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ETNOCENTRISMO E RELATIVISMO CULTURALE

Etnocentrismo: classificare gl’altri in rapporto al proprio gruppo significa applicare agli altri

connotazioni, categorie, criteri ricavati dalla propria esperienza e dal proprio modo di vita, senza

chiedersi se siano appropriati per descrivere il modo di vita altrui. Valutare gli altri in rapporto al

proprio gruppo significa applicare ad essi i valori che orientano i giudizi all’interno del proprio

gruppo di appartenenza.

Nessuna società può vivere se i suoi membri non rispettano un certo numero di regole condivise,

infatti tutte le società umane si preoccupano di far apprendere e interiorizzare le regole da parte

dei propri membri, in primo luogo, nel corso del processo che chiamiamo di inculturazione.

L’INCULTURAZIONE E ETNOCENTRISMO ATTITUDINALE. L’inculturazione è un complesso

processo che comprende anche quella che normalmente chiamiamo educazione; ma nel termine

includiamo qualcosa di più: quella parte dei costumi, regole e usanze di un gruppo che vengono

apprese e messe in atto dai singoli attraverso le azioni concrete della vita quotidiana.

Oltre all’interiorizzazione e all’automatico rispetto di norme, regole, usanze; oltre ala creazione in

rapporto a quelle regole di un equilibrio psichico personale, si produce altresì quello che

l’antropologo Lanternari ha definito etnocentrismo attitudinale (etnocentrismi sensoriali, olfattivi,

gustativi, auditivi, spaziali, temporali e così via).

L’etnocentrismo ha i suoi referenti empirici anche ad altri livelli dell’organizzazione sociale e

dell’elaborazione delle culture. Per rispettare le regole del proprio gruppo, oltre ad averne

interiorizzate almeno alcune fino a renderne l’applicazione automatica, bisogna altresì essere

conviti che esse siano giuste, sensate, convenienti. Tali convinzioni viene elaborata in vari modi

all’interno dei singoli gruppi umani. Tale convinzione viene elaborata in vari modi all’interno dei

singoli gruppi umani.

Un primo modo è quello di sacralizzare i costumi e le leggi attribuendo loro un’immagine

sovraumana.

ETNOCENTRISMI IDEOLOGICI. Tali forme dell’etnocentrismo sono radicati in sistemi di idee

relativi alle somiglianze/diversità costruiti ed elaborati consapevolmente trasformati in sistemi di

idee sulla superiorità/inferiorità del proprio gruppo rispetto agli altri. Gli etnocentrismi ideologici

rientrano a pieno titolo in quelle che abbiamo chiamato mappe delle differenze.

RAZZISMI. In alcuni di questi sistemi di idee sono vere e proprie teorie razziste; e comunque sono

in genere forme di etnocentrismo non solo difensive ma aggressive.

Proprio la consapevolezza della facilità con la quale gli etnocentrismi possono diventare ideologie

aggressive e alimentare violenze e persecuzioni che ha indotto molti a cercare un’alternativa nella

teoria e nella pratica del relativismo culturale.

RELATIVISMO CULTURALE. Sorta di atteggiamento tollerante, disposto a lasciare spazio a

pratiche e usanze strane e anzi a favorire la convivenza fra le culture, il multiculturalismo, le

iniziative interculturali e così via.

Nella sua formulazione teorica il relativismo si articola in relativismo cognitivo, secondo il quale da

gruppo umano a gruppo umano, da cultura a cultura variano non solo i contenuti dei saperi; ma

variano altresì le strutture stesse del pensiero, le categorie secondo le quali i saperi vengono

prodotti e organizzati; e in relativismo morale, secondo il quale nessuna azione umana può essere

giudicata al di fuori del contesto culturale in cui viene compiuta,al di fuori dei valori e delle norme

che la ispirano e che orientano le decisioni di cui essa è frutto.

Contro il relativismo si schierano, per lo più su posizioni intransigenti, tutti quei gruppi, spesso ma

non sempre di ispirazione religiosa, che si ritengono depositari e custodi di qualche forma di

conoscenza e/o di mortalità superiore o addirittura della verità assoluta.

RELATIVISMO DIFFERENZIALISTA. Si schierano invece dalla parte del Relativismo molti

intellettuali contemporanei e con essi si collocano i sostenitori del cosiddetto relativismo

differenzialista.

I sostenitori di questa posizione riconoscono che i sistemi conoscitivi e morali sono diversi, e li

considerano altresì incompatibili e immodificabili. Ogni cultura può essere accettata, purché resti

circoscritta a coloro che a essa appartengono; purché nessuno pretenda di “uscire” dalla propria

cultura di appartenenza.

L’antropologia ha il dovere, perché ha gli strumenti scientifici di farlo, di contribuire a rendere chiari

i termini delle opposizioni che si fronteggiano, di esplicitarne i contenuti e le implicazioni, di

illuminarne le conseguenze possibili.

FARE ANTROPOLOGIA, OVVERO LO STUDIO DELLE DIVERSITA’ E

DELLE SOMIGLIANZE

Abbiamo definito l’antropologia una disciplina scientifica. Moltissimi studiosi, antropologi e non,

preferiscono usare la definizione scienza, anziché quella di disciplina. In passato la preferenza per

il termine scienza su basava sulla convinzione di quegli studiosi che l’antropologia avrebbe dovuto

condividere i metodi delle scienze naturali e arrivare a scoprire le leggi “naturali” secondo le quali

la realtà umane funzionano; più recentemente, però, la scelta per il termine scienza è stata

motivata con ragioni opposte. Nel corso del XX secolo ci si è resi conto che le differenze tra le

scienze della natura e le discipline cosiddette umanistiche che sono più convenzionali che

sostanziali.

L’antropologia non è la narrazione totalmente soggettiva dell’esperienze dell’antropologo; essa è

un’attività di investigazione, ricerca, riflessione che ha in comune che le scienze della natura l’uso

rigoroso del metodo.

Per quanto riguarda in particolare l’antropologia, resta il fatto che i materiali sui cui l’antropologia

lavora, le diversità e le somiglianze proprie della specie umana, non sono riproducibili in

laboratorio e non sono traducibili in linguaggi interamente formalizzati; infatti preferiamo per

l’antropologia la definizione di disciplina.

LA RICOGNIZIONE DELLE DIVERSITA’. Il primo compito dell’antropologia come disciplina che

studia le diversità della specie umana è la ricognizione delle diversità. Si tratta innanzi tutto di

osservare, descrivere, catalogare le diversità umane secondo gli ambiti dell’esistenza umana in cui

esse si manifestano; di ricostruire ove possibile la genesi, la storia e le funzioni.

Pertanto si è in genere d’accordo che le diversità e le somiglianze della specie umana possono

essere distinte in:

Diversità e somiglianze di sistemi culturali o di mediazione culturale.

 Diversità e somiglianze dei sistemi della corporeità.

 Diversità e somiglianze dei sistemi di riproduzione.

 Diversità e somiglianze dei sistemi di sostentamento.

 Diversità e somiglianze dei tipi di insediamento umano.

 Diversità e somiglianze dei sistemi di relazioni ovvero delle strutture e istituzioni sociali.

Nell’esperienza degli antropologi l’agire umano dei popoli diversi da noi si è spesso presentato in

forme inedite, lontanissime da quelle occidentali, al punto da essere talvolta incomprensibili per

noi.

CHE COSA FANNO GLI ANTROPOLOGI? CON QUALI STRUMENTI E CON QUALI

ACCORGIMENTI?. Gli antropologi sono persone che fanno ricerca. Come tutti gli esser umani,

anche gli antropologi hanno una cultura, sono portatori di una visione del mondo.

Come tutti gli esseri umani quando devono confrontarsi con i “diversi”, gli antropologi devono fare i

conti con il proprio etnocentrismo, del quale non ci si libera miracolosamente solo perché si è

scelto di fare gli antropologi.

Viceversa, per fare ricerca antropologica è indispensabile una disposizione iniziale al relativismo,

intendendo con ciò una disposizione opposta all’etnocentrismo, una disposizione a sospendere i

giudizi e le valutazioni proprie della cultura a cui si appartiene, per rendersi disponibili alla presa in

considerazione di eventuali altri criteri di giudizio e di valutazione. Ciò che otteniamo nella prima

fase può essere un elenco- inevitabilmente etnocentrico- delle “loro” somiglianze e dissomiglianze

rispetto a noi.

Dobbiamo in qualche modo sottoporre a una riflessione critica il nostro steso apparato conoscitivo,

chiedendoci se e quanto è adeguato alla conoscenza del nostro oggetto. Il relativismo

antropologico è dunque relativizzazione del proprio apparato conoscitivo e del proprio sistema di

valori, al fine di mettersi in condizione di prendere in conto, di considerare l’apparato conoscitivo, il

punto di vista, il sistema di valori nativi. Mettersi nei panni degli altri è operazione che incontra limiti

considerevoli, oggettivi, epistemologici e finanche morali.

L’ETNOCENTRISMO CRITICO. L’antropologo italiano de Martino, che ha per primo proposto

questo metodo di ricerca, sottolinea a più riprese alcuni punti:

Il confronto deve mettere n gioco, in discussione, la nostra cultura, non solo quella altrui;

 non si tratta solo di assumere il nostro modo di essere e di pensare e di essere degli altri

come metro su cui misurare noi stessi, come strumento per mettere in crisi l’etnocentrismo.

Il compito dell’antropologia è quello di darci gli strumenti per la comprensione di visioni del

mondo “altre”: ma ciò non si può fare se non attraverso la messa in discussione, la messa

in dubbio, la lessa in crisi della visione del mondo che è nostra.

L’obbiettivo ultimo è, secondo de Martino, “…una riforma del sapere antropologico e delle

 sue categorie valutative, una verifica della dimensioni umane oltre la consapevolezza che

dell’esser uomo ha avuto l’occidente”.

