Origini dell'antropologia culturale
Il termine antropologia (dal greco “anthropos” - uomo e “logos” - discorso) significa costruzione di un sapere, un ragionamento sull’uomo, inteso come genere umano. Il termine antropologia culturale viene spesso usato come sinonimo di etnologia e di etnografia in modo erroneo.
Infatti, con il termine etnografia (dal greco “ethnos” - popolo e “graphéin” - scrivere/descrivere) si intende letteralmente la descrizione di un popolo e racchiude al suo interno la fase di ricerca e indagine (l’antropologo osserva e raccoglie materiale di varia natura), e la successiva fase di produzione testuale (interpretazione e una codifica di quanto raccolto ed esperito). Pertanto si può definire come lo studio di singoli gruppi attraverso il contatto diretto con la cultura.
Con etnologia si intende, invece, gli studi che si occupano di confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo, in modo teorico. Rispetto all'antropologia culturale, l'etnologia ha tradizionalmente fatto un maggior utilizzo della comparazione tra le diverse culture.
La prospettiva di Wittgenstein
“Se si osserva la vita e il comportamento degli uomini si vede che essi, oltre ad azioni animali quali nutrirsi, ecc., svolgono anche azioni che […] si potrebbero chiamare rituali”. La citazione di Wittgenstein fa riferimento ad annotazioni critiche da lui stesso stese in riferimento al libro di Frazer "Il ramo d’oro", ed in essa è racchiusa l’essenza stessa dell’antropologia culturale. L’uomo infatti è considerato un animale sociale e diviene tale in quanto posto in relazione con altri esseri umani.
L'essenza dell'antropologia culturale
Oggetto dell'antropologia culturale non è l'uomo biologico, ma la sua cultura e le sue forme sociali. "Ciò vuol dire che il nostro organismo continua a modificarsi quando già siamo in relazione con il mondo esterno, che però è un mondo sociale e culturale" (pag. 38, Antropologia in sette parole chiave, Sellerio, 2006). L'essere umano, attraverso l'interazione con altri simili, codifica un insieme di pratiche che vengono riconosciute reciprocamente tra gli appartenenti al gruppo e trasmesse attraverso processi di educazione da una generazione all'altra.
La visione di Clifford Geertz
Tanto che l'antropologo americano Clifford Geertz è arrivato a sostenere che: "Noi siamo animali incompleti e non finiti che si completano e si rifiniscono attraverso la cultura" (pag. 94, Interpretazione di culture, Il Mulino, 1987). L’uomo pertanto, oltre ad essere tale solo quando è in relazione ad altri suoi simili, come già descritto da Aristotele, è in grado di produrre e trasmettere cultura; ed è questo uno dei tratti che accomuna e caratterizza l’intero genere umano.
Universalità e diversità culturale
Nonostante questo tratto universale che caratterizza in senso ampio il campo di indagine dell’antropologia culturale, ogni società o gruppo organizzato costruisce una propria visione del mondo, con una propria coerenza argomentativa e con le proprie norme etiche e sociali, alle quali gli appartenenti si rifanno. Tali regole consentono agli individui di adattarsi all’ambiente circostante, di interagire con i propri simili, di proteggere i confini, intesi anche come confini culturali.
Elementi comuni nelle società
In ogni società possiamo rilevare ad esempio la presenza di un mito o di una spiegazione religiosa che descriva quali sono le origini della vita sulla terra e le origini della propria comunità, una qualche forma di istituzione familiare e parentale, la presenza di divieti o tabù. Uno dei tratti distintivi del genere umano è quello di cercare e creare un impianto di regole ed interpretazioni della realtà, con le quali definire una visione condivisa del proprio mondo e dei fenomeni che lo investono.
L'indagine antropologica
È l’indagine di tutte queste dimensioni e delle interazioni tra di esse, di cui si occupa prioritariamente l’antropologia. Osservando il comportamento di un singolo uomo e di come esso interagisce con i complessi sistemi sociali di riferimento è possibile generalizzare, estrapolare regole di comportamento, abitudini culturali tipiche del suo gruppo di appartenenza. Si è in grado di determinare quali fattori ambientali e sociali abbiano contribuito alla nascita di uno specifico tratto culturale e di come esso interagisca con la complessità dell’architettura sociale.
