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Antropologia dei beni culturali - Prof. Marco Aime

Introduzione all'antropologia

L'antropologia consiste nello studio dell'uomo come parte di una collettività, delle sue relazioni e dei diversi modi di crearle. Essa ha origine a fine 1800, durante l'epoca vittoriana, in Gran Bretagna, paese molto legato al colonialismo e con un'abitudine al viaggio e all'incontro con l'altro. Altre nazioni che la seguirono furono la Francia e gli USA. L'occidente, infatti, era caratterizzato dalla curiosità per la diversità. Alcuni fanno risalire l'antropologia ad Erodoto, uno storico greco che aveva un approccio non etnocentrico.

Gli inizi dell'antropologia

I primi antropologi studiavano le culture sulla base dei resoconti di missionari e naviganti, su dati di seconda mano e per questo erano chiamati "antropologi da poltrona" e sostenevano il modello dell'evoluzionismo sociale. Questo consisteva nell'applicare il modello darwiniano alla società e alla cultura, quindi si applica una teoria naturalistica e biologica all'uomo, che in realtà è determinato dalla storia, la quale non è prevedibile come la natura.

Si crea, così, una gerarchia con le popolazioni dalle più progredite alle meno e con gli inglesi al gradino più alto. Tuttavia, questa è la prima volta in cui si considerano tutte le popolazioni come appartenenti al genere umano, si pensa ad un genere unico. L'evoluzionismo sociale giustifica il colonialismo, perché si pensa che l'uomo occidentale abbia il compito di portare la civiltà nel mondo, per far sì che gli altri diventino prima come noi ("White man’s burden" - Kipling), ma non è detto che ci si debba trasformare per forza nel modello dell'uomo bianco.

Infatti, l'evoluzionismo fu superato dall'idea che quella gerarchia possa non essere l'unica strada percorribile. Queste prime generazioni di antropologi sostenevano l'idea di una "missione etnografica di salvataggio", per registrare i modi di vita di popoli in via di estinzione a causa della loro distruzione fisica o dell'assimilazione negli ingranaggi della modernità. Secondo il principio dell'unità psichica dell'umanità, esiste un'unica razza umana, un'unica mente, tutti hanno le stesse capacità mentali, per cui sarebbe possibile costruire una storia e una preistoria dell'umanità tramite un metodo comparativo.

L'evoluzionismo sociale

Osservando i popoli "primitivi" potremmo prendere atto del nostro passato come se fossero dei fossili viventi. L'evoluzionismo sociale ha un approccio astorico e deduttivo. Per gli evoluzionisti, gli "altri" erano ciò che noi eravamo stati prima, come dei bambini, si sviluppa così un paternalismo congeniale all'imperialismo. I missionari, oltre ad un'opera di evangelizzazione, riorganizzavano anche dettagli secondari per "civilizzare", eliminavano ciò che era inteso come irrazionalità e superstizione, tramite un processo di "colonizzazione della coscienza".

Malinowski e il relativismo culturale

L'"altro" come nemico sarà sempre barbaro e selvaggio, collocandolo in un'era passata non dobbiamo affrontare le ragioni per cui la sua vita non assomiglia alla nostra, si rifiuta di riconoscere che l'"adesso" è costituito da più di ciò che è euroamericano nella modernità. Malinowski e Brown superarono l'evoluzionismo ed iniziarono a viaggiare sulle isole per studiare sul campo, infatti, il polacco Malinowski si recò in Polinesia nel 1912 e vi rimase tre anni a causa della guerra scoppiata in Europa.

Egli sosteneva l'idea del relativismo culturale, dicendo che non possiamo spiegare la cultura altrui tramite il nostro punto di vista, ma dobbiamo adottare quello del nativo. Occorre spiegare la cultura all'interno di un quadro culturale preciso, non etnocentrico, al fine di non considerare sbagliato ciò che è diverso da noi, perché qualunque società che riesce a garantire la sopravvivenza dei suoi membri è valida. Il principio del relativismo culturale implica la consapevolezza critica del fatto che i nostri termini di analisi, comprensione e giudizio non sono universali e non possono essere dati per scontati.

