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Se noi ci concentrassimo a pensare cosa ci colpisca di una spiaggia, noi

irrimediabilmente penseremo all’infrangersi delle onde, il loro ritrarsi, il loro

movimento. Ciò che sicuramente ci attirerebbe maggiormente sarebbe il loro

trasmutare continuo. Così ragionando, si potrebbe affermare che nella natura così

come nella cultura esistono delle forme stabili che possono attrarci, come per

esempio:

Quadro;

• Paesaggio;

• Edificio;

• Immagini più o meno ferme colte dal nostro occhio.

Chiaramente sia in natura che nella cultura esistono dei fenomeni di flusso, ossia di

cambiamento incessante, da cui certe forme possono emergere, ma sono

destinate prima o poi a scomparire. Il mutamento è quasi sempre considerato

come qualcosa di insolito, oscuro e indecifrabile.

In questo contesto come collochiamo il concetto di identità?

Spesso è concepita come qualcosa in relazione con il tempo, ma che si sottrae al

cambiamento e di conseguenza si salva dal tempo. È vista come una struttura

psichica, qualcosa che rimane anche a prescindere dalle circostanze, dallo

sviluppo delle vicende e dagli atteggiamenti. Costituirebbe il fondamento più

rassicurante della vita individuale. Non è però necessaria la stabilità, perché si

possa parlare di identità: essa può essere utile a identificare, ma sono sicuramente

più importanti:

1. Contorni

2. Delimitazioni

3. Denominazioni

Ma cosa significa avere un’identità? Essere unici e irripetibili oppure appartenere

ad una categoria ben definita di oggetti?

L’identità sicuramente dipende:

Dal nome e da un insieme di scelte;

⇒ Da ciò che vogliamo trattenere di un fenomeno;

⇒ Dal tipo di interesse verso un fenomeno;

⇒ Dal modo in cui vogliamo circoscrivere un fenomeno.

  1  

2

1 Essa è quindi qualcosa che non inerisce all’essenza dell’oggetto, ma dipende da

ciò che noi decidiamo. È un fatto di decisioni. Se la denotiamo come un qualcosa

che dipende dalle decisioni, possiamo presupporre l’esistenza di due modi di

vedere l’identità:

1. una visione essenzialista, in cui essa è soltanto qualcosa che deve essere

scoperto;

2. una visione più convenzionale, per cui non esiste una identità, ma diversi

modi di organizzarne il concetto.

VISIONE ESSENZIALISTICA VISIONE CONVENZIONALiSTICA

Si può solo decidere se cercare l’identità delle La decisione concerne la scelta iniziale per la

cose e la decisione non intacca la struttura determinazione dell’identità, ma riguarda il livello

dell’identità. e il tipo di identità, l’organizzazione interna, la

coesione, la coerenza di quello per cui

intendiamo predicare l’identità.

L’identità è garantita dall’esistenza e Occorre decidere dove corrono i confini. Quindi il

dall’esistenza preventiva della struttura e dei tutto si concentra in una scelta. Come tale la

confini degli oggetti o degli enti. scelta, non gode delle garanzie che vengono

fornite dalla visione essenzialista.

Per questa prospettiva l’identità è data solo dal La responsabilità della scelta e delle decisioni

tentativo di raggiungerla in qualche modo. ricade interamente su chi è interessato alla

ricerca dell’identità.

La ricerca dell’identità implica due operazioni:

1. assimilazione

2. separazione Se  l’identità  viene  ricercata  verso  

l’alto,  ecco  che  si  ottiene  un  caso  di  

assimilazione  

Se  l’identità  viene  

ricercata  verso  il  

basso,  ecco  che  si  

ottiene  un  caso  di  

separazione.  

Entrambi sono processi che un normale iter di identificazione è costretto a

percorrere. Hegel definirebbe questo meccanismo come “intelletto tabellesco”, in

quanto l’uomo da sempre taglia e divide parti del suo mondo, per poi trovare le

  2  

connessioni tra esse. L’identità è una faccenda che potrebbe riguardare questo

tipo di ragionamento, ossia una questione di ordinamento delle cose. Essa si trova

a suo agio e risulta visibile e chiara, quando la si assimila e la si separa.

Esiste anche un terzo livello, in questa analisi di costruzione dell’identità e di

connessioni, che è quello del mutamento o del flusso.

• l'identità  è  costruzione,  ha  un  carattere  

COSTRUZIONI(livello   costruito,  sebbene  implichi  uno  sforzo  di  

più  alto)   differenziazione  

CONNESSIONI(livello   • è  caratterizzato  da  elementi  alternativi  

intermedio)   • è  il  

mutamento  

FLUSSO  (livello  più   continuo,  

basso)   destruttivo.  

decidere l’identità diventa quindi un tentativo di violenza nei confronti delle

connessioni; ma è anche un modo per salvarsi dall’inevitabilità del flusso e del

cambiamento.