La scienza dell'antropologia
L’antropologia è pertanto la scienza che si propone innanzitutto di comprendere ed offrire chiavi di lettura utili a spiegare i differenti meccanismi di funzionamento dei sistemi sociali, poiché gli esseri umani condividono, a seconda dell’ambiente in cui vivono o del proprio gruppo di riferimento, differenti visioni del mondo.
Radici storiche dell'antropologia culturale
Le radici di questa disciplina sono da ricondursi al periodo dell'umanesimo europeo e la sua origine principalmente al periodo delle grandi esplorazioni geografiche del XIV secolo quando, la ricerca di una via più breve e sicura per le Indie, portò al contatto con culture differenti fino ad allora sconosciute. I primi conquistadores che approdarono in queste nuove terre si trovarono di fronte a popolazioni con tratti somatici differenti ma, anche e soprattutto, con usanze e costumi molto distanti da quelli europei, tanto da guadagnarsi l’appellativo di primitivi.
Pregiudizi e primi contatti culturali
Ne è un valido esempio il pregiudizio che caratterizzò i primi contatti tra l’uomo europeo e i nativi americani, si fondava sulla considerazione che la propria cultura di appartenenza (occidentale) fondata sulla centralità del cristianesimo, fosse l’unica in grado di esprimere a pieno la dignità umana. A supporto di tale tesi veniva spesso richiamato un passo della Bibbia nel quale si affermava l’esistenza, in qualche lontano luogo geografico, delle tribù disperse d’Israele abbandonate da Dio e costrette a vivere allo stato animale. E, quindi, attraverso i viaggi di esplorazione queste tribù erano state intercettate.
Scambi e documentazione
Quando i viaggi e gli scambi, legati principalmente ad aspetti di natura economica e commerciale, si intensificarono, iniziarono a pervenire in Europa le prime descrizioni e documentazioni scritte ad opera di esploratori, mercanti e missionari che raccontavano quali usi, costumi e istituzioni sociali avevano potuto osservare tra queste nuove popolazioni.
Domande etiche e morali
Numerose furono le domande principalmente di natura etica e morale, che scaturirono da questi incontri; ci si interrogò principalmente circa la natura di questi esseri con un’apparenza del tutto simile agli esseri umani ma con usanze primitive tali da far supporre in loro l’assenza di un’anima; la Chiesa inviò commissioni d’inchiesta al fine di appurare la natura di tali esseri e con l’intento di promuovere conversioni di massa per salvare e redimere i popoli primitivi.
Il ruolo dei missionari
Tra i vari gruppi di missionari ci furono i Gesuiti, furono loro che produssero il maggior numero di descrizioni dettagliate, circa gli usi e costumi presenti tra le popolazioni extraeuropee. Furono questi scritti i primi documenti di natura antropologica pervenuti in Europa verso la fine del Cinquecento e fornirono i primi dati su cui sviluppare riflessioni ed approfondimenti di taglio antropologico.
Antropologia come disciplina accademica
Sarà però necessario attendere ancora fino alla fine del XVIII secolo perché si possa iniziare a parlare di un vero e proprio progetto scientifico, che getti le basi per l’ingresso dell’antropologia, come disciplina accademica all’interno delle università europee e americane. La fine del XVIII secolo si è caratterizzata principalmente per una divisione netta, tra coloro che avevano il compito di raccogliere dati sul campo (etnografia) senza alcun tipo di formazione antropologica, e gli studiosi, esperti teorici, che spesso lavoravano per le neo-nate istituzioni di antropologia come l’Ethnological Society o il Royal Anthropological Institute di Londra.
Interpretazione dei dati e etnocentrismo
Lo strumento di lettura ed interpretazione dei dati era comparativista e i dati venivano completamente astratti dal contesto e dal sistema di istituzioni sociali nei quali erano immersi. Non era infatti necessario offrire un’interpretazione volta alla comprensione di usi e abitudini differenti, quanto piuttosto una rilettura delle tappe di sviluppo della genesi umana.
La mancanza di alcun tipo di formazione specialistica, in coloro che avevano il compito di raccogliere elementi utili all’elaborazione di teorie comparative, era l’elemento garante dell’oggettività dei dati raccolti, secondo il pensiero dell’epoca. Si pensava che la totale mancanza di informazioni, circa ipotesi o teorie, da dimostrare o confutare con tali dati, avrebbe consentito una raccolta scevra da pregiudizi e contaminazioni.
