Lezione 10/02/2020: Antropologia culturale – Ghiringhelli
All’esame bisogna portare:
- Antropologia della comunicazione – tutto.
- Anthropology of life. – Parte relativa alla multi specie, ovvero il primo capitolo.
- Il resto, secondo o terzo capitolo, possiamo portarlo come tema a scelta.
- Temi affrontati in classe.
Definizione e sviluppo dell'antropologia
Antropologia significa “studio dell’uomo” e si occupa degli uomini in relazione al contesto storico, culturale e ambientale in cui essi vivono. È una disciplina in costante cambiamento ed evoluzione. Attualmente si preferisce parlare di umanità, in quanto “uomo” può indicare una specificità di genere. La disciplina nasce dalla constatazione che la specie umana è specie sociale: gli esseri umani vivono in relazione gli uni con gli altri.
“Non c’è nulla di più dinamico della cultura”
Origini dell'antropologia culturale
L’antropologia culturale si sviluppa come disciplina scientifica autonoma nella seconda metà dell’Ottocento, con la nascita convenzionale nel 1871, anno della pubblicazione di Primitive Culture di Tylor. Prima di allora non era ancora considerata scientifica.
L’antropologia è cambiata dal 1871 ad oggi: l’obiettivo degli antropologi oggi è il conoscere il massimo numero dei modi di vivere possibili, fatti ad esempio da tradizioni, credenze e lingue. È nata come materia delle spedizioni nei posti più remoti del mondo, prima era la scienza che studiava le tribù e le popolazioni non conosciute. In origine, era lo sguardo occidentale sul mondo non occidentale, distinguendo dal mondo evoluto – ovvero l’occidente (in quel periodo l’occidente si trovava tra America ed Europa) - da quello non evoluto – ovvero il resto del mondo.
Oggi invece, l’antropologia studia in ogni parte del mondo; infatti, odiernamente gli antropologi si occupano anche di eventi e mondi culturali vicini. L’antropologia consiste quindi in uno sguardo dell’uomo, sull’uomo. Oggi alla domanda: “Che cosa fa l’antropologo?” si può rispondere con le parole dell’antropologo contemporaneo svedese Hannerz: “La diversità è il nostro mestiere” – Infatti l’antropologia pone l’attenzione nei confronti dell’uomo cercando di cogliere le differenze e quindi delle specificità dei modi di vivere. L’antropologia ha come materia di studi la diversità.
Concetto di diversità
Oggi diversità non è uguale ad inferiorità, ma all’inizio dell’antropologia erano sinonimi. Importante è il lavoro sulla terminologia, in quanto i termini cambiano continuamente, mutando nel significato. Non basta la traduzione, ogni parola assume diversi significati.
- Genere – (L’uomo per secoli nello studio dei generi è stato considerato superiore alla donna) e ciò ci riconduce al sessismo.
- Etnia – (Suddivisione della popolazione al mondo per etnie, dove noi siamo abituati a pensare un’etnia superiore alle altre) e questo rimanda all’etnocentrismo.
- Specie – (La specie umana si è sempre considerata al di sopra delle altre – Vedi razza animale non umana – Noi siamo invece la razza animale umana) e questo ci porta allo specismo.
Questi tre concetti, in comune hanno la discriminazione, considerata come differenza di importanza.
Il nostro agire
Indifferentemente da dove si è nati, è possibile studiare l’individuo e le comunità umane, è possibile studiarle attraverso tale schema detto “Il nostro agire” – Immaginando uno schema a piramide, dove i seguenti argomenti vengono inseriti in questo ordine:
- Piano ontologico sta al vertice della piramide (Il vertice infatti, immaginando lo schema, risulta essere la parte più piccola in base alle dimensioni), è una scatola contenitore nella quale ci sono pochi elementi, ma quelli fondamentali, vi sono le fondamenta della persona. Qui si trova più similarità tra le persone che abitano il pianeta, le cose che si mettono nel piano ontologico sono simili per tutto il mondo, indipendentemente dal luogo e tempo cronologico e sono strettamente correlate all’individuo, cioè l’individuo sceglie quali sono gli elementi più importanti per lui da farli entrare nel piano ontologico.
