Introduzione
Per lungo tempo l’antropologia si è identificata con lo studio delle società “primitive”, e l’immagine che di
essa si è fatta il largo pubblico è paragonabile all’archeologia e alla raccolta degli usi e costumi delle società
cosiddette “tradizionali”. Oggi come oggi la difficoltà principale della disciplina è di stabilire con esattezza il
legame esistente fra il sapere antropologico ed il contesto socio-culturale in cui esso opera. Infatti succede
spesso che lo spiccato interesse per l’altro, la diversità e la differenza, coincida con la volontà da parte della
società contemporanea di rivendicare il passato o di trovare in esso un rifugio dalle incertezze della moderna
società industriale.
Dinanzi a questi problemi, l’antropologo deve assolutamente evitare di limitarsi alla classificazione dei vari
usi e costumi delle diverse società lontane nel tempo e nello spazio; egli deve interessarsi ad esse con lo
scopo di rapportarle al funzionamento generale della società e della cultura, in modo da spiegare le differen-
ze varie fra le società umane e la sostanziale unità del genere umano. E’ questo il progetto fondamentale
dell’antropologia in quanto “scienza dell’uomo”.
Tuttavia, fino alla seconda metà dell’800, è inesatto parlare dell’antropologia come disciplina scientifica: si
tratta, semmai, di una evidente curiosità intellettuale nei confronti dell’altro (che veniva praticata tramite i rac-
conti di viaggio, il discorso teologico, la letteratura ecc.).Con l’affermarsi delle teorie evoluzionistiche, da un
lato, e grazie all’espansione coloniale di fine 800, dall’altro, l’antropologia diviene una scienza autonoma, con
i propri strumenti, metodi e campi d’indagine.
L’antropologia moderna è caratterizzata da due termini che ricorrono con frequenza: locale e globale. Essi
rappresentano come l’antropologo procede nella sua indagine: egli studia le forme sociali e culturali ristrette
ed originali, per poi rapportare questo suo studio ad una prospettiva più ampia, quella della società globale.
Allora l’antropologia, per Kilani, si definisce soprattutto come un’impresa di traduzione di culture.
Si tratta di una disciplina comparativa: l’antropologo, studiando una società ristretta, non tenta di confonder-
si con il suo soggetto d’indagine; egli mette in rapporto i “saperi locali” (discorsi socio-culturali particolari) con
un “sapere globale” (discorso generale sull’umanità). Mettere in relazione il locale ed il globale consente di
rinnovare profondamente lo statuto della disciplina rispetto al passato, nonché a favorire i suoi rapporti con le
altre scienze umane.
Cos’è l’antropologia?
Certo è che sarebbe inutile dare all’Antropologia una definizione precisa; oggi come oggi l’antropologia si
presenta come la scienza delle diversità sociali e culturali, e – più in generale – come la scienza dell’uomo in
società. Tuttavia è sempre esistito un punto di vista specifico: l’antropologia studia le differenze che distin-
guono le varie società e le varie culture. Parallelamente vi è un certo successo della letteratura antropologica
presso il largo pubblico: successo che, paradossalmente, aggrava la crisi d’identità della disciplina. Si assi-
ste infatti ad un esasperato desiderio di conoscere “l’altro”.
Questo “interesse” presso il largo pubblico si può spiegare così: anche se l’uguaglianza fra i popoli e le cultu-
re è oggi un principio riconosciuto, non è scomparsa la convinzione della superiorità della civiltà occidentale
(ereditata dalle numerose “imprese” di colonizzazione operate nel corso dei secoli). Allora succede che l’inte-
resse per questa letteratura nasca dalla necessità, da parte degli occidentali, di rassicurarsi sulla propria su-
periorità sociale, civile e culturale (visto che si parla dell'altro con termini quali “dispotismo”, “tirannia”, “op-
pressione”, “selvatichezza”, “irrazionalità” e così via). Quindi il problema principale dell’antropologo è quello
di evitare questi difetti.
