1 - Discipline antropologiche
1.1 Il termine cultura è fondamentale per la definizione delle discipline antropologiche. In antropologia, quando si
parla di cultura, si intende il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali gruppi di persone si
adattano all’ambiente e si organizzano (tecniche di lavoro, istituzioni, linguaggio, parentela, pratiche
quotidiane). L’evoluzione biologica dell’uomo è studiata dall’antropologia fisica, mentre l’antropologia
culturale si occupa dello sviluppo umano in senso più sociale e filosofico rifiutando spesso metodologie
naturalistiche. Per etnologia si intende lo studio di popoli e culture del mondo, con la demologia (floklore)
invece si studia la cultura tradizionale della nostra stessa società, con ‘antropologia culturale invece si pone
l’accento si aspetti teorico\comparativi.
1.2 E’ nella seconda metà dell’800 (all’interno della scuola evoluzionistica britannico-americana, nel grande
periodo del positivismo, la fiducia nella scienza e nel progresso) che l’antropologia culturale si organizza
come disciplina scientifica autonoma con un proprio statuto epistemologico. Di solito si fa corrispondere la
nascita al 1870 quando Tylor pubblica Primitive Culture (l’antropologia si pone inizialmente come lo studio
dei primitivi, studio di coloro cche non sono stati investiti dalla modernità) che mette a fuoco le caratteristiche
della nuova scienza (anche se questa è solo una data convenzionale). In questo senso l’antropologia si schiera
dunque contro quei pregiudizi razziali che affibbiavano ai primitivi un’inferiorità congenita.
1.3 Oggi questa definizione dell’oggetto di studio primitivo non ha più senso ma ciò non significa che le
differenze culturali non esistano più: per certi versi la globalizzazione moltiplica il fenomeno culturale. La
comparazione antropologica non è necessariamente metodo comparativo, ma forse un implicito metodo di
straniamento per capire che quel che sembra logico o naturale in realtà non lo è affatto.
1.4 Per distinguere l’antropologia occorre ricordare il tratto peculiare della ricerca sul campo (fieldwork). Il
modello classico di fieldwork si definisce nel ‘900 con Boas (USA) e Malinowski (UK). Gli antropologi
vittoriani sostenevano invece che la raccolta dei dati empirici sul campo dovesse restare separata dalla ricerca
di biblioteca (tramite resoconti di viaggiatori e avventurieri) mentre nel ‘900 la figura del teorico e del
ricercatore si fondono per dare vita al più completo ruolo dell’antropologo (manifesto dell’antropologo teorico
e pratico è Argonauts of Wester Pacific di Malinowski e in questa occasione egli conia il termine
osservazione partecipante: permanenza prolungata, stretto contatto on gli indigeni, estraniamento dalla
propria cultura).
1.5 Per quanto riguarda gli specialismi disciplinari ci si riferisce a grandi aree continentali (antropologi africanisti,
oceanisti, europeisti, ecc..) anche se la ricerca avviene in aree molto circoscritte (unità etniche, villaggi). Le
fonti possono esse orali (il più comune strumento di ricerca), scritte (a lungo considerate estranee agli studi),
iconiche (foto, video), materiali (manufatti, oggetti d’uso).
2 – Razza, cultura, etnia
2.1 Il termine razza ha una storia relativamente recente: risale infatti al ‘500 quando lo si usava per indicare una
discendenza o un gruppo di parentela. Il termine ha assunto il significato di specificità somatico-intellettuali
umane solo nel XIX secolo. La diffusione del termine razza è dunque tutt’uno con la diffusione delle dottrine
razziste che intorno alla metà dell’800 vengono ampiamente elaborate (Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza
delle razze umane). La superiorità della razza bianca sarebbe dimostrata non solo dal progresso, ma da canoni
di bellezza, proporzione delle membra, regolarità somatiche. Nel razzismo ottocentesco c’è anche un altro
filone che si distanzia da quello di Gobineau e che trova piena espressione nelle teorie evoluzioniste di
Darwin e Spencer. L’evoluzionismo accredita la teoria monogenetica: l’origine è unica e le differenze si
forgiano in base alle modalità di adattamento dei diversi gruppi umani; si conferma dunque una gerarchia
razzista, legittimata da una legge naturale. L’antisemitismo del ‘900 si baserà appunto su una definizione
scientifica della razza di taglio ottocentesco, reinterpretando il tradizionale pregiudizio religioso.
