L'antropologia
L'antropologia è lo studio della natura umana, della società umana e del passato dell’uomo che mira a descrivere nel senso più ampio possibile cosa vuol dire essere umani. È una disciplina olistica poiché integra tutti gli aspetti che si conoscono degli esseri umani e delle loro attività; inoltre, questa disciplina si serve della comparazione per formulare generalizzazioni della natura e della società umana, utilizzando tutte le prove ottenute da più società possibili.
La vera pratica dell'antropologia ricerca sul campo dei dati, ottenuti direttamente dalle fonti e dall'esperienza di vita con loro. Dato che gli antropologi si sforzano di spiegare i cambiamenti che hanno avuto luogo nel passato dell’uomo, l’evoluzione culturale è un tratto fondamentale per il loro punto di vista; inoltre, prendono in considerazione anche l’evoluzione biologica che documenta nel tempo il cambiamento dei caratteri fisici e dei processi vitali degli esseri umani.
Cultura e condizione umana
La cultura è un insieme di idee e comportamenti appresi dagli esseri umani in quanto membri della società; essendo gli uomini organismi bio-culturali, sono capaci di apprendere la cultura grazie alle caratteristiche biologiche e di utilizzarla per rendere possibile la sopravvivenza biologica. Tenendo conto di questo, gli antropologi cercano di capire perché gli uomini sono ciò che sono e fanno quel che fanno.
Classificazione degli esseri umani
All’inizio del 19 secolo, gli europei occidentali misurarono varie caratteristiche degli esseri umani al fine di classificarli in categorie definite. Carlo Linneo distinse gli uomini in quattro razze (raggruppamenti sociali) in base al colore della pelle, altri naturalisti, come Broca, li suddivisero in base alle dimensioni del cervello; tutto ciò giustificò il razzismo e l’oppressione sistematica di una o più razze da parte di presunti dominatori superiori.
Il padre dell’antropologia fisica, Blumenbach, identificò cinque diverse razze: caucasoide, mongoloide, americana, malese e etiopica che costituirebbero sottogruppi immutabili dell’umanità; ma gli studiosi di tutto il mondo non riuscirono a concordare su queste razze e con le loro competenze biologiche e culturali cercarono di sfatare questi stereotipi razzisti.
Dopo la seconda guerra mondiale nacque la bioantropologia che sposta il centro dell’attenzione sulla variazione e adattamento della specie umana nel suo insieme.
Branche dell'antropologia
- Antropologia culturale è nata per spiegare le diversità che sfociano dalla cultura di appartenenza e studia tutte le civiltà umane, ricusando le etichette di civile o primitivo poiché ogni gruppo è organizzato in base a sistemi e burocrazie proprie. Gli antropologi culturali svolgono la ricerca sul campo, ovvero raccolgono i dati durante un periodo di frequentazione stretta con la popolazione interessata, partecipando alle loro attività e alla loro vita quotidiana (osservazione partecipante); successivamente scrivono delle etnografie in cui descrivono i comportamenti sociali e consuetudinari del gruppo o delle etnologie, degli studi in cui comparano due o più gruppi.
- Antropologia linguistica studia il linguaggio come sistema di simboli comunicativi e come veicolo dell’informazione culturale producendo dizionari, e, come le differenze di linguaggio si correlino con il genere, razza e identità etnica. Alcuni studiano il linguaggio dei segni, il pidgin (lingue inventate per comunicare tra operatori di lingue diverse) e come le idee politiche plasmino il giudizio comune in una società.
- Archeologia ricerca le prove del passato degli uomini tramite l’analisi dei resti materiali, stabilendo l’età dei manufatti tramite la datazione e ricollegando tramite essi, i contatti sociali tra i vari popoli.
- Antropologia applicata sfrutta le informazioni derivanti dagli altri campi antropologici per proporre soluzioni ai problemi sanitari, economici, politici ecc.
- Antropologia medica si occupa dei fattori che concorrono a causare malessere fisico o malattia e dei modi in cui le diverse popolazioni affrontano tali circostanze. L’antropologia medica critica collega le questioni della salute e malattia con i contesti locali, politici ed economici del mondo (come le divisioni sociali possano impedire l’accesso alle cure mediche).
