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Antropologia culturale

L’antropologia dall’antropologia

culturale è molto diversa fisica.

Entrambe si occupano dell’uomo; la seconda, però, si occupa della ricostruzione storica e

dell’evoluzione zoologica dell’uomo (per esempio, studia i reperti fossili, collabora con gli

archeologici, analizza la struttura fisica dell’uomo, studia le relazioni storiche dell’uomo con le

malattie, le trasformazioni intervenute dal punto di vista fisico nelle migrazioni, ecc.).

L’antropologia culturale, invece, è fondata sul concetto di cultura: è una scienza umana, non

E’ una disciplina giovane, nata nella seconda metà dell’800, che fonda il concetto di

biologica.

cultura, per come lo conosciamo anche adesso (in senso antropologico, che non è la stessa cosa

umanistica, vista invece come quell’insieme di concetti e conoscenze da studiare).

della cultura La

cultura antropologica riguarda la religione, l’economia, la politica, il modo di concepire il mondo, la

E’

realtà, il concetto di uomo, di corpo, di famiglia, ecc. un insieme di pratiche e comportamenti,

appresi dall’individuo, in quanto membro della sua società.

Ciascuno di noi, da quando è nato, è stato oggetto di un apprendimento a 360 gradi della cultura

propria del Paese (il modo di muoversi, di mangiare, di parlare, di comportarsi, ecc.).

Una pratica, infatti, funziona, in relazione con gli altri, solo nel caso in cui questa è accettata

universalmente da tutti coloro che fanno parte della stessa comunità; ecco che la cultura funziona

come codice, ossia come una serie di rapporti e segni che ci permette di interagire e collaborare gli

uni con gli altri (lo stare in società implica il venire a patti). Ogni parola (vista come significante)

la parola “penna”

corrisponde ad un determinato concetto o oggetto (significato): per esempio, è un

significante, che va ad esprimere il concetto di penna e riporta sempre all’immagine e al suo

Molte parole, tuttavia, sono significanti di concetti molto sfumati, come “libertà”.

significato.

Quando diciamo, dunque, che la cultura funziona come insieme di significati, vuol dire che la

trasmissione culturale è un processo di apprendimento di un codice; questo processo si chiama

l’insieme di valori, concetti, significati, vengono trasmessi da una generazione

inculturazione:

all’altra. La parola “inculturazione”, infatti, sottolinea un apprendimento così profondo (in) che si

perde la percezione che si tratti di un processo indotto (sembra quasi, infatti, che ciascun individuo

nasca già con questi valori e concetti).

Gli scarti, o differenze, fra i vari valori, concetti e significati, segnano il fulcro del significato di

cultura in senso antropologico: questa ha la funzione di mettere in relazione il soggetto con la

collettività; ad un livello minimale serve per sopravvivere, mentre, ad un livello più complesso, ha

la funzione di permettere all’uomo di interagire. Questi scarti non si evidenziano unicamente tra

“famiglia”: per

culture di popoli differenti, ma anche fra due generazioni successive di una stessa

esempio, la visione che del mondo hanno i genitori anziani e dei figli giovani è sicuramente diversa;

queste differenze provocano necessariamente delle conflittualità generazionali.

La lingua propria di un popolo, viene chiamata lingua materna: questa si rifà al fatto che, ad un

certo punto della vita, questa diviene così facente parte di noi che sembra quasi naturale (per questo

materna).

Socializzare vuol dire: apprendere e scambiare. Si dice che per esempio si è socializzati ad un certo

tipo di lavoro. Gli scienziati sociali dicono per esempio che alcuni soggetti sono socializzati al

lavoro industriale, ossia che la manodopera assunta sa già lavorare in ambito industriale, dal

momento che è già stata in tale contesto.

La nostra azione sociale non è la sola unione di messa in atto di regole, essa è invece a cavallo tra il

dentro e fuori dalle regole. Nell’ambito lavorativo, non si ha solo la messa in pratica delle regole,

l’effettivo svolgimento del lavoro.

bensì anche

L’azione sociale è fatta da elementi formali e informali: tutti noi siamo attori sociali; noi, infatti,

quotidianamente agiamo in spazi pubblici, mettendo in atto alcuni particolari ruoli.

Ognuno di noi possiede un proprio repertorio, che viene tradotto e agito in un ambiente sociale,

si parla di un’azione che avviene in un

attraverso la performance. Quando si parla di azione sociale,

contesto pubblico, che segue un codice riconosciuto pubblicamente dalla comunità.