Alle origini delle varie forme d’identità ci sarebbero tagli e separazioni, ma anche

assemblaggi e costruzioni. Alla base di tutto c’è il flusso, sovrastato dalle

connessioni e dalle alternative. Le costruzioni cercano invece di ridurre le

connessioni e le alternative.

L’uomo è considerato un animale biologicamente carente, che affidato solo alle

sue capacità biologiche, difficilmente potrebbe sopravvivere. La sua stessa

sopravvivenza fisica richiede, sin dal primo momento, l’intervento della cultura.

Quello che sta a metà strada tra natura umana e cultura è il CERVELLO.

La tesi più ovvia è sempre stata quella secondo cui l’uomo in un primo momento

conquista la sua struttura organica e poi sviluppa la cultura.

Le indagini paleoantropologiche degli ultimi decenni, hanno messo in evidenza

che lo sviluppo cerebrale tipicamente umano si è riscontrato in un ambiente che

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era già caratterizzato dalla cultura. Questo spinse a considerare il cervello non

soltanto una condizione della cultura, ma più propriamente un suo prodotto. Un

po’ tutto l’uomo sembra essere modellato da:

attrezzi;

• caccia;

• organizzazione familiare;

• arte;

• religione;

• scienza.

Con questa tesi, l’incompletezza dell’uomo si traduce in un peso vistoso assegnato

alla cultura, che per questo motivo diventa l’unica strada attraverso la quale

l’uomo può completarsi. Questa teoria presenta anche un altro carattere: quello

della natura sociale del pensiero e delle emozioni.

Non solo nell’antropologia, ma anche in altre scienze umane tende ad imporsi

l’idea per cui gli esseri umani non possono essere intesi come entità isolate che

solo in un momento successivo scoprono la vita sociale. Persino la psicanalisi ha

rinunciato in questo percorso sull’uomo all’impostazione freudiana. Una corrente

razionale all’interno della psicanalisi, concepisce l’uomo come essere che sin

dall’inizio costruisce attorno a sé un contesto sociale. I legami formatisi sono

essenziali e decisivi.

Le  teorie  sociali  della  mente,  invece,  spostano  l’attenzione  al  rapporto  

figura/sfondo.  Per  esse,  appare  impossibile  considerare  la  figura  a  

prescindere  dallo  sfondo.  La  figura  è  l’individuo  e  lo  sfondo  sono  le  

relazioni  sociali  nel  cui  contesto  esso  si  forma.  

Siamo passati allora al ruolo rivestito dalla cultura; da essa siamo riusciti a mettere

in evidenza il ruolo che detiene il contesto sociale entro il quale un individuo può

formarsi. L’individuo, quindi, smette di essere il depositario di strutture universali. È in

esso che si trovano:

leggi;

• strutture;

• significati di portata universale.

  4  

Ora andiamo a descrivere un’altra prospettiva, che si concentra piuttosto sul

CONTESTO SOCIALE per andare a trovare le origini dei pensieri e delle emozioni. Il

suo assunto di partenza è:

“ il pensiero umano è fondamentalmente sia sociale sia pubblico – che il suo

habitat naturale è il cortile di casa, il mercato e la piazza principale della città.”

Questi sono i luoghi in cui si formano pensieri ed emozioni, luoghi pressoché sociali

non i recinti chiusi e naturali della mente degli individui. Mitchell per spiegare

questo cambiamento di prospettiva, utilizza queste parole:

“ la mente è stata ridefinita passando da una descrizione in termini di strutture

predeterminate emergenti dall’interno di un organismo individuale a una

descrizione basata su modelli transazionali e strutture interne derivate da un

campo interattivo interpersonale.”

Più semplicemente, nella concezione tradizionale, l’individuo è il depositario e il

portatore di tali strutture, che hanno un carattere universale, perché indipendenti

dai condizionamenti delle varie società. Buona parte dell’uomo viene quindi

costruita in modo sociale e tutto quello che dell’uomo viene costruito è dotato in

qualche modo di significato. Tutte queste forme hanno un carattere particolare.

Proprio perché questo tipo di costruzioni hanno un carattere sociale, esse non

possono essere in possesso di un carattere locale.

“noi siamo animali incompleti o non finiti che si completano e si ridefiniscono

attraverso la cultura – e non attraverso la cultura in genere, ma attraverso forme di

cultura estremamente particolari.”

