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mercato, le leggi della concorrenza e la creazione di infrastrutture di comunicazione, l'Europa

ha creato un solo mercato mondiale integra le comunità più selvagge. Ormai, le nuove

strutture si riproducono spontaneamente in virtù della sola forza di inerzia e dei meccanismi

di mercato, chiudendo gli attori in un destino quasi insuperabile. Alle forme antiche di essere

di più, si sostituisce l'obiettivo occidentale di avere di più. Così si universalizza l'ambizione

allo sviluppo. Lo sviluppo è l'aspirazione al modello di consumo occidentale. Il mezzo

privilegiato per realizzare tale aspirazione è evidentemente la tecnica. Aspirare allo sviluppo

vuol dire venerare la tecnica, ma anche rivendicare per proprio conto l’occidentalizzazione,

per essere più occidentalizzato al fine di occidentalizzarsi ancora di più.

Flussi culturali a senso unico partono dai paesi del centro e inondano il pianeta tramite i

mezzi di comunicazione di massa. L'essenziale della produzione mondiale di segni è

concentrata nel Nord oppure viene fabbricato in officine da esso controllato, secondo le sue

norme e modalità. Il mercato dell'informazione è il quasi monopolio di quattro agenzie:

Associated Press e United Press (Stati Uniti), Reuter (Gran Bretagna) e France-Presse. Tutte le

radio, tutte le catene di televisione, tutti i giornali del mondo sono abbonati a queste agenzie.

Il 65% delle informazioni mondiali partono dagli Stati Uniti. Tuttavia il terzo mondo consuma

meno al cinema, meno radio, meno televisione, meno carta di giornale del centro. Questa

propaganda insidiosa asfissia qualsiasi creatività culturale presso i ricettori passivi dei

messaggi. Il gruppo invaso non può più cogliere se stesso se non mediante le categorie

dell'altro. L'ideologia della scienza, della tecnica, del progresso e dello sviluppo risulta così

veicolato da questo canale, direttamente o incorporato in altri messaggi. La

transnazionalizzazione delle comunicazioni via satellite e l'informatica accentueranno

ulteriormente l'uniformità dei modelli. Si può parlare in proposito di un imperium culturale

dei paesi ricchi a condizione di coglierne bene il meccanismo. È attraverso il tono e non la

spoliazione che il centro risulta investito di uno straordinario potere di dominazione.

La credenza condivisa nella scienza come fonte delle meraviglie della tecnica, la soggezione

forzata all'economico, il tutto rafforzato dall'invasione culturale costituiscono dei fattori

irresistibili di standardizzazione dell'immaginario. Il rapporto tra l'uomo e il mondo è in esso

profondamente determinato. Si tratta della concezione del tempo e dello spazio, del rapporto

con la natura, del rapporto con l'uomo stesso. L'umanità vive ormai tutta quanta ne l'era

cristiana e sulla base dell'ora GMT. Certo, ci sono altre ere: l'anno è suddiviso in altri modi che

in quelli dell'anno occidentale scandito dalla vita di Cristo (l'anno del drago e il Tet…) ma

queste sopravvivenze pittoresche e folcloristiche non incidono sugli orari degli aerei. Per via

degli imperativi tecnici, l'organizzazione pratica funziona in base al sistema unico.

È degno di nota il fatto che il mondo si sia assoggettato a questa suddivisione in molto meno

tempo che non l'Europa stessa. Fu solo nel 1564 che in Francia l'inizio dell'anno legale fu

fissato al 1° gennaio. La Russia adotterà questo nuovo stile soltanto nel 1725, l'Inghilterra nel

1752. Fu Napoleone Bonaparte che vinse le ultime resistenze qua e là nel resto dell'Europa.

Nel medioevo infatti la datazione variava da un paese all'altro. La conseguenza di ciò è una

straordinaria uniformazione dei modi di vita e di pensiero. Nel mondo deterritorializzato

degli aerei e degli aeroporti, si incrocia gente di ogni colore e provenienza, vestita allo stesso

modo, cliente degli stessi alberghi delle catene internazionali, che parla l'inglese

internazionale e mangia la cucina internazionale. Questa jet society transnazionale ha i suoi

prolungamenti persino negli angoli più remoti del pianeta.

Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi.

Un solo mondo tende a essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione degli esseri

umani su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale.

