Introduzione di Cornelio Nepote alla sua opera
Quando Cornelio Nepote si accinse a scrivere l'introduzione al suo "Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium", non ebbe alcun dubbio sulle possibilità di elaborare una antropologia comparativa dei Romani. "Per Cimone, grandissimo fra gli Ateniesi, non era vergognoso avere per moglie la sorella per parte di madre, perché i suoi concittadini seguivano la medesima usanza, mentre ciò, secondo le nostre leggi, è scandaloso. A Creta era segno di distinzione per i giovanotti l'essere stati amati da molti.
A Sparta non c'è vedova tanto nobile che non possa darsi alla prostituzione per guadagno. Così, ancora, in tutta la Grecia si aveva per grande onore l'essere proclamato vincitore nei giuochi olimpici; calcare le scene o esibirsi negli spettacoli popolari non era ritenuto disonorante per nessuno: tutte cose che da noi sono parte infamanti, parte umilianti e parte contrarie al decoro. Invece, moltissime azioni giudicate assai convenienti dai nostri usi non lo sono affatto per loro. Chi dei Romani si fa scrupolo di condurre a moglie ad un banchetto? O quale matrona si astiene dal farsi vedere nell'atrio della casa o dal frequentare la società?
In Grecia, invece, l'uso è ben diverso. La donna non è ammessa ai conviti che non siano di congiunti e si trattiene solo nella parte più interna della casa, chiamata GINECEO, dove nessuno che non sia stretto parente può entrare."
Relativismo culturale e confronto tra culture
Da questo breve passo possiamo trarre la conclusione che non si possono condannare i costumi altrui solo perché sono diversi dai nostri. La riflessione dell'autore si muove lungo un percorso, che avrebbero ripreso anche Michel de Montaigne fino al relativismo culturale di Melville Herskovits. Dal punto di vista antropologico, per Herskovits, la cultura è la risposta che i diversi gruppi umani, nel tempo, danno alle sfide dell'esistenza. I popoli devono necessariamente passare attraverso successivi stadi economici e sociali, fino a costruire economie e società, che non sono né semplici, né omogenee, ma frutto di complesse interazioni.
Il metodo di Nepote
Quello che più ci colpisce è però il metodo usato da Nepote: egli non si fa scrupolo a mettere a confronto i Romani e i Greci su temi importanti come:
- Regole matrimoniali;
- Comportamento sessuale maschile e femminile;
- Concetto di onore.
Egli si pone quindi come il primo antropologo della tradizione romana. Egli, quindi, pur essendo un civis Romanus, cerca di individuare in modo comparativo le differenze che intercorrono tra le due culture.
Plutarco e la comparazione con Roma
Altro esempio, invece, è quello di un greco che, a sua volta, focalizza la sua attenzione su Roma per una comparazione. Nella sua opera "Questioni Romane", Plutarco esaminò alcuni costumi dei Quiriti, che egli riteneva particolarmente singolari:
- Ritorno dei creduti morti;
- Divieto di scambiarsi doni fra marito e moglie;
- Obbligo per le donne romane di baciare sulla bocca i loro parenti maschi, etc.
Il testo viene concepito come una serie di domande, a cui l’autore fa seguire, nella forma di risposta, diverse possibili interpretazioni o comportamenti che possono essere messi in discussione. Questo suo metodo fu elogiato da Claude Levi-Strauss, il quale ravvisò in Plutarco un precursore dell’analisi strutturale. Plutarco non esita a mettere a confronto i Romani con quanto facevano i Greci, proprio riprendendo anche consuetudine del santuario di Delfi, di cui egli è stato sacerdote.
Christian Gottlob Heyne e la comparazione culturale
È importante prendere in considerazione un grande studioso del XVIII secolo come Christian Gottlob Heyne. Fu un autorevole membro dell’università di Gottingen e non cessò mai di suggerire la via per comparare antichi e selvaggi, per quanto riguarda la comprensione della cultura greca. Della sua produzione si rimane colpiti soprattutto dalle riflessioni metodologiche, contenute nelle sue prolusioni e nei suoi discorsi accademici.
