Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa
I. Vita, morte e resurrezione di un concetto
Poco più di centocinquant’anni fa per i deboli e gli oppressi è nata una speranza, il socialismo.
Poco più di settanta anni fa uomini coraggiosi si sono sacrificati per dare corpo a questo ideale.
Sebbene siano stati i bianchi a portare i semi dello sviluppo, accadde che poco più di cinquanta anni fa i popoli del Terzo mondo provarono una speranza simile a quella scaturita dal socialismo in Occidente. Lo sviluppo era visto come la soluzione a tutti i problemi per i nuovi Stati indipendenti.
Tutti questi Stati hanno provato l’avventura verso lo sviluppo anche in modo maldestro, ma ci hanno provato legittimando l’élite del potere. È difficile provare a vedere se esistevano le condizioni oggettive per il successo dell’avventura modernista, ma ciò che è certo è che le condizioni non erano favorevoli. Le contraddizioni interne agli Stati contrastano con il progetto, freni, ostacoli e blocchi di ogni tipo analizzate a lungo anche dagli economisti.
Lo sviluppo, per quanto teoricamente riproducibile, non è universalizzabile.
Ci sono prima di tutto ragioni ecologiche che non rendono possibile la generalizzazione di un modello di vita come ad esempio quello americano.
Wolfgang Sachs ha raccontato in modo vivido la nascita dello sviluppo nel senso economico con l’attuazione di politiche e di progetti:
- Il 20 gennaio 1949 il discorso del presidente Truman definì la maggior parte del mondo come regioni sottosviluppate. Da questo giorno si creò una nettissima divisione tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Nello stesso tempo nelle arene politiche più importanti nacque una nuova concezione del mondo, secondo la quale tutti i paesi debbano seguire e aspirare ad un unico scopo. Gli Stati Uniti erano infatti al tempo il paese che guidava la corsa, dietro tutte le altre nazioni in coda. Truman non esitò a pronunciare un programma di aiuto tecnico camuffando i propri interessi come generosità.
- Da allora le distanze sono addirittura aumentate, forse si stava correndo in una direzione sbagliata.
Lo testimonia anche il fatto che i tanti centri studio sullo sviluppo abbiano chiuso, la visione dello sviluppo sta cambiando. Allo stesso modo è in declino anche il genio occidentale, cioè moderno, che ha elaborato la teoria dello sviluppo.
Negli anni novanta lo sviluppo, in quanto progetto, non era certo popolare nelle arene internazionali. Le nuove Ong senza frontiere oggi si concentrano maggiormente sull’intervento umanitario d’urgenza.
Secondo il rapporto del 1998 della United Nations Development Programme dal 1950 la ricchezza del pianeta è cresciuta di sei volte, l’aspettativa di vita e il reddito sono in regressione. Le tre persone più ricche del mondo dispongono di una fortuna superiore al Pil totale dei 48 paesi più poveri! (prosegue con altri dati…).
Secondo il rapporto del 2001, il quinto più ricco della popolazione mondiale detiene l’86% del Pil mondiale contro l’1% del quinto più povero.
In queste condizioni lo sviluppo del Sud del mondo è fuori questione, progetti di sviluppo illusori hanno inoltre indebitato molti Paesi e i soldi del Fondo monetario internazionale vanno utilizzati per risolvere queste situazioni.
Nel 2001 tuttavia si assiste ad un risveglio dello sviluppo al Sud come al Nord.
René Passet: “Forse è arrivato il momento di proporre una rivoluzione semantica e di tornare al termine di “sviluppo” senza nessuna qualificazione, a condizione beninteso di ridefinirlo come concetto pluridimensionale”. Questo ritorno è spinto dall’insistenza nel credere nell’universalità economica.
Lo sviluppo sopravvive alla propria morte grazie ai suoi critici, gli umanisti hanno canalizzato le aspirazioni delle vittime dello sviluppino puro e duro, del Nord come del Sud, strumentalizzandole.
Lo sviluppo durevole è il maggior successo di quest’arte del ringiovanimento di idee decrepite, il durevole è dunque quel che permette allo sviluppo di prolungare la propria agonia.
Gli avversari della modernizzazione liberale, con la loro fede sviluppista, hanno avuto un ruolo fondamentale in questa resurrezione.
In effetti a sinistra e anche al centro esiste quasi l’unanimità nel denunciare i misfatti di una modernizzazione ultra liberale, critica costruita in sei punti:
- La denuncia delle disuguaglianze tra Nord e Sud in qualsiasi paese
- La trappola del debito per i paesi del Sud e lo sfruttamento che ne deriva delle ricchezze naturali e della reinvenzione della servitù.
- La distruzione degli ecosistemi e l’inquinamento globale
- La fine del welfare e la distruzione dei servizi pubblici
- L’onnimercificazione con i traffici di organi e lo sviluppo delle industrie culturali
- L’indebolimento degli Stati-nazione e l’emergere di società transnazionali come “i nuovi padroni del mondo”.
Tutti gli antimondialisti credono in una nuova e diversa modernizzazione, in uno risviluppo.
Ritornare allo sviluppo degli anni Sessanta correggendolo nei suoi effetti negativi.
Gli antimondialisti hanno un progetto di lotta mirata contro l’impero e l’egemonia del pensiero unico e contro la mercificazione del mondo.
II. Lo sviluppo come mito e come realtà
L’attuale mondializzazione ci mostra ciò che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere, è la fase suprema dello sviluppo realmente esistente e al tempo stesso la negazione della sua concezione mitica. Henry Kissinger usò questa definizione, “La mondializzazione non è altro che il nuovo nome della politica egemonica americana”.
Il vecchio nome era semplicemente lo sviluppo economico espresso da Truman nel 1949 per permettere agli Stati Uniti di impadronirsi degli ex imperi coloniali europei impedendo così ai nuovi Stati indipendenti di cadere nell’orbita sovietica.
Prima ancora il nome più antico dell’occidentalizzazione non fu altro che la colonizzazione.
Quindi lo sviluppo non è stato altro che il proseguimento della colonizzazione? Se così fosse si parlerebbe di un processo di neocolonizzazione.
Un’altra precisazione necessaria è distinguere lo sviluppo mitico, molto presente nella letteratura sull’argomento, e quello storico. Utopisticamente lo sviluppo viene definito come la piena realizzazione delle possibilità di ciascun paese dal punto di vista sociale, culturale, storico ed economico.
Il “vero” sviluppo come definito dalla commissione del Sud nel 1990 è: “un processo che permette agli esseri umani di sviluppare la propria personalità, di prendere coscienza di se stessi e di avere un’esistenza degna ed appagante”. Ovviamente resta un’utopia in ogni parte del mondo, lo sviluppo è stato, è e sarà sempre sradicamento.
Fuori dalla r
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