De Martino definiva la sua posizione etnocentrismo critico, intendendo, l’impossibilità e inutilità di

uscire dalla propria tradizione culturale, dunque dal proprio etnocentrismo, che però si fa critico.

È sempre più diffusala convezione che la ricerca antropologica a valore scientifico nella misura in

cui è autoriflessiva.

CAP N°2 La costruzione degli altri da noi

Le diversità sono antiche: la preistoria della specie umana

Nell’ambito dell’antropologia e delle discipline affini si sono costruite due scuole di pensiero. I

seguaci del primo orientamento sono stati chiamati anche “creazionisti”, perché attribuiscono le

caratteristiche della specie umana alla creazione divina. Si ritiene che la diversità riscontrabili nei

gruppi umani, sono forme di degenerazione, di corruzione e peggioramenti rispetto all’uomo creato

“a immagine e somiglianza di Dio”. Questa teoria fu successivamente abbandonata per poi essere

ripresa dall’evoluzionismo.

Origini della specie

L’ evoluzionismo è una teoria formulata per la prima volta nella seconda metà dell’800. la teorie più

complete furono quelle di Lemark e quella di Darwin. L’opera fondamentale,”origine della specie

per selezione naturale”.

La trasformazioni dell’ambiente hanno avuto e hanno esiti notevoli sull’evoluzione delle forme di

vita, soprattutto le trasformazioni,di grande scala,dovuta a fenomeni tellurici, climatici astronomici.

Questi processi hanno prodotto esiti si diverso tipo: vi sono specie che si sono estinte;ci sono

specie che hanno trovato il loro ambiente ideale al quale si sono adattate senza alcuna

modificazione; vi sono specie viventi che sono il prodotto dell’evoluzione di altre specie,ormai

scomparse.

Per quanto riguarda la specie umana, ci troviamo in questa posizione: abbiamo la specie vivente,

la specie umana con tutte le somiglianze e diversità, abbiamo, tra le specie animali viventi alcune

che mostrano somiglianze importanti con la nostra specie come nel caso della scimmia; anche se

esse sono minori rispetto alle diversità. I ritrovamenti archeologici soprattutto di scheletri,

documentano l’esistenza di forme intermedie, progressivamente sempre meno simili alle scimmie

contemporanee e sempre più simili agli esseri umani attuali. L’ipotesi è che l’esigenza di adattarsi

all’ambiente sollecitasse le modifiche corporee, e, viceversa, le modifiche corporee favorissero un

nuovo e diverso adattamento all’ambiente.

Questo processo è detto ominazione,come gli ominidi vengono chiamati coloro che ne furono i

protagonisti.

Il processo di ominazione degli ominidi non fu lineare e non fu neppure unico. L’evoluzione, va

pensata come un sistema ad alberi: ciascun passaggio evolutivo rappresenta una possibile

biforcazione dalla quale possono partire due o più altre linee di sviluppo

Tra due milioni e un milione e mezzo di anni si possono datare i resti di un nuovo tipo di essere

vivente chiamato homo. Il tipo più arcaico è stato chiamato homo abilis,perché la sia presenza è

accompagnata da una crescita significativa di utensili di pietra grezza. Lo segue l’homo

erectus,rimato per un lasso di tempo estremamente lungo. A lui si devono nuovi tipi di strumenti e

utensili,rifugi e le prime tracce di attività intellettuali e comunicativa sotto forma di segni incisi sugli.

Un tipo particolare è costituito dal homo di neanderthal, che si presenta per struttura fisica e

caratteristiche tecniche più evoluto e diverso dall’uomo erectus. La loro scomparsa porta la

comparsa dell’homo sapiens, forse anche scontri diretti. Con l’homo sapiens l’evoluzione somatica

sembra aver raggiunto le caratteristiche che ancora oggi ci distinguono.

Raccoglitori e cacciatori

In origine la specie umana era prevalentemente vegetariana,e diventò progressivamente onnivora;

si pensa che le prime forme di organizzazione sociale siano stati piccoli gruppi di poche decine di

membri che potevano strutturarsi in modi diversi. Queste piccole bande si sostenevano con la

raccolta di alimenti vegetali,con la caccia a insetti e a piccoli animali e alla pesca di molluschi e

pesci d’acqua dolce. Il controllo del fuoco e la creazione di strumenti di pietra,permisero la caccia

di grandi animali a carne. Questo lungo periodo è stato chiamato dagli antichi con il none di

paleolitico, vale a dire età della pietra antica.

La sopravivenza era basata sulla raccolta e sulla caccia sollecitata da un nomadismo di tipo

lineare,per cui i gruppi si sono sempre più allontanati dal luogo d’origine e

hanno,progressivamente popolato gran parte del pianeta.

Con la comparsa dell’homo erectus e dell’ homo sapiens si cominciarono a sperimentare forme

elementari di organizzazione sociale,basato sulla divisione sociale del lavoro e sulla

complementarietà dei ruoli diversi che così prendevano forma. La prima divisione sociale del

lavoro sembra essere stata quella tra femmine e maschi, con l’affidamento alle femmine delle

attività si raccolta dei vegetali e dei piccoli animali e l’allevamento e il trasporto degli infanti umani;

mentre ai maschi era affidata la difesa del gruppo dagli animali predatori e da possibili altri nemici

e la caccia ai grossi animali. Esisteva anche la divisione tra anziani e giovani nel quale gli anziani

detenevano il sapere acquisito con l’esperienza e i giovano disponevano dell’energia,della forza

fisica. La divisione sociale del lavoro è all’origine dell’istaurarsi delle diversità all’interno di ciascun

gruppo e tra i gruppi. La separazione tra i vari gruppi, l’azione combinata dell’andamento ai nuovi

ambienti alle esigenze della sopravvivenza umana hanno favorito il prodursi di differenziazioni

somatiche, sociali e culturali rilevanti,anche se non uguali dovunque.

L’allevamento l’agricoltura

All’incirca diecimila anni prima di Cristo si ha la scoperta dell’allevamento e dell’agricoltura. La

produzione umana di vegetali e si animali da carne,da latte e da lavoro ha avuto alcune

conseguenze generali: la progressiva trasformazione del nomadismo della piccole bande, che si è

evoluto nel nomadismo dei grandi gruppi si pastori-allevatori, oppure ha dato luogo alle varie forme

si stabilizzazione residenziale;insieme a queste trasformazioni del sistema si sussistenza, si

elaborò anche una nuova visone del tempo e dello spazio, e si riorganizzò gradualmente la vita

sociale,con la costruzione di gruppi più numerosi e l’invenzione di nuove istituzioni e forme si

socialità

All’insieme di questi cambiamenti,si accompagna un importante sviluppo degli strumenti e

utensili,fabbricati con pietra levigata e molto più maneggevoli,ma anche con metalli,come bronzo,e

poi ferro, tutto questo periodo è stato chiamato neolitico.

La cearicoltura

Per quanto riguarda l’Europa e in particolare l’Italia esse hanno fatto di una delle aree del globo

nelle quali si è sviluppato quella particolare forma di agricoltura che è nota con il nome di

cerealicoltura.

La loro coltivazione,produce quello che gli altri tipi di coltivazione non producono, e precisamente

un surplus,cioè un quantitativo di prodotto eccedente e necessario a soddisfare i bisogni dei diretti

produttori sia quello che deve essere accantonato per una nuova semina. Il surplus di cereali è

conservabile a differenza di altri alimenti.

I diversi “interni”

Queste società comprendevano molti mestieri, i compiti della riproduzione,allevamento e cura dei

bambini era affidata alle donne; nacque un nuovo ruolo,quello del comando istituzionalizzato,di cui

facevano parte sacerdoti-intellettuali guerrieri che controllarono la scrittura,le armi,le

organizzazione della società e la produzione culturale,inclusa la religione. Per conservare il proprio

potere,questi gruppi dominanti adottarono ben presto le caratteristiche della casta,vale a dire di un

gruppo a cui si appartiene per nascita,i cui membri esercitarono un mestiere o una professione in

modo esclusivo e si sposarono sono con donne appartenenti alla stessa casta. Il questa società si

produssero per la prima volta il forma generalizzata le diversità collegate alla funzione sociale e

non solo al sesso,alla generazione e all’appartenenza di un gruppo.

Una caratteristica di queste società era la loro tendenza espansiva. Tendevano a procurarsi

nuove terre da coltivare per incremento di surplus; catturavano uomini per rendergli schiavi;

impedivano l’accesso di altri gruppi ai corsi d’acqua. Questa ricchezza portava la società a essere

a rischio a causa degli attacchi dall’esterno e da tensioni che i gruppi dominanti cercavano di

scaricare ricorrendo a politiche di espansione verso l’esterno. Erano società che inaugurarono il

commercio marittimo e la propria espansione in terre d’oltremare.

Gli indoeuropei

Tra il fine del Terzo millennio e la prima metà del Primo millennio avanti cristo ci fu un nuovo

movimento di popolazioni: le migrazioni indoeuropee.

Diffusero alcune tecniche dell’Età del Bronzo, la ruota e l’addomesticamento dei bovini ed equini;

nel contempo,però, dovettero come sempre trovare mediazioni con le popolazioni locali, con le

quali finirono per mescolarsi e fondersi, alle quali impressero e imposero molti tratti culturali; ma

dalle quali furono a loro volta modificati e plasmati.

Le prime colonie, il primo impero: l’età greca e romana

I greci

I greci riempirono le colonie dell’Italia meridionale,fino a meritarle con il nome di Magna Grecia. I

greci furono colonizzatori delle terre altrui,convinti della propria superiorità; i non-greci erano

considerati barbaroi. I greci preferirono trattare con i barbari, venirci a patti, piuttosto che

sterminarli. Malgrado l’espansione ad occidente, l’oriente resta comunque un grande polo di

attrazione per i greci come dimostra le grande spedizione di Alessandro Magno.