Conformandosi all'american way of life, gli esseri umani realizzano il sogno di Theodore

Roosevelt, ma anche quello di tutti gli imperialisti. Ci si rende ben conto che non si tratta di un

trionfo dell'umanità, ma di un trionfo sull'umanità e, come i colonizzati di un tempo, i fratelli

sono anche e per prima cosa dei sudditi.

2. L’Occidente introvabile

L'esperienza storica del mondo moderno rivela un complesso di forze relativamente

permanenti e di dimensioni costanti sotto forme sempre rinnovate. È abbastanza naturale

attribuire gli elementi durevoli manifestati a un soggetto chiamato Occidente. Tuttavia nè il

genere nè la differenza specifica dell'Occidente possono essere colti facilmente. La breve

sintesi storica del capitolo precedente ci mostra che l'Occidente ha a che vedere con una entità

geografica, l'Europa; con una religione, il cristianesimo; con una filosofia, l'illuminismo; con

una razza, la razza bianca; con un sistema economico, il capitalismo; e che tuttavia non si

identifica con uno di questi fenomeni.Si tratta forse allora di una cultura o di una civiltà.

------1. L’ Occidente: uno spazio e un destino

L'Occidente è in primo luogo una entità geografica. Il termine non designa un luogo o uno

spazio precisi, ma una direzione. Oggi l'Occidente è una nozione molto più ideologica che

geografica. Nella geopolitica contemporanea il mondo occidentale designa un triangolo che

chiude l'emisfero nord del pianeta con l'Europa occidentale, il Giappone e gli Stati Uniti. La

trilaterale simboleggia bene questo spazio difensivo e offensivo.

Si può ridurre l'Occidente a una entità razziale? Incontestabilmente, il secolo 19º ha creduto

nella supremazia della razza bianca. Il compito di civilizzare il mondo sarebbe il fardello

dell'uomo bianco, e l'impero mondiale la ricompensa. Nessun dubbio che l'era

dell'imperialismo è stata la forma bianca dell'occidentalizzazione. Tuttavia, la sottomissione

del pianeta a una razza superiore è un progetto contrario al processo di assimilazione e di

uniformazione diagnosticato.

Si può allora assimilare l'Occidente ha una entità religiosa? Si affibbia spesso all'Occidente il

qualificativo di cristiano. Convertire con la spada e con la fede è una delle basi dell'espansione

occidentale. Questa base, tuttavia, la cristianità la condivide integralmente con l'Islam. Le

conversioni all'Islam sono molto più numerose attualmente che non i battesimi, e sembrano

più solide. Tuttavia, il messaggio cristiano del Vangelo ha un contenuto più universalistica di

quello del Corano. Il riconoscimento dell'individuo come valore assoluto è più pronunciato nel

cristianesimo che nelle altre religioni monoteistiche. Essa instaura un rapporto personale

privilegiato tra ogni fedele e Dio. Il cristianesimo pertanto può accogliere virtualmente tutti

gli uomini.

La vocazione missionaria dell'Occidente si manifesta già in epoca precedente alla prima

crociata negli slanci di autocristianizzazione. Come ha scritto Braudel, di fatto l'esperienza

carolingia è all'origine della nascita della cristianità e anche dell'Europa, dal momento che i

due termini erano allora identici. Smarrita la sua identità culturale, l'uomo moderno si volge

verso l'altro per cogliere il proprio riflesso perduto. Se la sua forte volontà gli evita in generale

l'assorbimento da parte dell'altro, più sicuramente comporta la distruzione dell'altro. Senza

dubbio è il prezzo da pagare per accedere alla conoscenza di sé. Così il fenomeno missionario

è sicuramente una certa verità dell'Occidente che sopravvive a tutti i suoi contenuti religiosi.

La moltiplicazione di organizzazioni non governative (ONG) e di quelle caritatevoli, sembra

obbedire a una medesima logica dell'avanzata: ciascuno avanza le proprie pedine in una

partita la cui posta in gioco è una certa forma di dominazione del mondo. La conquista

dell'opinione occidentale e la mobilitazione dei mesi attraverso la sensibilizzazione ai drammi

del terzo mondo avvengono secondo schemi e tecniche già collaudate.

Senza dubbio questo attivismo filantropico e razionale è soltanto un aspetto dell'Occidente,

ma io credo che l'Occidente sia anche questo. Ancora oggi, la maggior parte delle iniziative di

sviluppo alla base nel terzo mondo vengono realizzate direttamente o indirettamente sotto il

segno della croce.

