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Antropologia culturale

Il termine antropologia deriva dal greco anthropos che significa uomo e logos che significa discorso, quindi la costruzione di un sapere, un ragionamento sull’uomo, inteso nella sua accezione più ampia, ovvero in quanto genere umano. L’uomo è considerato un animale asociale in quanto egli è posto in relazione con altri esseri umani. Oggetto dell'antropologia culturale non è quindi l'uomo biologico, ma la sua cultura e le sue forme sociali.

Antropologia culturale, etnologia ed etnografia

Il termine antropologia culturale viene spesso usato come sinonimo di etnologia e di etnografia, creando confusione. Il termine etnografia deriva dal greco ‘ethnos’ popolo e ‘graphéin’ scrivere, descrivere, quindi descrizione di un popolo. L’etnografia include sia la fase di ricerca ed indagine, durante la quale l’antropologo osserva e raccoglie materiale di varia natura, sia la successiva fase di produzione testuale. Per etnografia si intende, quindi, la descrizione scritta degli usi e dei costumi dei popoli primitivi, mentre con etnologia si intende gli studi settoriali su quegli specifici popoli. Con gli anni i termini etnologia e antropologia culturale sono stati sempre più usati come sinonimi.

Il ruolo dell'uomo nella cultura

L'essere umano diviene uomo, in senso ontologico, nel rapporto con altri simili dai quali apprende gesti, comportamenti e abitudini, cioè la cultura. Matera sostiene che ‘ciò vuol dire che il nostro organismo continua a modificarsi quando già siamo in relazione con il mondo esterno, che però è un mondo sociale e culturale’. L’essere umano attraverso l’interazione con altri simili codifica un insieme di pratiche, dal linguaggio, ai riti religiosi, all’organizzazione familiare, che vengono riconosciute reciprocamente tra gli appartenenti al gruppo e trasmesse attraverso processi di educazione da una generazione all’altra e, Clifford Geertz è arrivato a sostenere che: ‘siamo animali incompleti e non finiti che si completano e si rifiniscono attraverso la cultura’. L’uomo è in grado di produrre e trasmettere cultura e questo è uno dei tratti che accomuna e caratterizza l’intero genere umano.

Ma, oltre a questo tratto universale che caratterizza in senso ampio il campo di indagine dell’antropologia, esistono differenze rilevanti tra le popolazioni. Ogni società o gruppo organizzato, costruisce una propria visione del mondo, con una propria coerenza argomentativa e con le proprie norme etiche e sociali, alle quali gli appartenenti si rifanno. Tali regole consentono agli individui di adattarsi all’ambiente circostante, di interagire con i simili, di proteggere i confini, anche quelli culturali. Uno dei tratti distintivi del genere umano è dunque, quello di cercare e creare, un impianto di regole ed interpretazioni della realtà con le quali definire una visione condivisa del proprio mondo e dei fenomeni che lo caratterizzano. Ogni gruppo interpreta e contribuisce a definire la società nella quale vive. È l’indagine di tutte queste dimensioni e delle interazioni tra di esse di cui si occupa l’antropologia.

Origini e sviluppo dell'antropologia

L’antropologia è la scienza che si propone innanzitutto di comprendere ed offrire chiavi di lettura utili a spiegare i differenti meccanismi di funzionamento dei sistemi sociali. Le radici di questa disciplina sono da ricondursi al periodo dell'umanesimo europeo e la sua origine al periodo delle grandi esplorazioni geografiche del XIV secolo quando, la ricerca di una via più breve e sicura per le Indie, portò al contatto con culture differenti fino ad allora sconosciute. I primi conquistadores che approdarono in queste terre si trovarono di fronte a popolazioni con tratti somatici differenti e con usanze e costumi distanti da quelli europei, motivo per cui furono definiti primitivi, selvaggi o barbari.

