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L'occidentalizzazione del mondo

L'irresistibile ascesa dell'Occidente: la rivincita dei crociati

All'epoca del trattato di Versailles e della spartizione delle spoglie dell'impero Ottomano, chiunque si fosse trovato a parlare dell'occidentalizzazione del mondo avrebbe rievocato l'espansione dell'imperium bianco sul complesso delle terre emerse. D'altronde, al termine occidentalizzazione si sarebbe allora preferito quello di colonizzazione. Tuttavia, la dominazione bianca non si limitava agli aspetti territoriali. L'evangelizzazione, la conquista dei mercati, il bisogno di manodopera erano i compagni naturali dell'imperialismo coloniale. Eppure, è forse sbagliato vedere in fenomeni di così diversi la manifestazione della medesima essenza, l'Occidente. Non bisogna in via preliminare definirne le caratteristiche, se non la natura. La dimensione storica è necessaria, non soltanto perché si tratta di un processo che si compie nella durata, ma anche perché si radica in una cultura. I successi e i fallimenti dell'imperialismo europeo fanno parte dell'attuale movimento dell'occidentalizzazione trionfante.

I flussi e i riflussi antichi

Il movimento di occidentalizzazione del mondo è per prima cosa una crociata. La cristianità si mette in movimento in tutte le direzioni. Le crociate sono una delle imprese più folli mai concepite dallo spirito umano. L'occidentalizzazione del mondo nella figura della cristianità giunge a compimento con il suo trionfo nel secolo 16º nella penisola iberica. I grandi navigatori e le grandi scoperte aprono la strada ai grandi avventurieri del cielo e della terra. Il tempo del mondo finito comincia con Vasco de Gama e Magellano. I conquistadores rifanno la carta del mondo. Le agenzie commerciali, i forti e le missioni sono i relè planetari dell'Occidente. Trionfano le tre m dell'imperialismo: militari, mercanti, missionari. Le compagnie di condottieri assicurano la conquista dei territori e degli uomini, le compagnie delle Indie assicurano la conquista dei mercati, la compagnia di Gesù assicura la conquista spirituale. Il mondo ha visto sorgere e crollare tanti imperi, passare tanti conquistatori, ma certo stavolta si afferma qualcosa di irreversibile.

Si è soliti privilegiare l'ondata di colonizzazione che inizia dopo il 1880 con la "corsa alla bandiera". Grazie anche allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, le potenze europee mosse da una rivalità esacerbata si gettano sugli ultimi lembi di terre non controllate del pianeta. Più sicuro che mai della superiorità della propria civiltà in virtù dello sviluppo industriale, l'uomo bianco si crede investito di una missione sacra. Questa missione è un fardello ma egli lo porta con un'allegria e una rapacità sospette. In pochi decenni, le zone bianche scompaiono dalla carta del mondo e le terre sconosciute (dai bianchi) sono annesse all'ordine nazionale-statale. Per quanto spettacolare nei modi e nei risultati, nulla di tutto ciò è veramente nuovo. Si rileggano i romanzi cavallereschi e vi si troverà già tutto l'immaginario dell'epopea coloniale. Le prodezze dei paladini erranti si svolgono oltremare.

Ad ogni modo, nel 1800, l'Europa controllava teoricamente il 55% del globo e utilizzava effettivamente il 35% della sua superficie. L'occidentalizzazione, nella sua forma coloniale, è giunta al termine alla vigilia della prima guerra mondiale. La vecchia Europa e la nuova Europa, vero nome dell'America, si dice all'epoca, credono di essere i legislatori dell'universo, i romani moderni, secondo le dichiarazioni di Theodore Roosevelt. E già si proclama che l'americanizzazione del mondo è in marcia. Nel 1914, l'occidentalizzazione del mondo sotto forma di amministrazione coloniale europea è virtualmente compiuta. L'uomo bianco controlla praticamente tutto il pianeta.