L'ateismo contemporaneo o, quanto meno, l'indifferenza religiosa impedisce di vedere ancora

nell'Occidente un mondo cristiano. Tuttavia, il messaggio etico dell'Occidente nella tradizione

dei pensatori liberali e dei filosofi del secolo 18º, consisterebbe nei valori dei diritti dell'uomo

e della democrazia. La missione dell'Occidente non è quella di sfruttare il terzo mondo, né di

cristianizzare i pagani, né di dominare con una presenza bianca: è quella di liberare gli uomini

(e più ancora le donne) dall'oppressione e dalla miseria. La promozione dell'individuo contro i

vincoli dei pregiudizi, delle credenze e delle fedeltà delle società tradizionali favorisce lo

sviluppo della persona umana e la costituzione di una società di eguali. Questi valori

permettono di fondare una pace universale. Che il mondo sia largamente occidentalizzato in

questo senso, sono lì a dimostrarcelo l'esistenza di una dichiarazione universale dei diritti

dell'uomo dell'organizzazione delle Nazioni Unite e di un diritto internazionale pubblico e

privato in cui ispiratori sono Grozio e Pufendorf. Tuttavia, la riduzione dell'Occidente alla

pura ideologia dell'universalismo umanitario è troppo mistificatrice. È difficile dissociare il

versante dei diritti dell'uomo, dal versante della lotta per il profitto. I due sono il diritto e il

rovescio di una stessa medaglia, la cui antinomia è interamente contenuta nella parola

liberalismo.

La circolazione delle merci è la fonte di una meccanica espansionista e sregolata. Si tratta di

una perversione della natura della moneta. Da mezzo, questa diventa fine, senza che alcun

limite sia iscritto nella logica stessa della circolazione. Una società in cui esistono i rapporti

mercantili contiene un fermento di distruzione dell'ordine politico ed etico. Un valore (ché è il

valore economico, e propriamente antivalore etico) s’introduce negli ingranaggi del legame

sociale. La comunità risulta in parte destabilizzata dai mercanti il cui orizzonte si amplia

incessantemente alla ricerca di nuove fonti di profitto. Tuttavia, assimilare l'Occidente ai

rapporti mercantili non è soddisfacente perché questi esistono almeno da altrettanto tempo

nel Celeste impero e in quelli che saranno i mondi arabo-musulmani. Ma in queste società la

dismisura del rapporto mercantile è efficacemente neutralizzato dall'organizzazione socio-

politica. In Cina, i figli dei mercanti arricchiti aspirano al mandarinato. Nel mondo arabo, i

patrimoni eccessivi sono molto spesso confiscati quando non sono dilapidati in spese festive.

Queste società per la loro conservazione preservano un certo equilibrio tra le diverse forze

che le agitano.

L'identificazione dell'Occidente con il capitalismo, viceversa, è senza dubbio largamente

fondata. Il capitalismo è incontestabilmente nato nell'Europa occidentale, quasi

simultaneamente nel nord e nel sud. Vi si è sviluppato per secoli. Di là si è esteso al resto del

mondo, ma questa estensione è stata per l’appunto una delle forme di sottomissione del

mondo all'Occidente. Ci sono state poche rinascite e maturazioni al di fuori della zona

originaria. Quando dei capitalismi autentici si sono sviluppati altrove, come negli Stati Uniti e

in Giappone, questi paesi sono diventati a loro volta beneficiari dell'Occidente.

Il posto dei paesi dell'Europa orientale e dell'Unione Sovietica può essere facilmente risolto: si

dispone di tutta una serie di argomenti solidi per affermare che il socialismo reale è stato

soltanto una variante particolare dei sistemi capitalistici e delle società occidentali. Vi si

trovava l'industrializzazione con l'urbanizzazione e la proletarizzazione delle masse, ma

soprattutto il culto della macchina, della tecnica, della scienza e del progresso. Se i risultati

sono stati mediocri, non è stato certo per non aver fatto dell'etica del lavoro e della ricerca

della performance una ossessione largamente diffusa dai mezzi di comunicazione di massa.

Tuttavia ridurre l'Occidente al sistema capitalistico implica che quel che avviene prima della

nascita del capitalismo non riguarda ancora l'Occidente.

Ancor meno soddisfacente la restrizione supplementare dell'identità: Occidente uguale

industrializzazione. L'industrializzazione, così come essa si manifesta a partire dal secolo 19º

con il suo aspetto spettacolare, è certamente il segno esteriore più vistoso dell'Occidente e

dell'affermazione della sua potenza. Tuttavia, è una categoria inconsistente.