Innanzitutto occorre non privilegiare una dimensione rispetto all’altra: il passato rispetto al presente, la tradi-
zione rispetto alla modernità, l’esotico rispetto all’ordinario; in secondo luogo non considerando più gli altri
solamente come “selvaggi” o “primitivi”. L’alterità non è una qualità intrinseca di certe popolazioni o certe cul-
ture; si è “Altro” solo agli occhi di qualcuno mentre ci osserva. Un villaggio contadino, una minoranza etnica,
una società primitiva fanno sempre parte di un contesto più grande che li ingloba; ecco l’importanza del rap-
porto fra locale e globale. L’esteriorità è assolutamente necessaria all’antropologia: l’antropologo, infatti,
non deve identificarsi con l’altro al punto di divenire altro egli stesso; deve imparare ad avvicinarsi abbastan-
za all’altro senza identificarsi completamente con esso, per comprendere la sua cultura senza però limitarsi
solo a quella.
Una definizione dell’Antropologia
Possiamo dare la seguente definizione dell’Antropologia: L’Antropologia ha come oggetto d’indagine una
società di piccola ampiezza, a partire dalla quale tenta di elaborare un’analisi di portata più generale,
cercando di cogliere da un certo punto di vista la totalità della società in cui queste minoranze si in-
seriscono. Questa definizione è di Marc Augé, e sintetizza ottimamente l’approccio della disciplina: interven-
1
gono contemporaneamente un “luogo” (un’unità sociale definita), un approccio (un punto di vista specifico),
un metodo (il decentramento) ed una finalità (cogliere le logiche sociali).
Nel dettaglio, possiamo dire che:
1. Le unità sociali prese in oggetto sono ristrette perché corrispondono a piccole comunità in cui le relazioni
sociali sono direttamente osservabili; queste comunità devono però presentare una certa coerenza inter-
na (d’ordine culturale, economico, sociale, religioso) ed un certo rapporto con altre comunità e con la so-
cietà globale in cui sono inserite;
2. La scelta di queste comunità deve consentire di indagare la totalità. Le piccole società scelte dall’antro-
pologo offrono spunti interessanti sulla società globale a partire dal contrasto;
3. Il punto di vista dell’antropologia è un vero e proprio “metodo”: osservare la società maggioritaria a parti-
re dai gruppi ristretti significa osservarla al di fuori dei suoi punti di riferimento;
4. La posizione di decentramento e di osservazione partecipante permettono all’antropologo di studiare
il globale a partire dal locale.
Un esempio: un’analisi antropologica dell’agricoltura di montagna è in grado di svelarci il processo di moder-
nizzazione della comunità locale. L’antropologo può osservare come – malgrado il processo di integrazione
delle regioni di montagna nelle società industriali – le collettività locali hanno mantenuto una certa originalità
ed autonomia a partire dalla conservazione di certe strutture economiche, sociali e culturali tipiche della
montagna. Strutture che non rinnegano i rapporti con la modernità (si pensi alla meccanizzazione dell’agri-
coltura), ma li mettono in diretto rapporto con la conservazione di un’identità sociale e culturale ben precisa.
Detto questo, possiamo affermare che il lavoro dell’antropologo richiede svariate comparazioni intercultu-
rali, nello spazio e nel tempo, fra le diverse particolarità. Ad esempio, l’istituzione politica moderna, quella
dello Stato-Nazione, sarà meglio comprensibile dopo un’analisi delle società comunitarie (cioè senza stato).
Per concludere questo discorso si può dire che il procedimento attuale dell’antropologia consiste in una vera
e propria interpretazione della modernità: i cambiamenti, le rotture, le crisi della società moderna; le nuove
forme di organizzazione sociale, le trasformazioni della società e la nascita di nuovi contesti sociali.
Dal particolare al generale
Il decentramento ed il distanziamento sono due caratteristiche fondamentali del procedimento antropologi-
co: ciò consiste, per il ricercatore, nell’uscire dal suo contesto sociale e culturale per comprendere le diversi-
tà con cui si trova a contatto, senza però cessare di interrogarsi sulla propria società. Questo permette all’an-
tropologo di mettere costantemente a confronto due diverse società e culture. La necessità di distanziamen-
to è un principio universale del procedimento antropologico.
