Antropologia culturale
Antropologia significa letteralmente “studio del genere umano”. Tale definizione è però imprecisa in quanto molte scienze studiano l’essere umano. Nello specifico l’antropologia culturale si occupa di studiare l’uomo in quanto produttore di cultura. Quando parliamo di antropologia culturale non facciamo riferimento ad una cultura ma alle culture; ciò, al fine di conoscere la diversità culturale assumendo il punto di vista dell’altro e analizzare le ripercussioni che queste creano sullo sviluppo psicologico dell’individuo.
L’antropologia poté diventare scienza solo a partire dalla fine dell’800 a causa di condizioni che non permettevano lo sviluppo di alcune scienze. L’antropologo Tullio Tentori chiamò il periodo precedente all’800 “riflessione antropologica spontanea” descrivendo una fase composta da riflessioni che vedono l’uomo oggetto di studio, in cui manca però la delineazione degli ambiti di ricerca così come metodi e visioni sistematiche (periodo che inizia già prima del 400, per tale ragione si dice che l’antropologia è connaturata).
Un apporto fondamentale per lo sviluppo dell’antropologia in quanto scienza fu la scoperta dell’America che portò alla conoscenza di numerosi popoli (1500). Nonostante ciò, i primi a promuovere ricerche sulle istituzioni sociali, politiche, morali, sulle lingue e le arti dei popoli furono i membri de “La Società degli Osservatori dell’Uomo” (studiosi, artisti e scienziati, Parigi 1799). Essi concepirono un piano di ricerca che costituisce il primo tentativo di pensare ad una scienza del genere umano fondata sull’osservazione. Il loro metodo era il metodo comparativo, che ancora oggi è il metodo principale dell’antropologia culturale.
Essendosi sviluppate tutte nello stesso momento il campo d’indagine di molte discipline (filosofia, psicologia, sociologia) era molto vicino e simile tanto che lo stesso Freud scrisse un’opera nel 1913 chiamata “Totem e Tabù” basata proprio su una dimensione antropologica anche se per fini psicanalitici.
Quando l’antropologia era una scienza agli albori era difficile che gli studiosi potessero visitare di persona i popoli che volevano studiare, dunque li studiavano a distanza. Si avvalevano infatti delle testimonianze di viaggiatori, militari e funzionari coloniali. Solamente tra la fine dell’800 e gli inizi del 900 venne inaugurata la pratica della ricerca sul campo che prevede lo spostamento del ricercatore nell’ambiente che si intende studiare. Tale metodo di ricerca si fa risalire a Franz Boas (antropologo) ma, nonostante ciò, fu l’avvocato Morgan che iniziò a fare ricerche sul campo inconsapevolmente.
Egli, infatti, fu tra i primi studiosi ad avere una conoscenza diretta con le società indiane dell’America settentrionale. In particolare, difese queste tribù indiane per il riconoscimento delle loro terre da parte del governo americano. Nel frattempo, inconsapevolmente, studiò i rapporti di affinità e consanguineità scrivendo la sua opera sui sistemi di parentela. Nell’opera, si sottolineava il fatto che i termini per indicare i rapporti e le relazioni tra l’ego e i parenti affini o consanguinei sono uguali in tutta la Terra.
La ricerca sul campo ha sicuramente giovato ampliamente per lo sviluppo dell’antropologia culturale, gli antropologi e tutta la loro sfera. A differenza loro, alcuni popoli hanno dovuto subire modificazioni e cambiamenti che hanno spesso comportato la perdita degli aspetti della loro cultura originaria. A mantenere le culture minori ancora intatte, oggi, sono le associazioni che si adoperano per il riconoscimento dei loro diritti. A volte, anche gli stessi popoli richiedono la consulenza degli antropologi per la difesa dei loro territori.
Oggi, infatti la visione della figura dell’antropologo è cambiata ampliamente. Diventa infatti difensore delle culture dalle tecnologie, dalle industrie, e dallo sfruttamento. Un importante aspetto dell’antropologia è stato trattato da Remotti nel suo libro “Le antropologie degli altri”. L’opera tratta infatti dell’alterità e dell’atteggiamento di interesse dei Paesi nei confronti dell’antropologia. Si occupa dunque di capire se l’antropologia è espressione del pensiero delle società occidentali o se l’interesse è generale. La conclusione tenta di contrastare il concetto di etnocentrismo, infatti, l’interesse per la conoscenza dell’alterità è tipico delle popolazioni occidentali tanto quanto di tutti gli altri popoli.