I romani

I romani furono degli assimilazionisti, se necessario, feroci, tutto sommato non razzisti. I romani

riconobbero sempre il valore e l’abilità militare degli avversari e davano per scontato la superiorità

culturale dei greci su di loro. Nel 212 d.C, grazie anche all’imperatore Caracalla, la cittadinanza

romana fu estesa a tutti gli abitanti dell’impero. I romani hanno adottato per primi una prospettiva

universalista, con tutto quello che essa comportava di valorizzazione dell’uguaglianza, ma anche di

devalorizzazione della specificità.

Il differenzialismo tollerante dei greci e l’assimilazionismo laico dei romani non sono “buoni” in sé,

ma neppure “cattivi”: per l’antropologo si tratta di forme specifiche di rapporto con “l’altro da se”;

forme da esaminare criticamente e comparativamente rispetto ad altre. L’influenza greca è arrivata

ovunque grazie ai propri traffici mentre il controllo politico-militare esercitato dai romani ha

certamente imposto la romanizzazione dei paesi mediterranei anche se ciascuno dei quali a modi

proprio.

Nel 476 d.C. l’impero romano finiva come istituzione politica militare.

Cristianesimo, ebraismo, paganesimo

il cristianesimo è una forma di sintesi tra retaggi culturali diversi. Tra le popolazioni sottomesse da

Roma c’è il popolo d’Israele o Ebrei che si erano stanziati in Palestina, si distinguevano dai romani

per la loro religione monoteista che si basava sul unico dio. Altri caratteri distinguevano la religione

ebraica: nessuna divinità femminile, la rivelazione di dio a un popolo divenuto perciò popolo eletto,

ai quali dio aveva affidato la sua parola. un altro tratto distintivo della religione ebraica era il

messianesimo, ovvero la credenza della venuta di un Messia inviato da Dio per guidare il popolo al

proprio riscatto e salvezza, stabilendo il regno dei giusti. Inoltre contemplavano l’evenienza della

fine del mondo, a opera e volontà di quel Dio che l’aveva creato tutto ciò è racchiuso nel libro

chiamato Bibbia. Molti tratti della religione ebraica confluirono nella predicazione di Gesù Cristo di

Nazareth: il monoteismo, la rivelazione di dio agli uomini. Rispetto alla tradizione ebraica per il

cristianesimo non c’è nessuna distinzione tra un popolo scelto da dio e il resto dell’umanità.

La predicazione di Cristo, viene registrata in libri chiamati vangeli e si diffuse progressivamente e

piuttosto rapidamente in tutto l’impero Romano, tanto che nel 313 d.C. divenne religione di stato. Il

popolo ebraico non ha mai riconosciuto in Gesù Cristo l’atteso messia, gli ebrei erano in costante

conflitto con i funzionari e i militari che Roma inviava in Palestina questo portò l’intervento militare

da partesi Roma. Questa dispersione è nota con il nome di diaspora. Dal punto di vista

antropologico-culturale essa presenta 2 caratteristiche: gli ebrei hanno resistito all’assimilazione

fino alla shoa.

La creazione in Palestina dello stato d’israele non ha messo fine a questo conflitto infatti la

percezione degli ebrei come “altri da noi”persiste.

L’età medievale: diversità e differenze

Una delle cause principali della caduta dell’Impero Romano furono le invasioni barbariche.

I barbari

L’immaginario collettivo, soprattutto quello italiano, ma non solo, collega le invasioni barbariche a

stereotipi negativi.

Il progressivo indebolimento delle strutture militari e civili dell’impero romano,l’aggressività e la

violenza degli invasori, duri combattenti,abituati al saccheggio e sicuramente incentivati dal

miraggio delle ricchezze della città romana, il peggioramento continuo delle condizioni di vita tutto

deve aver contribuito a rendere quei tempi davvero neri. Tuttavia essi hanno prodotto i cosiddetti

regni romano-barbarici, che restano uno degli esempi più interessanti di fusione sociale e culturale

che la storia europea offre.

Nel quadro della riflessione antropologica, anche questo periodi ripropone un interrogativo delle

ragioni che spingono i gruppi umani alternativamente a massacrarsi o a cooperare. Vi è anche un

altro interrogativo, più specifico, che riguarda la costruzione della memoria collettiva europea. In

altri paesi d’Europa le invasioni barbariche sono state valorizzate come una fase inaugurale del

costituirsi di popoli e di stati dell’europa moderna persino per il Cristianesimo.

Per la ricerca antropologica hanno un’importanza fondamentale,perché sono esempi come i gruppi

umani pensano gli altri e se stessi come diversi.

Gli scandinavi

L’immagine che abbiamo di loro è positiva per quanto vaga gli circonda un alone

romantico,avventuroso, legata alla fama di grandi navigatori. L’unica diversità rispetto a noi Italiani

è che sono prevalentemente biondi con gli occhi azzurri.

Gli arabi

Per esaminare la posizione attuale degli arabi nel nostro repertorio delle diversità, dobbiamo fare

due riflessioni critiche preliminari. La prima più evidente della quali è l’identificazione tra arabi e

seguaci della fede dell’islam. Bisogna aver ben chiaro invece che non tutti gli islamici sono arabi; e

che vi sono anche arabi non credenti.

La seconda riflessione critica riguarda il collegamento stabilito tra l’attentato alle torre gemelle e gli

attentatori di religione islamiche; non ogni arabo è di fede islamica,così non ogni islamico è un

attentatore. Il fondatore della religione islamica è Maometto e questo popolo trovò in lui in suo

profeta: la sua predicazione gli diede un’identità religiosa molto forte e un insieme di regole che lo

trasformo in un popolo di guerrieri, di conquistatori e di predicatori che convertivano alla loro

religione, con la forza, i popolini diversi, per altro dando loro forma di organizzazione sociale di

notevole complessità.

Gli arabi della fase dell’espansione della conquista della Sicilia e della Spagna sono presenti nella

tradizione culturale occidentale ancora oggi.

Conquistatori e predicatori, gli arabi sono stati al tempo stesso grandi assimilatori. Guerrieri, ma

anche mercanti e intellettuali hanno imposto la propria religione, ma hanno fatto propri i contenuti

delle culture che hanno incontrato, ne hanno saputo far nascere nuove differenziate forme d’arte,

di organizzazione sociale, di scienza e di tecnica.

I turchi e le crociate

Si stava avvicinando nei paesi del medio oriente un ultima invasione barbarica, si trattava dei

turchi, popolazione mongola di guerrieri e grandi allevatori nomadi, invincibili conquistatori.

Nel medioevo la colpa imputata agli ebrei, colpa che giustificava la persecuzione nei loro confronti,

era la responsabilità della morte del salvatore; la colpa dei turchi era quella di aver occupato i

luoghi santi della palestina; la loro presenza era considerata un sacrilegio in quanto essi erano

miss credenti e infedeli. L’Islam recepisce e fa propria tutta la tradizione profetica giudaico cristiana

da Mosè ad Abramo fino a Cristo, del quale non riconosce la natura divina di figlio di Dio; per i

credenti dell’Islam, la rivelazione di Dio si è completata sette secoli dopo la morte di Cristo con la

predicazione di Maometto. Islam come libro sacro ha in corano; la legge coranica è al tempo

stesso legge religiosa e legge civile e la sua violazione è doppiamente grave, perché è sempre

peccato contro Dio. I mussulmani non credono che il messia debba venire e che sia già venuto

nella persona di Gesù Cristo. Anche la fede mussulmana prevede il compimento e la fine del

mondo. Come l’ebraismo e il cristianesimo anche l’islamismo si è trovato di fronte ostilità,odi e

persino persecuzioni reciproche.

Dopo l’anno mille ci su una guerra guerreggiata tesa a riconquistare i luoghi santi della

vita,passione e morte di Gesù che divenne lo scopo principale della politica del papato.

Le crociate in totale furono 7, distribuite nell’arco di tre secoli e l’ultima fu considerata conclusa nel

1274. Come in tutte le guerre le ragioni ideali, religiose in questo caso, non escludevano affatto

che si combattesse per altre ragioni. Una posta in gioco di grande importanza era il controllo di

grandi porti della sponda orientale mediterranea.

Tuttavia ,dal punto di vista dell‘analisi antopologico-culturale, la specificità delle crociate sta nel

carattere di guerre di religione. Per definizione le guerre di religione sono guerre totali che non

ammettono soluzioni negoziate.

Tuttavia su gran parte delle coste del mediterraneo essi vivevano a fianco a fianco spesso

partecipando con ruoli diversi agli stessi circuiti commerciali, che non di rado includevano anche gli

ebrei.

Marco Polo e il Catai

Il viaggio di Marco Polo al Catai o Cina durò dal 1274 al 1295. Marco Polo raccontò il suo viaggio

in un libro chiamato il milione. Questo al libro è al centro di un paradosso significativo basato

sull’esperienza di un uomo legato al concreto mondo del commercio, fu ritenuto un libro pieno di

invenzioni inattendibile; che portò Marco Polo in carcere. Non si può non notare che in materia di

diversità, di altri da noi il nostro giudizio è assai spesso tutt’altro che razionale.

L’età moderna: scoperte,conquiste, colonie,imperi

La riforma e la contro riforma

Nel 1517 Martin Lutero affisse le sue famose 95 tesi, con la quali criticava il papato di Roma e

dove proclamava una serie di modificazioni dottrinarie, dove dava origine la riforma protestante. La

posizione di Lutero era tutt’altro che isolata in Europa. Molti pensatori erano contrari al papato

perché i loro comportamenti erano troppo percepiti dalla politica e sempre più lontani dal mess

evangelico.

Il papa scomunicò Lutero, ma le posizioni di quest’ultimo riscossero dei consensi nell’europa

centrale e settentrionale.

Le chiese riformate o protestanti, tutte nemiche di Roma e del catolicesimo romano ebbero una

lunga e feroce stagione di lotte interne a sua volta la chiesa di roma si proclamò cattolica,

apostolica romana, e con il concilio di trento diede avvio ad un proprio rinnovamento a cui è stato

dato il nome di controriforma.