Un po' più di mezzo secolo dopo, l'Occidente è stato vittima del suo stesso successo e delle sue contraddizioni. Il vecchio ordine occidentale aveva contribuito a impiantare un'organizzazione economica che può essere definita con l'immagine di un'Europa manifattura e il resto del mondo fornitore di materie prime e prodotti primari. Questa divisione del lavoro era considerata corrispondente alle dotazioni naturali di fattori propria di ciascun partner e generatrice di vantaggi per tutti. Essa non sarebbe mai esistita naturalmente se l'ordine coloniale e imperiale non l'avesse istituita con la violenza. Nondimeno, una volta istituita, questa organizzazione produttiva possedeva una grande stabilità e una tendenza a perpetuarsi. I paesi dell'emisfero sud sono ancora oggi dei monoproduttori di agrumi tropicali, di materie prime vegetali e di prodotti minerari. Così l'ordine coloniale si poteva perpetuare all'infinito grazie a un laissez-faire economico quasi senza eccezione. Il liberalismo era una ideologia mirabile per giustificare l'ordine: in effetti, il libero scambio esclude in via di ipotesi qualsiasi ingiustizia e qualsiasi ineguaglianza sul piano economico.

Tuttavia, la concorrenza delle varie potenze europee avrebbe determinato la crisi e la dissoluzione del vecchio imperium occidentale. Il diritto dei paesi più forti a dominare politicamente il mondo entra in conflitto con l'uguale diritto dei popoli, base della sovranità nazionale, senza il quale non si dà ordine internazionale. Se si dovesse assegnare una data simbolica alla fine della dominazione incontrastata dei bianchi, si potrebbe prendere la disfatta delle truppe italiane ad Adua nel 1896 di fronte alle armate del ras Menelik. La notizia si era diffusa attraverso il continente nero con una rapidità incredibile, e aveva insegnato agli indigeni che il bianco non era più invincibile. La disfatta dei russi ad opera dei giapponesi nel 1903 confermerà ampiamente tale fatto e segnerà l'inizio di una nuova era.

La fine della supremazia bianca porterà alla decolonizzazione totale, attraverso tutta una serie di crisi. Come punti di riferimento evochiamo quattro fenomeni che segnano le tappe di una evoluzione irresistibile. Il primo non è altro che la crisi dell'ideologia e dei valori occidentali. Tale crisi risale alla seconda metà del secolo 19º. La società moderna, che aveva trovato il suo equilibrio e la sua forma classica nella figura della società borghese, vede i suoi valori contestati violentemente in particolare con l'ascesa del socialismo. Questa conversazione avanzata soprattutto dal marxismo, si accompagna con una contestazione pratica: la rivolta del proletariato. La borghesia capitalistica ha perduto la sua buona coscienza, cioè la certezza dell'adeguazione delle sue pratiche e dei suoi valori. Deve far uso di violenza e ipocrisia per mantenere le proprie posizioni.

Il secondo fenomeno è costituito dalla prima guerra mondiale che nello stesso tempo comporta una rottura nel funzionamento del sistema e manifesta clamorosamente i limiti della missione civilizzatrice dell'Occidente. Sul piano economico, vaste zone sono abbandonate a se stesse. Da quel momento l'indipendenza appare auspicabile e necessaria, e questo proprio in nome dei valori che l'Occidente ha utilizzato per assoggettare detti paesi. Naturalmente, tutto ciò è rafforzato dall'altra conseguenza della grande guerra, la rivoluzione russa, la cui eco è enorme nel mondo colonizzato. Un popolo immenso, semicolonizzato, per di più per metà asiatico, si è liberato della soggezione occidentale e pretende di costruire una società nuova ripudiando apparentemente i valori della modernità, l'individualismo, il liberalismo economico, la proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo avvenimento costituisce una vasta breccia nella pretesa dell'Occidente di essere il solo modello di civiltà. Facendo partecipare i colonizzati alle sue feste sanguinose l'Occidente perde il suo alibi civilizzatore.

Il fallimento del modello economico liberale nello stesso Occidente costituisce il terzo fenomeno importante. Negli anni 30, in occasione della grande crisi, i paesi del centro occidentale abbandonano il libero scambio e rinunciano perfino, sul piano interno, alle virtù della concorrenza. Ovunque si innalzano barriere protezionistiche, tutti gli Stati rivaleggiano nell'interventismo. Questo nuovo colpo priva definitivamente di qualsiasi giustificazione l'occidentalizzazione imperiale. La guerra del 1939-45 non ha la stessa portata di guerra del 1914, dal momento che il bianco ha da tempo perso la faccia. La nuova potenza egemone, gli Stati Uniti, nei quali si incarnerà ormai un nuovo Occidente, ripudia l'eredità coloniale. Per meglio assicurare l'americanizzazione del mondo, il secondo Roosvelt rinnega il primo. In realtà, in un mondo che accetta ormai universalmente i valori di civiltà e di progresso, la colonizzazione non appare più necessaria alla dominazione occidentale. Anzi, i legami privilegiati tra le metropoli e le ex colonie sono nocivi alla espansione americana.