Noi siamo attori sociali performativi: cambiamo e trasformiamo le nostre azioni sociali, in

relazione alle nostre finalità (non eseguiamo strettamente le regole e le norme!!!)

Se una persona cominciasse a fare qualcosa al di fuori della mentalità sociale, verrebbe subito vista

come qualcosa di strano, al di fuori dell’azione sociale vera e propria. Quando interagiamo, infatti,

siamo perennemente sottoposti al giudizio degli altri: le azioni devono, quindi, essere sempre

incanalate.

Molto interessante è notare come, al fine di vedere la propria cultura, è necessario confrontarsi con

un individuo diverso da noi, che segue e possiede una cultura differente dalla nostra.

La cultura, col tempo, è cambiata e cambierà col passare del tempo; questo è dovuto al fatto che la

società, la politica, l’economia, la realtà è in continua trasformazione: alla cultura, dunque, si

presenta la costante necessità di adeguarsi ai nuovi concetti, ai nuovi valori e alle nuove esigenze.

Per esempio, il ruolo della donna è mutata enormemente: questo cambiamento è uno specchio della

società; prima, economicamente, il ruolo della donna era indirizzato in un verso, mentre oggi in un

altro.

La nostra società, dunque, funziona solo grazie al fatto che esistono delle regole comunemente

condivise. Le norme sociali sono quelle disposizioni che ogni società impartisce, al fine di

determinare l’orientamento dell’azione sociale e per evitare che queste diventino conflittuali;

stabilisce i criteri di ciò che è giusto fare in ogni società (sono relative: in alcune società ce ne sono

alcune, in altre società ce ne sono altre); servono a produrre una standardizzazione del

comportamento. Nel momento in cui le nostre azioni sono vincolate a delle norme, queste

delle nostre azioni e tratteggiano i nostri ruoli, rendendoci un po’

definiscono i percorsi simili gli

uni agli altri.

Il ruolo di ogni persona è definito socialmente; basti pensare al fatto che il ruolo dell’infermiere è

descritto socialmente (grazie anche al codice deontologico).

Nel caso in cui un’azione devia dalla norma sociale, si intercorre nella cosiddetta devianza. Questa

ha un significato tecnicamente negativo: la persona che compie una devianza, si sta indirizzando

verso una vita socialmente negativa e, quindi, sanzionabile.

La standardizzazione dei comportamenti non serve soltanto a capire cosa noi, in primis, possiamo

fare, ma anche a sapere ciò che possiamo aspettarci dagli altri.

Il ruolo sociale è, però, definito da un confine piuttosto ampio, generale, nel quale spazio ogni

persona (attore) esegue degli aggiustamenti soggettivi. Per esempio, chi è una buona madre o un

buon infermiere? Ne esistono tante tipologie. Non esiste solo un tipo di buon attore. Ognuno, infatti,

resta all’interno di questi confini sociali, aggiustando il tutto con la propria personalità.

Quando, però, una persona evade i confini, perdendo quindi il controllo di questi aggiustamenti

(esagerandoli), va incontro alla devianza, che è sanzionabile.

Tuttavia, non esiste una normalità deontologica, in se e per sé, come elemento connaturato alla

pratica individuale. La normalità è il prodotto delle norme e, quindi, dei comportamenti

e socialmente accettati. E’, quindi, una derivazione costituita

naturalizzati fuori di noi, non dentro di

noi! Le persone e le società cambiano, non perché cambia il tempo, ma perché cambiano le

E’, dunque, la cultura che definisce la norma e non il contrario: sono la serie di valori,

persone.

significati e concetti, che costruiscono le norme sociali.

Per capire meglio, possiamo considerare la cultura come un gioco e le norme come le regole che

definiscono questo gioco. Per esempio, prendendo in considerazione il gioco degli scacchi, la

cultura può essere assimilata alla scacchiera, le persone alle pedine e le norme alle regole che

definiscono i confini di gioco; ma queste regole non sono a priori: derivano, invece, dal rapporto

Ma anche quest’ultime, in un modo o nell’altro, sono

che coesiste fra scacchiera e pedine.

estremamente legate alla scacchiera e da questa derivano. Norme (regole) e pedine (persone,

individui, soggetti), vengono definite in relazione alla società e alla cultura esistente.

Le sanzioni derivanti dalle norme non sono, tuttavia, sufficienti ad evidenziare i limiti sociali: il

E’ necessario, infatti, che

deterrente, da solo, non basta. la comunità sappia, di per sé, quali siano i

limiti che non devono essere superati. Le sanzioni arrivano solo successivamente alle norme.

