Appunti di antropologia culturale
Dal corso del prof. Miguel Mellino 2016-17
Attenzione: questi sono appunti raccolti dagli studenti durante le lezioni, pertanto possono contenere errori ed omissioni di qualsiasi tipo. Per sostenere l’esame è sempre necessaria una buona lettura dei manuali.
Introduzione
Con Marina Brancato affronteremo il modulo che riguarda l'antropologia femminista. Per cominciare diciamo due cose, partendo dal contenuto. Il filo conduttore del corso è l'etnografia. Lo scopo di questo insegnamento non sarà imparare mille autori, ma sarà fare antropologia. Innanzitutto pensare la società, comprendere le dinamiche sociali di tutte le società, non solo quelle primitive. Poi imparare bene il metodo: come pensare la società e come produrre conoscenza sulla società. L'etnografia vi insegna una metodologia su come portare avanti questa conoscenza. Il filo conduttore sarà dato proprio dall'etnografia.
Qual è il problema? Per capire cos'è l'etnografia dobbiamo tener presente la storia dell'antropologia. Il modo di fare etnografia nella storia si rifaceva a quel paradigma di pensiero dominante in quel momento storico. Prima cosa, pensare la società da un punto di vista antropologico, seconda cosa, come produrre conoscenza sulla società a partire dal metodo che ci dà l'antropologia. L'antropologia fa parte di un mondo sociale e scientifico e ha sempre ricevuto input dalle altre discipline.
Modalità di esame e programma
In cosa consiste l'esame? Quali testi? Quale materiale? Per i frequentanti è possibile fare una relazione a fine corso, scritta a casa. Vi do un mese e mezzo e me la inviate. Nella relazione ci saranno 6 domande, o meglio, delle tracce. Saranno domande di ragionamento, le dovrete un po' elaborare. Per poter accedere dovrete frequentare almeno l'80% delle lezioni. Nella prima ora parleremo noi durante le lezioni, nella seconda parte parlerete voi.
Il materiale del corso è, per la parte generale, il manuale “Cultura” scritto da me e da Carla Pasquinelli, di cui dovete portare tutto tranne che i primi tre capitoli. La seconda parte saranno una trentina di pagine che vi darò a fine corso sulla formazione del discorso etnografico ed antropologico. La parte specifica è fatta da una dispensa, una Reading List che trovate da Kubri. Non quello accanto al bar, ma quello di fronte il Palazzo Giusso. Non vi spaventate per il numero di testi, è una reading list, li dovete imparare, ma non a memoria. Dovete capire cosa c'è scritto che è importante per il corso. Voglio che come dice Foucault iniziate a soggettivarvi, a prendere parola.
I testi sono composti da due cose, c'è la superficie, ossia ciò che il testo dice, poi c'è la struttura profonda, come dicevano gli strutturalisti, che è ciò che l'autore ci vuole dire. Cosa ci vuole dire Marx con queste tesi? Cosa vuole che io pensi della società? La struttura profonda non è un messaggio nascosto in una bottiglia a cui arrivare. Una donna che legge Marx può trovare difetti maschilisti nel pensiero di Marx. Anche se c'è un nocciolo comune, abbiamo tutti modi diversi di leggere. E poi ci chiederemo, ci serve? Ognuno si farà la propria cassetta degli attrezzi.
La Reading List è composta da tre parti. La prima parte è un po' classica. Su questa prima parte vi farò fare una specie di prova per la fine di aprile. È una parte molto generale. Ci sono autori classici che ci dicono come pensare la società. Il primo autore è Marx. Il secondo è Weber, in cui spiega com'è difficile produrre un sapere che non sia oggettivo ma non sia del tutto soggettivo. Un sapere attendibile dal punto di vista scientifico, ma che non può essere oggettivo: nelle scienze sociali l'oggettività non può esistere, ma va costruita all'interno di una ricerca. Ci deve essere una “correttezza metodologica”. Il terzo autore è Saussure, il fondatore della linguistica moderna e della filosofia del linguaggio. Ai miei tempi era un passaggio obbligatorio, si studiava in tutte le facoltà di scienze sociali. Il quarto è un filosofo degli anni '30-'60, Sartre, parla dell'esistenzialismo e dell'umanesimo. Il quinto è un sociologo inglese morto negli anni '80, Raymond Williams, che ha avuto molto seguito nell'ambito dell'antropologia. Ha scritto marxismo e cultura e ci dice come pensare il rapporto tra cultura e potere. Poi c'è Wa Thiong’O Ngugi ha scritto questo testo molto bello che si chiama “Decolonizzare la mente”. Scopriremo perché dobbiamo decolonizzare la mente.