La comparazione fra i Greci e i selvaggi era invocata come uno strumento per raggiungere quello che egli aveva individuato come suo obiettivo principale, ossia interpretare la civiltà antica senza l’imposizione dei nostri punti di vista, ma cercando di calarsi il più possibile nei modi di pensare di tutti coloro che l’avevano creata. È necessario che lo studioso abbandoni il proprio presente e si lasci catturare dallo spirito dell’antichità, riportando la propria mente al tempo degli eroi e dei poeti e vedere ciò che loro hanno visto e sentire ciò che loro hanno sentito.
"Ogni opera d’arte antica deve essere considerata e giudicata con i concetti e con lo spirito, con quei concetti e con quello spirito con i quali fu compiuta dall’artista antico" questo per Heyne era il modo migliore per comprendere quei Greci “primitivi”, che apparivano così distanti dal suo tempo. I modi di pensare dei Romani, inoltre, non hanno avuto lo stesso interesse per lo studioso; anche se consideriamo come l’autore abbia suggerito comunque la comparazione con i Latini. Egli non dubitava certamente che i primi abitatori di Roma fossero un popolo piuttosto rozzo, il cui modo di pensare poteva sfuggire all’osservatore moderno.
L'evoluzione dell'antropologia comparativa
Purtroppo, il modello comparativo inaugurato da Heyne era destinato a soccombere di fronte al nuovo paradigma scientifico delle Alterthumwissenschaft. A decretare la morte del comparatismo alla Heyne fu però la nascita di un paradigma antropologico, ossia l’idealizzazione dei Greci come insuperabile modello di civiltà. L’antropologia comparativa, dopo aver subito la forte spinta di controllo da parte della Alterthumwissenschaft, riaffiora in Inghilterra nella seconda metà del XIX. In questo momento la domanda postaci: siamo noi in grado di procedere ad una antropologia comparativa dei Romani? Avrebbe rischiato di trovare una risposta che sarebbe potuta apparire anche alquanto ridicola.
Nell’opera di James George Frazer, i materiali romani coinvolti sono tanto abbondanti quanto quelli offerti da Spencer e Gillen o quelli europei, raccolti dai folcloristi ottocenteschi. È necessario concentrarsi sulle prime pagine della sua opera "The Golden Bough", per rendersi conto della incredibile comparazione che egli metteva in atto non solo tra i Romani e i selvaggi, ma anche tra i selvaggi e i Romani. L’autore raccoglieva all’infinito dei frammenti del suo sapere etnografico in una serie di entries a carattere molto generale, quelle stesse che ricorrono nei titoli all’interno della sua opera. Il suo fine era quello di descrivere l’evoluzione della religione primitiva e della società, attraverso l’enunciazione di tesi generali del tipo like produces like.
L’autore conosce già in anticipo il momento in cui quel determinato costume romano dovrà entrare in scena, etc. L’antropologo allora, assume le vesti di un abilissimo cacciatore di somiglianze, che ritiene di avere interpretato un costume o una determinata credenza, in modo da riuscire a creare dei paralleli con un costume o una credenza proveniente da una cultura lontana. Quest’opera prendeva le mosse:
- Un celebre dipinto del Turner, che portava lo stesso nome;
- Una glossa di Servio nel suo commento a Virgilio.
È posta in margine ai versi in cui il poeta descrive l’aureus ramus di cui Enea entra in possesso per l’accesso al mondo dei morti. Lo scoliasta afferma che la pubblica opinio metteva in relazione questo ramo con una vicenda particolare: nel santuario di Diana a Nemi cresceva un albero di cui nessuno poteva strappare i rami. Si dava però questa possibilità ad uno schiavo fuggitivo che volesse combattere contro il sacerdote del tempio. Se costui lo batteva, avrebbe...
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