Antiche teorie sul sogno
Il sogno nell'antica Grecia
Inizialmente il sogno aveva in Grecia un significato puramente religioso, più tardi divenne pure oggetto di ciarlatani fino a parlare del concetto di "incubazione", pratica che si è potuta riscontrare nel tempo anche nei santuari di religione cristiana. Facendo un excursus storico rispetto alle varie teorie e proposte rispetto all'idea di sogno, troviamo quella di Omero, il quale vedeva il sogno come una personificazione di Dio o di altre creature alate che davano, in ogni caso, un messaggio all'uomo, e che gli potevano consentire, in tal modo, di difendersi da un male dato che questo veniva spesso annunziato mediante il sogno stesso.
Platone riteneva che il contenuto del sogno dipendesse da quale delle tre parti dell'anima fossero attive; la ragione, il sentimento o l'animalità. Egli pensava che quando prevaleva la ragione il sogno era identificato come la più profonda verità.
Aristotele ha avuto una concezione del sogno più durevole; egli identificava il sogno come un’alterazione della percettività degli organi provocata dai piccoli movimenti negli organi stessi durante le ore della veglia e che fanno sentire il loro effetto nel sonno. Ecco perché i sogni potevano essere profetici, perché il sognatore nel sonno è così sensibile che può anche percepire tali movimenti viscerali. I sogni, per Aristotele, potevano riguardare anche le persone che conosciamo bene e avere un carattere profetico, infatti, conoscendo bene le loro motivazioni e i loro problemi, si poteva arrivare, secondo lui, a prevenire le loro future intenzioni. I sogni potevano quindi, secondo la sua visione sempre, spingere il sognatore anche a determinate azioni. Secondo il filosofo, inoltre, il migliore interprete dei sogni era colui che riusciva a riconoscere le allegorie, fermo restando però che i sogni non discendessero da Dio, altrimenti si dovevano mostrare soltanto ai buoni e ai saggi, cosa che invece non avviene.
Mentre gli Epicurei ebbero poca simpatia rispetto ai sogni, con gli Stoici tornarono in voga. Venne ad essere realizzata una classificazione dei sogni distinguendo quelli provenienti dal Dio o dal demonio, e quelli derivanti dall’attività dell’animo, partendo dal presupposto che vi fosse un rapporto tra lo spirito dell’uomo e quello del mondo e che quindi l’uomo potesse, in sogno, conoscere il futuro.
Poseidonio riteneva che vi fossero tre modi di manifestarsi delle divinità nei sogni: 1. Può essere l’anima a predire il futuro; 2. Possono essere le anime immortali dell’aria recanti i simboli della verità; 3. Possono essere gli stessi dei a parlare al dormiente.
Democrito ha sicuramente dato il suo contributo parlando dei sogni telepatici grazie alla sua teoria degli atomi, che servivano a trasmettere i messaggi da una persona all’altra, cosa che doveva comportare un "effetto telepatico".
Tuttavia successivamente si passa, in Grecia, ad una visione in cui i sogni potevano aiutare la medicina a guarire i malati. Ippocrate riteneva che durante la veglia l’anima fosse condizionata dalle sensazioni corporee e che durante il sonno diventasse libera, senza le sensazioni della veglia. Riteneva quindi che, attraverso i sogni, gli dei ci mandassero dei messaggi e che quindi i sogni avessero un valore terapeutico (informavano cioè sullo stato diagnostico del soggetto e sulle cause della malattia). Dunque Ippocrate riteneva che il sogno rispecchiasse lo stato di salute del sognatore; se infatti il sogno ripeteva le esperienze della giornata, significava che il sognatore stava bene, se, invece, il sogno trattava di lotte o di guerra, vi era un disordine corporeo.
L’origine trascendente del sogno ebbe per il popolo greco una grande importanza, i sogni venivano sperimentati come reali, ecco perché si diceva "ho visitato un sono" oppure "ho visto un sogno", al posto di "ho fatto un sogno".
Successivamente seguì l’epoca razionalistica, dove vediamo presentarsi la figura di Filone, il quale riteneva che il ruolo più importante fosse quello del pneuma, lo spirito dell’anima, essenza divina. Si riteneva che il pneuma avesse una funzione di grande rilievo e che i sogni avessero un carattere profetico. Si distinguevano tre tipi di sogni: 1. I sogni profetici per diretto influsso divino; 2. I sogni profetici grazie all’azione della mente che entra in sintonia con il disagio divino; 3. I sogni causati da torti emozioni psichiche dovute all’entusiasmo.