Abbiamo detto che faremo antropologia ed etnografia, doppio binario, ma ce n'è un altro in mezzo: lo sviluppo del colonialismo occidentale. Tutta la produzione del sapere occidentale e soprattutto dell'antropologia, non può essere letta al di fuori del colonialismo occidentale. Il colonialismo ha in qualche modo determinato il tipo di conoscenza che l'occidente produceva degli altri ed il modo in cui l'occidente percepiva se stesso. Se la società moderna europea si concepiva come moderna, bisognava concepire gli altri come non moderni. È in base a quello che ci si definiva moderni. Il colonialismo è l'affluente principale del nostro corso. Ed anche per questo troveremo in ognuna delle parti, autori che non appartengono all'occidente bianco. Troveremo Frantz Fanon, che scrisse un classico: I dannati della Terra. Egli descrive la società algerina dei suoi anni mentre era impegnato nella liberazione. Scrive L'anno V della Rivoluzione Algerina, ci da uno sguardo che non è eurocentrico. Quello che faremo è mettere in discussione uno sguardo eurocentrico che pervade tutte le discipline. Giudichiamo gli altri a partire dalla storia dell'Europa. Certo, dice molto perché questa storia l'ha oppresso, ma dice poco perché non dice nulla della sua cultura. C'è un poeta caraibico che dice “ho avuto la fortuna di incontrare la storia, ma lei non mi ha riconosciuto, è una storia che non riconosce gli altri” (Derek Walcott).
In ogni parte troveremo una voce che mette in discussione le altre. C'è una terza parte in cui vedremo cosa sono i gender studies. Gli ho dato il titolo “i generi come dispositivi di potere occidentali”.
L'antropologia culturale
Said diceva sempre una cosa: se io vi dico Oriente, cosa vi viene in mente? Il deserto, la sabbia, i cammelli. Perché ce lo siamo costruiti, questa è una visione costruita. Cosa pensate che sia l'antropologia? Lo studio della diversità culturale? È anche giusto. Gli antropologi che tengono più strettamente alla disciplina direbbero che per fare antropologia è necessaria l'etnografia, ma anche Freud ci parla di noi stessi, senza fare uno studio etnografico, compie studi antropologici. Siamo anche noi socialmente costruiti come i soggetti che andiamo a studiare, il potere ha sempre avuto bisogno della scienza per dominare l'altro e per autolegittimarsi.
Qual è la differenza tra antropologia e sociologia? È difficile parlarne oggi, perché l'etnografia è usata anche dalla sociologia. Prima la sociologia si occupava delle società moderne complesse, mentre l'antropologia nasce come studio delle società primitive non occidentali. Non si intende il Marocco, ma società di piccola scala, con una divisione sessuale del lavoro non troppo sviluppata che vivevano perlopiù in Oceania, Africa e anche in Asia. Pensate perché? Cosa vuol dire primitivo? Primitivo deriva da primo. Quando nasce l'antropologia si pensava che queste società fossero l'origine dell'umanità, e per capire noi stessi dovevamo capire loro. C'era un filosofo, John Locke, che diceva che all'inizio eravamo tutti come le società primitive dell'America Latina. Dalla Conquista dell'America (attenzione: non dite “scoperta” perché l’America non è stata scoperta, ma conquistata) la modernità comincia con un genocidio, quello degli indigeni. Per questo l'edificio delle scienze occidentali delega all'antropologia lo studio di queste società. Perché se tutti siamo passati attraverso questi stadi evolutivi ce ne siamo distanziati? L'antropologia nasce come studio di questo tipo di società.