------2. La specificità occidentale

Irriducibile al territorio, l'Occidente non è soltanto una entità religiosa, etica, razziale o anche

economica. L'Occidente come unità sintetica di queste diverse manifestazioni è un'entità

culturale, un fenomeno di civiltà. Bisogna tuttavia intendersi sul senso di questi termini.

Abbiamo definito la cultura come la risposta che i gruppi umani davano al problema della loro

esistenza sociale: questa concezione della cultura si rifà all'approccio antropologico. Nelle

società anteriori al mondo moderno, la cultura ricopre tutti gli aspetti dell'attività umana.

Queste società ignorano per l'appunto l'economia in quanto tale. Le società moderna

inventando l'economia, cioè autonomizzando una sfera della produzione, distribuzione e

consumo delle ricchezze materiali, ha ridotto la cultura alle preoccupazioni culturali dei

ministeri così denominati. Questa riduzione ha origine nella metafisica occidentale che, da

Platone in poi, scinde l'unità dell'essere in materia e spirito. La cultura sarebbe saltato la

coscienza che una società avrebbe delle proprie pratiche materiali attraverso la religione,

l'arte e tutti i suoi mezzi di espressione.

Due altre accezioni del termine cultura interferiscono con le precedenti. La cultura come

complesso delle rappresentazioni e dei singoli mediante i quali l'uomo dà senso alla sua vita,

alle sue esperienze concrete, e la cultura dell'uomo colto. Il primo senso è illustrato

dall'analisi di Dupuy e Robert: il programma che costituisce una cultura può essere visto come

un sistema organizzato di simboli (linguaggio, arte, miti, rituali) che permettono agli uomini di

stabilire rapporti significativi tra loro e con il loro mondo, di trovare un senso nel loro

ambiente e nella loro vita, e quindi di stabilire un certo sentimento di sicurezza, sempre

fragile e minacciato di fronte a fuggire dal tempo e alla questione della morte.

Per gli autori citati la modernità comporta rischi drammatici di perdita di senso ed è in parte

anticultura.

La seconda accezione parte dal presupposto che in una società primitiva non ha alcun senso

dire di qualcuno che non è colto. Lo stesso è ancora in gran parte vero nella società

tradizionale. Quale che sia la sua condizione, ogni membro della comunità è integrato nei

sistemi simbolici che danno senso all'esperienza del gruppo, attraverso le sue varie pratiche.

Nella società moderna, la cultura culturale è fatta di un patrimonio di conoscenze e di opere

che le sono legate; comprende le arti e le scienze, il sapere tecnico e le emozioni estetiche. Non

si tratta tanto di un sistema simbolico che dà senso all'esistenza quanto di un codice selettivo

di segni di distinzione. Questa cultura è oggetto di appropriazione privata. Diventa un valore

interno alla civiltà. Nella società moderna, in generale, si è più o meno colti, e larghi settori

della popolazione ignorano la maggior parte delle produzioni culturali della loro stessa civiltà.

Esse sono largamente incolte. Deculturando le popolazioni del terzo mondo,

l'occidentalizzazione le trasforma così in masse incolte. Questa cultura è una messa in scena

per consumatori passivi estranei alla loro propria cultura.

Con la definizione che si rifà all'approccio antropologico, le cose in teoria stanno

diversamente. Se la cultura non è un lusso un semplice godimento estetico, ma l’insieme delle

soluzioni trovate dall'uomo ai problemi che gli vengono posti dal suo ambiente, secondo la

formula di Garaudy, la produzione, la distribuzione e il consumo delle ricchezze, se non

l'economia, fanno parte della cultura. In questo caso la cultura non è una dimensione dello

sviluppo, è viceversa lo sviluppo che sarebbe una dimensione della sola cultura occidentale.

La diversità di culture, la legittimità di questa diversità possono essere rimesse in causa in

questo modo. Se la cultura è risposta al problema dell'essere, essa comprende un'infinità di

aspetti, come l'essere stesso; e gli intrecci di campi e dei livelli possono portare a un numero

limitato di combinazioni.

Ora, non è certo veramente legittimo designare come portatore esclusivo della cultura il

popolo o la nazione. Considerare la cultura nazionale come il pilastro dell'identità culturale e

trattare il resto (regione, classe….) come luoghi di sottocultura è del tutto illegittimo. Inoltre, i

valori culturali sono dei tratti residuali delle epoche anteriori allo sviluppo. Questa ipotesi non

è priva di pertinenza se si esamina la stessa Europa e la deculturazione delle campagne a

seguito dell'integrazione nell'economia moderna. La cultura si oppone allora alla civiltà. I due

termini hanno la stessa denotazione. Tuttavia, l’uso ha dato ai due termini connotazioni

diverse che finiscono per contrapporli.