Sinesio riteneva che i sogni fossero tutto ciò che più tardi avverrà, un preludio agli avvenimenti futuri.
Macrobio fu molto più simile ad Artemidoro, sebbene come Sinesio appartenesse alla scuola neoplatonica. Artemidoro realizzò un’opera di cinque libri chiamata "Oneirocritica" che trattava esclusivamente del tema dei sogni. Egli riteneva che se il dio in sogno appariva con i suoi attributi veri fosse un buon auspicio, se compariva con un ornamento sbagliato fosse un auspicio nefasto. Secondo Artemidoro la divinità si poteva esprimere anche con degli scritti, perfino con una prescrizione medica. Egli distingueva due tipi di sogno: i teorematici, quelli che corrispondono perfettamente alla realtà e che si realizzano quasi subito, e i sogni allegorici, che hanno un significato più profondo e che si esprimono attraverso enigmi e si realizzano con gli anni. Ci sono poi i sogni che vengono "dal di dentro", e quelli che vengono "dal di fuori", ovvero da Dio. Inoltre tutti i sogni per Artemidoro contenevano sei fattori: la natura, la giustizia, il costume, la capacità professionale, l’arte e il nome. Tutto ciò che nel sogno assecondava questi fattori era di buon auspicio; tutto ciò che se ne discostava malaugurante. Artemidoro riteneva fondamentale conoscere la storia del sognatore, il suo carattere, i suoi stati d’animo passeggeri, per interpretare i sogni, e che non si potesse prendere un sogno singolarmente, ma un insieme di sogni, inoltre bisognava considerare i costumi e le abitudini locali del luogo in cui viveva il sognatore e l’etimologia del nome del sognatore (es. l’asino: miseria e servitù; stare al bagno buon auspicio; essere colpiti da un fulmine: perdere quello che si ha nel bene e nel male ecc.).
In molti filosofi abbiamo visto come i sogni avessero un valore di vero e proprio oracolo. Tuttavia ben presto i greci, cominciarono a considerarli esclusivamente come oracolo di malattia e salute. Questa visione comportò che ci si dovesse rivolgere ad un dio della salute, che tuttavia fosse ctonio (di terra), dato che per le credenze di allora il corpo umano e la terra erano la stessa cosa. Quindi le divinità ctonie erano legate ai loro luoghi di culto e per visitarle occorreva andarci in pellegrinaggio. Apparvero così i primi oracoli basati sul sogno, il più importante dei quali fu quello di Asclepio. Nei santuari consacrati al dio, avveniva la pratica dell’incubazione (incubare = dormire nel santuario). La gente malata veniva lasciata nella zona sacra sia che fosse moribonda, sia che dovesse partorire. Il malato dopo le purificazioni e offerte sacrificali preliminari, veniva lasciato a dormire in una kleine, luogo simile alla nostra attuale clinica; la stanza in cui dormiva si chiamava Abaton o Atyon, letteralmente "luogo precluso ai non addetti". Se il sogno, che i soggetti avevano durante il sonno nella kleine, era giusto lo si vedeva dagli effetti, poiché in questo caso il soggetto si svegliava guarito. In questi sogni si manifestava il dio sotto forma di un uomo barbuto, di un giovane o di una bestia (in questo caso toccava la parte malata della persona), oppure potevano manifestarsi i suoi assistenti; altre volte il malato aveva una visione, piuttosto che fare un sogno. Inizialmente si riteneva che i soggetti erano stati chiamati solo se il dio compariva la prima notte, col tempo questa idea cambiò e si attendevano diversi giorni finché non fosse arrivato il momento favorevole al sogno stesso. Tuttavia, anche dopo la guarigione, occorreva che il paziente tenesse un atteggiamento molto sano, cioè religioso, altrimenti poteva avere ricadute. In tali luoghi non c’era bisogno di interpreti dei sogni né di medici, tuttavia era obbligatorio trascrivere i propri sogni.
Tarda antichità, Medioevo e Rinascimento
Nella tarda antichità e nel Medioevo l’interesse per il sogno scema. Tommaso Campanella come altri filosofi del Rinascimento, parla, invece, volentieri del sogno, inteso come prodotto del mondo delle idee. Tuttavia non furono molti gli autori di quest’epoca che si interessarono al sogno, e ancora meno lo furono in seguito. Un’eccezione fu Girolamo Cardano.