Secondo molti studiosi di cui Max Weber, la diversità dottrinaria tra cattolici e protestanti a dato

origine ad una divesità culturale,a distinti stili di vita,di comportamenti economici,sociali e politici

esistenti ancora oggi

La scoperta dell’america

In 12 ottobre 1492, è la data della scoperta dell’America. Dalla scoperta dell’america ha preso

l’avvio un vero e proprio cambiamento del mondo: la scoperta di un itero continente di cui fino ad

allora non si sapeva nulla spalancava interi orizzonti di inedite novità.

Per gli occidentali il diverso per eccellenza,per antonomasia, è stato, per 5 secoli, il colonizzato; e

il colonizzato è un diverso costituito, prodotto, in un senso molto forte, pregnante, da chi lo

colonizza.

Mentre risulta diverso al di la delle sue caratteristiche somatiche, psichiche, storiche,sociali,

culturali, è la sua riduzione a colonizzarlo da parte di un colonizzatore.

I viaggi

Il viaggio di Cristoforo Colombo era stato preceduto e fu seguito da altri, sollecitati tutti dalla

difficoltà sempre crescente che i commerci con oriente incontravano via terra. I tentativi di arrivare

in Oriente per mare seguirono 3 rotte; tra il XIV e XVI secolo esse furono tutte esporate e mapate

nel giro di due secoli.

Queste imprese furono rese possibili a 3 condizioni: i progressi della navigazione e della

strumentazione di borgo; i notevoli miglioramenti nella costruzione delle navi; i progressivo cotruirsi

in Europa di grandi stati che avevano le risorse economiche e l’interesse politico e la

concentrazione del potere decisionale nel sovrano.

La conquista

Le spedizioni erano costate e dovevano rendere, sia in termini generali per i sovrani banchieri e i

banchieri che gli avevano finanziate, sia per i molti marinai che avevano accettato un impresa del

genere; esse furono appoggiate dalla chiesa di roma con lo scopo di numerose conversioni alla

fede. Tutto ciò doveva venire o con la gentilezza o con la forza. Poiché quello che si otteneva con

la gentilezza non sembrava mai adeguata alle aspettative si passo alla forza che era

estremamente più facile grazie alla superiorità tecnica e organizzativa degli europei

All’inizio gli scopritori volevano oro,argento e pietre preziose una volta finito tutto ciò si spostarono

verso le fonti di ricchezza permanenti in particolare quello della forza lavoro; il rapporto tra indigeni

e europei diventò di sottomissione / dominanza.

Concretamente la conquista e la colonizzazione si realizzarono con la distruzione di insediamenti,

strutture economiche, sociali e politiche dei popoli nativi con l’introduzione del lavoro forzato.

La colonia

Alla fase della conquista seguì anche quella della colonia.Tecnicamente, si può considerare

colonia un territorio extraeuropeo stabilmente assoggettato ad un paese europeo, il quale esercita

su di esso una totale sovranità. Un aspetto cruciale della gestione delle colonie era presentato dal

rapporto dei colonizzatori stabilirono di volta in volta con le elites o più semplicemente con i capi

locali. Spesso a quest’ultimi fu affidato dagli stessi colonizzatori un ruolo di mediatori tra le loro

pretese e d esigenze della popolazione locale. Un altro caso interessante è quello degli inglesi

fondato sul principio di lasciare ai capi locali la gestione degli affari interni del paese. In cambio

essi dovevano rinunciare a qualsiasi forma di politica estera e a qualsiasi forma di relazione alla

pari con la potenza colonizzatrice. In definitiva non sono state le istituzioni politiche a caratterizzare

le colonie, quanto quelle politiche.

Gli esiti: i colonizzatori e i colonizzati

Gli effetti della costituzione degli imperi si registrano nella storia economica e nello sviluppo

tecnologico,economico,sociale del paesi colonizzatori,ma altresì nella loro realtà culturale. L’Italia è

arrivata in ritardo rispetto alle altre nazioni europee anche nel tentativo di conquistarsi un impero

coloniale; anche se l’Italia e gli italiani diventarono parte costitutiva della cultura bianca occidentale

almeno per quanto riguarda certe convinzioni. La prima convinzione è data dalla superiorità

dell’uomo bianco, come individuo e come membro e artefice di una civiltà superiore. Questo non

significa che non stabiliamo diversità e differenze anche all’interno del nostro mondo dei bianchi; le

nostre diversità e differenze interne sono sempre, nel quadro dei valori fondativi dell’Occidente, di

rilevanza minore della diversità che separa tutti noi bianchi da tutti gli altri.

Nell’Umanesimo, gli sviluppi della vita sociale avevano già prodotto una concezione dell’Uomo

come artefice del proprio destino,come misura delle cose, come signore di un creato che gli era

stato affidato da Dio, e messo a suo servizio poiché l’Uomo era fatto di Dio a propria immagine e

somiglianza. Questa concezione chiamava l’Uomo a un destino di compiuto di spiegamento delle

qualità e capacità, di cui Dio l’aveva dotato. In ambiente coloniale, la certezza di essere portatori di

questa perfezione,era confermata da due fatti: facilità con il quale si aveva ragione delle varie

forme di resistenza dei nativi dei nuovi paesi scoperti; e avallo che al progetto di sottomissione e

assimilazione dei nativi veniva dall’approvazione, della chiesa cattolica e successivamente anche

da quella protestante,che vedevano nei conquistatori coloro che aprivano la strada alla

propagazione della vera fede.

Terminate le scoperte e avviata la colonizzazione del mondo, la convinzione della superiorità

bianca trovò nuovo alimento non solo nella permanete superiorità militare, ma nello sviluppo

scientifico e tecnologico europeo e nei frutti pratici, e nel miglioramento delle condizioni di vita della

popolazione dell’Occidente.

Abbiamo due convinzioni saldamente radicate nella mentalità occidentale: la certezza

dell’onnipotenza dell’uomo sulla natura e della possibilità non solo di sfruttarla, ma di manipolarla

fino a trasformarla, a farne altro da quello che essa è stata ed è in rapporto all’esperienza

umana ; e la certezza del progresso,cioè di un processo permanente e incessante di

miglioramento, di cui la società bianca occidentale rappresenterebbe lo stadio più avanzato e il

modello potenziale per tutte le altre società.

Il buon selvaggio

All’interno del mondo occidentale prese forma un’altra visione dei nativi dei paesi colonizzati: si

tratta di una visone positiva, che riconosceva ai selvaggi qualità apprezzabili, al punto di farne un

modello per gli occidentali stessi. A questa immagine positiva è stato dato in occidente il nome di

“mito del buon selvaggio”. Nella seconda metà del ‘700 il filosofo Jean Jacques Rouseeau inserì

la figura del buon selvaggio ne quadro di una storia ideale dell’umanità: i selvaggi americani

erano, secondo Rousseau, la testimonianza ancora vivente di un originaria condizione di

natura,fatta si semplicità, schiettezza, bontà, ignara della prevaricazione,della violenza, della

menzogna e dell’inganno; un originario stato di natura che lo sviluppo della civiltà avrebbe

distrutto, introducendo della condizione umana tutti gli elementi di corruzione e degrado che la

caratterizzano. Questa è la pedagogia di Rousseau tesa a preservare nei bambini tutti gli elementi

di somiglianza con il buon selvaggio.

Le raffigurazioni di “selvaggi migliori dei bianchi” non sono altro che dei miti e non delle

conoscenze, poiché non sono costruite a partire da qualità e caratteristiche loro, ma a partire dai

problemi e delle difficoltà dei nostri, per i quali non troviamo soluzione e che, riteniamo che loro

sappiano risolvere.

I colonizzatori

I condizionamenti e le pressioni che la colonizzazione ha esercitato sulle culture native ha prodotto

numerose diversità grazie all’applicazione di politiche coloniali e la storia della colonizzazione è

stata diversa da paese a paese per durata e per le vicende specifiche. Anche se troviamo un

fattore omogeneizzazione universale: si tratta di un rapporto di potere, di dominazione e

sottomissione, di una relazione si reciprocità asimmetrica e dovunque finalizzata al trasferimento di

ricchezze dalle colonie alla madrepatria; che porto ad una crisi dei sistemi di produzione finalizzati

al consumo e allo scambio locali dei paesi colonizzati attivando processi di disgregazione dei

sistemi di residenza legati a quei modi di produzione. Con l’economia, la tecnologia e il tipo di

residenza, sono entrate in crisi le strutture di parentela, le forme di vita religiosa, i sistemi di

esercizio dell’autorità e del comando, e le concezioni tradizionali dello spazio e del tempo, e la

scomparsa di molte lingue natie.

La parte più rilevante quantitativamente e qualitativamente del processo di colonizzazione è quella

che ha coinvolto le culture locali in radicali processi di trasformazione, sincretizzazione,

ibernazione con quanto di nuovo arriva,imposto dai bianchi.

Inoltre esiste la forza dell’egemonia che si fonda sulla manipolazione di un punto di realtà: i

dominanti possiedono gli strumenti per far si che sia vero, vero nei fatti, ciò che a essi conviene

che i dominanti credano che sia vero.

Queste considerazioni ci permettono di capire perché l’egemonia bianca è stata così devastante

per i paesi ex - coloniali: l’azione colonizzatrice di fatto toglieva ogni qualità, ogni dignità a tutto ciò

che era vita indigena, cultura indigena, tradizioni, rapporti, credenze, leggi, prodotti indigeni.

Tuttavia,i popoli colonizzati hanno spesso reagito, hanno inventato strategie di resistenza e di

liberalizzazione. Anche queste ultime sono state e sono molto differenziate, in funzione delle

condizioni specifiche di ciascuna colonia e di ciascun processo colonizzatore.

I movimenti di popolazioni

Nel corso dell’età moderna e in particolare negli ultimi due secoli, a costruire i repertori della

diversità e le mappe delle differenziate degli occidentali, hanno contribuito in maniera rilevante

anche i movimenti della popolazione.