- Piano normativo contiene molti più elementi del piano ontologico. Lo sotto dividiamo in due parti, una di queste è rappresentata dal passaporto (Ovvero ognuno di noi ha nel suo quotidiano la necessità ed il dovere di rispettare una serie di leggi che lo vincolano indipendentemente dalla propria volontà come ad esempio: l’esser titolare di una cittadinanza. Questo influenza il nostro agire) – Qui iniziano le prime differenziazioni umane, in base alle diverse geografie e contesti culturali. Qui troviamo anche le regole familiari, le regole dei gruppi, tutte le norme che dobbiamo rispettare.
- Piano delle pratiche occupa la sezione più grande del triangolo ed è quella scatola che contiene tanti elementi e molto differenti. Qui abbiamo tutti i comportamenti delle persone nelle 24 ore. È lo stile di vita di tutti i giorni, che cosa si sceglie di mangiare, di vestire, che tipo di comportamento si ha con il mondo nel quotidiano. Per Weber (Sociologo e filosofo tedesco) il piano delle pratiche è composto da quelle azioni che un individuo compie dal risveglio a quando va a dormire, anche quelle considerate più banali. Ad esempio, anche il semplice utilizzo di uno spazzolino da denti, fa parte di questo piano e cambia fortemente da persona a persona, il piano delle pratiche è infatti fortemente connotato culturalmente.
Non è scontato che avere un determinato piano ontologico determini delle pratiche coerenti ed ordinate. Una stessa pratica può significare cose diverse, come diverse pratiche possono far riferimento a piani normativi comuni.
Il ruolo dell'antropologo
L’antropologo si occupa di diversità – capire le diversità significa riconoscerle e poi imparare a gestirle. In antropologia, si deve avere la consapevolezza che il termine “Normale” non esiste. Tutto ciò che facciamo è fuorché normale, ma bensì è culturale.
Ad esempio: per noi è normale lavarsi i denti con l’acqua. Non dobbiamo dimenticare però che in alcuni paesi l’acqua non è solo una risorsa limitata, ma è anche di scarsa qualità e quindi ci si lava i denti con un bastoncino di legno. Bisogna quindi avere la consapevolezza che ognuno di noi ha un’appartenenza culturale che va a dare vita ad una serie di azioni quotidiane, quindi esse non sono naturali come sembrano. Le nostre azioni quotidiane sono appunto date dalla nostra origine etnica. Tutto ciò fa parte della conoscenza di sé e della nostra identità culturale.
- L’avere consapevolezza di tutto questo, fa ridurre l’errore di giudicare in maniera superficiale quello che per noi è strano ed innaturale, ma che per altri è del tutto normale.
Se compissimo questo errore, cadremmo nell’etnocentrismo. Infatti l’etnocentrismo è la tendenza a considerare la propria cultura come migliore ed a giudicare il comportamento e le credenze dei popoli culturalmente diversi in base ai propri standard. È quell’atteggiamento sbagliato, ma totalmente spontaneo, in cui una persona utilizza il proprio bagaglio di riferimenti e di pratiche nel leggere, interpretare e quindi comprendere quella che è una pratica, un’azione, una norma che è estranea al suo mondo.
Es.: Sarebbe sbagliato che una mamma italiana dicesse che come fa la mamma moldava è sbagliato, perché non prende il bambino in braccio quando piange. Molto spesso ciò che noi riteniamo sia normale lo riteniamo anche giusto, ma c’è un normale ed un giusto che va collocato culturalmente.
Concetto di cultura
In antropologia, diversamente dal linguaggio comune, parlando di cultura non si intendono solo gli alti prodotti del lavoro intellettuale, come l’arte, la letteratura e così via, ma si intende piuttosto il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente ed organizzano la loro vita sociale. Fanno parte ad esempio della cultura gli attrezzi e le tecniche del lavoro, le istituzioni sociali, le forme della parentela, il linguaggio e i modi della comunicazione, le conoscenze, i valori e le credenze, i gesti e le più piccole pratiche quotidiane, e così via. Di fatto, è impossibile definire la cultura attraverso un elenco: del concetto sono state proposte numerosissime definizioni.