Romanticismo
Liebniz può essere considerato un precursore dei romantici, egli parla di mutamenti dell’animo troppo deboli o troppo numerosi per essere percepiti dalla coscienza, che rimangono inconsci e determinano delle immagini, ricche di significato, ma dai contorni sfumati. Kant vediamo che ritiene che i sogni derivino dal movimento involontario degli organi interni. Schopenhauer li vede come dipendenti da stimoli organici interni, e non è affatto influenzato dall’esterno. Fichte ritiene che sia la fantasia a produrre i sogni e che il lavoro onirico metterebbe in evidenza contenuti insospettati e preziosi della dimensione inconscia della psiche. Carus fu un famosissimo medico che riteneva che nella psiche vi fossero due livelli, uno inconscio appartenente al mondo e alla natura, e uno conscio appartenente all’Io, e che l’anima oscillasse tra i due libelli, tra sogno e veglia, tra fantasia e realtà. Il sonno era per Carus un residuo di un’attività prenatale, mente il sogno era il perpetuarsi di un’attività della coscienza nell’inconscio. Egli divideva i sogni in tre tipi: sogni premonitori, sogni profetici e sogni senza significato, ritenendo che quelli profetici fossero una testimonianza della solidarietà presente tra uomo e natura, una specie di sesto senso.
Altre teorie
Jackson, neurologo inglese che molto probabilmente influenzò Freud, ritenne, in base alle osservazioni che realizzò su cervelli lesionati, che vi fosse un sistema gerarchico di livelli riguardante il sistema nervoso e le funzioni psichiche ad esso attinenti. Il sogno era per Jackson una regressione psichica dai livelli più alti a quelli più bassi all’interno di questo sistema gerarchico. Janet successivamente propone il concetto di livello mentale, che sarebbe una struttura psichica in stretta relazione con le emozioni.
Freud e il sogno di Irma
Il sogno di Irma risulta particolarmente importante, perché si ritiene che è a partire da questo che nacque la psicoanalisi, tra la notte del 23 e del 24 luglio del 1895. Nel sogno Freud si trova in un grande salone con molti ospiti, tra questi trova anche Irma, la prende in disparte e la rimprovera per non aver accettato la soluzione che lui le ha proposto per i suoi sintomi; lei continua a lamentare dolore e lui la controlla. Successivamente alla sua diagnosi (una macchia bianca, una crosta giallastra) chiede il suo parere al dottor M. che ripete il suo esame e lo conferma, dicendo che si tratta di un’infezione il cui rimedio sarà la dissenteria. L’infezione derivava dall’iniezione di una sostanza pericolosa fatta dal dottor Otto. In realtà Irma era una giovane signora, amica di famiglia di Freud ma anche sua paziente che presentava un’angoscia isterica, la quale però non diede mai risultati soddisfacenti. Otto era un collega più giovane di Freud che aveva incontrato Irma durante le vacanze estive riferendo poi a Freud che stava meglio anche se non completamente bene. La sera prima del sogno Freud aveva scritto la cartella clinica di Irma per farla vedere al Dr M, un amico comune. Nell’interpretazione che diede Freud al sogno, dopo che lo aveva già annotato al risveglio, fu che aveva sognato il salone perché il giorno dopo sarebbe stato il compleanno della moglie e avrebbero dato una festa ricevendo ospiti, tra cui Irma; nel sogno egli voleva umiliare Irma e il suo amico e collega Otto, e il Dr. M. di Irma sostituendola nel sogno con una sua amica, di Otto attribuendogli un’iniezione pericolosa, e del dr. M. facendogli pronunciare un parere discutibile sulla dissenteria come rimedio dell’intossicazione. Il sogno liberava così Freud dalla responsabilità per le condizioni di Irma, dimostrando che esse erano dovute ad altri fattori. Quindi il suo contenuto costituiva la realizzazione di un desiderio e da questo era provocato.
Carl Gustav Jung e la psicologia analitica
Jung fu uno psichiatra e psicologo svizzero fondatore della Psicologia Analitica, termine che coniò per distinguerla dalla psicoanalisi freudiana. Il modello di Jung è molto complesso; in esso si intrecciano una grande sensibilità clinica ed esistenziale, una grande cultura, una profonda umanità e una grande originalità, che ha ricevuto contributi da varie discipline come l’alchimia, l’antropologia, il simbolismo, la biologia, la medicina, la psicologia, la psichiatria, la psicopatologia, la neurologia, la filosofia, lo studio della letterature e delle arti, lo studio delle religioni ecc; il tutto trasformando in un’area della conoscenza anche la spiritualità. Tutto ciò perché Jung si interessò alla filosofia romantica, a filosofi come Fichte, Shelling, Carus, Goethe, Holderlin, Nietzsche (in particolare di Zaratustra), a Janet (in particolare alle nozioni di "automatismo psicologico", "doppia personalità", "forza e debolezza psicologica", "funzione di sintesi", "abaissement du niveau mental").
