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MONOTEISMO POLITEISMO

Esso si presenta con dei principi puri, anche se nel suo offre un panorama di divinità molteplici e

essere perfetto, compiuto e razionale, mostra uno dei imperfette, lasciando e autorizzando qualsiasi

problemi più gravi e inconvenienti, che è opinione o pratica, anche se barbara o corrotta. È

l’INTOLLERANZA. un sistema molto aperto e disponibile al dialogo.

È chiuso, incorruttibile, programmatico e avverso Risulta un sistema in cui la corruttibilità è più alta e

all’alterità e quindi all’alterazione di sé. Questi sono i in cui è presente un minore grado di definitezza.

principi che lo ispirano, ancor più se risultato di un

sistema teologico purificato dalla filosofia.

Il monoteismo afferma l’unicità del proprio dio, Ci si può trovare molto più a proprio agio, perché

collocandolo in una dimensione sicuramente più gli dei sono collocati in una posizione solo poco

elevata. La sua divinità è sicuramente più raggiungibile e più alta rispetto all’essere umano e si crede che

separata dall’umanità. essi provengano da una originaria condizione

umana.

il monoteismo con la sua coerenza potrebbe essere il politeismo lascia molto a desiderare dal punto

considerato il prototipo dell’identità, quasi un istigatore di vista della formazione dell’identità, proprio a

dell’ossessione per l’identità. causa di un sistema molto aperto di divinità e

spiriti, che possono appartenere anche ad altre

culture.

Chiaramente queste sono considerazioni elaborate da Hume David.

Per costruire l’identità, il monoteismo sembra essere uno strumento senza dubbio

molto efficace, perché:

distingue;

• separa noi/gli altri;

• posiziona il noi a parte come una unità assoluta.

Ugo Bonanate ha recentemente confrontato alcuni brani della Bibbia e alcuni del

Corano, che non solo provano la convinzione della diversità assoluta noi/altri, ma

dimostrano che l’aggressività nasce proprio dal radicarsi di questa convinzione.

Per tutte le religioni monoteistiche il problema fondamentale rimane quello

dell’intolleranza: così scrive Hume.

“l’intolleranza di quasi tutte le religioni che tengono fede all’unità di Dio è

caratteristica quanto la tolleranza dei politeisti. Lo spirito implacabilmente fanatico

degli ebrei è ben noto. Il maomettismo sorse con principi ancora più sanguinari,

ed ancor oggi, condanna, anche se non con il fuoco e con il rogo, tutte le altre

sette. E se fra i cristiani, gli inglesi e gli olandesi hanno abbracciato

principi di tolleranza, l’eccezione si deve alla fermezza del

magistrato civile contro le pressioni continue dei preti e dei

bigotti.”

  10  

È sicuramente molto difficile fare una classifica delle intolleranze nei monoteismi.

Ad esempio l’Islamismo:

rifiuta la conversione forzata;

• predica la violenza e la guerra santa;

• raccomanda però di non oltrepassare i limiti.

In alcune pagine di Bernardo di Chiaravalle, possiamo sicuramente ritrovare

principi un po’ meno sanguinari:

“invero i soldati di Cristo combattono tranquillamente le battaglie del loro Signore

non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né perdere la vita, in

quanto la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso, anzi rende

ancora più meritevoli di gloria…il soldato di Cristo uccide

tranquillamente….perchè la morte che commina è un guadagno per Cristo.”

Naturalmente questo eccessivo rigore del monoteismo può produrre i disastri che

già abbiamo potuto osservare nelle società in cui si è imposto. Per questo motivo,

un’identità imposta come assoluta, può causare:

discriminazioni:

⇒ lacerazioni;

⇒ violenze acute.

È ancora Hume, sempre nel contesto dell’opposizione monoteismo/politeismo, a

fornirci una distinzione strutturale che consideri la scrittura un valore identificante di

una religione:

“un’altra causa, che rendeva le religioni antiche molto più deboli delle moderne,

è che le prime furono tradizionali, mentre le seconde sono scritturali; e la

tradizione è complessa, contraddittoria, a volte dubbia, sicchè non era possibile

ridurla ad una regola o ad un canone, o fissare un determinato articolo di

fede…sicché la religione pagana svaniva come nebbia, non appena ci si

avvicinava ad essa e la si esaminava a fondo.”