Un secondo procedimento fondamentale per l’antropologo è l’osservazione partecipante, ovvero la sua
presenza materiale e di lunga durata “campo”; questa relazione diretta con l’oggetto d’indagine ne permette
uno studio attendibile. Tuttavia questo principio ha spesso alimentato la convinzione che sia sufficiente vive-
re nelle comunità e con i suoi membri per essere in grado di fornire una spiegazione dettagliata e sufficiente;
in realtà bisogna sempre tenere presente che ogni sistema “piccolo” ed apparentemente chiuso, intrattiene
dei rapporti più o meno evidenti con la società globale; dimenticare questa realtà significa, per l’antropologo,
dimenticare che egli stesso è un intruso che rappresenta quella globalità sociale. Decentramento ed osser-
vazione partecipante permettono la costruzione dell’oggetto d’indagine dell’antropologia.
Il “fatto sociale totale” dell’Antropologia
La costruzione dell’oggetto dell’antropologia mette in evidenza l’esigenza di un approccio di tipo globale:
questo approccio totalizzante si esprime al meglio con la nozione metodologica di fatto sociale totale (spe-
rimentata da Bronislav Malinowsi ed elaborata teoricamente da Marcel Mauss). Per fatto sociale totale si in-
tende un fenomeno che sia al tempo stesso espressione e sintesi dell’insieme della vita sociale di una data
società. L’agricoltura di montagna è, appunto, un esempio di fatto sociale totale: è l’espressione e la sintesi
della realtà attuale della montagna.
Mauss afferma che:
1. Lo scambio sociale che si stabilisce all’interno di istituzioni anche molto diverse (come la festa, le ceri-
monie religiose, i sacrifici ecc.) corrisponde ad un sistema in cui esiste il reciproco obbligo di restituire il
dono ricevuto con un dono di maggior valore;
2. lo scambio è all’origine del legame sociale: le feste, i riti e le cerimonie vanno considerati momenti che
creano un legame sociale, delle “prestazioni totali” che inglobano più aspetti diversi: quello economico,
quello sociale, quello religioso ecc. In questo senso, sono fenomeni sociali totali che ci permettono di il-
luminare l’insieme della realtà sociale.
Questa nozione di fatto sociale totale è interessante perché mostra che i fenomeni economici non sono se-
parabili da altri aspetti della vita sociale; questo principio, allora, vale anche per le grandi società industriali. 2
Come si costruisce un fatto sociale totale? l’Antropologia fa distinzione tra le relazioni sociali direttamente
osservabili e le strutture che sono sottostanti ad esse (e che rendono possibili queste relazioni); l’antropolo-
gia cerca la struttura di base che permette questi concatenamenti. Un classico esempio è offerto dalla proibi-
zione dell’incesto, considerata dall’antropologia come la struttura fondamentale che sta alla base dei sistemi
di parentela: definire l’incesto a partire da criteri biologici, moralistici o religiosi, significa rimanere ad un livel-
lo di analisi molto superficiale che non permette di capire perché la proibizione dell’incesto non sia la stessa
per tutte le società.
L’antropologo Claude Lévi-Strauss considera entrambi gli aspetti dell’incesto: quello negativo e quello positi-
vo. Infatti la proibizione dell’incesto è all’origine di alcune relazioni sociali: proibirsi le proprie sorelle o parenti
vicine, significa anche garantire la circolazione delle donne fra gruppi estranei l’uno all’altro. Allora Lévi-
Strauss scopre un principio fondamentale che sta alla base della società umana: il principio di reciprocità.
La proibizione dell’incesto è una delle regole della reciprocità, che stabilisce la vita sociale all’interno e che la
rende possibile all’esterno creando legami di alleanza e scambio fra diverse società.
Funzione esplicita e funzione implicita
Un’altra caratteristica del procedimento antropologico consiste nel fatto che l’antropologo deve saper distin-
guere, in una data cultura, gli aspetti espliciti da quelli impliciti (o meglio la funzione manifesta e la fun-
zione latente di un fenomeno).