Fin dall’inizio, il regime coloniale ha messo in moto due tipi di flussi migratori. Il primo è quello delle

persone che si sono trasferite delle rispettive madrepatrie nei paesi colonizzati: questo movimento,

ha favorito il prodursi di gruppi fortemente radicati nei paesi coloniali. I più celebri sono l’Inglesi che

si trasferirono nell’America del Nord e che, alla fine del XVII secolo, separatasi dalla madre patria

con la Guerra d’indipendenza, hanno dato origine agli Stati Uniti d’America. Mentre tutte le altre

colonie, nella seconda metà del XX secolo hanno raggiunto l’indipendenza, la situazione dei

bianchi si è fatta difficile; ma la maggior parte dei bianchi hanno mostrato resistenza a rientrare

nella madrepatria, poiché consideravano la colonia il loro “vero” paese.

Molti flussi della popolazione sono stati attivati per riempire i vuoti della mano d’opera causati

dallo sterminio dei nativi. La cosiddetta “tratta degli schiavi negri”, ovvero il trasferimento forzato di

africani nelle Americhe. L’aspetto più aberrante della tratta dei negri, è che essa reintrodusse

nell’ordinamento giuridico commerciale occidentale un istituto, la schiavitù, che in Europa era già

sparito nell’Alto Medioevo. I nativi americani, sfruttati, sterminati e trattati come schiavi, non erano

mai stati giuridicamente definiti tali; gli africani,una volta catturati,divenivano di proprietà privata di

chi gli aveva presi. Questi africani sono stati ridotti in schiavitù e molti sono morti per le inumane

condizioni di viaggio nelle navi negriere e le condizioni della loro vita nelle piantagioni.

Il Inghilterra la tratta fu abolita per legge nel 1807, mentre sono nel 1837 fu abolita la schiavitù

nelle colonie; la tratta continuò con il trasporto clandestino di neri direttamente dall’africa negli Stati

Uniti, dove la schiavitù verrà abolita solo nel 1865, dopo la Guerra di Successione.

Nonostante la tratta degli schiavi, gli Stati Uniti d’America nella seconda metà del XIX secolo,

soffrivano di una scarsità di mano d’opera. Si attivarono così,negli ultimi decenni del XIX secolo, i

grandi flussi migratori diretti dall’Europa verso le Americhe. Nella prima e seconda guerra mondiale

interrumpero i flussi,poiché dopo la prima guerra mondiale gli usa chiusero le frontiere,ma i flussi

ripresero diretti verso il sud America e verso l’Australia continuando anche dopo la seconda guerra

mondiale.

Negli ultimi decenni si registra una tendenza generalizzata di grandi masse di gente a lasciare i

paesi del sud del mondo, impoveriti e spesso travagliati da grande conflittualità interna, per

trasferirsi nei paesi del nord. A essi si aggiungono movimenti sempre più consistenti di

professionisti, artisti, intellettuali che vivono e lavorano in più di un paese; flussi migratori

politici,espulsi espulsi dai loro paesi in cerca di asilo; flussi di turisti.

Crisi degli imperi coloniali; il mondo post coloniale e la globalizzazione

Intorno alla metà del XX secolo, gli imperi coloniali si sono disgregati. Le realtà

statuali,economiche, politiche,sociali e culturali che hanno preso forma nella seconda metà del XX

secolo, che include i paesi ex colonizzati ma anche i paesi ex-colonizzatori, presenta alcuni

caratteri specifici per quanto riguarda la produzione delle diversità e delle differenze. Per un verso,

sussistono e sono operanti diversità e differenze che si sono configurate nel passato, ma che

vengono ridefinite, aggiornate, manipolate per adeguarle al presente; per un altro verso sono

l’opera nuovi e potenti fattori di ordine economico,tecnologico e politico, che incidono fortemente

sulle dinamiche culturali, imprimendo loro caratteri nuovi. Si tratta della globalizzazione:

mobilitazione di masse ingenti di popolazione; la velocizzazione degli spostamenti degli esseri

umani; la massmediatizzazione delle forme di comunicazione; gli eventi forme di omologazione

culturale che derivano da questi processi; la contemporanea rivalorizzazione, da parte di molto

gruppi, dalla vera o pretesa diversità di contenuti culturali tradizionali, appartenenti a tradizioni

locali o di scala regionale, ma anche appartenenti a grandi tradizioni sovranazionali, come i

fondamentalismi religiosi. Gli inventari della diversità e le mappe delle differenze sono soggetti a

continue revisioni e riadattamenti.

Una sistemazione teorica: i contatti culturali tra popoli diversi e la teoria dell’acculturazione.

Nel 1936 tre antropologi statunitensi scrissero un memorandum sullo studio dell’acculturazione.

Questo primo testo fu successivamente discusso nel corso di un seminario svoltosi con la

partecipazione di altri studiosi; entrambi i testi furono poi pubblicati sulla prestigiosa rivista

dell’associazione degli antropologi degli stati uniti, the american anthropologist, e sono stati per

molti anni i testi di base dai quali si è sviluppato il dibattito sull’acculturazione.

Il termine acculturazione, proposto dagli antropologi statunitensi, è stato a suo tempo criticato dagli

antropologi inglesi, e da quelli francesi, tanto gli uni quanto gli altri rimproverano al termine

acculturazione una sorta di semplice etnocentrismo. Il termine fu coniato aggiungendo alla

preposizione latina ad il termine culturazione, è chiaro che il termine acculturazione finisce con il

dare l’idea di un avvicinamento unilaterale di una cultura ad un’altra. A questa idea sono legati

pure i termini cultura datrice e quella recettrice. Pur riconoscendo che il contatto culturale modifica

entrambe le culture, e dunque che anche la cultura datrice riceve qualcosa e la cultura recettrice

da qualcosa, questa concezione dell’acculturazione la presentava come un processo meccanico,

di sostituzione di parti più o meno estese di una cultura con parti di un’altra cultura.

L’acculturazione, o contatto tra culture, è concepita in termini dinamici, come un processo i cui

tratti caratterizzanti sono i seguenti:

Si riconosce che in luoghi e tempi dati la diversità, l’incontro e la fusione tra diversità

 culturali assumono caratteristiche peculiari e vanno studiati nella loro specificità.

L’acculturazione non avviene nel vuoto, ma nella storia.

 La società, il gruppo sociale più forte trasmette solo quelle parti della propria cultura che

 sono considerate appropriate, corrette, utili per la situazione in cui vengono trasmesse e

per quella che devono contribuire a determinare; e ancora, quelle parti della propria

cultura.

Può accadere che lo squilibrio tra i due gruppi umani in contatto sia molto forte. In questi

 casi la distanza culturale tra i due gruppi e lo squilibrio dei poteri possono rendere

estremamente difficile o addirittura impossibile, per il gruppo più debole, interpretare la

nuova situazione, dare un senso a ciò che accadde, riuscire a mantenere ferme coordinate

spaziali e temporali utili per orientarsi nel mondo che cambia e costellazioni di valori che

orientino l’agire umano verso fini dotati di senso.

Vi sono casi in cui i gruppi non si disgregano e non si lasciano affatto facilmente assimilare,

 ma al contrario tentano di resistere alla colonizzazione culturale. Questa reazione può

verificarsi come risposta primaria al contatto culturale; oppure può scatenarsi in un secondo

tempo, come reazione a un contatto culturale che si è rivelato deludente o minaccioso o

umiliante.

Vi sono i casi,e sembrano essere i più numerosi, in cui il gruppo più debole, non resta però

 inerte, passivo, non si lascia rimodellare culturalmente senza reagire. Al contrario. Spesso

nelle situazioni di contatto culturale si crea un margine, all’interno del quale il gruppo

sociale più debole riesce comunque a operare un appropriazione selettiva di ciò che gli

viene proposto/imposto Dal gruppo più forte.

Allo stesso tempo, il gruppo più debole elabora tratti, elementi, contenuti, dal proprio

 patrimonio culturale al fine di convertirvi in qualcosa che possa essere ancora utilizzato e

magari, imposto al gruppo più forte coinvolto nel processo di acculturazione.

Nello stesso tempo si verifica un fenomeno opposto e complementare: anche il gruppo più

 forte viene in qualche misura acculturato da quello più debole, poiché anch’esso deve

adattarsi alla nuova situazione che si è creata.

L’acculturazione è un processo che imprime i suoi segni su tutti i gruppi umani coinvolti. Per

definirle si sono addottati termini diversi: si parla di sincretismi culturali, si parla ora di culture ibride

o meticcie; si parla di culture diaspori che o viaggianti.

CAP N°3 LA RICOGNIZIONE DELLE DIVERSITA’: CULTURE E PARENTELE

SISTEMI, STRUTTURE, FORMAZIONI: LE DIVERSITA’ UMANE NEL FLUSSO DELLA

STORIA

Da un punto di vista antropologico, è possibile distinguere nel flusso della storia:

Sistemi distinti dall’attività umana. Intendiamo come sistema un insieme continuo di parti

 che hanno tra loro relazioni varie.

Strutture vale a dire particolari relazioni tra le parti di un sistema che si mantengono

 costanti e che sono tali per cui la modificazione di uno degli elementi in relazione comporta

la modificazione degli altri e dunque dell’intera struttura. Parliamo perciò di strutture della

parentela, strutture produttive, strutture sociali, strutture insediative.

Formazioni storico sociali , ossia i sistemi di relazioni tra i sistemi che hanno avuto o hanno

 una certa stabilità o si sono conservate abbastanza simili a se stesse per lassi di tempo

anche notevolmente lunghi. A queste formazioni diamo il nome di civiltà o culture; ai singoli

gruppi umani sono stati dati i nomi di popolo e etnia.