Quasi due secoli dopo, un antropologo africanista di nome Jack Goody,

partendo dalla distinzione di Hume, l’ha applicata:

1. alle religioni da libro (ebraismo, cristianesimo, islamismo)

  11  

2. alle religione della parola(per esempio quelle africane)

considerando importante la scrittura, giacchè essa determina il processo di

formazione dell’identità in ambito religioso.

L’esistenza di un Libro sacro fissa i contenuti di credenze e rituali e ne fissa i

contenuti validi per la fedeltà dei propri adepti. Le religioni scritte, inoltre, hanno

avuto una maggiore diffusione e per la loro capacità di penetrazione sono state

considerate universali e si sono presentate come religioni della conversione.

Quello che vuole sottolinearci l’antropologo è come, in Africa, ci sia stata una

combinazione tra le religioni del Libro e le religioni locali:

le religioni del Libro hanno contribuito a diffondere la scrittura e a diffondere

⇒ se stesse attraverso questo mezzo;

le religioni locali si sono dimostrate aperte al cambiamento e

⇒ all’innovazione, a causa della mancanza di vere regole e perché la

preoccupazione principale era di tipo pragmatico.

La scrittura diventa un incredibile mezzo di penetrazione, ma:

un fatto è imporsi nel mondo, consapevoli di avere un testo sacro;

• un fatto è addentrarsi nelle varie culture per cogliere i diversi significati.

Nel primo caso, la scrittura è usata per andare a sfoltire le possibilità e le diverse

strade; nel secondo caso, la scrittura diventa un mezzo per registrare e

tramandare quello che si vede e che si coglie tra le varie culture.

In questo senso, la scoperta del continente americano non ha certo dimostrato

l’apertura degli Europei verso l’alterità. Al contrario, si è rivelata una esperienza di

sopraffazione e annientamento. L’identità si nutre della scrittura (come dimostra il

Requierimiento, documento usato dai conquistadores per rivendicare la loro

identità a livello religioso) o è la scrittura che offre all’identità una corazza

particolarmente efficace.

Anche nel campo più ampio delle ETNIE, la scrittura avrà un ruolo importante e il

caso più emblematico è sicuramente quello del Rwanda.

Nel  periodo  della  colonizzazione  subisce  un  processo  di  etnicizzazione,  che  

provocherà  una  profonda  spaccatura.  Agli  occhi  degli  Europei  non  poteva  essere  

visto  come  un  popolo  autoctono.  Vennero  così  distinte  due  etnie,  quella  dei  Tutsi  e  

quella  degli  Hutu,  che  oggi  si  combattono  per  il  potere.  La  questione,  nel  tempo,  si  è  

quindi  spostata  al  concetto  di  etnia,  che  gli  Europei  stessi  hanno  inventato.  I  Tutsi  

sarebbero  riconducibili  al  retaggio  culturale  e  biologico  degli  Europei,  si  sarebbero  

sovrapposti  agli  Hutu,  sottomettendoli  e  costruendo  dei  regni.  Questo  tipo  di  

convinzione  hanno  di  fatto  costituito   due  etnie,  corrispondenti  a  due  identità.  

  12  

L’identità è un principio elementare, ma da sola si rivela anche a suo modo

fallimentare. È un’esigenza irrinunciabile, ma di sola identità si muore. Lo abbiamo

visto in Rwanda, come altrove.

Nel suo ultimo libro, Ugo Fabietti ci fa comprendere che i problemi riguardanti

l’identità etnica vanno fatti risalire a dei conflitti tra gruppi che competono in

specifici momenti storici per avere accesso a determinate risorse. L’identità viene

quindi rivendicata in relazione a dei gruppi che vengono a formarsi quando si

costituisce una competizione per le risorse, di qualsiasi genere. La formazione di

essa è quindi il più potente mezzo che essi hanno a disposizione, ma, se volessimo

darle una connotazione differente, l’identità diverrebbe il traguardo che i gruppi

perseguono costantemente. Il discorso affrontato dall’autore si fonda, perciò, su

due piani:

1. si insiste sulla irrinunciabilità dell’identità;

2. si afferma anche il carattere fallimentare che essa detiene.