Con sickness si intende la visione strutturale (sociale, contestuale) di una malattia. Ogni patologia,

infatti, appena nominata, evoca delle condizioni strutturali: un contesto sociale, economico e

politico, entro le quali questa patologia può verificarsi. Per esempio, la tubercolosi è una malattia

che si sviluppa molto in paesi poveri, economicamente disagiati e politicamente vulnerabili.

La differenza fra disease, illness e sickness vuole evidenziare che non tutti siamo uguale, anche a

livello biologico e di vulnerabilità (anche se siamo tutti uomini, un individuo che vive in un paese

ricco è molto meno suscettibile alla tubercolosi di un soggetto che, invece, abita in luoghi poveri e

in via di sviluppo).

L’antropologia studia principalmente le società non occidentali. Uscire infatti da sé stessi e

analizzare gli altri, ci aiuta al contempo a capire noi stessi. Applicando questo ragionamento alla

cultura medica, lo studio delle medicine straniere, ci consentono di capire meglio le dinamiche della

nostra medicina. Ognuno di noi iscrive nel corpo ciò che gli viene insegnato dalla società. Noi della

società occidentale quindi, nel nostro corpo rispecchiamo molto della nostra cultura biomedica.

Lo stesso vale per le società di altre culture. Se per esempio mettiamo in relazione due soggetti di

culture diverse (tra cui una è quella occidentale), entrambi con dolore al fegato, possiamo notare

come magari nei due casi il concetto di fondo del male al fegato sia diverso. Nel soggetto

occidentale sarà probabilmente un dolore oggettivo, che dal punto di vista biomedico indica un

effettivo dolore al fegato; al contrario, la persona straniera, potrebbe voler descrivere (tramite la

metafora del male al fegato) un malessere di altro tipo, per esempio sociale. Lo stesso vale per

l’affermazione, “urtare i nervi” o “avere i nervi a fior di pelle”.

Quando il medico, infatti, applica ed analizza sempre e solo un contesto biomedico, in differenti

contesti, commette un errore (per esempio, se viene utilizzato lo stesso metodo per curare la

tubercolosi sia a Milano che in una città indiana, accade che il farmaco scelto a Milano, molto

probabilmente non avrà lo stesso effetto in India: il corpo, infatti, si declina sempre nei contesti in

cui è calato).

Il corpo è diverso non per condizioni biologiche, ma strutturali, derivanti dal contesto sociale e

culturale. Per esempio, un contadino di 60 anni non è e non sarà mai uguale ad un avvocato di 60

anni. Non si può, quindi, presupporre di curare la malattia solo curando il corpo.

Purtroppo, le diverse culture e società non sono esattamente traducibili le une nelle altre; questo

crea non pochi problemi a livello di medicina transculturale. La stessa cosa accade, per esempio,

anche con la lingua; molte volte, infatti, alcune parole straniere sono difficilmente traducibili nella

nostra lingua e viceversa (a volte, anche alcuni concetti sono quasi impossibili da tradurre in diverse

lingue: per esempio, i vari detti non sono esattamente ritrovabili; al massimo, quello che è possibile

fare è tradurre il significato in grande). La lingua, infatti, rappresenta lo specchio della società in cui

viviamo: l’intraducibilità, in questo senso, riflette l’impossibilità di trasporre una cultura con l’altra;

in questo stesso modo, la malattia non è la stessa cosa dappertutto.

Nel caso in cui ci si debba rapportare con un paziente portatore di un’altra cultura, il tutto non va a

ridursi ad una semplice traduzione culturale: ci si va, infatti, a rapportare a codici e concetti che,

magari, in una delle due culture non esiste proprio (in molte culture, il medico non cura il corpo

malato, ma quello sano, affinché non si ammali).

L’intraducibilità delle cultura fa capire come il mediatore culturale non sia un traduttore, ma un

antropologo.

L’antropologia studia, dalla metà dell’800 circa, le società non occidentali: importante notare

come, parlando in termini culturali, non esistono mondi o realtà sottosviluppate o del terzo mondo.

l’antropologia?

Ma come muove i propri studi, Dallo studio a tavolino alla ricerca sul campo.

Gli Altri (le società non occidentali) si studiano, prima di tutto, a tavolino, attraverso il lavoro di

scienziati sociali (etnologi, che analizzano etnie specifiche, e antropologi, che studiano le diverse

società, in maniera generalizzante). Dunque, prima di arrivare ad una vera e propria ricerca, gli


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in infermieristica (BORGO SAN LORENZO, EMPOLI, FIGLINE VALDARNO, FIRENZE, PISTOIA, PRATO)
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Riassuntiinfermieristica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Redini Veronica.

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