Nasce qui il pregiudizio che caratterizzò i primi contatti tra l’uomo europeo e i nativi americani, che si fondava sulla considerazione che la propria cultura di appartenenza, occidentale, fondata sulla centralità del cristianesimo (unica vera religione), fosse l’unica in grado di esprimere a pieno la dignità umana. A supporto di ciò veniva spesso richiamato un passo della Bibbia nel quale si affermava l’esistenza, in qualche lontano luogo geografico, di tribù disperse d’Israele abbandonate da Dio e costrette a vivere allo stato animale. E, quindi, attraverso i viaggi di esplorazione queste tribù erano state intercettate. Numerose le domande di natura etica e morale, che scaturirono da questi incontri. Ci si interrogò principalmente circa la natura di questi esseri con un’apparenza del tutto simile agli esseri umani ma con usanze barbare e primitive tali da far supporre in loro l’assenza di un’anima.

La Chiesa inviò commissioni d’inchiesta per appurare la natura di tali esseri e con l’intento di promuovere conversioni di massa per salvare e redimere i popoli primitivi. Tra i vari gruppi di missionari ci furono i Gesuiti, i quali produssero il maggior numero di descrizioni e, furono questi scritti i primi documenti di natura antropologica pervenuti in Europa verso la fine del Cinquecento e fornirono i primi dati su cui sviluppare riflessioni ed approfondimenti di tipo antropologico.

Bisogna attendere però fino alla fine del XVIII secolo perché si possa iniziare a parlare di progetto scientifico, che ponga le basi per l’ingresso dell’antropologia come disciplina accademica nelle università. La fine del XVIII secolo si è caratterizzata per una divisione netta tra coloro che avevano il compito di raccogliere dati sul campo (viaggiatori, commercianti, missionari) e studiosi, esperti teorici, che lavoravano per le neo-nate istituzioni di antropologia come l’Ethnological Society o il Royal Anthropological Institute di Londra. Lo strumento di lettura ed interpretazione dei dati era comparativista e i dati venivano completamente astratti dal contesto e dal sistema di istituzioni sociali nei quali erano immersi. La mancanza di formazione specialistica, in coloro che avevano il compito di raccogliere elementi utili all’elaborazione di teorie comparative, era l’elemento garante dell’oggettività dei dati raccolti.

Ma Levi-Strauss sostenne che il contatto con l'altro genera, non solo nell'occidentale, un atteggiamento che consiste nel ripudiare, puramente e semplicemente, le forme culturali più lontane da quelle nelle quali ci identifichiamo. Si tende, quindi, all'etnocentrismo, cioè la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come distanti, strani, inferiori.

Lo sviluppo dell'antropologia culturale come disciplina scientifica

Lo studio dell'antropologia culturale come disciplina scientifica si è diffuso a partire dalla fine dell’Ottocento all’interno del pensiero evoluzionistico britannico. Darwin nel 1871 pubblicò ‘L’origine dell’uomo’, nella quale sosteneva che ogni specie sarebbe in fase evolutiva verso il sempre maggior perfezionamento. Il principio della selezione naturale, secondo il quale non tutte le specie sono portate alla sopravvivenza, spiega come avviene la trasformazione delle specie: gli organismi che sono in grado di sopravvivere e riprodursi in un certo contesto lo fanno a spese di altri organismi che non sarebbero in grado di farlo. Visto che l’ambiente è in continuo mutamento, gli organismi devono imparare ad adattarsi a tali cambiamenti. Coloro che più si adatteranno, sopravvivranno e, col passare delle generazioni, una caratteristica particolare diventerà una qualità di tutta la popolazione.

La data di nascita dell’antropologia culturale è connessa alla pubblicazione del testo Primitive Culture di Edward B. Tylor nel 1871. Questo volume è noto per aver definito l’ambito di interesse di questa disciplina: la cultura e i modi di vivere propri di specifici gruppi umani. Tylor ha inoltre proposto una definizione di cultura in questi termini: ‘Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società’.

Le culture sono tuttavia fluide e in continua mutazione, pertanto la sfida antropologica diviene oggi ancora più complessa ed è necessario imporre una prospettiva interpretativa fluida, che tenga conto dei continui cambiamenti a cui un complesso culturale è sottoposto. È necessario inoltre utilizzare le interpretazioni di mondi culturali differenti, per riflettere criticamente su noi stessi e sui nostri paradigmi culturali, mettere in discussione il nostro punto di vista, che spesso appare come l’unico valido. Ogni società tende naturalmente a proteggere la coerenza delle proprie regole e delle proprie usanze, tuttavia, l’interazione con visioni differenti del mondo o i cambiamenti imposti dal contesto territoriale implicano necessariamente continue modifiche.

