La religione
L'antropologia culturale, ai suoi esordi, nacque come antropologia della religione. Si formano due prospettive principali sullo studio della religione:
Prospettiva intellettualista
Analizza la religione come frutto della riflessione umana sul mondo circostante, sulla vita e sulla morte. Il maggior esponente fu Tylor, che definì la religione come la credenza in esseri spirituali e che le sue origini coincidessero con l’animismo. Sosteneva che i progenitori avessero tratto l’idea dell’esistenza di un fantasma capace di vivere senza corpo (rappresenta l’anima). Con l’evoluzione, questo fantasma diventa spirito. Sulla base di queste idee si sviluppa il pensiero di Frazer, che ebbe un’influenza durevole.
Prospettiva sociologica
Il maggior esponente fu Smith, che in un’opera propone un nuovo approccio allo studio del rito e del sacrificio. Secondo lui, la religione è un fattore socialmente coesivo e i rituali sono lo strumento con cui gli individui affermano la loro appartenenza alla stessa comunità. Dunque, la religione per lui esiste per la conservazione e il benessere delle società ed è fondata sui sacrifici. Durkheim credeva che la religione servisse alla società per rinnovarsi e consolidarsi trovando un patto di alleanza. Egli parlò anche di norme che si impongono agli individui garantendo un certo sistema di vita.
L’idea di religione, nella visione europea, si riferisce a un complesso di credenze che si fondano su dogmi e su riti, cerimonie e liturgie che hanno lo scopo di avvicinare l’individuo alle entità soprannaturali: un dio (se monoteista) o più dèi (se politeista). Inoltre, si sostiene che tali riti siano svolti da specialisti in dei luoghi sacri.
Bernardo Bernardi sosteneva che il teismo fosse un insieme di concezioni a cui si dà una dimensione di vita non per forza legata a quella terrena. Gli evoluzionisti sostenevano che l’uomo, percependo la sua finitezza, richiede la presenza di un essere superiore per spiegare che mondo e tempo sono infiniti.
Tuttavia, esistono popoli che non hanno tali caratteristiche religiose ma sono solo uomini che immaginano una vita dopo la morte. Che pensano il corpo come animato da un soffio vitale e che rappresentano il mondo come percorso da forze invisibili che possono essere invocate. Tylor, nel 1871, sosteneva appunto che la religione non debba essere intesa come simile a quella degli europei, poiché non è una visione universale. La volontà di trovare qualcosa di simile a loro si manifestò nel sedicesimo secolo quando gli europei iniziarono a conoscere i popoli del Nuovo Mondo (soprattutto inca e azteco). Altri studiosi sottolineano che l’idea della religione come qualcosa di costituito da un'essenza irriducibile (comune a tutti) non è possibile. Soprattutto perché la religione non è comprensibile al di fuori del rapporto tra potere e verità, ossia del rapporto tra coloro che producono discorsi autorizzati su ciò che è vero e coloro che devono rispettare quella autorità.
La definizione di Fabietti
Fabietti definì la religione come un complesso di pratiche e di rappresentazioni che riguardano i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società. Si tratta dunque di due dimensioni: significato e potere.
- Significato; tale dimensione riguarda i valori che esprimono i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società.
- Potere; risiede nell’idea che vi sia qualcosa o qualcuno che ha l’autorità di sanzionare tali valori. Questo qualcosa o qualcuno è identificato in un ente soprannaturale che si manifesta tramite i suoi rappresentanti.
Secondo questa visione, la religione ha il compito di spiegare l’importanza di quei valori, affermarli e ribadirli. Svolge dunque una duplice funzione:
- Normativa; tiene sotto controllo chi non si adegua ai principi morali.
- Integrativa; giudicando i valori di una società, riveste anche una funzione protettiva delle certezze della religione, mettendo al riparo gli individui dalle ansie e dalle insicurezze della vita collettiva e individuale.
Ne sono esempio i riti, infatti Pitrè parlava della logica “do ut des” (si offre qualcosa per ricevere altro). Queste funzioni si esplicano nella pratica attraverso i simboli (veicolano concetti che costituiscono il significato dei simboli), i riti (azioni che mettono in scena i concetti e li rappresentano a coloro che eseguono il rito e che assistono e vanno interpretati secondo la dimensione culturale del gruppo) e i miti (racconti che organizzano i concetti in discorsi dotati di coerenza). Per conoscere una religione e le loro tradizioni nella loro totalità bisogna conoscere simboli, riti e miti.
La prospettiva di Geertz
Geertz diede una definizione: “la prospettiva religiosa si muove al di là della realtà quotidiana verso realtà più ampie” definendo un atteggiamento di accettazione degli uomini e quindi dei fedeli. Inoltre, si occupò di distinguere la religione dal senso comune, dalla scienza e dall’arte:
- Dal senso comune perché si muove al di là della vita quotidiana verso realtà più ampie.
- Dalla scienza perché mette in dubbio la realtà della vita quotidiana nei termini di quelle che ritiene verità più forti e non ipotetiche.
- Dall’arte perché approfondisce l’interesse per i fatti e cerca di creare un’aura di estrema realtà.
I culti
Wallace, nell’impossibilità di dire cosa era la religione e nella necessità di stabilire una tipologia, differenziò quelli che sono gli elementi caratterizzanti dei culti.
Culti individuali
Sono praticati dal singolo individuo all’interno di un codice di rappresentazioni culturalmente e socialmente condiviso. Ogni religione ha un proprio modo di svolgere i culti individuali.
Culti sciamanici
Sono quei culti tipici delle società nelle quali il contatto con le potenze invisibili è stabilito dallo sciamano. Il termine deriva da "shaman", che indica quei personaggi che detengono un posto particolare nella vita religiosa e rituale della comunità. Lo sciamano, dunque, ha delle qualità particolari (curare malattie, poteri). Egli ha la capacità di entrare in uno stato di semi-incoscienza stabilendo contatti con i poteri sovrannaturali. Mircea Eliade pubblicò un’opera nella quale espone due interpretazioni dello sciamanesimo:
- Sciamano è innato, e ha qualità che lo predispongono a stati di trans che gli consentono di entrare in contatto con gli spiriti.
- Lo sciamanismo riguarda pratiche acquisite andando a scuola da uno sciamano.
In queste interpretazioni è fondamentale la caduta in uno stato di trance o semi-coscienza che consente il contatto con esseri che favoriscono la risoluzione di problemi. Gli sciamani utilizzano spesso delle sostanze allucinogene e in altri casi potevano entrare in trance anche attraverso il ritmo di un tamburo o altri rumori. Le credenze più antiche sugli sciamani sono riferite a quelli della Siberia e sono molto estrose, infatti credevano che gli sciamani potessero volare o trasformarsi in animali. Inoltre, erano coloro che accompagnavano l’anima dei defunti nell’aldilà ed avendo capacità curative, soprattutto in contesti africani, erano chiamati uomini-medicina.
La possessione
Secondo l’antropologo Pennaccini, il termine possessione indica l’idea che spiriti di defunti, divinità o animali possano impossessarsi di determinati individui per agire e parlare attraverso essi. Può essere identificata con le sue funzioni religiose, sociali, politiche, psicoterapeutiche, comunicative ed estetiche ed essere analizzata in quanto espressione di differenze sociali, di genere. Per farla avvenire si mettono in atto veri rituali.