Ancora una volta si mette in crisi gli atteggiamenti etnocentrici dei popoli occidentali che sostengono di essere il popolo migliore e che hanno creduto di essere gli unici che hanno studiato le culture di altri popoli diversi.
L’antropologia è dunque un sapere critico, anche nei riguardi dei metodi, delle teorie, dei sistemi di indagine. Offre, nello studio dell’alterità, inoltre una visione comparativa e globale, questo perché è una scienza che si basa sul controllo e sullo studio di tutte le culture. Il fine è quello di cogliere gli elementi comuni tra i differenti usi e costumi. L’antropologia cerca le differenze nell’ambito di sistemi universali.
La cultura
Perché si possa attestare l’antropologia è necessario che si svolga un passaggio da una concezione generale della cultura (legata alla dimensione umanistica) ad una concezione legata alla dimensione antropologica in cui tutti possano identificarsi. Questa nuova concezione corrisponde ad un sapere condiviso che un individuo apprende attraverso il processo di inculturazione (o socializzazione). Dunque, l’antropologia non si limita a considerare la cultura solo in quanto aspetti umanistici ma si estende a dimensioni più ampie.
La concezione antropologica di cultura si propone di far valere tale concetto anche nei confronti di quei popoli primitivi che erano considerati privi di cultura poiché privi di capacità di lettura o di scrittura. Difatti oggi gli antropologi studiano anche le popolazioni di tutto il mondo, compresa Europa e Nord America.
- Il codice fiorentino, di Bernardino De Sahagun (1569) è un insieme di testimonianze di popoli del Messico aztechi. Il libro si compone di 12 volumi che trattano di astrologia e divinazione. L’autore entrando a contatto con tante nuove culture diede anche vita ad un metodo di controllo delle fonti orali: il test reset.
La cultura condiziona e guida l’uomo, l’uomo dipende e forma la sua identità sulla base della cultura d’appartenenza. Malinowski sosteneva che la cultura è uno strumento che serve all’uomo per stare al mondo e che senza cultura ogni individuo dovrebbe inventare tutto (cosa mangiare, come vestirsi) in quanto la cultura codifica il mondo. L’uomo è ciò che è perché ha saputo produrre cultura.
Dal punto di vista biologico l’uomo è infatti incompleto. Il DNA umano non contiene le informazioni che servono a spiegare come comportarsi (mentre quello degli animali si) dunque necessita di strumenti per vivere. Questi sono forniti esclusivamente dalla cultura.
La consapevolezza che la cultura influenza la nostra identità comporta la capacità del soggetto di diventare critico ed essere motore di cambiamento ed innovazioni. Tale consapevolezza è conosciuta come agentività umana ossia la capacità di agire nei riguardi del contesto nel quale siamo cresciuti.
Cultura significa quindi ricchezza, in quanto ha inventato nuovi modi di distinguere gli uomini gli uni dagli altri. La diversità è data dalla cultura e non dalla genetica. Gli stessi genetisti affermano che dal punto di vista biologico il progresso dell’uomo è estremamente lento, dunque le differenze nascono proprio dalle differenze di usi e costumi tra i diversi gruppi di persone. Secondo Levi-Strauss l’unico modo per far sì che l’umanità vada avanti è che vi sia un continuo dialogo fra culture.
- L’antropologo deve avere la capacità di distaccarsi dal pregiudizio etnocentrico = tendenza a giudicare le culture sulla base di criteri dipendenti dalla nostra. Tale capacità è difficile da acquisire in quanto ognuno crede di far parte della cultura superiore e non si riescono a valutare le qualità e differenze rilevanti delle altre culture.
L’etnocentrismo è anche dato dal fatto che l’uomo, quando accostato all’alterità, per interpretarla si avvale di schemi mentali, ossia sistemi di valutazione propri della cultura d’appartenenza. Questo rappresenta un ostacolo poiché ci conducono a conclusioni per lo più errate. Ciò accade perché l’abitudine acquisita negli anni ci porta a valutare i tratti di altre culture così come li conosciamo già senza cercare nuove interpretazioni.