Weber mostra la fine delle culture popolari per effetto dell'integrazione nel progresso e nella

modernità. Nella stessa Francia le società rurali avevano culture ricche, in tutto e per tutto

paragonabili a quelle delle società del terzo mondo. Tuttavia, il loro modo di vita è

incredibilmente precario e miserabile. Questa selvaggeria si oppone alla civiltà. La civiltà

appare allora come progetto nato nelle città. Il progetto civiltà, nato al di fuori delle radici

rurali è quello della modernità: i suoi valori sono la scienza, la tecnica, il progresso. Distrugge

le culture e apporta il benessere sopprimendo l'isolamento rurale e sostituendo le leggi del

mercato ai rapporti sociali tradizionali. La concorrenza sfrenata nella ricerca della

performance comportano un'accumulazione materiale senza precedenti, stimolata dal

progresso della scienza e delle tecniche.

A questo punto incontriamo una delle contraddizioni del progetto. Il compromesso tra la

socialità concreta e l'umanità astratta della modernità si organizza attorno al programma

dello Stato-nazione. Questo Stato-nazione è il luogo del patriottismo astratto dell'uomo della

dichiarazione del 1789, dunque uno Stato di sanculotti citadins, ma veramente difeso fino al

1914 soltanto dai contadini citoyens, figli delle culture rurali. Quando la modernità avrà

realizzato la fine dei contadini e la fine del mondo rurale non ci sarà più nessuno per

difendere la patria. Sarà la fine dell'ordine nazionale-statale.

Questo progetto civilizzatore è maturato in Occidente, si è identificato largamente con esso. Se

l'Occidente è un’anticultura sia perché distrugge la ricchezza delle etnie, sia perché sostituisce

alla miseria rurale il benessere anonimo della crescita economica, il suo progetto è

nondimeno una cultura. Il sentimento di una differenza radicale di questa cultura rispetto a

tutte quelle che l'hanno preceduta o che le si oppongono, non trovando la sua origine soltanto

in un pregiudizio, ha indotto molti pensatori a ricercare la specificità di questa cultura. Una

risposta che spesso si dà è che l'Occidente è la sola cultura aperta la quale, nella storia, si sia

interessata alle altre e che, mettendosi essa stessa in questione, ha perciò stesso una

vocazione universale. Tuttavia, se le piccole culture locali sembrano poco aperte e non

esercitano effetti di seduzione sulle altre, non è lo stesso per le grandi civiltà concorrenti

dell'Occidente: l'India, la Cina, l'Islam. Queste d'altronde rientrano anch’esse nella civiltà

definita più sopra come anticultura. Ma esse subiscono a loro volta effetti di fascinazione

notevoli da parte dell'Occidente. L'Occidente, la sola società fondata sull'individuo, non ha

vere e proprie frontiere. Il progetto di civiltà della modernità non ha soggetto suo proprio né

base territoriale rigorosamente definita. Anche in questo non sarebbe molto diversa da

movimenti universalistici come l'Islam. Quel che è proprio a questo universalismo è il fatto

che il suo motore è la concorrenza degli individui e la ricerca della performance. Tutti possono

partecipare al gioco e, anche se le possibilità sono straordinariamente ineguali, non è escluso

che si possa vincere. La totalità del sociale può funzionare come un mercato. L'Occidente ha

visto nascere un sistema che ha la caratteristica di potersi staccare dalla sua base storico-

geografica: in questo senso è riproducibile. Il rapporto tra gli uomini e le cose diventa così

regnante che costringe gli uomini ad agire come degli ingranaggi di una gigantesca macchina,

anche loro malgrado. Una certa paura di dover affrontare il proprio simile in rapporti

interpersonali ha finito gli europei a immaginare di affidare sempre di più il funzionamento

sociale ha degli automatismi. Il regno della mano invisibile non si manifesta soltanto nel

campo economico, tende a regolare la totalità della vita sociale con il gioco della mimesi,

l'intervento della tecnica, il ruolo degli apparati burocratici. Certo, la neutralità umana evita,

in teoria, l'arbitrio, la corruzione e ogni abuso legato alla debolezza umana, ma il rovescio

della medaglia è una disumanizzazione sempre più spinta dalla vita sociale.Quando la

denuncia del sistema è recuperata dal sistema stesso per rafforzare la manipolazione

immaginaria dei suoi membri, si ha a che fare con una macchina sociale quasi perfetta. Il bon-

ton consiste nel denunciare la società di consumo e nel reclamare la qualità della vita: ma la

buona condotta esige di viaggiare in automobile e guardare la televisione. L’hybris del sistema

consiste proprio nell'assenza di controllo del nostro controllo della natura, secondo la formula

di Sahlins.