Etnocentrismo e contatto con l'altro
Ma, come sostenne Levi-Strauss, il contatto con l'altro genera, non solo "nel ripudiare, puramente e nell'occidentale, un atteggiamento che consiste semplicemente, le forme culturali - morali, religiose, sociali, estetiche à che sono più lontane da quelle nelle quali ci identifichiamo". Si tende cioè a cadere nell' etnocentrismo (termine coniato da M.J. Herskovits nel 1956), cioè la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come distanti, strani, inferiori.
Antropologia culturale moderna
Lo studio dell'antropologia culturale come disciplina scientifica si è diffuso a partire dalla fine dell’Ottocento principalmente all’interno del pensiero evoluzionistico britannico. Nel 1871, Darwin pubblicò L’origine dell’uomo nel quale sosteneva che questo processo evolutivo apparteneva anche agli esseri umani.
Darwin e l'evoluzionismo culturale
Darwin poneva le basi per una concezione evoluzionistica delle diverse culture. Nella sua celebre ricerca compiuta presso le isole Galapagos aveva tratto le conclusioni secondo le quali ogni specie sarebbe in fase evolutiva verso il sempre maggior perfezionamento. Il principio della selezione naturale, secondo il quale non tutte le specie sono portate alla sopravvivenza, spiega come avviene la trasformazione delle specie: gli organismi che sono in grado di sopravvivere e riprodursi in un certo contesto lo fanno a spese di altri organismi che non sarebbero in grado di farlo.
Adattamento e sopravvivenza
Visto che l’ambiente è in continuo mutamento, gli organismi devono imparare ad adattarsi a tali cambiamenti. Coloro che più si adatteranno, sopravvivranno e, col passare delle generazioni, una caratteristica particolare diventerà una qualità di tutta la popolazione. In ogni fase della vita ogni organismo vivente deve combattere per sopravvivere e questa battaglia verrà vinta dai più forti. Intorno alla metà del XIX secolo, il concetto di evoluzione emerge e si impone come il principio capace di guidare ed orientare l’interpretazione di dati raccolti da etnografi, funzionari governativi, religiosi impegnati nelle missioni di evangelizzazione.
Dati extraeuropei e antropologia evolutiva
Ciò che accomunava questi dati era la loro provenienza geografica extraeuropea. Una volta in possesso dei dati, rispetto a cui non vi era spazio per alcuna riflessione né in merito al processo di reperimento né tanto meno all’annotazione, gli antropologi li utilizzavano al solo fine di studiare l’evoluzione dell’Uomo. Erano dati utili a ricostruire le tappe evolutive dello sviluppo della società occidentale, che in una logica evoluzionista era ormai giunta all’ultimo e più alto stadio del suo sviluppo.
Primitive Culture di Edward B. Tylor
Tradizionalmente e in modo convenzionale, la data di nascita dell’antropologia culturale è connessa alla pubblicazione del testo di Edward B. Tylor Primitive culture nel 1871. Questo volume è particolarmente noto per aver definito l’ambito di interesse di questa disciplina: la cultura e i modi di vivere propri di specifici gruppi umani. Tylor ha inoltre proposto una definizione di cultura ormai divenuta classica: “Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.
Continua evoluzione delle culture
Le culture sono tuttavia fluide e in continua mutazione, pertanto la sfida antropologica diviene oggi ancora più complessa; non è più possibile utilizzare il tempo presente di Malinowski nella scrittura etnografica, illudendosi di descrivere i processi culturali una volta per tutte. Soprattutto oggi, grazie al rapido imporsi delle nuove tecnologie in ogni ambito della vita, alla rapidità e circolarità delle informazioni, alla globalizzazione e all’idea di un mondo privo di confini, è necessario imporre una prospettiva interpretativa fluida, che tenga conto dei continui cambiamenti a cui un complesso culturale è sottoposto.