Definizioni di cultura
Definire il termine “cultura” è estremamente difficile in quanto è un concetto che accoglie differenti prospettive. Gli antropologi hanno spesso sentito l’esigenza di modificare la definizione di tale termine man mano che gli studi diventavano sempre più dettagliati proseguendo con nuove conoscenze.
Fabietti definisce la cultura come “un complesso di idee, di simboli, di comportamenti e di disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, con cui questi ultimi si accostano al mondo, in senso sia pratico che intellettuale”. Sostiene quindi, che ciò che egli ha elencato permette all’uomo di capire il mondo. Consolidando il fatto che la cultura è uno strumento che ci consente di agire e di riflettere sul mondo stesso. Tale definizione riunisce diversi aspetti della cultura quali la sua trasformazione, la sua selettività e la strumentalità pratica ed intellettuale.
Gli antropologi concordano sul ritenere la prima definizione di antropologia di cultura quella che risale all’antropologo Tylor scritta nella sua opera “Primitive Culture” (1871). Tale definizione parte da idee espresse in campo filosofico ed enuncia che “la cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”.
La definizione elenca dunque, quegli elementi che sono costitutivi della cultura e che valgono per tutti i popoli. Smentisce inoltre la teoria secondo cui esiste qualcosa di innato. L’apprendimento della cultura, infatti, crea chi siamo.
Elementi della cultura
La cultura è composta da elementi che interagiscono operando costantemente per dare vita e continuità alla cultura in tutte le sue forme. Sono elementi universali e quindi valgono per tutte le culture. Sono elementi selezionali da Bernando Bernardi nel 1974:
- Anthropos; significa “uomo”. Elemento che sostiene che la cultura è il prodotto di un’attività umana. Dunque, l’individuo sta all’origine della cultura, della sua trasformazione e della sua trasmissione. Chiunque può essere produttore di cultura e anche se non tutti inventano possono essere comunque motori di cambiamento.
- Ethnos; significa “popolo”. Dunque, perché qualcosa diventi elemento di cultura il gruppo deve accogliere e condividere l’apporto del singolo individuo. Ciò significa che l’individuo può accettare nuovi elementi della cultura o essere produttore di elementi culturali ma questi per diventare tali devono essere divulgati da tutto il gruppo. A livello comunitario, l’insieme della cultura sovrasta sempre l’apporto individuale. La cultura nasce dall’uomo ma esiste e persiste ben oltre il singolo individuo (tranne che tale individuo non sia l’ultimo rimasto a mantenere la cultura comportando la dispersione di alcuni o tutti i tratti).
- Oikos; significa “casa”. È lo studio dell’ambiente nel quale l’uomo vive e come questo si riflette nella cultura. Lo spazio assume significati e valori diversi a seconda della cultura, dunque, l’antropologia studia in che modo l’ambiente si riflette nelle concezioni culturali.
- Chronos; (tempo) Il concetto di tempo è legato al processo costitutivo della cultura che nasce, vive e si sviluppa nel tempo. Il computo nel tempo non è uguale per tutte le culture per cui non tutti accettano le dimensioni di passato, presente e futuro. Esistono due tipi di tempo secondo gli studi di Pritchard:
- Il tempo ecologico che è il tempo ciclico, dato dalla successione temporale delle stagioni (per i Nuer sono due: stagione delle piogge e stagione secca).
- Il tempo strutturale è quello delle attività sociali che si svolgono in connessione con le stagioni.
Analisi della cultura
Come sostenuto da tutti gli antropologi, la cultura determina l’uomo. Quest’ultimo cresce all’interno di un contesto culturale che fa proprio tramite l’inculturazione, un processo che persiste per tutta la vita. Fabietti, in particolare, si concentra sull’idea secondo cui la cultura è un complesso di modelli. Ovviamente nella trasmissione si trasmette un patrimonio consolidato e relativo ad uno spazio e tempo preciso.