I flussi migratori a cui assistiamo oggi impongono sempre maggiore fluidità e di conseguenza nuove sfide e nuovi campi di indagine. La globalizzazione ha stimolato il dibattito sui diritti umani: poteri, privilegi o risorse materiali garantiti agli individui per il solo fatto di essere umani. È nei contesti multiculturali che il tema dei diritti diviene rilevante e che il dibattito si concentra sulle diverse concezioni culturali di che cosa significhi essere umani e che cosa siano i diritti umani. Dal momento che in tutto il mondo c’è stata una diffusa adozione dei discorsi relativi ai diritti umani, si è cominciato a parlare di “cultura dei diritti umani”. Questi sviluppi devono indurre gli antropologi a prestare attenzione all’importante influenza che questo discorso sta assumendo nei diversi contesti nei quali effettuano le loro ricerche.

Diritti umani e cultura

  • L’idea che i diritti umani si oppongono alla cultura e che gli uni e l’altra non possano essere riconciliati. Gli argomenti che contrappongono i diritti umani alla cultura si basano sull’assunto secondo cui le culture sono insiemi di idee e di pratiche omogenei, circoscritti e immutabili, e ciascuna società ha soltanto una cultura che i suoi membri sono obbligati a seguire. Gli antropologi si sono persuasi che il dibattito “diritti contro cultura” esageri le differenze culturali. Molti antropologi trovano che sia più illuminante pensare la cultura come un campo di interscambio creativo e di contestazione. Una tale visione della cultura consente di trovare punti di contatto tra la difesa di certi diritti umani e quella di particolari valori culturali.
  • È implicita l’idea che un fondamentale diritto umano universale sia proprio il diritto alla cultura. Non si considerano i “diritti umani” opposti alle “culture”, si afferma piuttosto che tutti i popoli hanno il diritto umano universale di conservare le proprie specifiche culture. L'aspetto chiave della lotta per tutelare il diritto alla cultura, condiviso da qualsiasi rivendicazione sui diritti umani, riguarda i tipi di meccanismi legali necessari ad assicurare tale protezione. Dal punto di vista legale, i diritti umani sono interpretati come diritti individuali e non collettivi.

Una fonte importante è stato l’approccio legge e cultura di antropologi come Clifford Geertz. Uno dei modelli più importanti che si evidenziano nella cultura dei diritti umani è il modo in cui tali diritti si conciliano con la legge. I gruppi e gli individui che denunciano la violazione dei diritti umani si rivolgono ai tribunali, ma hanno bisogno di sapere come opera la legge. Considerando la legge sui diritti umani come una cultura, allora sono ammissibili soltanto certi tipi di rivendicazione. La cultura dei diritti umani oggi è più adatta a riparare le ingiustizie subite agli individui che non dai gruppi e, offre rimedi tecnici, non etici. Gli antropologi hanno lavorato con numerosi gruppi sociali in lotta contro i propri governi nazionali per poter praticare liberamente la loro cultura.

Gli argomenti a favore del diritto alla cultura sono visti come casi “essenzialismo strategico”. Cioè la deliberata costruzione dell’unità e dell’immodificabile omogeneità di una particolare cultura, al fine di stabilire una solidarietà di gruppo e di sfidare lo stato in un mondo mirato e disciplinato. Ma, fuori dai tribunali i membri dei gruppi indigeni pensano la loro cultura negli stessi termini degli antropologi odierni: la cultura è fondamentalmente priva di confini, eterogenea e aperta al cambiamento.

Ibridazione culturale

Gli antropologi, per ovviare al problema dell’imperialismo culturale, hanno elaborato il concetto di “ibridazione culturale” che, evidenzia gli effetti positivi della mescolanza culturale. L’ibridazione vuole porre l’attenzione sui vantaggi dei processi di creatività culturale. Inoltre, se l’ibridazione è una normale componente di tutta l’esperienza sociale umana, allora l'idea che le autentiche tradizioni culturali non cambino mai può essere legittimamente messa in discussione. Sin dai tempi di Franz Boas gli antropologi hanno riconosciuto l’importanza del prestito culturale. Le persone non adottano mai alla cieca ciò che hanno preso in prestito, ma lo adattano sempre a finalità locali. Il prestito con modifica comporta una personalizzazione di ciò che si è preso per far sì che soddisfi i propri scopi. Inoltre, non sarà mai possibile controllare del tutto le conseguenze del prestito con modifica. L’addomesticazione delle forme culturali provenienti dall’esterno consente sia di fare cose vecchie in modi nuovi, sia di lasciare aperta la possibilità di fare cose nuove.