Una considerazione d’insieme del flusso della storia rischia di darci del passato dell’umanità una

visione confusa e indistinta: una visione che difficilmente può aiutarci a capire qualcosa di noi

stessi in quanto specie umana. Se invece, entro il flusso della storia, riusciamo a distinguere tra di

loro le civiltà e le culture, questo ci permette di dare ordine alle memorie, di suddividere i flusso

storico in periodi, di ricostruire il passato secondo una visione che lo doti di senso. Questo sembra

essere un bisogno umano universale.

Almeno due ordini di fattori ci impongono volta a volta di modificare le interpretazioni del passato

che noi stessi abbiamo costruito o che ci sono state tramandate; la modificazione o spostamento

del punto di vista presente, dal punto di vista dello specifico gruppo sociale interessato a ri-

costruire una certa parte del passato.

Se se ne fa uso critico, la ri-costruzione di un passato dotato di senso può offrire importanti

strumenti di comprensione del presente.

La ri-costruzione del passato come storia delle civiltà e delle culture permette di praticare la

ricognizione delle diversità e somiglianze. La ricognizione delle diversità e delle somiglianze si

articola in genere in due assi: quello temporale, diacronico, vale a dire come confronto tra gli

antichi e i moderni, tra gli antenati e gli esseri umani che vivono nel presente; e quello spaziale,

sincronico, come confronto tra civiltà e popoli contemporanei tra loro. L’etnologia e l’antropologia

hanno radicalmente ritrovato questa pratica del confronto tra civiltà, poiché hanno raccolto i

materiali e approntato gli strumenti utili per estenderla oltre i confini del mondo occidentale. Grazie

all’antropologia, è stato possibile aggiungere al confronto tra civiltà in confronto tra quelle che sono

state chiamate culture; e ancora, il confronto tra le culture e le civiltà. Con la nascita

dell’antropologia scientifica, la costruzione dell’inventari delle diversità si è sviluppata secondo le

regole della ricerca scientifica. Al’interno della ricerca antropologia la comparazione è finalizzata a

conoscere e a capire, non a giudicare e a stabilire superiorità, inferiorità e primati.

IL CONCETTO DÌ CULTURA

CONCEZIONI TRADIZIONALI DÌ CULTURA. Sia il termine sia il suo significato rinviavano

all’ideale umanistico, concepito in buona sostanza, come un ideale per le élites , sia per i contenuti

di questa cultura erano considerati “non alla portata di tutti”, sia per la coltivazione dello spirito

richiedeva tempo e denaro. Si deve sottolineare che, tanto nel concetto di cultura, quanto in quello

di civiltà così intesi c’è implicita l’idea di miglioramento, crescita, perfezionamento; individuale nel

caso della cultura; collettivo, riguardante tutto un popolo, nel caso di civiltà. Se avere cultura ed

essere civili è un bene, è ovvio che chi ne ha di più, è migliore. troviamo di nuovo di queste

definizioni di cultura a civiltà le tracce di etnocentrismo occidentale.

TYLOR E LA PRIMA DEFINIZONE ANTROPOLOGICA DÌ CULTURA. Tylor è considerato uno dei

fondatori della moderna antropologia scientifica.

La cultura è:

Universale, propria cioè di tutte le società “intesa nel suo senso etnografico più vasto”, che

 significa che vanno prese in considerazione tutte le etnie conosciute, ma anche tutte le

società evolute, visto che la cultura è tutto ciò che si “apprende” vivendo in società.

Appresa, con questa affermazione Tylor esclude dalla sua concezione della cultura ogni

 elemento di innatismo, come pure esclude la trasmissione biologica dei tratti culturali. La

cultura si apprende non solo in senso intellettuale ma anche in senso pratico essenziale,

acquisendo le capacità e le abitudini necessarie per vivere in un determinato contesto

sociale.

Sociale. Non è un bagaglio intellettuale e morale trasmesso geneticamente, ma non è

 neppure la somma di produzioni intellettuali di singoli individui. Ciascuna cultura è il

prodotto di una società e della sua storia evolutiva.

Per Tylor le culture umane, come le società umane, sono soggette alla legge dell’evoluzione ed è

proprio il situarsi a diversi livelli del percorso evolutivo che spiega le diversità tra le culture.

L’unità psichica del genere umano spiega le somiglianze culturali. Rimane la convinzione condivisa

dagli antropologi che la cultura sia un prodotto sociale universale, nel senso che non esiste società

umana senza cultura, e che essa sia appresa dai singoli individui in società e che sia soggetta a

processi di mutamento anche se oggi non si ritiene più che questi processi siano necessariamente

evolutivi.

Fino alla metà del XX secolo si utilizzò il termine cultura in opposizione a quello di civiltà, volendo

così distinguere le società evolute da quelle meno evolute.

Si è ritenuto che le grandi e complesse civiltà debbono essere studiate da una molteplicità di

scienze e discipline; invece per studiare le culture, si è giudicata sufficiente la completezza

dell’antropologo applicata a unità di ricerca di piccole dimensioni e sostenuta da una metodologia

di ricerca che assume l’oggetto della ricerca sia un tutto integrato.

LA CONCEZIONE MENTALISTICA DELLA CULTURA

La definizione di cultura che ci interessa è stata fondata da Franz Boas ed è stata sviluppata dai

suoi allievi.

Per gli studiosi le culture sono forme specifiche, particolari, storicamente determinate di una

modalità di essere, di un sistema o livello o dimensione della vita sociale che è propria di tutte le

società: il sistema o livello, della cultura. La cultura viene definita dalla filosofia idealistica tedesca

“concezione del mondo e della vita”. cioè una realtà mentale, un modo di concepire, vedere,

giudicare il mondo e se stessi nel mondo, un insieme di concetti e di valori, collegati a un

linguaggio e organizzati secondo uno stile. È appresa da tutti gli individui attraverso il processo di

inculturazione, è una realtà mentale e una realtà esterna, sociale.

Nell’accezione della scuola antropologica boesiana, la cultura è una realtà complessa: cultura

sono le conoscenze e i valori che, insieme, costituiscono una realtà mentale socialmente elaborata

e condivisa all’interno dei vari gruppi umani; e al tempo stesso, cultura è ciò che da forma ai

comportamenti umani ed è incorporata in essi: è perciò una realtà sociale.

Questa concezione di cultura concorda con quella di Tylor e si distacca dall’impostazione

evoluzionistica.

In questa prospettiva si precisano alcune implicazioni sul concetto di cultura:

 L’universalità della cultura, viene messo in relazione con un dato proprio dell’anatomia, della

fisiologia e della psicologia umane, vale a dire la regressione degli istinti nella specie umana al

momento della nascita. L’importanza della cultura per la specie umana ha il suo fondamento

proprio in questa carenza degli istinti, che in un certo senso la cultura rimpiazza. Possiamo

intuire direttamente l’importanza di quel processo di apprendimento che è stato chiamato

inculturazione;

 L’inculturazione è precisamente il processo nel corso del quale la cultura diviene quella sorta di

interfaccia tra mente e comportamento. La precocità e la profondità dell’apprendimento

culturale da parte dei singoli individui spiegano la relativa stabilità delle culture e la funzione di

integrazione sociale che ciascuna di esse svolge. L’inculturazione spiega anche come si

formano gli automatismi culturali, quelle risposte agli stimoli dell’ambiente naturale e sociale,

che abbiamo appreso precocemente e che sono divenute in reazioni semiconsce o inconsce,

tanto che spesso le consideriamo “istintive”.

 L’inculturazione è anche il processo nel corso del quale si strutturano e si stabilizzano

somiglianze culturali interne a una determinata società, che consentono ai membri di quella

società di interagire, comunicare e cooperare; e nel corso del quale si strutturano e si

stabilizzano alcune diversità tra le diverse società.

 Contemporaneamente, all’interno di una stessa società la cultura non è appresa in modo

uniforme da tutti i membri della società, ma a seconda di quelle che sono differenze

caratteristiche della struttura sociale di ogni società, la cultura di un gruppo si articola in ciò che

tutti sanno fare. Questa concezione della cultura ha contribuito a orientare l’antropologia verso

lo studio delle diversità culturali interne a ciascuna società.

 Se la cultura è universale, se ogni società ha la sua cultura, allora ogni società può essere

studiata dal punto di vista culturale, comprese le società complesse o sviluppate, o evolute.

Questa concezione della cultura ha dato un contributo importante alla teoria dell’antropologia.

L’idea dell’autonomia della cultura come fatto mentale vede la cultura come se fosse

completamente priva di condizionamenti da parte delle strutture produttive e dei livelli tecnici e

tecnologici, dei modi di distribuzione e accesso alle risorse, l’ampiezza e dove i gruppi si collocano,

dei rapporti di forza e di potere all’interno dei gruppi, inoltre colloca le culture stesse al di sopra dei

comportamenti degli individui e dei gruppi sociali, come se fossero le culture a determinare gli uni

e gli altri.

DEFINIZIONE DINAMISTA DELLA CULTURA

Limiti della concezione mentalistica possono essere superati se si concepiscono le culture non

come realtà date, ma come realtà prodotte anzi costantemente in fase di sviluppo. La definizione di

cultura della concezione manualistica è una definizione che non prendeva in considerazione i

mutamenti culturali e nei condizionamenti che c’erano tra cultura e vita sociale. Grazie agli

antropologi di orientamento storicista-marxista e quelli di interessati dei processi di comunicazione,

è stato possibile parlare di cultura che tenesse conto delle dinamiche, delle condizioni materiali e

sociali della cultura. In sintesi si può dire che la cultura è il senso ( significato e valore) che il loro

agire ha come soggetti sociali agenti.

Cultura e diversità

Le culture hanno in comune alcune strutture interne, anche se diverse le une dalle altre,

determinate dalle funzioni stesse che svolgono. Tutte le culture presentano, infatti:

 Un rapporto con almeno una lingua costituita da suoni articolati;

 Una concezione del tempo e dello spazio;

 Una struttura di idee riguardanti il senso dell’esistenza umana;

 Una struttura di conoscenze;

 Una struttura di valori.