La teoria dell’uomo come animale incompleto, riapre però la questione relativa

all’identità. L’identità si presenta come irrinunciabile. Questo ci porta a precisare

che:

“proprio a causa della mancanza di un mandato biologico, la conservazione

dell’identità nell’uomo ha la priorità su qualsiasi altro principio che determina il

comportamento umano, non soltanto sul principio di realtà ma anche sul principio

di piacere.”

L’identità deve essere irrinunciabile, centrale, prioritaria. È una identità che viene

costruita piano piano per sopperire alle lacune che segnano la biologia

dell’essere umano. È un’identità fornita solo da inevitabili particolari di umanità.

  5  

L’identità è strettamente collegata alla PARTICOLARITÀ, giacchè essa è una

garanzia di coerenza e la coerenza è un valore fondante dell’identità. Per avere

una identità occorrono due elementi:

1. continuità nel tempo;

2. coerenza sincronica.

La particolarità non è, ciononostante, un premio, ma una condizione dell’identità

e difficilmente un’identità che voglia affermarsi può ammettere senza problemi

questa sua condizione. Ci sono anche società, che non avvertono una

particolare esigenza di rivendicare la propria identità (Banande dello Zaire).

Identità e particolarità possono andare d’accordo fino a che l’affermazione

dell’identità non diviene un problema pressante. Vi sono anche società però, che

sono propense a riconoscere la loro particolarità e anche i loro limiti (Bakonjo,

Mae Enga,..). è una vera e propria ammissione di incompletezza. Per es. i Banade

dello Zaire un tempo non avevano un nome proprio, ma disponevano di un

termine più generale “bayira” che designava soprattutto la condizione dei

coltivatori. Il vecchio termine “bayira” indicava una condizione, non una società;

oggi, il termine Banade è invece carico di identità: indica una società con la sua

storia. Poi vi sono società che, non troppo ossessionate dalla loro identità, sono

disposte a riconoscere la loro “particolarità”, e quindi i loro limiti: ad es. per

forgiare “veri uomini” (maschi adulti) i Bakonjo ricorrevano ai loro vicini Amba per

praticare l’olusumba (circoncisione); per avere donne con cui sposarsi e fare figli i

Mae Enga si rivolgono ai nemici che di solito combattono.

Una identità che sopporta una intrusione così intima dell’alterità non può che

essere un’identità ossessiva, ma un’identità che accetta la particolarità. Per

società che intendono affermare in modo forte la propria identità, può essere

molto difficile pagare il prezzo della particolarità. Esse infatti cercano di

nasconderla, di staccare la propria identità dalla peculiarità delle loro scelte. Alla

base troviamo ancora il concetto di separazione, per cui vari aspetti possono

essere sottoposti da un processo di trasformazione:

idee

• valori

• credenze

• principi

• istituzioni

un termine greco, che indica questo processo con incredibile efficacia, è il

termine KATHARSIS, “catarsi”, che originariamente significava purga. È proprio con

questo termine che Platone, nel “Sofista”, introduce il termine di PURIFICAZIONE”.

Sono proprio molte le attività, che hanno in comune la caratteristica del separare,

ma si può separare il simile dal simile oppure staccare il peggiore dal migliore.

Questo processo ha a che fare con:

  6  

Identità

• Conservazione

• Ordine

• Integrità

• Igiene

• Pulizia

l’autore riporta quindi l’esempio dei Tonga, per spiegare e approfondire il

concetto di purificazione.

Ci sono sia purificazioni limitate, sia eccessive. Dall’esempio dei Tonga possiamo

ricavare che essi:

1. erano liberi di mutare la loro vita;

2. cambiavano spesso il loro luoghi di residenza;

3. rivendicano la loro libertà da vincoli.

In altre società, invece, assistiamo a purificazioni più profonde, che sembra

tocchino questioni più profonde. Gli effetti di queste operazioni consistono nel

mettere in ordine gli elementi che sono ritenuti importanti e decisivi. La

purificazione è quindi indispensabile all’identità.

Come afferma anche Mary Douglas:

“dove c’è lo sporco c’è il sistema. Lo sporco è sottoprodotto di un’ordinazione e di

una classificazione sistematica delle cose, così come l’ordine comprende il rifiuto

di elementi estranei.”

Ha avuto il merito di suscitare la riflessione sulle

operazioni di purificazione, che riguardano il corpo

quanto la mente. Come in Platone, anche nel suo

libro “Purity and Danger”, ritroviamo la sensibilità

riguardo le faccende dell’igiene mentale e fisica.

Appare affrontato il tema dell’ordine e della

pulizia, anche per quanto concerne cultura e

società. Quando una società si viene a formare,

istantaneamente emergono i concetti di

purificazione, d’impurità e contaminazione.

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DETTAGLI
Esame: Antropologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'antichità: archeologia, storia, letterature
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabortuzzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Pellizer Ezio.

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