2.2 Anche il concetto di cultura si sviluppa ed entra in uso nella seconda metà dell’800, contemporaneamente
all’affermarsi dell’antropologia culturale . Si intenda come cultura quell’insieme di pratiche, usi, costumi che
una comunità umana possiede. Gli antropologi ottocenteschi, seppur deviati dalle teorie razziste, tengono
fermo il presupposto della fondamentale unità intellettuale dell’intero genere umano, e sono interessati allo
studio della cultura come elemento di differenziazione tra i gruppi. L’antropologia ottocentesca si chiede:
come si spiega la diversità culturale a fronte dell’originaria unità intellettuale del genere umano? La risposta
consiste nell’ipotizzare un unico processo di evoluzione culturale che si muove però a velocità diverse in ogni
gruppo umano. Questa concezione contrasta con le più crude forme di razzismo e in particolare con la
legittimazione del dominio coloniale. L’antropologia è dunque un potentissimo mezzo di critica
all’etnocentrismo ovvero la pretesa della cultura europea di valere da metro di giudizio per tutte le altre
culture. Principio di relativismo culturale: non si possono formulare giudizi etici od estetici al di fuori di un
contesto culturale poiché è il contesto culturale a stabilire i criteri di riferimento. Lo sviluppo della moderna
antropologia dovrebbe quindi essere un continuo sviluppo alla critica all’etnocentrismo (teorizzato da Sumner
nel 1906 ma anche recentemente da Herskovits e Levi-Strauss).
2.3 Negli ultimi anni etnia è il termine più usato per esprimere differenze tra gruppi umani, differenze
indipendenti dalle divisioni politiche degli stati. Dar conto delle differenze e delle identità di oggi a partire
dalla nozione relativistica di etnie-culture originarie e autentiche è implausibile. Oggi si riconosce che le
realtà indicate da tali termini no hanno nulla di essenziale o autentico (processi di essenzializzazione e
reificazione).
2.4 L’essenzialismo culturale è esplicitamente teorizzato in certe forme odierne in ideologia e pratica neo-razzista
in quello che viene definito razzismo differenzialista. Il neo-razzismo differenzialista non parla più di
differenze naturali ma di culture ed etnie. Non si rivendica più la superiorità di alcuni popoli, ma proprio sulla
base di apertura e tolleranza si giunge a tollerare l’antica esigenza xenofoba.
2.5 Quali sono i punti in comune tra il razzismo biologico della prima metà del ‘900 e il razzismo culturale e
differenzialista degli ultimi decenni del secolo? Una delle teorie più sistematiche che rispondono a questa
domanda è P. A. Taigueff che individua 3 atteggiamenti sintomatici: A – categorizzazione essenzialista:
l’appartenenza ad una categoria produce un giudizio totalizzante su un individuo a cui suono immediatamente
attribuiti tutti gli stereotipi del caso (termini come ebreo o negro). Razzista è la essenzializzazione di una
categoria debole da parte di un gruppo di individui relativamente privilegiati che vedono in essa una minaccia.
B – la stigmatizzazione: una volta categorizzati secondo una presunta e immutabile essenza, gli “altri”
possono subire un processo di esclusione simbolica imperniato sull’attribuzione di stereotipi negativi. Il
“nemico” viene disumanizzato, demonizzato, ed una delle conseguenze di questo processo è la mixofobia
ovvero la paura della mescolanza e dell’ibridazione. C – Barbarizzazione: la convinzione che certo categorie
di esseri umani non siano civilizzabili.
per quanto riguarda gli atteggiamenti pratici Taigueff distingue 3 tipi di azioni legate alle precedenti
definizioni che non sono necessariamente le conseguenze: A – pratiche di segregazione, discriminazione,
espulsione; B – forme di persecuzione e violenza essenzialista (cioè contro una categoria in quanto tale); C – il
genocidio ovvero eliminare tutti i rappresentanti di una categoria.
2.6 Anche opporsi al razzismo è oggi una questione complessa perché si rischia di adottare gli stessi meccanismi
ideologici e culturali del nostro avversario razzista.
3 – Etnocentrismo, relativismo, diritti umani
3.1 Il pensatore che forse ha più interessato il problema filosofico dei “selvaggi” (gli Indios, dei quali non c’è
traccia nelle sacre scritture, vanno trattati come fratelli da aiutare o come animali da dominare?) è Michel de
Montaigne (1533-92): nei suoi scritti (tra cui Essais) i temi della diversità e dei selvaggi sostengono
argomentazioni scettiche, anticipando in qualche modo la sensibilità relativistica. Nel saggio Sui Canibali
Montaigne prende in considerazione una comunità di Indios del Brasile in cui si pratica una forma di
cannibalismo rituale nei confronti dei nemici di combattimento. Il cannibalismo, il più classico contrassegno
di barbarie e disumanità nell’immaginario occidentale, viene riconsiderato in primo luogo come pratica rituale
e non come bestialità: un atto in qualche modo morale o di pietà contrapponibile alle ben più barbare pratiche
fatte dagli occidentali sui vivi (roghi, torture, amputazioni) per giunta sotto il segno della religione. Oltre a
questo importante asso Montagnie tenta anche di scardinare quello che oggi chiamiamo etnocentrismo (ciò
che ci fa apparire ovvio e naturale quanto ci è semplicemente familiare). Altro elemento trattato è quello della
consuetudine: la convenzione non si lascia scorgere come tale, ma si presenta ai nostri occhi pretendendo di
essere natura.
