Capitolo primo - Rito e teatro
Rito
Pier Paolo Pasolini nel Manifesto per un nuovo teatro, ci dà le diverse accezioni di rito fino ad arrivare al teatro. Secondo PPP noi troviamo:
- Rito naturale: ovvero il sistema di segni della realtà e della vita quotidiana.
- Rito religioso: dove si compongono il mistero, la superstizione, la propiziazione, lo scongiuro e il mistero. Proprio quando in Grecia si prendono le distanze da queste cose, nasce quello che PPP definisce il rito politico → come il teatro si trasforma nella democrazia ateniese.
- Rito sociale: la rivoluzione della borghesia porta alla nascita del teatro moderno, che si apre nel 500 con la Commedia dell'Arte. È un teatro finalizzato all'intrattenimento e alla celebrazione dei fasti mondani.
- Rito teatrale: teatro antiborghese delle avanguardie, nasce con il declino della borghesia. Si vogliono recuperare le origini religiose per riportare il “sentire comune”.
Per recuperare questa autoreferenzialità PPP propone come soluzione il rito culturale, ovvero il recupero di un teatro della parola, che ricerca contenuti reali. Aldilà delle definizioni, il ruolo di PPP è stato cruciale in particolare nell'individuare la costante relazione tra teatro e rito → TEATRO = RITO SECOLARIZZATO → forma autonoma dell'agire umano.
Per una definizione di rito
Il termine rito deriva dal latino RITUS → ordine stabilito. Il rito attua quindi un ordinamento nel cosmo e prescrive le azioni da compiere; indica le azioni giuste per ottenere il benessere e la salute del cosmo. Il rito riguarda da vicino il concetto di cultura come processo, prassi e ideologia.
Richard Schechner afferma che alla radice dell'uomo e degli esseri umani troviamo il comportamento rituale. Nella ritualizzazione umana troviamo diverse tipologie: il rituale religioso, il rituale sociale e il rituale estetico (arti) → gli ultimi due sono una derivazione del primo in quanto entrambi sono almeno parzialmente espressi nel rito religioso. Il rito religioso è un'azione sacra formalizzata e ripetitiva costruita su azione\gestualità – parola\mito → PERFORMANCE TOTALE.
Classi di riti
Ci sono diversi criteri di classificazione per i riti. Il più comprensibile indubbiamente è quello che guarda all'eziologia del rito → il rito viene letto come un fenomeno legato a un determinato periodo della nostra vita personale che ci aiuta a rigenerare qualcosa.
- Riti cosmici: riti ciclici, feste periodiche e stagionali. Sono occasioni di rigenerazione. Solitamente si passa attraverso un'azione di caos per riportare l'ordinamento vitale del mondo (Capodanno, Pasqua, Halloween).
- Riti politici e sociali: inversione dell'ordine costituito → fondazione e legittimazione del potere comunitario e della gerarchia sociale.
- Rituali del ciclo della vita: affrontano i momenti critici di passaggio di ogni essere umano. Tali riti si strutturano in 3 fasi:
- Fase preliminare: ci sono azioni tese che tendono a separare oggetti, persone e spazi. Solitamente avviene attraverso riti di purificazione per estirpare le forze negative.
- Fase liminale: è il vero centro del rito, definibile anche come situazione di soglia dove tutte le componenti del rito sono rivestite di totale sacralità. Questa fase può essere caratterizzata anche da un'offerta sacrificale (che può essere anche “simbolica”).
- Fase post liminale: consente ai partecipanti di uscire dalla sfera del sacro per ritornare alla realtà profana più forti e vigorizzati.
Quasi tutti i riti si distinguono in positivi (propiziare il bene) e negativi (allontanare il male → apotropaici, eliminatori, purificazione).
Interpretazione del rito
E. Durkheim ha dato il via a un'interpretazione del rito come un'espressione simbolica della volontà di una società di rimanere integrata. I funzionalisti riconoscono nel rito la celebrazione dei valori culturali di una data società che in questa celebrazione legittima e rinforza le proprie istituzioni.
E. Goffman evidenzia la “grande recita” che si attua durante la celebrazione dell'evento, dove controlliamo le nostre emozioni e i nostri reconditi pensieri → l'omaggio non è per la città, ma per gli individui che la compongono.
Gli psicoanalisti come Freud sono stati attratti dalla ripetizione delle azioni quotidiane intesa come un rito nevrotico. Gli psicoanalisti riconoscono in quest'attitudine umana la volontà di liberarsi da un innato senso di colpa → sistema di difesa contro la nevrosi.
Erik H. Erikson sosteneva che la ritualità nasce dal rapporto con la propria madre → rapporto affettivo tra madre e figlio. Rapporto di affetto e speranza che durerà per tutta la vita.
Teorie catartiche vedono nel rito il superamento da parte di individui o di una comunità di situazioni di stress incontrollabile, situazioni spiacevoli o traumi psicologici.
L'interpretazione strutturalista vede il rituale come una forma di linguaggio comunicativo che si esprime attraverso il mito e l'azione rituale.
