!
Qualora trovassimo una spiegazione funzionale dell'attività dell'organismo (es. vista sfocata e bruciore occhi), comunque rimarrebbero da spiegarne i motivi - umani, storici e narrativi. In altri termini, la spiegazione biologica potrebbe spiegare il corrispettivo biologico (oggetto di studio) di un fenomeno la cui ampiezza rimanda alla storia, al contesto, alla cultura ecc. quindi senza una previa ricerca ontologica, l'intera impalcatura della ricerca scientifica rimane senza presupposti.
Quale ontologia per l'essere umano? La biologia umana e le neuroscienze possono fare a meno della differenza ontologica, ossia della considerazione della persona come un esser-ci (Dasein), nella misura in cui già lo presuppongono, e quindi ne studino questo o quell'aspetto derivato.
Ontologia e scienza
La differenza fondamentale riguarda i concetti di esistenza e di essenza. L'uomo esiste, e questa è la sua natura ontologica, mentre le cose del mondo sussistono. Nella diagnosi nosografico-descrittiva la persona viene considerata sul piano della sussistenza, quindi viene descritta attraverso le categorie. Lo stesso avviene se cerchiamo di cogliere l'essere umano sulla base dei sui processi interni o strutture osservabili.
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