3.2 Con relativismo epistemologico (o cognitivo, metodo antropologico del ‘900, riguarda e forme della
conoscenza) non si tratta di affermare una dottrina secondo la quale la verità o la realtà oggettiva non esistono
ma piuttosto, di non pretendere di possedere a priori criteri universali di razionalità prima di accostarci alla
diversità delle culture e delle epoche storiche. Per Peter Winch la comprensione antropologica deve mostrare
la stregoneria, la religione o la scienza come diverse concezione del bene e del male. Ciò che impariamo
studiando altre culture sono dunque peculiari forme di saggezza e diversi modi di rapportarsi alla realtà.
3.3 Il relativismo epistemologico non è però una dottrina o una teoria ma un modo polemico per opporsi ai
sostenitore della razionalità cognitiva. Il relativismo è un’imputazione critica: non si nega che vi siano criteri
comuni e punti di riferimento tra culture ed epoche storiche, ma tali aspetti non posso prescindere da un
raffronto storico e antropologico. Un tipo di relativismo che invece è stato consapevolmente sostenuto è quello
etico riguardante la formulazione di giudizi morali e di valori (strumento di lotta al razzismo da parte della
scuola americana). Come si concilia il riconoscimento della diversità con i principi di unità e uguaglianza del
genere umano? Per Levi-Strauss consiste nell’affermare che l’umanità si realizza attraverso e no malgrado le
differenze culturali. Quello di cui lui ha paura è la omologazione culturale ovvero un progressivo
annullamento delle peculiarità culturali a causa di una sempre maggiore pressione da parte degli usi
occidentali (Tristi Tropici, 1955).
3.4 La visione “essenzialista” di Herskovits e Levi-Strauss ci presenta le culture come entità stabili e nettamente
definite che incombono in modo totale sugli individui determinandone i valori ed il comportamento
(deresponsabilizzandoli quindi dalle loro scelte; che senso avrebbe allora parlare bene e di male? Come
sarebbe possibile un’etica internazionale?).
Considerando brevemente il caso dei diritti di bambini, con quale criterio l’Unicef, per esempio, aiuta i
bambini soldato? Lo fa secondo un a concezione di “bambino under-18”, secondo la visione occidentale di
bambino, salvaguardando la felicità, lo sviluppo individuale, la presenza di genitori, ma allo stesso tempo
ignorando completamente che in Sierra Leone a 16 anni si è adulti visto l’alto tasso di natalità, viste le
condizioni climatiche, la struttura fisica, le abitudini, la guerra. Le organizzazioni internazionali in Sierra
Leone, per esempio, hanno definito l’impunibilità dei crimini di guerra compiuti da minorenni indirizzando
aiuti verso gli stessi e magari ignorando le reali vittime (con conseguenze assai pericolose sui comportamenti
di guerra e sui i provvedimenti di giustizia). In questo caso un principio generale è stato applicato dall’esterno
ma non si dimostra abbastanza sensibile per cogliere le condizioni dei soggetti.
4 – La ricerca sul campo e l’evoluzione dei metodi etnografici
4.1 I grandi studiosi vittoriani non svolgevano ricerche dirette sul campo bensì si basavano su studi di
comparazione riferendosi all’ampia letteratura sui popoli antichi e primitivi. In questo caso possiamo predere
come esempio il più importante libro dell’antropologia evoluzionista ovvero Il Ramo d’Oro di G. Frazer
(1854-1941) dedicato in particolar modo a pratiche\credenze religiose di tipo agrario. Secondo Frazer
l’umanità primitiva è dominata da un pensiero magico basato sulle due grandi leggi dell’associazione delle
idee e la similarità e il contatto (le cose che si assomigliano o sono state in contatto si influenzano a vicenda).
Occorre ricordare che l’antropologia vittoriana non trascurava affatto le ricerche in loco, specie nelle aree più
primitive. Gli antropologi ottocenteschi non erano dunque insensibili all’importanza di una ricerca om grado
di fornire fonti di prima mano, ma in generale ritenevano che la ricerca teorica e quella pratica dovessero
rimanere nettamente distinte.
4.2 Con il XX secolo di
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