L'interpretazione ecologica parte dall'osservazione dei comportamenti animali che si verificano in maniera molto simile negli esseri umani → controllo biogenetico dell'aggressività nell'animale, per l'uomo si parla di sistemi di adattamento e conservazione dell'equilibrio ambientale.
L'interpretazione sacrificale (di R. Girard) richiede un'analisi più ampia. Notando tra i vari miti e riti di fondazione che le storie di violenza riguardano quasi unicamente casi di fratellanza, o parentela, ha messo alla base del conflitto l'uguaglianza → tra persone di pari condizioni nascono dei conflitti insanabili specie in relazione a un oggetto del desiderio condiviso. A parità di forze la lotta continua porta la società all'autodistruzione. Per ridurre le possibilità di violenza le società si rifacevano al sacrificio di un capro espiatorio → diviene il fulcro del male. La sua eliminazione porta alla scomparsa di ogni male legato a questo → rito sacrificale. Secondo Girard questo diviene il centro focale della funzione del rito: riportare l'ordine in una società controllata dal caos e dal disordine.
Importante per il capro espiatorio è di essere un essere non totalmente parte della comunità, ma neanche totalmente estraneo. Attraverso il meccanismo sacrificale la violenza umana si risolve con la violenza contro il singolo che prende su di sé tutte le colpe del mondo. La violenza è definibile come “sacra” proprio per la sua doppia valenza → malificio e beneficio.
Le molteplici definizioni di rito non fanno altro che avvalorare la tesi che questa entità non sia propriamente definibile dall'esterno. Il rito può essere capito solo dalla persona che lo vive.
Mito e rito
Mito
La stretta relazione tra rito e mito si capisce dall'etimologia della parola mito → da Omero; parola detta ed ascoltata da una comunità. Il mito quindi è una sorta di conoscenza trasmessa in via orale che detta delle regole diverse da quelle della logica razionale.
La forza del mito è costruita sul potere dell'oralità → ricordare e far ricordare delle esperienze. Il mito è dunque parte di un sistema organico di narrazioni, gesti, figure, musiche etc. che si comunicano attraverso una forma simbolica. Il fine ultimo è quello di esplicitare l'origine divina.
Presso molte culture infatti il mito veniva utilizzato per dare una spiegazione alle origini dell'attività umana. L'uomo o il dio che si comporta in una determinata maniera in una data occasione segnerà un modello di vita e di causa\effetto generalmente seguito.
Importante del mito è la funzione sociale e pedagogica → funzione mistica → rende comprensibili alcune azioni non traducibili dall'esperienza umana. Quando il mito perde valore nell'azione umana rimane comunque un modo per spiegare l'esistenza del divino.
Demitizzazione
Il mito nasce nell'antica Grecia, ma è anche da qui che inizia a perdere la sua connotazione sacra e a trasformarsi in un racconto. Questa metamorfosi la vediamo già nella Teogonia di Esiodo. Lo sviluppo della filosofia non fece altro che velocizzare questo processo di demitizzazione, trovando risposte altre alla ricerca della verità. Nella ricerca filosofica il mito diviene un racconto che non ha bisogno di spiegazione o dimostrazione → non richiede l'applicazione del logos come mente razionale in grado di capire.
Il destino del mito è quello di essere sempre più legato alla poesia e sempre meno alla ricerca filosofica. Passo importante in questo senso lo compie Aristotele nella Poetica, che pur non riconoscendo nel mito la capacità di strumento per la verità, riscopre la sua importanza come legame tra la verità dei filosofi e le tradizioni religiose. La strada della demitizzazione passa attraverso il realismo: il racconto viene tradotto in verità → si passa dal mithos al logos. In particolare vediamo in Senofane e Evemero da Messina il passaggio da mito ad antropomorfismo.
Il mito è utile all'intelletto → l'allegoria è un mito addomesticato. Anche l'avvento del cristianesimo contribuisce alla nuova forma del mito in particolare in funzione delle allegorie → interpretazione teologica e morale della letteratura greca.
La ricerca della verità cristiana nel mito diviene ossessione dei letterati del Rinascimento. In sintesi possiamo affermare che tutti i miti rimandano a racconti precedenti ma che comunque funzionano da modello per i racconti futuri. Il logos è effetto del mithos e non viceversa.
Storie
I miti però non raccontano solamente di liberazione dal male, ma ci portano modelli per altre tipologie di storie: mito della fertilità (es. il mito egizio di Iside e Osiride → dio che muore e risorge per dare una nuova vita), mito della creazione etc.
Il mito originario per eccellenza è per lo storico M. Eliade il mito della creazione. Con il corso dei secoli il rapporto tra mito e letteratura diviene sempre più stretto. Il critico letterario Northrop Frye questo rapporto porta alla produzione di 5 categorie di invenzioni.
- Se la condizione dell'eroe è superiore per tipo a noi e al nostro ambiente allora costui prenderà le sembianze di una divinità → la sua storia è la storia del dio → mito a tutti gli effetti.
- Se l'eroe è superiore di grado a noi e all'ambiente la sua storia è tipicamente un romance, ovvero il racconto di azioni meravigliose in un mondo in cui le leggi della natura sono sospese. L'eroe non è un dio, ma un essere umano meraviglioso, forte e coraggioso (Harry Potter).