Jung realizzò un’analisi della psiche facendo ricorso sicuramente a metodi differenti e interpellando l’intera sfera dell’essere. Inizialmente, tra il 1907 e il 1912 egli ebbe un rapporto di studio con Freud, senonché, al di sotto dell’apparente adesione al pensiero di Freud, continuava ad alimentare il suo originario pluralismo eziologico rispetto ai disturbi psichici di livello nevrotico e psicotico. Oltre a ciò le prime divergenze teoretiche e cliniche focalizzarono Jung verso una concezione della psicologia dell’inconscio che teneva conto dei cosiddetti "tipi psicologici". Partendo da questi tipi psicologici, Jung riteneva che fosse possibile cogliere i vari modi di orientamento nella realtà verso gli oggetti esterni e verso il mondo interiore del soggetto. Mentre Freud aveva un atteggiamento razionale/neopositivista, Jung accoglieva anche dati apparentemente non comprensibili in termini neopositivistici o comunque non totalmente e inequivocabilmente razionale. Il contrasto tra i due partì comunque proprio dai postulati di principio; come ad esempio il primato assoluto del tema della sessualità in Freud, che tanto lasciava Jung insoddisfatto.
Jung nacque in un ambiente prettamente religioso, il padre era infatti un pastore protestante; Jung si trovò ben presto ad affrontare il conflitto tra tradizione etico-religiosa e spinta all’indipendenza del giudizio. Si laureò in medicina e successivamente nel 1900 divenne assistente Psichiatrico lavorando come medico e psicologo ricercatore sotto la guida di Bleuer, uno dei più influenti psicopatologi dei suoi tempi. Grazie a Bleuer, Jung, attenzionò la dimensione dell’affettività, come elemento unificatore di dati esperenziali consci e inconsci del soggetto, arrivando poi al concetto di "complesso a tonalità affettiva" e alla teoria dei complessi. Jung inoltre portò delle innovazioni nelle teorie e metodologie associazionistiche, dove si usava presentare al soggetto una lista di parole selezionate alle quali egli era invitato a rispondere; Jung ritenne che il prolungarsi del tempo di reazione era quasi sempre connesso a una particolare emozione inconscia presente. L’introduzione dell’elemento emotivo inconscio arricchì quindi il tradizionale impianto associazionista. Secondo Jung i complessi sono entità psichiche che, sottrattesi al controllo della coscienza, sono da essa separate ed esistono a parte nella zona oscura dell’anima, dove possono ostacolare o favorire le prestazioni coscienti. Essi sono contenuti a tonalità affettiva, e, poiché possono sottrarsi al controllo della coscienza, hanno un carattere autonomo. Le esperienze biografiche sono molto importanti per capire alcune forme tipiche dei complessi; esse derivano dal rapporto che il bambino ha avuto precocemente con i genitori, che rappresenta il luogo di attivazione delle prime relazioni individuali. Mentre nella psicologia freudiana il complesso riguarda esclusivamente la sessualità, nella psicologia di Jung il complesso riguarda la libido e i concetti di archetipo e di simbolo. Jung ebbe un’idea di libido diversa da quella di Freud, egli riteneva che questa fosse un’energia psichica generale e capace di assumere ogni forma possibile, compresa quella sessuale; la libido è il motore di ogni manifestazione naturale e culturale dell’uomo, e le sue trasformazioni sono dovute alla presenza, nella psiche umana, di un particolare apparato di conversione da una forma all’altra, la funzione simbolica. Il simbolo, in Jung, ha la funzione di unire in una sintesi dinamica gli opposti, e a tal proposito egli conierà il termine di "funzione trascendente" per riferirsi alla funzione psichica capace di andar al di là di qualsiasi opposizione, congiungendo gli opposti in una nuova sintesi. La funzione simbolica è fondamentale per il processo di individuazione, con il quale si intende quel processo verso il perseguimento dell’autonomia psichica sana ed individuale, ostacolata o impedita, a volte, dagli stereotipi culturali in cui il soggetto umano è originariamente immerso e con cui è in parte identificato.
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