Teoria evoluzionistica di Tylor
Nel 1871 viene ribaltata la definizione di cultura: Tylor (Il quale fa parte dell’evoluzionismo) nella sua opera Primitive Culture dice che cultura è quell’insieme di tradizioni, regole, religioni, norme istituite, stili alimentari, regole familiari, usi, costumi, arti, mestieri, ecc.. tutto è cultura, infatti l’antropologia è una disciplina olistica, cioè che fa riferimento a tutto. Fanno parte da questo momento in poi le lingue come oggetto di cultura. In termini evoluzionistici, la cultura è l’insieme degli elementi non biologici, somatici, attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente ed organizzano la loro vita sociale. Pur non facendo strettamente dipendere le differenze culturali da differenze naturali (biologiche e raziali) l’antropologia culturale ottocentesca non rinuncia all’idea di gerarchizzazione dei gruppi umani.
Prima del 1871 la cultura faceva riferimento solo al sapere, era un sapere dotto. La persona con cultura era la persona che aveva studiato e che studiava, la cultura apparteneva a pochi ed era un aspetto d’élite, perché non tutti potevano permettersi gli studi. Gli antropologi ottocenteschi, sebbene tutti in qualche misura influenzati dalle teorie razziste, tengono fermo il presupposto della fondamentale unità intellettuale dell'intero genere umano, e sono interessati allo studio della cultura (singolare) come elemento di differenziazione tra i gruppi. In termini evoluzionistici, la cultura è l'insieme degli elementi non biologici o somatici di adattamento all'ambiente. Pur non facendo strettamente dipendere le differenze culturali da differenze naturali (biologiche, razziali) l'antropologia culturale ottocentesca non rinuncia all'idea di gerarchizzazione delle culture.
Come si spiega la diversità culturale a fronte della originaria unità intellettuale del genere umano? La risposta sta nell'ipotizzare un unico processo di evoluzione culturale, che si muove però a velocità diverse in diverse parti del mondo e per diversi gruppi umani. La differenza è riletta in termini di avanzamento-arretratezza del processo evolutivo, di stadi successivi di un unico grande sviluppo culturale. I popoli "primitivi" stanno attraversando uno stadio evolutivo precedente. I rappresentanti della civiltà occidentale stanno sul punto più alto di una piramide da cui possono guardare tutto il resto del mondo. Gli altri sono come noi, ma solo nel senso in cui lo sono dei bambini che vanno educati e aiutati a crescere. L'equazione primitivi-bambini è centrale nell'immaginario antropologico ottocentesco, e rappresenta la variante culturalista del razzismo. Tale concezione contrasta con le forme più crude del razzismo, ma resta compatibile con alcune delle sue funzioni ideologiche, in particolare con la legittimazione del dominio coloniale e con la giustificazione dell'ordine imperialista del mondo. Durante questo periodo, non erano gli antropologi ad andare sul campo. Mandavano ad osservare a vedere ed a registrare i commercianti/missionari/medici/biologi, i quali partivano per le spedizioni con dei manuali riguardanti gli elementi della cultura occidentale ed essi dovevano annotare se questi vi erano oppure no. In base ai risultati, l’antropologo poteva effettuare il metodo comparativo e stabilendo in base al punteggio ottenuto dove andavano collocate le comunità sul piano evolutivo.
Con la definizione del 1871 la cultura non è più solo dei pochi, è un aspetto che si trova nelle vite di tutte le persone. Cultura è anche il livello di conoscenza, di studi (Definito capitale umano) ma anche tanto altro, tante azioni, tanti valori dell’uomo. Tutti gli esseri al mondo, indipendentemente che abbiano studiato o meno, hanno un’appartenenza culturale, ogni uomo al mondo ha un’identità da scoprire, da conoscere e da prendere in riferimento per andare ad analizzare le sue azioni, che non si devono analizzare con il proprio piano culturale. Cultura è praticamente la vita dell’individuo in tutti i suoi aspetti del quotidiano: tradizioni, pratiche, norme e valori. Quindi tutto il mondo è interesse di studio, perché a tutto il mondo appartiene la cultura. Nel 1871 nasce convenzionalmente l’antropologia come disciplina accademica.