Esse sono in rapporto tra loro anche se in ogni cultura vi sono idee e credenze non congruenti con

altre idee e credenze o con alcuni valori; e i valori stessi possono essere in contraddizione fra loro.

Cultura, lingua e linguaggi

Tutti gli esseri umani possono parlare una o più lingue: ma devono impararle. Tutti gli esseri umani

possono imparare qualsiasi lingua, se si danno circostanze adatte. Non c’è società umana che

abbia la sua lingua; e le lingue sono diverse l’una dall’altra. Questo dipende dalla loro natura

convenzionale. Le parole però non sono coppie delle cose. Sono insiemi costituiti da un certo

numero di suoni articolati, che costruiscono quello che noi chiamiamo alfabeto, all’interno del quale

ciascun suono è in relazione di diversità/opposizione con gli altri suoni che lo costituiscono. Questa

relazione permette di distinguere un suono dall’altro; sulla base di questa distinzione, i suoni

divengono portatori si significato. E si sono detti fonemi, vale a dire segni significanti di significato.

Le regole della lingua si apprendono fin dalla prima infanzia.

Un’altra caratteristica delle lingue è fondamentale: la loro natura eminentemente simbolica; che

consente di usare le parole con se stessero per le cose. La lingua non ci offre sono i sostantivi, ma

i verbi che permettono di pensare e dire le azioni, i processi, i tempi dell’essere e dell’agire; le

preposizioni che permettono si pensare e dire le relazioni; gli avverbi e gli aggettivi. Inoltre

qualsiasi lingua possiede precise regole di grammatica e di sintassi.

Le lingue sono tante più adeguate a costruire e comunicare significati, in quanto sono realtà

dinamiche. Le modifiche più recenti riguardano il vocabolario di una lingua, l’insieme delle parole

che la compongono. Dalla lingua italiana parlata vanno scomparendo i modi del congiuntivo e del

condizionale, sostituiti da quello dell’indicativo, specie nei tempi passati.

Queste modificazioni della lingua sono, in genere, efficaci indizi, utili tracce di cambiamenti sociali,

culturali, e persino politici in corso nella società in cui si parla quella data lingua. Di quei la grande

importanza che ha, per l’antropologo, la conoscenza della lingua del gruppo sul quale o con il

quale vuole fare ricerca.

Ciascuna società, oltre la lingua parlata, possiede altri linguaggi. Il primo e più importante di questi

linguaggi è la lingua scritta; inoltre esistono i linguaggio dei gesti e delle posture del corpo, quello

delle acconciature e decorazioni del corpo, quello degli abiti e dei gioielli indossati, quello degli

emblemi, stemmi e insegne. Esiste anche un linguaggio degli oggetti, la cui presenza /assenza o

collocazione in un determinato ambiente esprimono solo l’uso a cui l’ambiente è destinato, ma

anche in senso e il valore attribuito a quell’uso di chi utilizza l’ambiente.

La lingua è un invenzione umana e universale che rende gli esseri umani tutti simili e

potenzialmente tutti in grado di comunicare; le lingue sono diverse, producono diversità e rendono

difficile la comunicazione.

Le diversità linguistiche sono varie e di varia rilevanza ai fini della comunicazione interumana.

Naturalmente vi è l’ovvia diversità dei nomi differenti per cose uguali. Questa diversità è

abbastanza facilmente neutralizzabile, per mezzo della traduzione, se a nomi diversi

corrispondono cose uguali.

Vi sono altre diversità significative tra le lingue, oltre a quelle lessicali. Nella sua struttura

grammaticale e sintattica, ogni lingua è anche un sistema di definizione delle relazioni tra le cose

che stanno al mondo.

Tempo e spazio

Le concezioni del tempo e dello spazio offrono un terreno di confronto tra le diversità delle culture

umane. Gli consideriamo come dei grandi contenitori che esistono in sé, in natura, e dentro i quali

collochiamo le nostre azioni.

In realtà, in natura non esistono lo spazio e il tempo umani: esistono l’alternarsi delle stagioni,

l’alternarsi del buio e della luce, e la discontinuità dei corpi solidi; perché essi sono determinati

dalle condizioni complessive di ciascun gruppo umano.

Tuttavia, per relativa esperienza che se ne fa, comunque la specie umana ha dovuto e deve fare i

conti con l’alternanza del buio e della luce e con la discontinuità dei corpi solidi. Questa alternanza

e discontinuità, per un verso, hanno riscontri diretti negli stati del corpo umano, come la

veglia/sonno e attività/riposo; per un altro verso, gli usi che la specie ne fa, sia dell’alternanza

giorno/notte sia della discontinuità spaziale, sono usi sociali e non individuali.

Il tempo sociale è tempo regolamentato sulla base di distinzioni tra tempi diversi destinati ad

attività diverse. Il diritto di regolare i tempi dell’intero gruppo sociale è una delle tante forme di

esercizio del potere: i primi calendari furono infatti opera di una casta che deteneva il potere, la

casta sacerdotale. I calendari permettono di distinguere giorno da un altro giorno, raggruppandoli

in settimane e mesi e anni, separando i giorni sacri da quelli profani. Con l’invenzione dei calendari

si stabilizzò probabilmente un’importante capacità della mente umana nel processo di plasmazione

del tempo: la capacità di prevedere e la conseguente capacità di programmare, in rapporto al

tempo, le attività umane.

I calendari contribuirono probabilmente a stabilire un’altra distinzione tra tempi diversi: il tempo

lineare e ciclico. Ciclico è il tempo degli eventi che tornano, che si ripetono a intervalli più o meno

regolari. Lineare è il tempo che passa e non torna, che non è reversibile.

Nessuna società è organizzata esclusivamente sul tempo ciclico o sul tempo lineare. Nelle società

più antiche, la stessa regolamentazione delle attività umane sul percorso del sole e delle stagioni

favoriva il mantenersi di un’idea ciclica del tempo. Nelle società moderne e contemporanee, la

gran parte della vita sociale, individuale e collettiva è organizzata, programmata e vissuta

all’interno della concezione lineare del tempo. L’invenzione degli orologi meccanici e poi elettronici

hanno accompagnato questo sviluppo della concezione occidentale del tempo. Vi è infine, un

tempo eccezionale, “il tempo fuori dal tempo”, ovvero il tempo mitico, quello in cui accade l’evento

unico, fondante, inaugurale, quello a partire del quale “tutto è incominciato”.

Il rapporto della specie umana con la discontinuità dei corpi solidi è legato anch’esso alla struttura

del corpo umano. La postura eretta, come pure la visione tridimensionale e la possibilità di ruotare

su noi stessi, consentono a tutti noi esseri umani un rapporto duplice con lo spazio.

Anche nell’organizzazione dello spazio incontriamo le distinzioni tra spazio sacro e spazio profano,

tra spazi propizi e spazi infausti e tra spazi accessibili e spazi proibiti. Il controllo degli spazi è uno

strumento di esercizio del potere non meno, del controllo dei tempi: la privazione dello spazio,

l’imprigionamento, sono una pratica punitiva e coercitiva conosciuta in tutte le culture.

Se vogliamo capire cosa sta accedendo e cosa accadrà, non dovremmo dimenticare due dati:

 Il processo di trasformazione dell’ambiente a opera della specie umana è un processo antico

quanto la stessa presenza umana nel pianeta.

 Questo processo non è stato universale ne equo.

Il senso profondo dell’esistenza umana: le cause prime e i fini ultimi

I modi diversi, tutte le culture hanno affrontato la questione delle cause prime e dei fini ultimi

dell’esistenza umana.

Tutte le culture presentano un insieme di idee relative a come è fatto il mondo, a come stato fatto o

è diventato com’è, e come andrà a finire.

Possiamo ragionevolmente pensare che queste idee, così diverse da cultura a cultura ma così

simili quanto a oggetto, in mondo e gli esseri umani nel mondo, nascono da un dato comune

nell’esperienza umana. Gli esseri umani sono solo gli essere viventi consapevoli di essere

destinati a morire. Secondo alcuni studiosi questa consapevolezza della propria fine individuale e

del destino mortale della nostra specie, sarebbe il tratto distintivo più caratteristico degli esseri

umani, quello che sta all’origine di tutte le produzioni umane, che avrebbero tutte lo scopo di

prepararci alla morte e /o di sconfiggere la morte e/o di farci almeno temporaneamente

dimenticarci la morte.

E per questo che si costruiscono queste storie sul principio su come il mondo è stato fatto, che

troviamo in tutte le culture e che si da il nome tecnico di cosmogonie che significa letteralmente

“modo di nascere del cosmo”.

Gli antropologi e gli storici dell’antichità ne hanno raccolte molte, nei quattro angoli della terra. Pur

nelle differenze che presentano, hanno anche dei tratti in comune: in genere prendono le mosse

da un opposizione da un caos originario e un cosmo ordinato; oppure da un opposizione tra un

vuoto originario e il cosmo. Il passaggio da caos originario a cosmo ordinato viene detto creazione.

Il passaggio dal caos al cosmo è avvenuto in un tempo mitico, in illo tempore, in alcuni casi non si

sa per opera di chi, in altri casi invece c’è un creatore, il altri ancora è un demiurgo, c’è un

produttore di ordine. Come conseguenza per evitare i mali è necessario ammansire il creatore/

demiurgo con offerte, compiendo per lui il sacrificio di uno o più esseri viventi, vegetali, animali o

umani. Nelle cosmogonie il cui la figura del creatore-demiurgo è assente, i mali della vita umana

non hanno un origine o una spiegazione: ci sono e basta. Però posso avere una fine e possono

avere dei rimedi.

La cosmogonia pone le basi della cosmologia che vuol dire conoscenza del mondo.

A questo nucleo originario costituito dalla cosmogonia-cosmologia, ne vari contesti culturali si

aggiungono e si collegano altre storie che tutti insieme offrono risposta alla domanda iniziale sul

mondo e sugli esseri umani nel mondo.