- Se l'eroe è superiore di grado agli uomini ma non all'ambiente naturale, allora la sua figura è quella del capo. Il suo agire è sottoposto alla critica pubblica e all'ordine della natura. Questo è espresso dalla tragedia dove l'eroe cade dall'alto al basso, dalla vita alla morte (Otello, Edipo).
- Quando l'eroe non è né superiore all'ambiente né agli altri uomini il drammaturgo costruisce situazioni simili all'esperienza comune. L'eroe sale dal basso verso l'alto (Cenerentola) → è portato ad uno stato di grazia ed a una nuova vita → commedia.
- Quando l'eroe è inferiore a noi e si ha l'impressione di guardare dall'alto una serie di situazioni umilianti e frustranti, ci troviamo nel mondo dell'ironico → ironia. La pressione tipica del mondo ironico è il teatro di Beckett.
La mitopoiesi di Frye ci porta a congiungere le diverse tipologie di mito e ricordano il susseguirsi delle stagioni: romance/estate, tragedia/autunno, commedia/primavera, ironia/inverno → modello ciclico.
Il continuo intrecciarsi dei due paradigmi (fertilità e lotta tra apocalittico e demoniaco) si esplicita in Frye in una visione narrativa del desiderio, frustrato e poi realizzato che si traduce poi con il mito della ricerca umana.
Rito e teatro
La crisi del rito
Il rito come il mito nel corso dei secoli ha seguito un percorso a U → dal rito al rito. Se una volta il rito e il teatro erano una cosa sola, nella società moderna assolvono due funzioni distinte, anche se i confini non possono mai essere tracciati in modo netto; infatti il processo di secolarizzazione del teatro che lo ha visto scindersi dalla sua matrice sacrale non è stato possibile in tutte le società.
Confronto importante ce lo offre J. Campbell che mette a confronto il pensiero orientale e quello occidentale. In occidente i rapporti tra uomo e divinità sono mutevoli nel tempo, nei secoli si è passati dalla soggiogazione completa all'indipendenza. Nella mentalità tradizionale orientale invece il cambiamento e il progresso sono illusioni e il rapporto con la divinità ha sempre la supremazia.
Quindi se il teatro è il rito bisogna porre una distinzione tra il rito teatrale indipendente da quello dipendente dal sacro e dalla tradizione. Da tempo il teatro è uno straordinario strumento sociale. Marco Apollonio sosteneva che in Italia la valenza sociale del teatro era talmente forte che sembrava che gli individui si esprimessero attraverso gesti mimici o per effusioni musicali.
→ età moderna → secolarizzazione del rito.
Dalla maschera al corpo
Come fu possibile all'interno di una cultura estremamente legata alla religione che inizialmente li aveva condannati che il teatro e lo spettacolo siano diventati il primo rito culturale per eccellenza?
Le maschere e il teatro vennero criticate durante il cristianesimo proprio perché erano immagini che trasformavano l'immaginario comune → si spezzava l'immagine dell'uomo creato a somiglianza di Dio. Furono ben presto assimilate alla rappresentazione del diavolo e si diffusero nelle rappresentazioni sacre e nelle celebrazioni. Nel medioevo la maschera perde la sua valenza “demoniaca” per divenire semplicemente gioco, finzione e divertimento.
La differente funzione delle maschere la ritroviamo ancora oggi in alcuni eventi come il Carnevale Ladino in Trentino. La storia dell'affermazione dell'individuo come unità distinta dalla comunità di appartenenza è strettamente legata alla metamorfosi dei personaggi nella storia del teatro → le caratteristiche psicologiche diventano sempre più profonde e precise.
Il ritorno del rito
Eclisse del rito e ascesa del teatro sono due fenomeni strettamente collegati all'affermazione dei diritti dell'individuo. Lo statuto antropologico delle società tradizionali vede il primato del gruppo sull'individuo, a questo proposito V. Turner distingue le società liminali da quelle liminoidi. Nelle prime, in genere società preindustriali si riconosce il primato di fenomeni collettivi legati al ciclo delle stagioni o alla crisi dei processi sociali. Nelle società liminoidi le produzioni sono a prevalenza individuali non legate al tempo festivo.
Nella società moderna si è completamente distrutta la precedente orchestrazione sociale e religiosa che costituiva il rituale. Con la morte di questa si sono moltiplicati generi di performance di svago legati alla danza, musica, cinema, romanzo etc. Lo spettacolo come esercizio dell'individualità ha soppiantato il rito.
Il rito odierno non può che essere che facoltativo e plurale e il teatro non può ristabilire la violenza del sacro. Anche il teatro oggi deve essere una scelta → il rito della libertà.
Il teatro è creato da moltissime persone e in moltissimi modi. Il teatro si è diffuso in moltissimi luoghi e con finalità diverse. Come mai? Nel teatro si trova qualcosa di diverso che non può essere riscontrato in nessun'altra parte. Si parla di un particolare tipo di gioco. Del corpo e della relazione, un gioco sociale in poche parole.
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