L’uomo si comporta in modo quasi spontaneo, come se la nostra cultura fosse connaturata. In realtà, i modelli culturali appresi guidano i nostri comportamenti, sottolineando così le differenze tra i diversi gruppi. Questo perché ogni società produce i suoi modelli culturali introiettati nell’individuo tramite il processo educativo che può essere formale (educazione scolastica, o familiare) o informale (amici, esperienze).
I modelli possono essere:
- Modelli per; modelli guida per il comportamento e per il pensiero in contesti culturali diversi. Sono costituiti dall’educazione ricevuta dai membri dello stesso gruppo di appartenenza.
- Modelli di; modelli guida per il pensiero che permettono di interpretare le idee (idea di purezza, cosa è bene e cosa è male).
La prima studiosa ad introdurre il concetto di modelli culturali fu Ruth Benedict (alunna di Franz Boas). Sosteneva che ogni cultura elabora degli scopi, fini e valori verso cui tende. Quindi gli individui vengono formati per raggiungere questi fini.
Benedict credeva che la cultura nasce in quanto unitaria, ma essendo questa formata da infinite possibilità, l’uomo ha costituito dei gruppi caratterizzati da solo alcune possibilità da realizzare. Dando vita così ai differenti modelli culturali che orientano l’individuo verso le possibilità associate al modello di cui fanno parte.
- Come sostenuto da Geertz nella sua opera “interpretazioni di cultura”, l’uomo, senza i modelli culturali sarebbe confuso dalla vastità di elementi della cultura. Quindi la cultura è una guida.
Benedict aveva svolto degli studi su degli americani dei quali aveva individuato i modelli culturali che caratterizzavano i singoli individui. Uno di questi modelli era detto dionisiaco. Un modello, questo, che valorizza l’individualismo e che forma gli individui alla lotta basandosi sulla superiorità di uno sugli altri. Questo prevedeva pratiche volte all’eccesso e improntate sull’umiliazione del rivale. Il modello opposto era quello apollineo, improntato invece sulla collaborazione, sulla gentilezza e nell’assenza di competizione. Esistono comunque, anche individui che sono contrari alla cultura di cui fanno parte e sono gli aberranti.
La cultura è operativa
La cultura è operativa perché consente all’uomo di agire tenendo conto dell’ambiente naturale, culturale e sociale. Molti antropologi e lo stesso Malinowski, sulla base di ciò, definiscono la cultura come un complesso sistema volto a far fronte alle sfide dell’ambiente e della vita. Ma è anche strumentale, in quanto consiste nello strumento che consente di soddisfare i bisogni primari dell’uomo.
Una definizione molto importante di cultura, data da Malinowski, è quella secondo cui la cultura è “eredità sociale, ossia concetto chiave dell’antropologia culturale”. Questo perché la cultura comprende l’eredità dei manufatti, di beni, di processi tecnici, di idee, di abitudini e di valori. Dopo questa prima definizione risalente al 1931, Malinowski, nel 1944 ne detta un’altra definendo la cultura come “totalità integrale consistente degli utensili e dei beni di consumo, delle carte costituzionali per i vari raggruppamenti sociali, delle idee, delle arti, delle credenze e dei costumi”.
Una volta che la cultura viene appresa è difficile che possa subire modificazioni perché si apprendono i modelli culturali che vengono interiorizzati e appartengono al nostro essere. A parlare di assimilazione dei modelli fu Bourdieu. Egli ha definito tale assimilazione come habitus, ossia un sistema durevole di disposizioni.
La cultura è selettiva
La cultura è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma soprattutto selezionati. Ogni elemento che viene accettato o rifiutato nella cultura, per inserirsi, deve essere coerente con gli elementi già presenti. Ciò significa che nella trasmissione culturale tra generazioni, alcune cose possono essere trasmesse e altre no. Proprio per tale ragione, a volte, alcuni elementi smettono di far parte della cultura in quanto non vengono tramandati, a volte volontariamente, a volte involontariamente.
Tramite la selettività, le culture rivelano il loro carattere in quanto sistemi aperti o chiusi. I primi sono quei sistemi più aperti all’alterità, pronti ad assorbire e adottare modelli nuovi e provenienti da altre culture. I secondi invece tendono a restare chiusi alle influenze esterne.
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