Si ha un mutamento radicale rispetto al quadro ottocentesco con gli sviluppi novecenteschi dell’antropologia e con la relativa affermazione di un concetto pluralista (Perché ci sono tanti elementi su diversi piani) e relativista (perché si ha il riconoscimento che per parlare di cultura umana occorre parlare di cultura collocata in contesti storici, geografici, politici e sociali) di cultura che permetterà quindi di usare il termine culture al plurale. A livello accademico si fanno avanti quegli elementi che la portano ad essere pluralista. Lo sviluppo della ricerca sul campo e di una nuova sensibilità etnografica, insieme al crollo di molte certezze positivistiche dell’Ottocento, fa parte dell’antropologia un potentissimo strumento di critica all’etnocentrismo alle pretese cioè della cultura europea di valere da metro di giudizio assolutamente per tutte le altre.
Principalmente saranno Malinowski e Boas a contrastare la posizione degli evoluzionisti, mettendo in discussione la definizione singolare di cultura ed il metodo comparativo. Malinowski, fa parte della scuola funzionalista ed è considerato il fondatore dell’antropologia moderna, perché con tutti i limiti fece fare il salto dalla sedia al campo – da questo momento l’antropologia non è più solo una disciplina accademica e distaccata, in cui non si doveva né parlare né incontrare altre persone con culture diverse. Viene messo in discussione il metodo comparativo degli evoluzionisti e si inizia a riconoscere che la definizione singolare di cultura non è corretta. Non cambia la definizione di cultura in quanto agli elementi che fanno parte della scatola, ma si parla di concetto pluralista e relativista di cultura. La cultura è infatti presente nei più remoti contesti del mondo.
Laddove per l’evoluzionismo studiare la diversità culturale era un modo per riaffermare con forza sempre maggiore la superiorità dell’Occidente moderno, per la nuova sensibilità antropologica diviene un modo per contestarne e relativizzarne le pretese. All’immagine di una gerarchia piramidale di gruppi umani, che procedono a velocità diverse su un unico percorso di sviluppo culturale, si sostituisce quella di un mondo suddiviso in una irriducibile pluralità di culture, intese come entità autonome, ben distinte e di uguale dignità, classificabili in modo non gerarchico e per certi aspetti non commensurabili.
Per il modernismo antropologico del nuovo secolo, le valutazioni negative delle altre culture sono per lo più conseguenza della incapacità di comprendere il funzionamento di codici linguistici, estetici, morali semplicemente diversi da quelli che ci sono più familiari. Da qui il principio del relativismo culturale: non si possono formulare giudizi etici, estetici e (in una variante) anche cognitivi al di fuori di un contesto culturale, poiché è il contesto culturale a stabilire i criteri di riferimento. Ciò che è bello o brutto, attraente o disgustoso, desiderabile o indesiderabile, giusto e ingiusto, e in un certo senso persino vero e falso, dipende dal contesto culturale, e non ci sono criteri esterni e neutrali di tipo sovra-culturale. Ogni tentativo di stabilire simili criteri è in definitiva etnocentrico.
Lezione 18/02/2020: Parole e concetti chiave
- Specchio
- Sguardo, altro
- Singolare, plurale
- Differenziazione, inferiorizzazione
(Tipica domanda d’esame: La prof da una Parola chiave => Bisogna spiegarne il significato)
1. Avvicinandoci agli altri siamo spinti a recuperare alcune conoscenze del nostro aspetto culturale d’origine. Si dice che il vero dialogo è possibile tra persone legate culturalmente.
2. L’antropologia passa da uno sguardo etnocentrico (Che parte dalle proprie posizioni per studiare e conoscere l’altro) ad uno relativista (Usare gli occhi dell’altro, per conoscere le realtà e comprenderle).
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