La decolonizzazione appare come l'ultima tappa e il punto di arrivo della crisi del vecchio ordine. Questo punto di arrivo è doppiamente provvisorio: in primo luogo perché il vecchio ordine si perpetua al di là della decolonizzazione, sotto una forma neocoloniale; in secondo luogo perché la base economica si trasforma con l'industrializzazione periferica condotta alla duplice insegna degli sviluppi nazionali e delle imprese transnazionali. Tuttavia, al di là di queste vicissitudini, qualcosa dell'Occidente sembra perpetuarsi.

Il trionfo di un modello universale

Con la decolonizzazione, i missionari in de l'Occidente hanno abbandonato la scena ma il bianco è rimasto dietro le quinte e tira i fili. Questa apoteosi dell'Occidente si basa su forze simboliche in cui il dominio astratto è più insidioso, ma anche meno contestabile. Questi nuovi agenti di dominazione sono la scienza, la tecnica, l'economia e l'immaginario sul quale si basano: i valori del progresso. La tecnica è stata uno strumento possente della colonizzazione dei corpi e delle menti. Eppure, come è noto, dal secolo 14º al 19º, la superiorità tecnica dell'Europa non era incontestabile di fronte alla Cina e all'India, è la superiorità militare delle armi non bastava a compensare la straordinaria inferiorità numerica. In quest'ultimo caso bisogna far intervenire il ruolo dell'astuzia, la determinazione di un progetto imperiale aggressivo, la seduzione e l'abile utilizzazione dei miti locali. Tutto ciò è senza dubbio la conseguenza di quell’apporto tipicamente occidentale che è la coscienza di sé.

La superiorità europea dipende più dall'efficacia di un tipo di organizzazione che mobilita tutte le tecniche per realizzare il suo obiettivo di dominazione, dalla disciplina militare alla propaganda, ché non dalle tecniche stesse. La ricerca ossessiva del performance in tutti i campi permette all'Europa di integrare immediatamente tutti gli elementi estranei in grado di accrescerne la potenza. La tecnica è diventata un articolo di fede universale, la conseguenza concreta e la presenza della nuova divinità: la scienza. I missionari cristiani hanno molto contribuito a diffondere questo culto secolare. L'imperialismo ha introdotto i nuovi dei. Per liberarsi dal giogo coloniale e uscire dalla situazione umiliante dell'asservimento ai bianchi, i popoli del mondo hanno dovuto assimilare alcuni degli strumenti di dominio, identificarsi con l'avversario e desiderarne il potere. Il mondo intero fa parte ormai a vari livelli di una unica società tecnica. Il rituale dei premi Nobel manifesta periodicamente l'universalità e l'unità della comunità scientifica.

Tuttavia, l'ammirazione, il culto della tecnica, persino la sua conoscenza astratta non basta per diventare degli occidentali. La realizzazione di una società tecnica passa per l'industrializzazione: cioè per un profondo sconvolgimento degli obiettivi e dei modi di funzionamento della società. La colonizzazione ha profondamente sconvolto le strutture economiche di tutte le regioni del mondo, fino ai confini più estremi. Tutti popoli sono stati toccati dal funzionamento del mercato mondiale e partecipano alla divisione internazionale del lavoro. Sconvolgendo le organizzazioni tradizionali della produzione e del consumo mediante le sollecitazioni del mercato, le leggi della concorrenza e la creazione di infrastrutture di comunicazione, l'Europa ha creato un solo mercato mondiale integra le comunità più selvagge. Ormai, le nuove strutture si riproducono spontaneamente in virtù della sola forza di inerzia e dei meccanismi di mercato, chiudendo gli attori in un destino quasi insuperabile. Alle forme antiche di essere di più, si sostituisce l'obiettivo occidentale di avere di più. Così si universalizza l'ambizione allo sviluppo. Lo sviluppo è l'aspirazione al modello di consumo occidentale. Il mezzo privilegiato per realizzare tale aspirazione è evidentemente la tecnica. Aspirare allo sviluppo vuol dire venerare la tecnica, ma anche rivendicare per proprio conto l’occidentalizzazione, per essere più occidentalizzato al fine di occidentalizzarsi ancora di più.