Tuttavia, non tutti gli antropologi condividono l’ibridazione culturale. Jonathan Friedman critica tale concezione e, dal suo punto di vista, le culture sono sempre state ibride ed è l’esistenza dei confini, non del prestito culturale, ciò che gli antropologi devono spiegare. Inoltre, le mescolanze culturali ibride spesso si trasformano in nuove identità culturali unitarie. Studiare la cultura oggi, equivale sostanzialmente a studiare processi di circolazione di significati culturali nello spazio sociale.

Ricerca sul campo e metodologia

L’origine della ricerca sul campo, erroneamente collegata a Malinowski, appartiene a due scienziati: Haddon e Rivers, provarono a tradurre la metodologia e gli strumenti delle scienze naturali alle scienze umane. Il loro maggiore contributo fu l’avvio di una seria riflessione sugli aspetti metodologici sottesi all’antropologia. Sottolinearono la necessità di utilizzare osservatori formati, di conoscere la lingua dei nativi, di instaurare una relazione fiduciaria con i nativi per approfondire spiegazioni e connessioni circa gli aspetti indagati ed elaborarono una prima prassi di raccolta dei dati che si divideva in: definire obiettivi, vivere a stretto contatto tra le persone e applicare metodi per raccogliere ed elaborare i dati. Centrale divenne l’etnografia che contribuì a definire la peculiarità della scienza antropologica attraverso la ricerca sul campo.

L’utilizzo dell’aggettivo “culturale” accanto al termine antropologia ha la funzione di qualificare la scienza antropologica: gli antropologi culturali si occupano di una dimensione specifica e in gran parte autonoma della vita umana, quella culturale e sociale. Tylor viene considerato colui che dà vita all’antropologia, egli offriva pari dignità e riconoscimento a tutti gli aspetti della vita sociale e definì la cultura nel senso di evoluzione culturale: “La cultura in senso etnografico ampio è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”. Di fatto sostiene che non esistano popoli senza cultura che è un insieme complesso di elementi presente in ogni società, che la cultura è acquisita una volta che si appartiene ad una società e non è innata. L’antropologo oscilla tra la propria cultura di appartenenza e quella del suo campo d’indagine. Questa posizione, definita osservazione partecipante, consente di considerare quanto viene raccolto ed indagato, come osservazione oggettiva, e al contempo la condivisione di un punto di vista differente (partecipante). Nella pratica etnografica, quando un antropologo sceglie di considerare alcuni dati o informazioni, poiché le riconosce utili al proprio lavoro e ne scarta altre, sta compiendo un processo di interpretazione, in virtù di un’ipotesi o di una teoria.

Storia dell’antropologia culturale

I principali approcci teorici sono: evoluzionismo, diffusionismo, scuola sociologica francese, funzionalismo, strutturalismo, l’osservazione partecipante.

L’obiettivo dell’evoluzionismo era individuare l’origine dei tratti culturali di una popolazione. Attraverso la comparazione dei sistemi culturali di differenti società, le società venivano classificate secondo una gerarchia, dalle più semplici a quelle considerate più articolate e evolute. Tale classificazione era costruita applicando un principio uniformista, in base al quale l'evoluzione, suddivisa in stadi, si manifestava in maniera identica in tutti i luoghi. Tra gli esponenti spiccava Edward B. Taylor, colui che fondò la scuola antropologica britannica e che pubblicò il celebre libro Primitive Culture con il quale nacque la moderna etnologia. La ricerca di Tylor si concentrava sulla religione, con lo scopo di trovare la prima forma di religione che, in seguito, individuò essere l’animismo, inteso come la credenza negli spiriti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher robyro2000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Urso Antonino.
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