Abbiamo detto un doppio binario con uno in mezzo. Etnografia, antropologia, colonialismo. C'è uno psicanalista che si chiamava Lacan, forse il più grande discepolo di Freud. Etnografia già in se ci dice molto. Scomponiamo la parola: ethnos, gruppo etnico, grafia, scrivere. È la descrizione di un gruppo etnico. Nasce un po' così. Chiaramente non sarà poi descrizione ma sarà studio.
Visione di: https://www.youtube.com/watch?v=6lIzz3DlEWQ
- Cos'è l'etnografia
- Come raccogliere dati
- Come analizzare i dati
- Come si scrive un report finale
- Quali sono i limiti
L'etnografia è un metodo di ricerca qualitativo. Opposto a quantitativo. La distinzione tecnica: un metodo qualitativo non lavora con la statistica, ma faccia a faccia con le persone. Non è testo a produrre una conoscenza statistica di un fenomeno. Studia le culture (valori, credenze, comportamenti, linguaggi) di un gruppo distinto all'interno della società. Un gruppo ben delimitato e specifico, ad esempio “i pakistani napoletani che vivono nei quartieri spagnoli”. Un gruppo distinto di persone che sta per molto tempo insieme per un esteso periodo di tempo, che hanno pensieri simili, comportamenti, attitudini, linguaggi. L'etnografia ha avuto origine dall'antropologia e dalla sociologia.
Le domande di ricerca sono:
- Qual è la cultura di _____? (Un qualsiasi gruppo culturale)
- Che cosa si prova ad essere _____?
Come si raccolgono i dati?
Come fa l'etnografia a rispondere alle mie research question? Questo gruppo deve essere delimitato nella società. Prendiamo i migranti pakistani del centro storico di Napoli. Magari voglio studiarli per capire che grado di politicizzazione hanno.
Come entrare nel gruppo: attraverso un gatekeeper, un informatore. Serve una persona di cui tutti si fidano, che tutti conoscono. Però la mia presenza altera il comportamento di un gruppo, devo fare attenzione. Etnografia significa andare lì e vivere lì per un periodo esteso di tempo. Devo imparare la lingua, devo guardare i film che guardano, vedere cosa producono, vedere che rapporti hanno.
Analisi dei dati.
Chi fa etnografia prende nota, accumula i dati. Sono i famosi quaderni di campo dell'antropologo, in cui segna tutte le cose che possono tornare utili alla sua ricerca.
Final Report.
Scrivere una ricerca è una cosa molto complicata, non è facile. Quando uno scrive si rivolge ad altri. In che tempo scrivo? In terza persona come Malinowski? È una finzione, un modo finto di presentare le cose in modo oggettivo. È un modo molto desueto, obsoleto, superato. Si fonda su un'idea di oggettività scientifica un po' ingenuotta. Presumeva che tutti quelli che sarebbero andati a vedere i trobriandesi come lui avrebbero visto lo stesso. Scrivere non è una cosa face, anche perché usiamo un linguaggio che non ci appartiene. C'è un libro molto bello che sembra non c'entri nulla con questo, c'era un semiologo chiamato Roland Barthes che scriveva negli anni '50-'60. Ha scritto “Frammenti di un discorso amoroso” e lo scrive a partire da una domanda banale. Ama una persona e vorrebbe esprimerlo a parole. Possibile che tutte le parole non riescano ad esprimere l'amore per questa persona? Non voglio dirgli ti amo perché ti amo è così banale da non dire più niente. Io come antropologo devo pormi come oggetto. C'è ancora chi considera l'altro come oggetto, chi instaura rapporti coloniali con il proprio oggetto di studio. Io no. Per me anche l'antropologo deve oggettivarsi e deve instaurare un dialogo, al fine di imparare dall'altro.