Flussi culturali a senso unico partono dai paesi del centro e inondano il pianeta tramite i mezzi di comunicazione di massa. L'essenziale della produzione mondiale di segni è concentrata nel Nord oppure viene fabbricato in officine da esso controllato, secondo le sue norme e modalità. Il mercato dell'informazione è il quasi monopolio di quattro agenzie: Associated Press e United Press (Stati Uniti), Reuter (Gran Bretagna) e France-Presse. Tutte le radio, tutte le catene di televisione, tutti i giornali del mondo sono abbonati a queste agenzie. Il 65% delle informazioni mondiali partono dagli Stati Uniti. Tuttavia il terzo mondo consuma meno al cinema, meno radio, meno televisione, meno carta di giornale del centro. Questa propaganda insidiosa asfissia qualsiasi creatività culturale presso i ricettori passivi dei messaggi. Il gruppo invaso non può più cogliere se stesso se non mediante le categorie dell'altro. L'ideologia della scienza, della tecnica, del progresso e dello sviluppo risulta così veicolato da questo canale, direttamente o incorporato in altri messaggi. La transnazionalizzazione delle comunicazioni via satellite e l'informatica accentueranno ulteriormente l'uniformità dei modelli. Si può parlare in proposito di un imperium culturale dei paesi ricchi a condizione di coglierne bene il meccanismo. È attraverso il tono e non la spoliazione che il centro risulta investito di uno straordinario potere di dominazione.

La credenza condivisa nella scienza come fonte delle meraviglie della tecnica, la soggezione forzata all'economico, il tutto rafforzato dall'invasione culturale costituiscono dei fattori irresistibili di standardizzazione dell'immaginario. Il rapporto tra l'uomo e il mondo è in esso profondamente determinato. Si tratta della concezione del tempo e dello spazio, del rapporto con la natura, del rapporto con l'uomo stesso. L'umanità vive ormai tutta quanta ne l'era cristiana e sulla base dell'ora GMT. Certo, ci sono altre ere: l'anno è suddiviso in altri modi che in quelli dell'anno occidentale scandito dalla vita di Cristo (l'anno del drago e il Tet…) ma queste sopravvivenze pittoresche e folcloristiche non incidono sugli orari degli aerei. Per via degli imperativi tecnici, l'organizzazione pratica funziona in base al sistema unico.

È degno di nota il fatto che il mondo si sia assoggettato a questa suddivisione in molto meno tempo che non l'Europa stessa. Fu solo nel 1564 che in Francia l'inizio dell'anno legale fu fissato al 1º gennaio. La Russia adotterà questo nuovo stile soltanto nel 1725, l'Inghilterra nel 1752. Fu Napoleone Bonaparte che vinse le ultime resistenze qua e là nel resto dell'Europa. Nel medioevo infatti la datazione variava da un paese all'altro. La conseguenza di ciò è una straordinaria uniformazione dei modi di vita e di pensiero. Nel mondo deterritorializzato degli aerei e degli aeroporti, si incrocia gente di ogni colore e provenienza, vestita allo stesso modo, cliente degli stessi alberghi delle catene internazionali, che parla l'inglese internazionale e mangia la cucina internazionale. Questa jet society transnazionale ha i suoi prolungamenti persino negli angoli più remoti del pianeta.

Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi. Un solo mondo tende a essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione degli esseri umani su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale. Conformandosi all'American way of life, gli esseri umani realizzano il sogno di Theodore Roosevelt, ma anche quello di tutti gli imperialisti. Ci si rende ben conto che non si tratta di un trionfo dell'umanità, ma di un trionfo sull'umanità e, come i colonizzati di un tempo, i fratelli sono anche e per prima cosa dei sudditi.

L'Occidente introvabile

L'esperienza storica del mondo moderno rivela un complesso di forze relativamente permanenti e di dimensioni costanti sotto forme sempre rinnovate. È abbastanza naturale attribuire gli elementi durevoli manifestati a un soggetto chiamato Occidente. Tuttavia né il genere né la differenza specifica dell'Occidente possono essere colti facilmente. La breve sintesi storica del capitolo precedente ci mostra che l'

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vip22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Sarnelli Enrico.
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