Il funzionalismo di Malinowski

Si tratta di un'impostazione per evitare di presumere che il nostro senso comune o le nostre conoscenze siano realtà ovvie e universalmente applicabili. Malinowski fu il padre del funzionalismo e adottò una metafora organica per sostenere che la società è come il corpo umano e funziona se ogni parte svolge la sua funzione. Essa è formata da più funzioni e deve esserci cooperazione tra le parti. Questa è una visione statica, infatti qualche anno dopo, in Gran Bretagna, si pensò alla società come composta da parti in conflitto, in tensione tra loro. Secondo quest'idea, la società è in eterno conflitto e questo genera una trasformazione, che se viene elaborata è motore di evoluzione (es. conflitto generazionale), ma quando la società non riesce a gestire il conflitto nasce la rivoluzione, che provoca una frattura per ricominciare con un nuovo tipo di società (crollo del modello organico).

Quindi, le culture sono dinamiche e in continuo movimento, stiamo in una comunità fin quando ci crediamo. La ricerca sul campo implica l'osservazione partecipante, ma ognuno interpreta la sua realtà e l'antropologo interpreta l'interpretazione del nativo, infatti esistono due punti di vista:

  • Etico (fonetico): dell'osservatore, dall'esterno.
  • Emico (fonemico): dell'attore, dall'interno.

Lo strutturalismo di Lévi-Strauss

È importante la comparazione per capire che tipi di relazioni esistono. Infatti, Lévi-Strauss, padre dello strutturalismo (anni '20-'40), si propose di scoprire, tramite la comparazione, se esistono strutture comuni di pensiero nell'umanità, poiché voleva dimostrare che esiste una struttura comune a tutti, con lo scopo di combattere il razzismo in un'epoca nazista. Secondo Lévi-Strauss ragioniamo tutti in termini oppositivi, abbiamo tutti lo stesso "hardware", su cui installiamo "software" diversi, ragioniamo allo stesso modo.

L'occidente ha una visione meccanicistica e classificatoria del corpo umano, mentre l'oriente ha una visione olistica, la parte biologica e quella psicologica sono un tutt'uno. L'uomo vive di categorie fuzzy, che cambiano a seconda della storia e del punto di vista. Ognuno reputa sé stesso meglio degli altri e questo è dimostrato dal fatto che ogni etnonimo significa "uomini". Creiamo il nostro sapere su di una visione etnocentrica e anche la storia è un prodotto dell'etnocentrismo, di un punto di vista emico.

Cultura e società

Nella visione del senso comune, la cultura è erudizione e di conseguenza non è appannaggio di tutti nella stessa misura, ma nel contesto delle scienze sociali, è qualcosa che tutti possiedono. Secondo la definizione di Edward Tylor, la cultura è l'insieme di regole e caratteri che un individuo apprende in quanto parte di una società. Essa è un modo di vedere le cose e di pensare, è un punto di vista che riguarda ciò che accettiamo come buon senso o come l'ordine corretto delle cose.

De dignitate ominis

Pico della Mirandola, nel "De dignitate ominis", traccia una sua interpretazione della Genesi, secondo cui Dio avrebbe assegnato un destino ad ogni creatura e poi, giunto all'uomo, gli avrebbe detto di averli finiti e di farselo da solo. Questo racconto vuole rendere conto del fatto che gli animali sono adatti a fare ciò che devono per sopravvivere, l'uomo no, egli ha dovuto inventare la famiglia, siamo l'unica specie non specializzata, il che costituisce un limite, ma anche un vantaggio per la capacità di adattarsi. Essendo incompleti, l'incompletezza va colmata con la cultura, che è costituita dall'insieme delle strategie per riuscire a sopravvivere, non esiste un essere umano senza cultura, perché non sopravviverebbe. Abbiamo trasformato in forza una debolezza iniziale.

C'è un legame stretto e un confine non troppo netto tra natura e cultura, perché il nostro cervello si è sviluppato grazie all'uso degli utensili, che hanno modificato il nostro controllo e percezione dello spazio. Lo strumento che ha accresciuto di più le capacità percettive è l'arco. Gli animali ragionano in termini di dimensioni, hanno paura di chi è più grande di loro, ma l'uomo è pericoloso anche se è più piccolo, perché ha le armi.

