Discipline antropologiche
Il termine cultura e le discipline antropologiche
Il termine cultura è fondamentale per la definizione delle discipline antropologiche. In antropologia, quando si parla di cultura, si intende il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali gruppi di persone si adattano all’ambiente e si organizzano (tecniche di lavoro, istituzioni, linguaggio, parentela, pratiche quotidiane). L’evoluzione biologica dell’uomo è studiata dall’antropologia fisica, mentre l’antropologia culturale si occupa dello sviluppo umano in senso più sociale e filosofico, rifiutando spesso metodologie naturalistiche. Per etnologia si intende lo studio di popoli e culture del mondo, mentre la demologia (folklore) studia la cultura tradizionale della nostra stessa società. L’antropologia culturale invece si pone l’accento su aspetti teorico/comparativi.
Origini dell'antropologia culturale
È nella seconda metà dell'800 (all’interno della scuola evoluzionistica britannico-americana, nel grande periodo del positivismo, la fiducia nella scienza e nel progresso) che l’antropologia culturale si organizza come disciplina scientifica autonoma con un proprio statuto epistemologico. Di solito si fa corrispondere la nascita al 1870 quando Tylor pubblica Primitive Culture (l’antropologia si pone inizialmente come lo studio dei primitivi, studio di coloro che non sono stati investiti dalla modernità) che mette a fuoco le caratteristiche della nuova scienza (anche se questa è solo una data convenzionale). In questo senso l’antropologia si schiera dunque contro quei pregiudizi razziali che affibbiavano ai primitivi un’inferiorità congenita.
Il concetto di primitivo oggi
Oggi questa definizione dell’oggetto di studio primitivo non ha più senso, ma ciò non significa che le differenze culturali non esistano più: per certi versi la globalizzazione moltiplica il fenomeno culturale. La comparazione antropologica non è necessariamente metodo comparativo, ma forse un implicito metodo di straniamento per capire che quel che sembra logico o naturale in realtà non lo è affatto.
La ricerca sul campo
Per distinguere l’antropologia occorre ricordare il tratto peculiare della ricerca sul campo (fieldwork). Il modello classico di fieldwork si definisce nel ‘900 con Boas (USA) e Malinowski (UK). Gli antropologi vittoriani sostenevano invece che la raccolta dei dati empirici sul campo dovesse restare separata dalla ricerca di biblioteca (tramite resoconti di viaggiatori e avventurieri), mentre nel ‘900 la figura del teorico e del ricercatore si fondono per dare vita al più completo ruolo dell’antropologo (manifesto dell’antropologo teorico e pratico è Argonauts of the Western Pacific di Malinowski e in questa occasione egli conia il termine osservazione partecipante: permanenza prolungata, stretto contatto con gli indigeni, estraniamento dalla propria cultura).
Specialismi disciplinari
Per quanto riguarda gli specialismi disciplinari ci si riferisce a grandi aree continentali (antropologi africanisti, oceanisti, europeisti, ecc.) anche se la ricerca avviene in aree molto circoscritte (unità etniche, villaggi). Le fonti possono esse orali (il più comune strumento di ricerca), scritte (a lungo considerate estranee agli studi), iconiche (foto, video), materiali (manufatti, oggetti d’uso).
Razza, cultura, etnia
Storia e significato del termine razza
Il termine razza ha una storia relativamente recente: risale infatti al ‘500 quando lo si usava per indicare una discendenza o un gruppo di parentela. Il termine ha assunto il significato di specificità somatico-intellettuali umane solo nel XIX secolo. La diffusione del termine razza è dunque tutt’uno con la diffusione delle dottrine razziste che intorno alla metà dell’800 vengono ampiamente elaborate (Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane). La superiorità della razza bianca sarebbe dimostrata non solo dal progresso, ma da canoni di bellezza, proporzione delle membra, regolarità somatiche. Nel razzismo ottocentesco c’è anche un altro filone che si distanzia da quello di Gobineau e che trova piena espressione nelle teorie evoluzioniste di Darwin e Spencer. L’evoluzionismo accredita la teoria monogenetica: l’origine è unica e le differenze si forgiano in base alle modalità di adattamento dei diversi gruppi umani; si conferma dunque una gerarchia razzista, legittimata da una legge naturale. L’antisemitismo del ‘900 si baserà appunto su una definizione scientifica della razza di taglio ottocentesco, reinterpretando il tradizionale pregiudizio religioso.
