Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Franz Boas, “Le associazione emotive dei primitivi” in

L’uomo primitivo, 1911

- “tutti noi che viviamo nella stessa società reagiamo a

certi stimoli nella stessa maniera, senza spiegare il

perché delle nostre azioni. Un buon esempio di quanto

dico è rappresentato dalle infrazioni del galateo sociale.

Un comportamento che non si conforma alle regole

abituali ma ne differisce in maniera notevole, crea, nel

complesso, emozioni spiacevoli e richiede un certo

sforzo da parte nostra capire che esso non lede le norme

morali. Coloro che non sono allenati a pensare in

maniera ferma e coraggiosa, abitualmente confondono

etichetta tradizionale – le cosiddette buone maniere – e

condotta morale” (pag.188)

“il sentimento sorge direttamente dal contrasto con la

consuetudine”

“la disapprovazione emotiva sorge quando vediamo

altri agire in maniera inconsueta”

“in tutti questi casi si obbedisce così spesso e così

regolarmente alla consuetudine che l’atto abituale

diventa automatico; cioè, la sua esecuzione di solito non

si associa ad alcun grado di consapevolezza.

Conseguentemente il valore emotivo di queste azioni è

minimo. È degno di nota però, che quanto più un’azione

è istintiva, tanto più difficile è compiere l’azione

opposta; che questa richiede un enorme sforzo, e che di

solito è accompagnata da un gran senso di scontentezza.

Si può anche rilevare che il veder compiere l’azione

inconsueta da parte di un’altra persona suscita

un’intensa attenzione, e provoca sentimenti spiacevoli.

Così, quando si verifica un’infrazione della

consuetudine, tutti i gruppi di idee con cui l’azione è

associata salgono al livello della coscienza.”” (pag.191-

192)

“quanto più automatica è diventata una serie di attività

o una certa forma di pensiero, tanto maggiore è lo

sforzo consapevole richiesto per uscire dal vecchio modo

di agire e pensare, e tanto maggiore è anche la pena, o

almeno la sorpresa, prodotta da un’innovazione”

(pag.192)

“Queste tendenze sono alla base del successo dei fanatici

e della propaganda abilmente condotta. Il fanatico che

gioca coi sentimenti delle masse e sostiene la sua

dottrina con ragioni fittizie, il demagogo di pochi

scrupoli che risveglia odi sopiti e deliberatamente

inventa ragioni che offrono alla massa ingenua un

pretesto per cedere alle passioni suscitate,

strumentalizzano il desiderio dell’uomo di dare una

motivazione razionale ad azioni fondamentalmente

basate su un’emozione irrazionale” (pag.192)

“Tutti questi esempi dimostrano che anche nella nostra

civiltà è soprattutto l’emozione, non già la ragione, a

governare il pensiero popolare …”(pag.193)

“C’è un elemento della vita sociale, però, che tende a

favorire l’attaccamento conservatore alle azioni

abituali: l’educazione del giovane. Il bambino che non

ha ancora assorbito completamente il comportamento

abituale del suo ambiente, acquisterà molto di esso per

imitazione inconscia. In molti casi, però, agirà in

maniera non ortodossa e sarà corretto dai più anziani…

Quanto più grande è il valore normativo di un’usanza,

tanto più forte sarà il desiderio di inculcarlo nella mente

dei giovani…” (pag. 195)

“..appena la violazione del costume sale alla coscienza,

devono presentarsi le occasioni in cui gli uomini, o

portati dalle domande dei bambini o seguendo la

propria attitudine alla speculazione, si trovano a dover

affrontare il fatto che esistono certe idee delle quali non

si dà altra spiegazione che la loro esistenza….”(pag.195-

196)

“poiché come abbiamo visto prima, per molte di esse

non c’è bisogno di motivazione razionale, si sviluppa la

tendenza a volere scoprire i motivi che possono

determinare il nostro comportamento tradizionale. È

per questo che ad ogni livello culturale le azioni abituali

sono fatte oggetto di spiegazioni secondarie che non

hanno nulla a che fare con la loro origine storica, ma

sono inferite in base alle conoscenze generali possedute

dalla popolazione. L’esistenza di tali interpretazioni

secondarie è uno dei più importanti fenomeni

antropologici, poco meno comune tra di noi che nella

società primitiva.” (pag.196)

“lo studio della vita primitiva rivela numerose altre

associazioni di non altrettanto facile spiegazione. Certi

modelli di associazione di idee si possono ritrovare in

tutte le culture.