Capitolo 2: Cultura e condizione umana
La cultura è un insieme di comportamenti e idee acquisite dagli uomini in quanto membri di una società; essi se ne servono per adattarsi al mondo in cui vivono e per trasformarlo. Le pratiche sociali vengono condivise all’interno del gruppo di appartenenza che le apprende di conseguenza e le condivide, pertanto la cultura è appresa e condivisa. Le culture umane, inoltre, sono caratterizzate da modelli, ovvero le credenze e pratiche culturali affini compaiono nelle diverse aree della vita sociale, rintracciabili nel tempo e nello spazio; questo permette di distinguere le diverse tradizioni culturali anche se normalmente vi sono alcuni elementi condivisi ed altri contraddittori nella stessa cultura come i modi di scrivere, di vestirsi ecc.
La cultura è anche adattiva poiché apprendendo le pratiche culturali di coloro che li circondano, gli esseri umani apprendono i giusti modi di agire per la sopravvivenza come individui biologici; un’altra caratteristica della cultura è la simbolicità in quanto, qualsiasi cosa facciamo nella società ha una dimensione simbolica (come ci comportiamo a tavola, come organizziamo i funerali, è tutta una questione del simbolo che rappresenta una certa cultura).
Potts ci esorta a concepire la cultura come una struttura le cui varie parti sono state aggiunte in tempi diversi in un continuum evolutivo e individua cinque elementi che appaiono come prerequisiti della cultura simbolica dell’uomo:
- Trasmissione (comportamento emulativo basato sull’osservazione);
- Memoria (si sviluppano nuove tradizioni dal ricordo delle vecchie);
- Reiterazione (imitare e riproporre comportamenti appresi);
- Innovazione (inventare nuovi comportamenti);
- Selezione (discriminare tra innovazioni da mantenere e quelle da escludere).
Il bioantropologo Deacon sostenne che la cultura e il cervello dell’uomo subirono una coevoluzione, ciascuno dei quali mettendo a disposizione le risorse dell’ambiente ai quali l’altro aveva necessità di adattarsi; così facendo, per l’uomo la cultura divenne il modo predominante attraverso il quale i gruppi umani si differenziano.
Il dibattito circa la natura umana è sfociato in diverse correnti di pensiero tra cui, il dualismo, in cui Platone distingueva l’intera realtà in: mente, più elevata e appartenente al reame delle forme ideali; materia, appartenente al reame delle cose terrene, più bassa e corruttibile. Quindi la natura umana è dualistica perché costituita da mente e materia.
Più tardi, la teologia cristiana elaborò il dualismo secondo il quale l’essere umano possiede un’anima, che ricerca Dio e un organismo fisico che viene esposto alle tentazioni, generando una lotta tra carne e spirito. Secondo l’idealismo le idee (mente) costituiscono l’essenza della natura umana e il corpo non è altro che un impedimento materiale che ostacola il pieno sviluppo della mente e dello spirito; l’esistenza umana acquista un senso nella lotta volta a esercitare la nostra fisicità al fine di soddisfare i bisogni materiali. Secondo il determinismo sostengono che la natura umana è determinata dalla forza causale della mente e dello spirito, ovvero una o più forze semplici causano e determinano eventi complessi.
La cultura ha carattere storico, poiché nelle diverse generazioni viene rielaborata e riformata; Spencer sostiene la centralità dell’evoluzione delle strutture sociali, altri assegnano all’individuo un ruolo di parte in un processo automatico, mentre secondo Marx le persone lottano per avere il controllo sulla propria esistenza (agenti) e non possono sfuggire al contesto socio-culturale in cui si trovano ed esercitano la loro capacità di agire con un ruolo attivo, ovvero ponendosi degli obiettivi e perseguendoli.
L’essenza è il nucleo delle caratteristiche immutabili dell’essere umano che lo fa essere ciò che è; alcuni pensano che gli esseri umani vengano al mondo privi di un’essenza precostituita che si forma come prodotto delle esperienze vissute e delle idee che ci vengono impresse durante la nostra esistenza. Secondo l’approccio olistico asserisce che mente e corpo si definiscono reciprocamente (il tutto è più della somma delle sue parti) poiché i geni, il mondo e la cultura producono un’insieme che è maggiore alla somma delle singole parti; quindi per sviluppare la natura umana è necessario che gli uomini vivano un’esistenza sociale e condividano la cultura. La visione della coevoluzione si rifà al concetto in cui le parti dell’essere umano si codeterminano e si coevolvono vicendevolmente.