Interazione tra natura e cultura

Il cervello viene modificato dal punto di vista biologico dalle nostre esperienze culturali e le differenze tra culture sono dovute agli adattamenti avvenuti a causa del cambiamento d'ambiente. L'evoluzione è costituita da parti naturali e culturali, che sono distinte dal fatto che in ambito culturale si ha possibilità di scelta, mentre in quello naturale no. La cultura viene appresa, non è innata, impariamo quella della comunità in cui viviamo. Da soli non saremmo niente, quando nasciamo siamo una tabula rasa, la impariamo per osservazione ed imitazione e sviluppiamo la capacità logica di capire i rapporti tra parole e persone.

C'è un rapporto dialettico tra aspetto culturale e naturale, uno influenza l'altro, la conoscenza è influenzata dai limiti cognitivi e il cervello è influenzato dalle esperienze culturali. I problemi posti dalla natura per la sopravvivenza sono sempre gli stessi, ma le risposte culturali sono diverse, le risposte possibili allo stesso contesto sono diverse. La cultura va osservata "in situ", perché cultura e luogo sono due facce della stessa medaglia.

Occhiali culturali

Secondo Franz Boas tutti indossiamo degli "occhiali culturali" tramite cui diamo senso ed ordine al mondo, la percezione ha a che fare con l'ordinamento del mondo in base ad un insieme di termini ben localizzati, non ci limitiamo a "vedere" il mondo. La cultura stessa è impossibile senza infrastrutture materiali, perché le cose creano le condizioni in cui si rende possibile il significato, esse sono parte del complesso di creazione semantica. Secondo l'evoluzionismo sociale la cultura è, come la biologia, da intendere come soggetta a leggi precise e classificabile in base ad un sistema universalmente applicabile, ma in questi termini, l'evoluzione assume dei caratteri teleologici e morali che non erano presenti in Darwin. Secondo Claude Lévi-Strauss la giusta unità di analisi non è il punto di vista del nativo, ma il suo schema mentale, l'obiettivo è quello di scoprire l'architettura mentale che unisce ogni popolo, perché il pensiero selvaggio è logico allo stesso modo del nostro.

Valori e organizzazione sociale

Non c'è coerenza culturale, non si tratta di un fenomeno assoluto, né di essenzialismo, il quale esige immobilità delle cose ed evoca stereotipi e pregiudizi. Non è possibile oggettivare la cultura, non c'è uno schema logico coerente, ma una mistura in fermento di principi contrastanti, non si può isolarne una, essa è costituita da semplici pratiche quotidiane più che da monumenti e tecnologia, dall'attaccamento delle società umane ai concetti che sono alla base della loro vita. Ogni società ha dei valori dominanti che avvolgono quelli minori, si crea una gerarchia di valori. I valori sono centrali per l'organizzazione della vita e per il modo in cui ne valutiamo la qualità, essi hanno un ruolo funzionale, non sono mai del tutto definiti, ma alcuni si adattano meglio a certe forme di organizzazione sociale, tuttavia non sono ridotti ad una funzione sociale, infatti a volte gli uomini li sostengono anche quando generano sofferenza morale.

I valori plasmano il valore, ne è prova il fatto che certe cose non possono essere ridotte a merci da comprare e vendere, esistono "cose speciali" che mettono alla prova le regole che governano consuetudini come il baratto e la creazione di relazioni sociali. In base a queste, le persone spesso non fanno qualcosa che a giudizio di un osservatore esterno dovrebbero fare, fanno cose che sembrano sfidare la logica del buon senso economico. Ci sono cose il cui valore sentimentale non concorda con quello effettivo.

Il denaro è catalizzatore del cambiamento culturale, esso può alterare le relazioni sociali e costituisce un mezzo impersonale di scambi. Esso ha un valore nominale universalmente applicabile ed è usato per contrassegnare il prezzo, ha la capacità di denominare un valore, ma quest'impersonalità e universalità minacciano di cancellare ciò che è distintivo di un dato stile di vita, imponendo ovunque le proprie condizioni.

Conoscenza e cultura

Il pensiero culturale plasma la nostra conoscenza della natura, chi e cosa siamo è legato a cosa facciamo e a quali relazioni sociali siamo in grado di sviluppare, potrebbe esserci in noi qualcosa di saldo e che ci permette di riconoscere i "fatti della vita", ma che è dipendente dalle elaborazioni culturali. Senza le sue storie sociali la vita etica non sarebbe etica e senza le sue storie naturali non sarebbe vita.