Se noi considerassimo l’identità come solo principio, andremmo a perdere

l’apertura verso l’alterità, o il suo bisogno, che si intreccia irrimediabilmente con il

concetto di identità. Si può parlare di due tipi di prospettiva:

una prospettiva esterna, che obbliga a intersecare le questioni dell’identità

' con altri fattori;

una prospettiva interna, che si trova a dover uscire dall’identità, in quanto

' le stesse società/gruppi manifestano aperture all’alterità.

Nessuna società è veramente riuscita a mantenere un grado di identità compatto

e infrangibile. Ogni società si trova a confrontarsi con l’alterità, che provoca in

ognuna di esse una ferita, un’apertura. Per questo motivo tra queste due

componenti vi è tensione: l’identità si costruisce a scapito dell’alterità. È suo

interesse schiacciarla, sebbene questa operazione non viene mai portata a

compimento. Ogni volta che l’identità la respinge, l’alterità riaffiora. Vi sono però

varie possibilità in questo senso:

dal punto di vista dell’identità si può far di tutto per negare l’alterità. Questo

può assumere significati solo intellettuali, ma può concretizzarsi anche in casi

di geno/etnocidio.

Sempre da questo punto di vista, noi possiamo riconoscere e ammettere

l’alterità, ma cercare di spingerla ai margini, in modo che assume una

dimensione superflua.

  13  

Accanto all’identità si ammette non solo l’esistenza dell’alterità, ma anche il

suo essere inevitabile; così che l’una divenga quasi l’ombra dell’altra.

Ci si può spingere, inoltre, a riconoscere non solo l’esistenza dell’alterità, ma

anche il suo essere interna all’identità. In questo modo l’identità diventa

fatta di alterità.

lo scopo del libro espresso anche dal suo stesso titolo “CONTRO L’IDENTITÀ”, è

quello non soltanto di dare forza all’alterità, esortando ad una maggiore apertura;

ma significa anche avvertire che ogni posizione assunta può tradursi in una

posizione opposta.

A proposito dei cannibali hanno scritto nel Cinquecento vari studiosi:

Andrè Thevet

a Jean de Lery

a Claude d’Abeville e Yves d’Evreux

a Hans Staden

a Michel de Montaigne

a

Oggi, quella popolazione non esiste più e già nei secoli immediatamente

successivi, essa era solo un lontano ricordo. Ci sono molti aspetti strani del

cannibalismo tupinamba, che stridono con la piacevolezza dei luoghi e con la

riconoscenza dei giovani verso le donne. Vi è un richiamo serrato nei confronti

della guerra, una guerra che suscita un particolare fascino. La guerra sembra

ancora più strana se considerassimo come vengono trattati i prigionieri, che dopo

aver combattuto valorosamente, si rassegnano al proprio destino. Per questo tipo

di cannibalismo, esiste un particolare tipo di rituale:

Il prigioniero viene condotto al villaggio dei vincitori;

⇒ Qui viene accolto dalle grida acute delle donne;

⇒ Tra vincitori e prigionieri si instaura un dialogo istruttivo.

Nonostante siano partiti sia vinti che prigionieri con lo scopo di affermare la

propria identità, entrambi finiscono con l’andare oltre ad essa, che si trova ad

agire in un contesto in cui vieni continuamente insidiata dall’alterità e questa a

poco a poco si instaura nella formazione e nel destino dell’identità.

Il cannibalismo tupinamba è un fenomeno che può sconvolgere. Non si tratta di

una semplice affermazione della propria identità, si configura piuttosto come un

apprezzamento dell’alterità:

Assimilata;

⇒ Fatta propria;

⇒ In essa rimane il suo senso ultimo di irriducibilità.