Concetto di cultura nell'800
Anche il concetto di cultura si sviluppa ed entra in uso nella seconda metà dell’800, contemporaneamente all’affermarsi dell’antropologia culturale. Si intenda come cultura quell’insieme di pratiche, usi, costumi che una comunità umana possiede. Gli antropologi ottocenteschi, seppur deviati dalle teorie razziste, tengono fermo il presupposto della fondamentale unità intellettuale dell’intero genere umano e sono interessati allo studio della cultura come elemento di differenziazione tra i gruppi. L’antropologia ottocentesca si chiede: come si spiega la diversità culturale a fronte dell’originaria unità intellettuale del genere umano? La risposta consiste nell’ipotizzare un unico processo di evoluzione culturale che si muove però a velocità diverse in ogni gruppo umano. Questa concezione contrasta con le più crude forme di razzismo e in particolare con la legittimazione del dominio coloniale. L’antropologia è dunque un potentissimo mezzo di critica all’etnocentrismo, ovvero la pretesa della cultura europea di valere da metro di giudizio per tutte le altre culture. Principio di relativismo culturale: non si possono formulare giudizi etici od estetici al di fuori di un contesto culturale poiché è il contesto culturale a stabilire i criteri di riferimento. Lo sviluppo della moderna antropologia dovrebbe quindi essere un continuo sviluppo alla critica all’etnocentrismo (teorizzato da Sumner nel 1906 ma anche recentemente da Herskovits e Levi-Strauss).
Uso del termine etnia
Negli ultimi anni etnia è il termine più usato per esprimere differenze tra gruppi umani, differenze indipendenti dalle divisioni politiche degli stati. Dar conto delle differenze e delle identità di oggi a partire dalla nozione relativistica di etnie-culture originarie e autentiche è implausibile. Oggi si riconosce che le realtà indicate da tali termini non hanno nulla di essenziale o autentico (processi di essenzializzazione e reificazione).
Essenzialismo culturale e razzismo differenzialista
L’essenzialismo culturale è esplicitamente teorizzato in certe forme odierne in ideologia e pratica neo-razzista in quello che viene definito razzismo differenzialista. Il neo-razzismo differenzialista non parla più di differenze naturali, ma di culture ed etnie. Non si rivendica più la superiorità di alcuni popoli, ma proprio sulla base di apertura e tolleranza si giunge a tollerare l’antica esigenza xenofoba.
Confronto tra razzismo biologico e culturale
Quali sono i punti in comune tra il razzismo biologico della prima metà del ‘900 e il razzismo culturale e differenzialista degli ultimi decenni del secolo? Una delle teorie più sistematiche che rispondono a questa domanda è P. A. Taigueff che individua tre atteggiamenti sintomatici:
- Categorizzazione essenzialista: l’appartenenza ad una categoria produce un giudizio totalizzante su un individuo a cui suono immediatamente attribuiti tutti gli stereotipi del caso (termini come ebreo o negro). Razzista è la essenzializzazione di una categoria debole da parte di un gruppo di individui relativamente privilegiati che vedono in essa una minaccia.
- Stigmatizzazione: una volta categorizzati secondo una presunta e immutabile essenza, gli “altri” possono subire un processo di esclusione simbolica imperniato sull’attribuzione di stereotipi negativi. Il “nemico” viene disumanizzato, demonizzato, ed una delle conseguenze di questo processo è la mixofobia ovvero la paura della mescolanza e dell’ibridazione.
- Barbarizzazione: la convinzione che certe categorie di esseri umani non siano civilizzabili.
Per quanto riguarda gli atteggiamenti pratici Taigueff distingue tre tipi di azioni legate alle precedenti definizioni che non sono necessariamente le conseguenze:
- Pratiche di segregazione, discriminazione, espulsione;
- Forme di persecuzione e violenza essenzialista (cioè contro una categoria in quanto tale);
- Il genocidio ovvero eliminare tutti i rappresentanti di una categoria.
Opposizione al razzismo
Anche opporsi al razzismo è oggi una questione complessa perché si rischia di adottare gli stessi meccanismi ideologici e culturali del nostro avversario razzista.
Etnocentrismo, relativismo, diritti umani
Michel de Montaigne e i "selvaggi"
Il pensatore che forse ha più interessato il problema filosofico dei “selvaggi” (gli Indios, dei quali non c’è traccia nelle sacre scritture, vanno trattati come fratelli da aiutare o come animali da dominare?) è Michel de Montaigne (1533-92): nei suoi scritti (tra cui Essais) i temi della diversità e dei selvaggi sostengono argomentazioni scettiche, anticipando in qualche modo la sensibilità relativistica. Nel saggio Sui Canibali Montaigne prende in considerazione una comunità di Indios del Brasile in cui si pratica una forma di cannibalismo rituale nei confronti dei nemici di combattimento. Il cannibalismo, il più classico contrassegno di barbarie e disumanità nell’immaginario occidentale, viene riconsiderato in primo luogo come pratica rituale e non come bestialità: un atto in qualche modo morale o di pietà contrapponibile alle ben più barbare pratiche fatte dagli occidentali sui vivi (roghi, torture, amputazioni) per giunta sotto il segno della religione. Oltre a questo importante asso Montaigne tenta anche di scardinare quello che oggi chiamiamo etnocentrismo (ciò che ci fa apparire ovvio e naturale quanto ci è semplicemente familiare). Altro elemento trattato è quello della consuetudine: la convenzione non si lascia scorgere come tale, ma si presenta ai nostri occhi pretendendo di essere natura.