Colori scuri e tristezza sono strettamente collegati nella

nostra mente, ma non in quella di popoli di diversa

cultura. Il rumore sembra inopportuno in un luogo di

dolore, ma presso i popoli primitivi la lamentazione

funebre ad alta voce è naturale espressione del

cordoglio…”(pag.197)

“Forse è rischioso discutere ora l’origine di quei tipi di

associazione; ciò nonostante possiamo soffermarci su

alcuni dei fatti più comuni, che sembrano caratterizzare

la cultura primitiva in confronto al mondo occidentale.

Dal nostro punto di vista ci sorprende in quella la

grande quantità di associazioni di gruppi di fenomeni

totalmente eterogenei, come tra fenomeni naturali,

emotivi, raggruppamenti sociali e concetti religiosi, arte

decorativa e interpretazione simbolica. Queste

associazioni vanno scomparendo man mano che ci si

avvicina al nostro attuale livello di civiltà, anche se

un’attenta analisi ne rivela tuttora una cospicua

presenza, e dimostra che ogni azione automatica tende a

determinare le proprie associazioni secondo le situazioni

mentali in cui si presenta regolarmente.” (pag. 203-204)

“In altre parole quando dirigiamo la nostra attenzione

su un certo concetto collegato a tutta una serie di

concetti correlativi, noi l’associamo subito col gruppo

rappresentato dalla categoria della causalità. Quando lo

stesso concetto si affaccia alla mente del primitivo, si

associa con quelli ad esso collegati da stati emotivi.

Se è così, allora solo dal nostro punto di vista le

associazioni della psiche sono eterogenee, e le nostre

omogenee e coerenti, mentre per l’uomo primitivo solo

le proprie possono essere razionali. Le nostre devono

apparirgli tanto eterogenee quanto le sue a noi, perché

il legame tra i fenomeni del mondo, come viene ad essere

concepito dopo l’eliminazione delle associazioni emotive

a seguito dell’aumento della conoscenza, non esiste per

lui, mentre dal canto nostro non possiamo più formare

le associazioni soggettive che governano la sua mente”

(pag.204)

“Oltre a ciò ci sono migliaia di attività e modi di pensare

che costituiscono la nostra vita quotidiana – dei quali ci

rendiamo conto solo quando veniamo a contatto di altri

tipi di vita o ci viene proibito di agire secondo il nostro

costume – che non si possono in alcun modo definire più

razionali di altri, ai quali, tuttavia, rimaniamo attaccati.

Essi non sembrerebbero meno numerosi nella nostra

cultura che in quella primitiva, perché costituiscono

tutta quella serie di abitudini ormai codificate che

regolano la nostra esistenza quotidiana e che si

apprendono più per imitazione che per istruzione.”(pag.

205)

L’espressione “relativismo culturale” compare per la

prima volta in un articolo di American Anthropologist del

1948 e, una volta affermata, comporta una radicale

svolta rispetto al punto di partenza boasiano: la

prospettiva relativista cessa di essere una riflessione

determinata dall’esperienza di campo per diventare una

vera e propria teoria.

Il contesto è quello aperto dal lavoro della Commissione

dei diritti umani delle Nazioni Unite per preparare la

Dichiarazione universale dei Diritti.

Melville Herskovitz, allievo di Boas, studioso di cultura

afroamericana e di problemi di acculturazione, preparò

una bozza “Statement on Human Rights”, che il

consiglio della American Anthropological Association

revisionò, inviò alla Commissione, e pubblicò su

American Anthropologist nel 1947.

The Executive Board, American Anthropological

Association, “Statement on Human Rights”, in

American Anthropologist, vol.49, no.4, Part.1 (Oct.- Dec.,

1947), pag. 539-543

Il rispetto dell’individuo in quanto tale e il rispetto per la

sua cultura sono due facce della stessa medaglia, perché

è evidente che l’individuo non “funziona” senza un

preciso riferimento culturale.

Secondo Herskovitz, una dichiarazione universale dei

diritti dell’uomo che non voglia essere etnocentrica e

autocelebrativa, può essere formulata solo a partire dal

riconoscimento che ogni uomo vive in una società. Dal

momento della nascita, infatti, ogni credenza,

comportamento, pensiero, aspirazione, valore

dell’individuo è modellato dagli usi del suo gruppo

sociale.

Quindi, se il fine ultimo della Dichiarazione è

sottolineare il diritto dell’individuo a sviluppare a pieno

la sua personalità, allora questa dichiarazione si deve

basare sul riconoscimento del fatto che la personalità

dell’individuo può esprimersi solo nel rispetto della

cultura della società di cui l’individuo è parte.


PAGINE

23

PESO

68.65 KB

AUTORE

Exxodus

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in studi storico religiosi ed etno-antropologici
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!