Questo progetto è anticulturale perché è puramente negativo e uniformizzante (perché si

possa parlare di una cultura bisogna che ve ne siano almeno due). Vi è l'abitudine in certe

regioni della Cina e dell'Indocina di dare ai bambini nomi spesso ripugnanti per scongiurare la

mala sorte: prima di dare ai propri figli il loro nome definitivo si aspetta che il loro carattere

sia formato, al fine di controbilanciare le loro tendenze antisociali. All'ambizioso si darà un

nome che implica mediocrità, alla ragazza troppo bella un nome che evoca la bruttezza...

qualsiasi superiorità è considerata come un pericolo per l'equilibrio sociale e deve essere

scongiurata da strategie simboliche. L'Occidente propone una umanità di fratelli e di eguali,

sempre meglio nutriti, vestiti, alloggiati, curati. Tuttavia, nello stesso tempo, questo meglio si

basa sull'eliminazione del bene per tutta una parte dell'umanità. L'Occidente è riuscito a

illudere per molto tempo esportando il fallimento presso i non occidentalizzati o in meno

occidentalizzati. Questo fallimento è inoltre il fallimento dello sviluppo nel terzo mondo.

L'identificazione dell'Occidente con il macchinario socio-economico pone comunque un

problema. Benchè come modello di civiltà l'Occidente non sia universalizzabile, in quanto

macchina è riproducibile come dimostra l'esempio del Giappone e dei paesi del sud est

asiatico. Il fatto che questi paesi abbiano assimilato perfettamente i segreti del macchinario

pone un serio problema. La risposta abituale è che la rivoluzione industriale avrebbe fatto

entrare l'umanità nell'era tecnica, in modo paragonabile alla rivoluzione neolitica per la

domesticazione delle piante, degli animali, l'arte della pietra levigata e l'invenzione del

vasellame. Le scoperte del neolitico hanno avuto una portata quasi universale senza, a quanto

pare, rimettere in causa la diversità culturale. L'accostamento analogico tra rivoluzione

neolitica e rivoluzione industriale priva in pratica di qualsiasi sostanza la tesi

dell'occidentalizzazione del mondo. Da questo di vista sono una tappa della storia universale e

non una forma di dominazione dell'Occidente. Vista in tal modo, l'occidentalizzazione è stata

un fallimento storico. Il successo dell'Occidente è la causa stessa della sua scomparsa.

Trasmettendo all'umanità intera questa la trovata esso ha assolto, ma anche posto fine alla

sua missione storica. Il fatto che noi sappiamo poco di questa famosa rivoluzione giuridica è

che il poco che ne sappiamo è stato elaborato e interpretato da specialisti intrisi delle

ideologie del progresso e dell'evoluzione, pregiudica notevolmente la nostra visione

dell'evento e della sua portata.

Si può comunque sottolineare la profonda ambiguità del fenomeno occidentalizzazione.

Questo è un processo economico e culturale con un doppio effetto: universale per la sua

espansione e la sua storia; riproducibile per il carattere del modello dell'Occidente e la sua

natura di macchina. In entrambi i casi, il punto di arrivo ideale è l'accesso uguale di tutti e di

ciascuno ha i benefici della macchina; sia perché ogni gruppo umano potrebbe riprodurre a

proprio profitto una tale macchina sia perché, essa sola, la macchina estenderebbe a tutti i

suoi benefici. Il problema è che questa doppia universalità si tradisce proprio per questa

dualità. I due processi mimetici si neutralizzano e si contraddicono. La riproducibilità non è

universale perché implica l'espansione. Dal canto suo, l'espansione riguarda soltanto la

propagazione dell'uniformità culturale a scapito della creatività locale.