Relativismo epistemologico
Con relativismo epistemologico (o cognitivo, metodo antropologico del ‘900, riguarda e forme della conoscenza) non si tratta di affermare una dottrina secondo la quale la verità o la realtà oggettiva non esistono ma piuttosto, di non pretendere di possedere a priori criteri universali di razionalità prima di accostarci alla diversità delle culture e delle epoche storiche. Per Peter Winch la comprensione antropologica deve mostrare la stregoneria, la religione o la scienza come diverse concezione del bene e del male. Ciò che impariamo studiando altre culture sono dunque peculiari forme di saggezza e diversi modi di rapportarsi alla realtà.
Implicazioni del relativismo epistemologico
Il relativismo epistemologico non è però una dottrina o una teoria ma un modo polemico per opporsi ai sostenitori della razionalità cognitiva. Il relativismo è un’imputazione critica: non si nega che vi siano criteri comuni e punti di riferimento tra culture ed epoche storiche, ma tali aspetti non possono prescindere da un raffronto storico e antropologico. Un tipo di relativismo che invece è stato consapevolmente sostenuto è quello etico riguardante la formulazione di giudizi morali e di valori (strumento di lotta al razzismo da parte della scuola americana). Come si concilia il riconoscimento della diversità con i principi di unità e uguaglianza del genere umano? Per Levi-Strauss consiste nell’affermare che l’umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze culturali. Quello di cui lui ha paura è la omologazione culturale ovvero un progressivo annullamento delle peculiarità culturali a causa di una sempre maggiore pressione da parte degli usi occidentali (Tristi Tropici, 1955).
Visione essenzialista di Herskovits e Levi-Strauss
La visione “essenzialista” di Herskovits e Levi-Strauss ci presenta le culture come entità stabili e nettamente definite che incombono in modo totale sugli individui determinandone i valori ed il comportamento (deresponsabilizzandoli quindi dalle loro scelte; che senso avrebbe allora parlare bene e di male? Come sarebbe possibile un’etica internazionale?).
Considerando brevemente il caso dei diritti dei bambini, con quale criterio l’Unicef, per esempio, aiuta i bambini soldato? Lo fa secondo una concezione di “bambino under-18”, secondo la visione occidentale di bambino, salvaguardando la felicità, lo sviluppo individuale, la presenza di genitori, ma allo stesso tempo ignorando completamente che in Sierra Leone a 16 anni si è adulti viste le condizioni climatiche, la struttura fisica, le abitudini, la guerra. Le organizzazioni internazionali in Sierra Leone, per esempio, hanno definito l’impunibilità dei crimini di guerra compiuti da minorenni indirizzando aiuti verso gli stessi e magari ignorando le reali vittime (con conseguenze assai pericolose sui comportamenti di guerra e sui provvedimenti di giustizia). In questo caso un principio generale è stato applicato dall’esterno ma non si dimostra abbastanza sensibile per cogliere le condizioni dei soggetti.
La ricerca sul campo e l'evoluzione dei metodi etnografici
Ricerche antropologiche vittoriane
I grandi studiosi vittoriani non svolgevano ricerche dirette sul campo bensì si basavano su studi di comparazione riferendosi all’ampia letteratura sui popoli antichi e primitivi. In questo caso possiamo prendere come esempio il più importante libro dell’antropologia evoluzionista ovvero Il Ramo d’Oro di G. Frazer (1854-1941) dedicato in particolar modo a pratiche/credenze religiose di tipo agrario. Secondo Frazer l’umanità primitiva è dominata da un pensiero magico basato sulle due grandi leggi dell’associazione delle idee e la similarità e il contatto (le cose che si assomigliano o sono state in contatto si influenzano a vicenda). Occorre ricordare che l’antropologia vittoriana non trascurava affatto le ricerche in loco, specie nelle aree più primitive. Gli antropologi ottocenteschi non erano dunque insensibili all’importanza di una ricerca in grado di fornire fonti di prima mano, ma in generale ritenevano che la ricerca teorica e quella pratica dovessero rimanere nettamente distinte.
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