In culture differenti le stesse azioni, oggetti o eventi hanno un significato differente, come anche nell’ambito della stessa cultura ma in contesti differenti; per questo motivo bisogna interpretare l’esperienza secondo un senso.
L’etnocentrismo è l’opinione secondo la quale il proprio modo di vivere è l’unico giusto che assicura la piena umanità, quindi quello degli altri non può essere che sbagliato; a volte si può voler cambiare forzatamente il modo di vivere degli altri per conformarlo al nostro, ciò può portare ad una guerra, o peggio, ad un genocidio (intento deliberato di sterminare un altro gruppo sociale, basandosi sulla razza o altre caratteristiche culturali). Le relazioni tra persone di retroterra culturali diversi condizionano quanti partecipano all’incontro e mutano le loro idee man mano che apprendono qualcosa sugli altri, ma non si può pretendere che una cultura abbia il monopolio della verità, poiché qualsiasi cultura è parziale e può essere ulteriormente sviluppata.
Il relativismo culturale è la comprensione di una cultura diversa che la fa apparire come un progetto di vita dotato di un senso; esso consiste nel promuovere la comprensione delle pratiche culturali altrui.
L’infibulazione femminile è stata contestata da molte femministe occidentali attraverso pubbliche denunce, ma, nell’ambito delle società nelle quali viene praticato questo intervento, le donne operano attivamente per scoraggiare tale pratica, ritenendo che gli aiuti esterni (occidentali) somiglino maggiormente a critiche etnocentriche dei paesi colonizzatori. In questo rituale si preparano le ragazze per il matrimonio rendendole pure (vergini) e fertili, in quanto possano divenire “madre di uomini”, una posizione importante nella cultura africana; per questo le ragazze la considerano una pratica dolorosa ma necessaria per farle divenire ciò che per loro vale più di tutto.
Il determinismo culturale ci impone di accettare tre assunti:
- Le culture sono circoscritte da confini che le rendono impermeabili dalle altre;
- Ciascuna cultura offre solo una maniera di interpretare l’esperienza;
- La gente che vive in certi contesti culturali viene plasmata dalla cultura.
Tuttavia, alcuni studi nel Sudan, hanno dimostrato che i suoi abitanti sono aperti a un mondo più vasto poiché si mescolano con persone le cui usanze sono molto diverse (infibulazione compresa); per il problema dell’infibulazione, come di altri, il relativismo culturale ci impone di riconoscere la nostra stessa cultura sotto una nuova luce, ricercando le aree di intersezione e di contrasto con le altre culture di interesse.
Capitolo 3: La ricerca sul campo
Alla fine del 19 secolo, con l’espansione e il consolidamento degli imperi coloniali occidentali, l'antropologia con Trouillot divenne la disciplina ufficiale per la comprensione di quelle società definite primitive, i cui modi di vita venivano compromessi dal contatto con gli occidentali. Gli antropologi furono in grado di dimostrare come anche i cosiddetti “primitivi” fossero umani civili, possessori di culture diversamente disciplinate rispetto agli stati occidentali; gli stati colonizzatori hanno sempre tentato di assoggettarli alla propria cultura, come è capitato tra i missionari cattolici e le popolazioni indigene Kiowa. Essi, però, hanno reso compatibile il loro sistema di credenze con il cristianesimo, traendone beneficio poiché hanno riaffermato i propri valori intrecciandoli nel cattolicesimo, mutando la loro cultura di origine.
La ricerca etnografica sul campo è un esteso periodo di stretto contatto partecipativo con le persone al cui linguaggio o modo di vita l’antropologo si interessa, ed è il periodo durante il quale raccoglie la maggior parte dei dati; grazie all’osservazione partecipante gli antropologi effettuano interviste, conducono inchieste e interpretano ciò che la gente dice e fa rifacendosi a credenze, valori culturali e al più ampio contesto politico in cui la gente svolge la sua vita. I luoghi di ricerca finiscono per essere decisi da chi dà le autorizzazioni e stanzia i fondi per la ricerca in base alle dispute intellettuali della disciplina e agli scopi politici; quando queste ricerche si svolgono all’estero, permettono al ricercatore di riconoscere le diversità che in patria non riconoscerebbe poiché le condizioni sul campo possono offrire intuizioni fondamentali sulla cultura studiata.