Prendiamo l’esempio della proibizione, nella religione musulmana, di consumare carne di maiale: la ragione
esplicita sembrerebbe essere quella di una preoccupazione d’ordine igienico. Ma, per rapportare questa con-
statazione locale ad un discorso più globale (ovvero metterla in rapporto con altri costumi e credenze), oc-
corre scoprire un’altra funzione ben più fondamentale di questa interdizione al consumo della carne di maia-
le: infatti, millenni addietro, questa negazione costituiva un modo per differenziare le tribù nomadi da quelle
sedentarie, che invece allevavano e consumavano il maiale. Questa negazione era un’affermazione di identi-
tà del gruppo, era una regola culturale.
I campi di studio dell’Antropologia
Vediamo quali sono i campi d’interesse e di studio dell’Antropologia:
1. L’Antropologia della parentela: l’analisi della parentela è un po’ il filo conduttore e il campo fondatore
dell’Antropologia; dalla celebre opera System of consanguignity and affinity of the human family (1871)
di Morgan, fino a Les structures élémentaires de la parenté (1949) di Lévi-Strauss, l’indagine della pa-
rentela si è fatta sempre più significativa; essa è alla base di numerose formulazioni e teorie antropologi-
che sul rapporto fra natura e cultura, scambio sociale, reciprocità. L’importanza primaria della parentela,
nel progetto antropologico, si spiega in base al fatto che i rapporti di parentela strutturano l’intera socie-
tà; e questo già nella società “primitiva”, in cui tutti i rapporti sociali passano per la parentela.
2. L’Antropologia della religione e del simbolo: si tratta di un altro campo di studi privilegiato. Sin dalle
sue origini, l’antropologia si è interessata alle varie forme di credenza e alle varie forme di religione. Si
parte dalle tre tappe evoluzionistiche: i tre stadi magia, religione e scienza hanno influenzato la rifles-
sione antropologica sui rapporti fra religione e società e fra religione e scienza fino ai giorni nostri. L’An-
tropologia religiosa è stata influenzata dal lavoro teorico del sociologo francese Durkheim, specie dalla
sua opera Les formes elementaires de la vie religieuse; qui la religione è analizzata come un fatto socia-
le (la religione cristallizza vari rapporti, simbolici, economici, politici e sociali). Durkheim rimette in discus-
sione la visione negativa della religione (ricordiamo l’espressione “oppio dei popoli” di Marx), e ne coglie
le funzioni positive: la religione è all’origine dei rapporti sociali e del loro mantenimento. Oggi l’interesse
dell’antropologia, in questo campo, si è esteso allo studio dei sistemi simbolici, che sono all’origine delle
culture.
3. L’Antropologia politica: Si è trattato, fino a poco tempo fa, di studiare le società con lo stato e quelle
senza stato, evidenziandone le differenze. Più recentemente, in Francia, P. Clastres ha rinnovato la ri-
flessione antropologica sulla politica, sul potere e sulla violenza in generale: partendo dall’analisi delle
società dette “primitive”, egli nota come le società senza stato si caratterizzano per il rifiuto della stato,
dell’istituzionalizzazione della violenza e della divisione sociale, mentre quelle a stato sono marcate in
positivo proprio da questi due caratteri.
4. L’Antropologia economica: con le analisi di Malinowski e di Mauss, sui sistemi di scambio e di dono, si
assiste alle prime riflessioni dell’antropologia nel campo dell’economia; l’idea è quella di rimettere in di-
scussione il concetto di “homo ecomonicus” (uomo come animale economico”), figura ipotetica poiché i
bisogni che esso avverte sono perlopiù indotti. Tuttavia l’antropologia economica prende il via solo a par-
tire dagli anni ’50. 3
5. L’Antropologia del cambiamento sociale: solo negli ultimi decenni gli antropologi hanno dimostrato un
forte interesse nei confronti dei problemi del cambiamento sociale e culturale; le società finora trattate,
infatti, venivano considerate statiche, chiuse, senza possibilità di mutamento. Dagli anni ’30 in poi, si svi-
luppano degli studi sui fenomeni di acculturazione (effetti generati dal contatto fra due o più culture).
Numerosi antropologi iniziano poi a pensare il cambiamento sociale come un fenomeno non solo deter-
minato dalla influenze “esterne”; si tratta allora, di rapportare le società ristrette alla società globale a
partire dal
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