Limiti
Per capire realmente cosa pensano certe persone bisogna stare molto tempo sul campo. Ci vuole tempo, ci vuole “saper fare”, dipende da un'abilità nel portare le persone con cui facciamo ricerca a dire qualcosa che non sia influenzato da noi. Bordieu dirà in uno dei testi che fare ricerca è un po' come fare psicanalisi. Bisogna saper ascoltare e lasciar parlare il nostro oggetto, intervenire solo quando è davvero necessario e capire dove ci vuole portare, fare in modo che quel che dice non sia una cosa indotta da qualcuno di noi. Una ricerca è vera quando qualcuno scopre qualcosa che non pensava. Chi fa ricerca non si deve identificare troppo con l'oggetto studiato, deve essere bravo a stare dentro e fuori, non può diventare uno di loro. Chi va a fare ricerca sul campo può imparare da loro, ma allo stesso tempo può condividere quel che sa, può insegnare qualcosa a loro. Altra cosa è la dimensione etica della ricerca. Perché voglio fare una ricerca sui pakistani? Perché voglio vendermela all'università e fare carriera? Perché voglio venderla alla questura o al comune di Napoli? La questione etica in realtà è politica.
Conclusioni
L'etnografia è la ricerca qualitativa su distinti gruppi culturali. È una descrizione “densa”. Questo termine è di un antropologo chiamato Clifford Gertz, degli anni '60. l'occhio dell'etnografo deve vedere qualcosa che l'occhio normale non vede. Fare ricerca non vuol dire fare questionari, molte cose non vengono dalle parole. Che faccio io con me stesso? È una questione politica.
Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes) è un film tedesco del 1972 scritto e diretto da Werner Herzog è una visione particolare di questo regista su un conquistador. Fa un film sulla mentalità di chi ha conquistato l'America. Vedremo l'inizio e la fine del film perché l'antropologia nasce con la conquista dell'America. È li che comincia a nascere e nasce anche come problema. È figlia di una conquista imperiale, non di un progetto di beneficenza.
L’etnografia prima dell’etnografia
Oggi cerchiamo di continuare con il discorso sull’etnografia. Oggi dobbiamo entrare nel significato stesso della parola prima della storia dell’antropologia. Dobbiamo capirla prima che essa diventi il metodo dell’antropologia, che arriverà solo all’inizio del '900. Anche la storia dell’etnografia come metodo di ricerca ha una preistoria. L’etnografia è uno dei metodi più diffusi ed efficaci per fare ricerca sociale. È stata usata come metodo scientifico nell’ambito dell’antropologia moderna. È un metodo qualitativo di ricerca che non usano solo gli antropologi, ma anche sociologi e tutti coloro che fanno ricerca sul campo. Deve essere intesa come una modalità particolare di ricerca o di lavoro sul campo. Non è un semplice strumento del discorso antropologico, ma una tecnica qualitativa della ricerca in generale. La costituzione appartiene ad un particolare periodo storico, un momento particolare caratterizzato dall’espansione del colonialismo europeo. Si struttura nei primi anni del '900, ma è un processo che inizia già dall'800. Le potenze europee e gli USA occuperanno tutto il mondo ed è in questo periodo che l’etnografia si istituzionalizza. Nel momento in cui il colonialismo si espande, ma nell’ambito epistemologico domina il discorso positivista. Questa è una parola da tenere ben presente, positivismo. L’etnografia diventa una pratica all’interno dell’antropologia in un momento particolare caratterizzato dal dominio del positivismo e dall’espansione coloniale. Soprattutto in Inghilterra. Anche la Francia che è il secondo paese, ma qui il positivismo non è del tutto dominante. C’è una differenza anche con gli USA. Non è un caso che si istituzionalizzi in tre paesi colonialisti.
L’etnografia come pratica conoscitiva ormai si è resa del tutto indipendente dal metodo positivista. Indipendente dall’idea tradizionale sia di metodo che di scienza. Oggi come oggi l’etnografia non è più l’appendice di un discorso scientista e positivista. L’etnografia come discorso e come pratica ha una storia lunga, legata a processi politici più generali.
Genealogia
Quello che vi propongo è una genealogia dell’etnografia. Genealogia significa sancire il principio di qualcosa. Genealogia non è come storia. È un concetto che viene da Foucault, che lo prende da Nietzsche che ha fatto la genealogia della morale. È l’origine di un racconto, che non è oggettivo, ma soggettivo e antipositivista. La storia è rappresentazione, esistono modi di provarlo, ma già la selezione di “cosa raccontare” è un elemento soggettivo. Ci sono modi diversi da raccontare, non esistono fatti oggettivi. La verità è interna al processo che la produce, non è esterna. Se una verità prevale su un’altra è perché può prevalere su un rapporto di forza maggiore.
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