Queste insieme di narrazioni costituisce il patrimonio mitico, il corpus dei miti propri di ciascun

popolo, di ciascun gruppo umano. Il mito dice: questo accade e non dice altro; ma si collegano

strettamente ai riti che sono comportamenti standardizzati che variano da società a società

destinati alla celebrazione rituale.

L’insieme dei miti e dei riti propri di un popolo prede il nome di religione di quel popolo, quando

contiene altri due elementi; il riconoscimento del sopranaturale e la speranza di salvezza.

Ai riti si affiancano altre pratiche cerimoniali, sono state individuate le seguenti forme:

 Animismo: credenza secondo la quale il potere sopranaturale è presente in forma di anima in

tutte le realtà esistenti. Questa forma di religione è stata considerata tipica di gruppi molto

semplici

 Culti degli antenati: gli antenati, che hanno i poteri che gli esseri viventi non hanno si trovano in

un luogo remoto e inaccessibile, dove di troverebbero anche i bambini che devono ancora

nascere. Da quel luogo, oltre i nascituri, viene inviato dagli antenati aiuto e protezione, che si

devono guadagnare celebrando dei riti appropriati.

 Totemismo: il potere sopranaturale appartiene al totem. Esse è al tempo stesso un elemento

della natura, come un animale, una pianta, un elemento del paesaggio, ma anche un antenato

mitico dei clan che costituiscono un gruppo totemico. Il totem è un oggetto di culto e fonte di

protezione aiuto dei suoi discendenti, ma anche oggetto di rigide proibizioni rituali dette tabù.

Le forme di religione esaminate fin ora erano proprie delle società cosiddette primitive. Un tratto

comune di queste religioni primitive che si differenzia tra quelle di cui parleremo tra poco è

l’assenza di clero.

Il clero di una religione è costituito da un gruppo di persone che si occupano della religione in

maniera esclusiva, sia per quanto riguarda la celebrazione di riti sia perché si occupano sono di

religione, dando vita alla casta dei sacerdoti. In alcuni casi i sacerdoti sono solo maschi, in altri

casi esistono anche sacerdotesse.

Le religioni istituzionalizzate sono numerose un prima distinzione è quella tra: politeismi, ovvero

religioni che venerano più divinità; è monoteismi, ovvero religioni che venerano un’unica divinità.

Ancora diverse sono due grandi religioni orientali: Buddhismo e confucianesimo. Pure

caratterizzati da differenze non piccole, esse insieme al taoismo hanno in comune una forte

concentrazione dell’attenzione e dell’impegno sulla questione della salvezza dei fedeli.

Dobbiamo tener presente che le grandi religioni istituzionalizzate al loro interno sono articolate in

sette, appartenenti a società numerose, complesse e ad altra stratificazione sociale.

A rendere ancora più complesso il quadro della vita religiosa della specie umana, va ricordato che

sono state operate anche l’influenza tra le diverse religioni, che di volta in volta, hanno determinato

modifiche avvicinamenti e, talvolta, vere e proprie fusioni tra religioni diverse, con la nascita di

nuovi culti: sincretismi.

La magia

Una prima provvisoria definizione può essere formulata così: un insieme di pratiche cerimoniali,

fortemente riutilizzate, il cui scopo è quello di catturare o controllare il potere sopranaturale, in

personale occulto che si aggira tra cielo e terra, in modo tale da piegarlo ai voleri e farlo operare a

vantaggio di chi, appunto, lo ha catturato e lo controlla. Quest’ultima persona può essere un

operatore magico specialista: strega, stregone, mago,maga, incantatore, guaritore; oppure può

essere una persona comune, dotata tuttavia di certi poteri; oppure può essere addirittura una

persona qualsiasi che pratica una piccola magia cerimoniale.

Possiamo individuare diversi tipi di magia: molte pratiche magiche sono preventive e protettive,

apotropaiche, assicurano una protezione contro i mali e le disgrazie a cui gli esseri umani sono

esposti.

Esiste poi la magia riparatrice, quella che libera chi è vittima di un maleficio vale a dire che stato

colpito dai poteri magici in modo negativo e la pratica liberatoria può assumere le caratteristiche di

quello che viene chiamato tecnicamente esorcismo.

Vi sono anche grandi rituali collettivi di magia protettiva e propiziatoria o riparatrice, volte a

scongiurare un male che può colpire tutti i membri del gruppo o a favorire un avvenimento benefico

e gioverà a tutti.

Vi è infine la magia nera , quella praticata per fare del male a qualcuno, o per ridurlo in proprio

potere, con rituali messi in atto in prima persona, ma più spesso affidati all’intervento di uno

stregone o strega. Essa è costituita da comportamenti estremamente vasti: l’evocazione e

l’interrogazione dei morti, leggere il futuro, adorcismi cioè il contrario degli esorcismi.

Questo vasto uso della magia porta degli enormi interrogativi per gli antropologici. Uno di questi è il

rapporto della magia con le religioni. A dispetto dei credenti, alcuni studiosi sottolineano le

differenze tra religione e magia, perché la magia pur fondatasi sul soprannaturale, a differenza

della religione manca di un orizzonte non solo teologico, ma anche semplicemente mitologico; e la

salvezza che si cerca attraverso le pratiche magiche ha una portata contingente, riguarda il

presente e le cose materiali e non futuro ultramondano e di ordine spirituale.

Le chiese occidentali cattoliche e protestanti hanno elaborato un’altra definizione della magia: in

essa si riconosce il rapporto con il soprannaturale, opposta alla religione, tenta di comandare le

forze della natura con l’aiuto del demonio, anziché a dio.

Altri studiosi hanno proposto un’interpretazione diversa, cioè essa era utilizzata come forma

primordiale di scienza, un tentativo di controllare le forze della natura, prima di possedere gli

strumenti razionali per farlo.

Conoscenze e valori: pensiero razionale e pensiero simbolico

Con quel strumento simbolico che è il linguaggio, gli esseri umani- appartenenti a tutte le culture-

sviluppano almeno due modi di pensare: il pensare per concetti, ovvero il pensiero razionale e il

pensare per simboli, ovvero il pensiero simbolico.

Pensare per concetti vuol dire pensare secondo i principi dell’univocità, dell’identità, della non

contraddizione e della relazione causa effetto; sono i principi della logica discorsiva, della

matematica e della fisica tradizionali, delle scienze naturali. Per dirlo in una parola sola sono i

principi del pensiero razionale.

Le menti degli esseri umani hanno, però, anche un’altra capacità: possono pensare

simbolicamente, per immagini mentali, anche immagini di parole che stanno per altro, che stanno

per sentimenti, esperienze, ricordi, memorie, emozioni e, soprattutto, valori. Le leggi a cui risponde

il pensiero simbolico sono sue proprie: pensare per simboli significa pensare per associazioni, per

intuizioni, stabilire nessi di somiglianza e di contiguità tra i contenuti dell’esperienza e quelli della

mente; maneggiare contenuti mentali che possono esprimere simultaneamente più di un

significato.

Nell’ambito del pensiero simbolico, ha senso ciò che dal punto di vista razionale è privo di senso.

Appartengono alla sfera del pensiero simbolico produzioni artistiche di ogni tipo di livello, le

religioni, la magia, la vita di sentimenti e l’universo dei valori che orientano la nostra vita morale. E

anche il gioco, la festa, lo scherzo. Questo significa che il pensiero simbolico è parte integrante di

ogni cultura e di ogni gruppo umano ha le sue pratiche simboliche.

Ernesto de Martino e il mondo magico

Tenendo conto delle caratteristiche del pensiero simbolico, de Martino ha elaborato

un’interpretazione convincente delle pratiche magiche.

Gli esseri umani non “sono nel mondo” com’è nel mondo una pietra o un animale; gli esseri umani

“ci sono” in quanto sono consapevoli di essere nel mondo. Questa presenza umana al mondo non

è però un dato stabile, una condizione acquisita una volta per tutte, essa è labile, minacciata da

eventi o circostanze che possono metterla in crisi. De Martino si riferisce ai fattori che scatenano la

crisi come a il negativo dell’esserci al mondo.

La magia è, secondo de Martino, una risorsa culturale che permette di risolvere la crisi della

presenza. La magia consente, innanzitutto, di riconnettere la crisi a una causa, di darle dunque un

nome, di situarla.

Allo stesso tempo, attraverso la celebrazione del rito, la crisi è messa in relazione con un tempo o

con un luogo mitico, dove il dramma è già stato vissuto e la sua soluzione.

De Martino ipotizza un’età remota,preistorica, in cui il mondo fu il “mondo magico” nel senso che il

magismo era l’orizzonte culturale dominante.

Potremo dire che la magia, offrendoci gli strumenti per il controllo simbolico del negativo,

garantisce le condizioni minime necessarie per affrontarlo razionalmente. La magia non è che una

delle forme storiche del comportamento simbolico. È il pensiero razionale che ci guida nella scelta

dei mezzi più adeguati per raggiungere un fine; il fine è qualcosa che vale per sé e per me: non è

semplicemente il massimo che si può ottenere impiegando i mezzi dati. Insomma, il fine dell’agire

degli esseri umani è determinato dai valori.

I valori sono delle astrazioni, nel senso che di loro si può dire che sono o non sono belli, buoni,

veri. Proprio perché sono astratti, i valori non si possono esprimere se non simbolicamente, per

mezzo di immagini, che sono appunto immagini di valore. In senso antropologico, non c’è agire

umano che non sia orientato da valori, perché non c’è agire che non persegua la realizzazione di

qualcosa che vale, che vale almeno per quello che è il soggetto dell’azione.

Nel XIX e l’inizio del XX secolo la sfera simbolica dell’attività mentale e i suoi comportamenti

erano definiti irrazionali poi, dopo la seconda guerra mondiale, si è sostenuto e ritenuto che la

responsabilità dei disastri e delle catastrofi che la guerra aveva portato con se fossero da imputare

alla razionalità astratta.


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Filosofia
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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