3. L’occidentalizzazione come sradicamento planetario

Quando i pensatori occidentali si sono abbandonati a quella autocritica in cui alcuni hanno

visto la fonte contraddittoria della superiorità dell'Occidente, hanno denunciato

l'imperialismo europeo essenzialmente come un vasto sistema di spoliazione. Si tratti di un

saccheggio feudale e distruttivo o di uno sfruttamento razionale, l'imperialismo è colto come

una questione fondamentalmente economica e politica. La maggior parte dei pensatori contesi

non vi hanno visto un fenomeno di dinamismo culturale. Si è dovuto attendere l'antropologia

culturale per corsi di problema dell'occidentalizzazione dei valori universali e in particolare

dell'economia. Tutte le descrizioni del cosiddetto sottosviluppo nel terzo mondo evocano una

condizione di abbandono. Questo effetto dell'occidentalizzazione non è il risultato di un

meccanismo economico in quanto tale ma di una deculturazione. Tale deculturazione si

riproduce a sua volta e si aggrava a causa della terapia adottata per poi il rimedio: la politica

di sviluppo e la modernizzazione.

------1. Deculturazione e sottosviluppo

L'Occidente non si riduce al meccanismo economico del mercato, ma questo costituisce una

forma tipica della ricerca della performance e tende a estendere la sua logica al complesso del

sociale. L'uomo non è mai completamente a una dimensione e l'adesione a dei valori non è

mai assoluta ed esclusiva. Si impone una precisazione concettuale: noi utilizziamo il termine

acculturazione per designare una reazione positiva all'urto interculturale. Quando due culture

entrano in contatto, se i tratti culturali che si scambiano si equilibrano, e se ciascuna conserva

la propria identità e dinamica dopo l'integrazione e l'assimilazione degli elementi estranei, si

parlerà di acculturazione riuscita. Quando viceversa il contatto non si traduce in uno scambio

equilibrato ma in un flusso massiccio a senso unico, la cultura ricettiva è invasa e può essere

considerata vittima di una vera e propria aggressione. Se per di più l'aggressione è fisica, si ha

la scomparsa pura e semplice o genocidio. Se l'aggressione è simbolica, il genocidio è soltanto

culturale, è l'etnocidio. Le etnocidio è lo stadio supremo della deculturazione. L'introduzione

dei valori occidentali sono basi di deculturazione. Si tratta di una vera e propria conversione.

Il progetto dell'etica borghese di eliminare la morte in tutte le sue forme e imporre come

valore la vita senza altra qualità, ha potuto mettere radici soltanto la dove la morte biologica è

comunque percepita come non desiderabile. L'Occidente, rendendo disincantato il mondo, fa

della vita terrestre il valore per eccellenza. Quando non si ha più l'eternità di fronte a se stessi

la vita è una lotta inquieta contro il tempo. Questa lotta ossessiva contro il tempo, indifferente

al godimento dell'istante, è propria dell'uomo occidentale. Il culto occidentale della vita per la

vita, e il suo rovescio profano, che non c'è aldilà e che la morte non ha senso, è penetrato

assolutamente dappertutto e si radica sempre più profondamente. La vita, per quanto

prolungata, è soltanto sopravvivenza.

Il veicolo di questa conversione non può essere la violenza aperta o il saccheggio sia pure

mascherato in scambio mercantile ineguale: è il dono. È donando che l'Occidente acquista il

potere e il prestigio che generano la vera destrutturazione culturale. Le società possono

difendersi contro la violenza e il saccheggio. Viceversa, tutto le predispone a presentarsi come

disarmate e senza difesa di fronte al dono. Non si rifiuta la medicina che salva la vita, il pane

che allevia la miseria. In tutte le società il donatore acquista prestigio e diventa creditore di un

debito di riconoscenza che niente può estinguere. Il neocolonialismo con l'assistenza tecnica e

il dono umanitario affatto per la deculturazione molto più che non la colonizzazione brutale. Il

vuoto creato dalla perdita di senso generata dall'esistenza dell'Occidente è riempito in certo

modo dal senso occidentale. Questa sostituzione non è un’acculturazione, perché non si tratta

dell'adozione dei miti dell'Occidente e dell'integrazione dei suoi valori. Più semplicemente la

società ferita adotta la visione dell'altro. Sottoposta al fuoco di fila dei criteri

dell'organizzazione delle Nazioni Unite, è vinta. Riconosce di essere vinta. Richiede anzi con

tutte le sue forze di essere classificata tra le meno avanzate. Ormai è buona soltanto per la

mendicità internazionale. E tutto ciò senza colonizzazione. Il sottosviluppo è nella sua essenza

questa visione, questa parola dell'Occidente, questo giudizio sull'altro, decretato miserabile

prima ancora di esserlo, e che lo diventa perché così giudicato irrevocabilmente. Il

sottosviluppo è una condanna occidentale. Questa grande trasformazione si legge nel

portamento degli interessati: la prostrazione del corpo, la tristezza dello sguardo... a meno che

non si riprendano e partano alla conquista del mondo diventando se possibile più occidentali

degli occidentali...