In ogni luogo di ricerca, l’antropologo deve adattarsi alle usanze e ai modi di vivere del luogo, che solitamente sono gli stessi oggetti di ricerca che lo studioso sta cercando; mentre si adattano col tempo, prendono nota di ciò che vedono, sentono e vivono trasformano poi, queste note sommarie, in un insieme più accurato e dettagliato possibile. Così facendo si aprono ulteriori siti di indagine e ricomincia il processo di indagine e di dare risposte più accurate delle precedenti, mediante l’osservazione partecipante; tuttavia, queste note non possono essere definite etnografie ovvero libri o articoli basati sulla ricerca antropologica di una determinata cultura.
I modi di considerare la ricerca etnografica sul campo
- Positivismo, tende a spiegare il funzionamento del mondo materiale rifacendosi a cause e processi materiali rilevabili con l’uso dei cinque sensi, essi si affidano ad una metodologia scientifica che separa i fatti, ciò che è (a cui si interessano i positivisti), dalle speculazioni, ovvero ciò che dovrebbe essere. Il positivismo si basa sulla convinzione che ciascun aspetto della realtà possa essere investigato con un unico metodo scientifico, con l’obiettivo di produrre una conoscenza obiettiva, scevra di qualsiasi significato l’uomo possa darle.
Secondo il loro metodo ogni campo di ricerca era considerato come un laboratorio vivente (comparazione controllata), così facendo riprodussero resoconti sistematici e accurati delle altre culture, ma privi di sensibilità. In particolare, negli anni ‘70-‘80 gli antropologi cominciarono a produrre etnografie che mettevano in luce come il loro coinvolgimento con gli informatori, le persone del quale studiano, avesse portato alla crescita di una conoscenza interculturale; poiché proprio l’accuratezza scientifica esige che gli antropologi considerino i propri informatori e se stessi come esseri umani poiché da lì si comprendono i significati intersoggettivi attraverso le attività e le conversazioni svolte insieme.
- Riflessivo, quando il lavoro sul campo conserva il rispetto per la raccolta dettagliata e accurata dei dati ma presta attenzione al contesto etico e politico della ricerca, al retroterra dei ricercatori e alle collaborazioni che producono conoscenza antropologica. Questo tipo di ricerca prende in considerazione un campo di informazione contestuale più vasto, occorre quindi concepire una conoscenza contestualizzata, ovvero tener conto del retroterra culturale e delle idee dell’etnografo, poiché conoscendone i limiti la conoscenza può essere più affidabile.
Nella ricerca sul campo vengono colti i punti ricchi, ovvero i momenti in cui emergono i problemi della comprensione culturale, essi devono essere interpretati passando per la comprensione dell’altro culturale attraverso la comprensione del proprio se culturale; in poche parole, comprendiamo maggiormente l’altro attraverso la comprensione della nostra identità culturale.
Attraverso questo passaggio diamo vita alla dialettica della ricerca sul campo in cui l’antropologo fa domande e gli informatori si sforzeranno di rispondere in un modo che gli risulti comprensibile, egli poi dovrà interpretare la risposta ricevuta e decidere se è logica e se risponde al tipo di informazione che cercava; in questo processo ciascuno si sforza di immaginare ciò che l’altro cerca di dire e con il tempo imparano a comunicare, dando vita ad una forma di conoscenza nuova, basata sulla collaborazione delle due parti.
Gli antropologi sono volti a scrivere testi pertinenti al pubblico con cui lavorano e sensibili alle loro esigenze, inoltre hanno l’obbligo di riportare accuratamente le proprie vedute ma anche di privilegiare la rappresentazione pubblica altrui interpretando i fatti dal punto di vista della cultura di studio; così trasforma il ruolo dell’informatore in consulente e ci si attiva in contesti sociali e politici.
Wallerstein pubblicò uno studio in cui sosteneva che l’espandersi dell’economia capitalista aveva assimilato molte regioni del mondo e nello studiarle, gli antropologi odierni, non possono non tener conto dell’impatto storico che questo fatto ha avuto su quelle culture. Così facendo,
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