Lingua e linguaggio

L'uomo, essendo un'animale sociale, è costretto a comunicare. La comunicazione è un elemento indispensabile per elaborare i dati che vogliamo trasmettere e creare la cultura, essa è alla base di ogni comunità e ne determina cambiamenti e caratteristiche. Il plurilinguismo esiste in quasi ogni nazione, l'idea di lingua nazionale ufficiale è un prodotto storico, infatti, quando nascono gli stati nazionali si sviluppa la linguistica, che cerca di classificare le lingue, ma esistono comunque prestiti e contaminazioni. La differenza tra lingua e dialetto sta nell'uso politico e pubblico che se ne fa, negli stati nazionali si è voluta unificare la lingua, per questo le altre sono diventate dialetti.

La lingua è un insieme di suoni articolati in modo diverso e con regole arbitrarie (legame arbitrario tra suono e oggetto), è un sistema arbitrario formato da un codice basato su suoni o talvolta su segni scritti (meno della metà delle lingue nel mondo). L'apparato fonatorio è un dato naturale, infatti, quando impariamo una lingua straniera abbiamo difficoltà nel riprodurre certi suoni, perché non i abbiamo mai sentiti e il nostro apparato fonatorio non è esercitato. Impariamo a parlare per imitazione.

Determinismo linguistico

La lingua è un sistema organizzato di simboli, abbiamo potenzialità sonore, ma dobbiamo organizzare i suoni in unità codificate, che sono i fonemi, essa è un prodotto di selezione di unità sonore che trasformano il linguaggio semplice, da suono a sistema codificato di simboli. Ogni lingua determina esperienze diverse, è un sistema per classificare la realtà e dare un ordine alla natura, diverso a seconda del modo in cui la classifichiamo tramite le parole. Secondo l'ipotesi Sapir-Worf, la lingua crea il mondo, i mondi nei quali vivono le società diverse sono diversi, cambiando lingua si cambia l'ordine delle cose (determinismo linguistico). Il linguaggio umano si distingue perché si può parlare anche di cose che non sono in nostra presenza, non visibili, questo perché il nostro linguaggio si rifà ad un livello simbolico, si possono evocare esperienze condivise che abbiamo introiettato, il nostro cervello opera anche a livello simbolico. Cambiando lingua, cambia il modo di usare il cervello, essa influenza il pensiero. Una lingua diversa crea caratteri culturali diversi ed un universo di riferimento, infatti ci sono parole non traducibili letteralmente (es. house/home). Ogni cultura sviluppa certe esperienze tramite la lingua.

Il linguaggio e la conoscenza

Il linguaggio modella l'esperienza della realtà, la comprensione di spazio e tempo, le espressioni figurate diffuse in una data comunità esprimono dei valori, come i membri operino distinzioni categoriali e mettano ordine nella conoscenza. Non possiamo considerare ovvie le nostre categorie e ambiti di conoscenza, la ragione è condizionata culturalmente. Ferdinand de Saussure, padre della linguistica, distinse tra:

  • Langue: lingua codificata, formale.
  • Parole: lingua parlata veramente, con influenze dialettali, tono di voce, velocità ecc. Lingua come viene usata.

Anche la gestualità è culturale ed è legata all'interpretazione, non è universale. Ci sono più modi di comunicazione non verbale che accompagnano o sostituiscono la parola, tutto il nostro comportamento è comunicazione. Operiamo su due piani distinti:

  • Frontstage: in un contesto pubblico ci comportiamo secondo quello che vogliamo mostrare agli altri (self-io pubblico).
  • Backstage: in un contesto privato assumiamo un altro comportamento (me-io privato).

Inoltre, ogni società ha stabilito delle regole di gestione dello spazio, c’è uno spazio privato e quello tra le persone descrive un tipo di relazione, ma non è uguale per tutte le culture, anche questo ha un codice interpretativo.

Scrittura e potere

La scrittura è la trasposizione della sonorità della lingua su di un supporto materiale, con lo scopo di fissare le parole su un supporto e conservarle nel tempo in modo invariato. Essa implica un'applicazione più rigorosa delle regole linguistiche, grammaticali ed è un mezzo potente per rafforzare il potere di chi comanda, infatti, chi sapeva scrivere e conosceva più parole comandava. I caratteri mobili erano già stati inventati in Cina, ma erano stati abbandonati per evitarne la diffusione e mantenere il potere, mentre in Germania, nell'epoca della riforma protestante, c'era un contesto favorevole.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Camilla.S. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei beni culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Aime Marco.
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