Riflessioni sui paradigmi culturali
È necessario inoltre utilizzare le interpretazioni di mondi culturali differenti, per riflettere criticamente su noi stessi e sui nostri paradigmi culturali; mettere in discussione il nostro punto di vista, che spesso rischia di apparire come l’unico valido, poiché invece la nostra società non è che una tra tante, è una possibile interpretazione del mondo e delle interazioni con esso. Ogni società tende naturalmente a proteggere la coerenza delle proprie regole e delle proprie usanze; tuttavia, l’interazione con visioni differenti del mondo, o i cambiamenti imposti dal contesto territoriale, implicano necessariamente continue modifiche.
Flussi migratori e nuove sfide
I flussi migratori a cui assistiamo oggi impongono sempre maggiore fluidità e di conseguenza nuove sfide e nuovi campi di indagine per l’antropologia; la ricerca sul campo non è più solo quel luogo geograficamente lontano. La globalizzazione ha stimolato il dibattito sui diritti umani: poteri, privilegi o risorse materiali garantiti agli individui per il solo fatto di essere umani.
Diritti umani e contesti multiculturali
È nei contesti multiculturali che il tema dei diritti diviene rilevante e che il dibattito si concentra sulle diverse concezioni culturali di che cosa significhi essere umani e che cosa siano i diritti umani. Sottoscrivere una dichiarazione sui diritti umani obbliga apparentemente i governi a intraprendere azioni ufficiali per implementare cambiamenti nelle pratiche locali che si ritiene violino i diritti in essa sanciti.
La cultura dei diritti umani
Dal momento che, in tutto il mondo, c’è stata una diffusa adozione dei discorsi relativi ai diritti umani, alcuni hanno cominciato a parlare di una emergente “cultura dei diritti umani” che ora è divenuta il linguaggio globale preminente della giustizia sociale. Questi sviluppi devono indurre gli antropologi a prestare attenzione all’importante influenza che questo discorso sta assumendo nei diversi contesti nei quali effettuano le loro ricerche.
Correlazione tra diritti umani e cultura
- L’idea che i diritti umani si oppongono alla cultura e che gli uni e l’altro non possano essere riconciliati. Gli argomenti che contrappongono i diritti umani alla cultura si basano sull’assunto secondo cui le “culture” sono insiemi di idee e di pratiche omogenei, circoscritti e immutabili, e ciascuna società ha soltanto una cultura che i suoi membri sono obbligati a seguire. Se le persone non hanno altra scelta che conformarsi alle regole della cultura in cui sono nate, allora l’interferenza internazionale nei confronti di usanze che si ritiene violino i diritti umani sembra costituire essa stessa una violazione di quei diritti. Ne conseguirebbe che le culture dovrebbero poter godere di una protezione assoluta e inviolabile nei confronti dell’interferenza esterna. In un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, l’essere costretti a scegliere fra diritti o cultura sembra un’opzione sempre meno percorribile. Gli antropologi si sono persuasi che il dibattito “diritti contro cultura” esageri le differenze culturali. Molti antropologi trovano che sia più illuminante pensare la cultura come un campo di interscambio creativo e di contestazione. Una tale visione della cultura consente di trovare punti di contatto tra la difesa di certi diritti umani e quella di particolari valori culturali.
- È implicita l’idea che un fondamentale diritto umano universale sia proprio il diritto alla cultura. Non si considerano i “diritti umani” opposti alle “culture”. Questa tesi è interessante perché sembra concedere che, dopo tutto, i diritti umani universali esistano. L'aspetto chiave della lotta per tutelare il diritto alla cultura, condiviso da qualsiasi rivendicazione sui diritti umani, riguarda i tipi di meccanismi legali necessari ad assicurare tale protezione. Dal punto di vista legale, i diritti umani sono interpretati come diritti individuali e non collettivi. La Dichiarazione universale dei diritti umani si apre affermando “la dignità intrinseca” e “i diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana”.
La prospettiva di Clifford Geertz
Una fonte importante è stato l’approccio legge e cultura da antropologi come Clifford Geertz. In questa prospettiva teorica “la legge è concepita come una visione del mondo o un discorso strutturante. I fatti sono socialmente costruiti attraverso le regole dell’evidenza e le convenzioni legali”. Gli analisti che parlano della cultura dei diritti umani come della nuova cultura di un mondo che si sta globalizzando osservano che tali diritti hanno le loro origini nel discorso secolare occidentale, che si concentra sui diritti individuali, propone di alleviare la sofferenza umana tramite soluzioni tecniche piuttosto che etiche. Una concezione della cultura aperta,
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