  14  

Questo tipo di cannibalismo si presenta come un bilico difficile fra identità e

alterità. Il prigioniero si rende conto di questa spaventosa assimilazione. I cronisti

del Cinquecento ce ne offrono una varia descrizione, il cui esempio più

significativo è riportato da Montaigne:

“io posseggo – scrive Montaigne – una canzone composta da un prigioniero, in

cui si trova questo tratto saliente: che vengano pure arditamente tutti quanti e i

radunino per mangiarlo; mangeranno così, al tempo stesso, i loro padri e i loro avi,

che hanno servito di alimento e di nutrimento al suo corpo. Questi muscoli, questa

carne e queste vene sono i vostri, poveri pazzi che siete, non vi rendete conto che

dentro vi è ancora sostanza delle membra dei vostri antenati: assaporateli bene,

vi troverete il sapore della vostra stessa carne. Idea questa che non ha niente di

barbarico.”

Il discorso di Montaigne affronta il tema dell’implicazione reciproca tra i due

gruppi, manifestatasi con gli inquietanti significati del cannibalismo. Esso è per un

verso sopraffazione e annientamento dell’altro, per un altro verso è assimilazione e

custodia dell’alterità. L’assimilazione assume una duplice connotazione:

Di chi è assimilato;

⇒ Di chi assimila.

Questo cannibalismo è un recupero dell’integrità del “noi”: è un recupero che

riguarda allo stesso tempo:

Tempo;

Ù Identità;

Ù Alterità.

Ù

La guerra è quindi il mezzo di produzione della differenza e della sua

radicalizzazione o estremizzazione in alterità. In questo senso, si colloca la

rivendicazione della propria identità, che prende la forma dell’affermazione

spietata e feroce del proprio valore e della propria superiorità.

L’identità è finta ed è rappresentata sui piani delle alternative e del flusso

continuo. È finta in duplice modalità:

È costruita;

⇒ Occulta le operazioni che la fanno esistere.

La costruzione dell’identità è una operazione irrinunciabile e questa condizione la

esige lo stato biologicamente carente dell’uomo. E, visto che questa esigenza è

molto profonda, viene ad instaurarsi un legame di dipendenza dalle forme

culturali che garantiscono l’identità. Si crea un paradosso che è piuttosto

inquietante, ossia il dipendere da qualcosa che viene considerato finto. Questo

risulta ancora più sconvolgente se pensassimo come sia facile creare e assumere

altre identità, altre MASCHERA.

  15  

La maschera è un oggetto molto vicino e che riguarda in modo vincolante il

problema dell’identità. Anche le maschere sono costruite, si possono

indossare in vari tipi di rappresentazione, sia in scene individuali che

collettive; uno stesso attore può addirittura indossare più maschere, anche

opposte tra loro. È un oggetto universale, perché induce a riflettere sulla

propria natura paradossale: è un oggetto artefatto e noi non ne possiamo

fare a meno. Si cerca quindi di annullare questi effetti poco rassicuranti.

A questo tipo di finzione originaria, si aggiungono altri tipi di finzioni, che hanno la

funzione di salvaguardare l’identità, di sottrarla alla precarietà destabilizzante da

cui prende origine. Si provvede quindi a negare la finzione stessa e il suo carattere

costruito.

Su questa base, l’identità assume un carattere perenne e duraturo e vanta

caratteri di coerenza, unità e incorruttibilità. Una finzione in cui il tarlo del dubbio

non può essere eliminato e le alterità sono sempre in grado di alimentarlo e

dimostrare l’infondatezza della costruzione dell’identità.

La psicologia ha aiutato molto a comprendere l’identità e a liberarci da questa

ossessione, denunciando il pregiudizio di questo principio. Giampaolo Lai individua

una sorta di pregiudizio identitario nel vocabolario della psichiatria:

“la condizione corrente di una persona, che non solo può apparire differente a

persone differenti, o alla stessa persona in spazi tempi differenti, ma anche vedere

gli altri in modi che cambiano coi salti di universi, doppi, multipli, differenti, questa

condizione viene presa come modello e prototipo della pazzia.”

  16  


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DETTAGLI
Esame: Antropologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'antichità: archeologia, storia, letterature
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabortuzzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Pellizer Ezio.

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