Gli aztechi pensavano che la forza del sole si nutrisse dei cuori palpitanti delle vittime offerte

in sacrificio. Senza dubbio avevano ragione: la forza e il calore dell'impero avevano bisogno di

rituale. La macchina sociale che noi abbiamo costruito anch'essa bisogno del suo contingente

di vittime.

------2. Gli agenti dallo sradicamento

L'adozione del giudizio dell'altro comporta l'adozione dell'azione da lui concepita. La società

del terzo mondo non ha altra risorsa che quella di iscrivere l'appropriazione nel quadro di una

strategia di sviluppo. Lo sviluppo è dunque il prolungamento della colonizzazione. Lo sviluppo

economico di un popolo sottosviluppato non è compatibile con la conservazione dei suoi usi e

costumi tradizionali. La rottura con essi costituisce una condizione preliminare al progresso

economico. Ciò che si richiede si avvicina dunque a una disorganizzazione sociale. Bisogna

provocare l'infelicità e la scontentezza, nel senso che bisogna sviluppare i desideri al di là di

ciò che è disponibile. Barre afferma che l'ineguaglianza dei redditi è fonte di insoddisfazione e

quindi fonte di progresso umano. Lo sradicamento è dunque alimentato tra l'altro dal gioco di

processi importanti che esso contribuisce ad avviare: l'industrializzazione, l'urbanizzazione, il

nazionalitarismo.

L'industrializzazione è la strada per accedere al livello di vita dell'Occidente e ai miraggi della

sua potenza. Naturalmente, comporta una distruzione delle forme economiche anteriori

(artigianato, comunità rurali). Queste forme erano profondamente connesse alle credenze e i

miti fondatori delle società. Tutta la vita risulta sconvolta dalla ragione industriale: i ritmi, i

modi, alle finalità. Non c'è alternativa a questo processo mimetico. Certo, la società tecnica

non è una vera macchina che si acquista pronta per l'uso. Gli uomini, le loro credenze, le loro

tradizioni, le loro competenze sono degli ingranaggi indispensabili per il buon funzionamento

della macchina e non sono forniti con essa. La scorciatoia tecnologica dunque è un'illusione.

L'industrializzazione strisciante, più modesta, basata sulla vitalità dell'artigianato tradizionale

o dell'attività informale, cerca di colmare il vuoto. Talvolta ci riesce, come nel caso dei nuovi

paesi industriali. Infine da conseguire è quello di ritrovare la via normale di sviluppo

mediante l'avvio di un processo tecnologico endogeno. Questo processo spontaneo, vero

successo in reazione al fallimento dello sviluppo mimetico, diventerebbe così a posteriori

un'altra strategia di sviluppo. Tuttavia, il passato dall'etnoindustrializzazione di natura

difensiva a un'economia aggressiva competitiva sul piano internazionale è di realizzazione

particolarmente difficile.

Se la città è un fenomeno antico, e non specificamente occidentale, l'urbanizzazione è una

evoluzione recente. Il processo è il frutto della crisi di società e della perdita di identità

culturale. Ma, a sua volta, aggrava in modo evidente lo sradicamento e provoca una rottura

con il ceppo culturale della campagna. L'organizzazione urbana, in gran parte calcata su un

modello transnazionale, distrugge il suo vecchio rapporto con lo spazio. Le case popolari

algerine non sono concepite per la famiglia tradizionale, con la sua dimensione allargata e le

sue pratiche, ma per coppie che vivono all'europea. La forma particolarissima che assume

l'urbanizzazione contemporanea accresce ancora la deculturazione. La periferia è il grado

zero dell'habitat cittadino, per non parlare della bidonville. Non disponendo di strade

asfaltate, né di acqua corrente, né di elettricità (almeno ufficialmente) queste caricature di

città non hanno esistenza legale. Queste zone sarebbero degli inferni viventi se la vitalità dei


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Riassunto per l'esame di Antropologia dello Sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Occidentalizzazione del Mondo, Latouche. Gli argomenti trattati sono: l’irresistibile ascesa dell’Occidente: la rivincita dei crociati, i flussi e i riflussi antichi, il trionfo di un modello universale, l'occidente introvabile, l'occidente - uno spazio e un destino.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vip22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sarnelli Enrico.

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