Anfitrione: variazione sul mito
Anfitrione nel mito
Nel libro XI dell’Odissea, Ulisse incontra Alcmena, dunque la prima apparizione di Anfitrione è accidentale e cursoria: i protagonisti sono infatti Zeus, Alcmena ed Eracle. Anfitrione riceve un certo spazio nello pseudo-esiodeo Scudo di Eracle, dove non gli tocca però alcun elogio particolare, la sua eccezionalità sta nell’essere venerato dalla sposa. Un dettaglio su cui però lo Scudo lascia nell’ombra è la natura dell’inganno con cui Zeus aggira le prevedibili resistenze della fedele Alcmena: secondo Pindaro, il dio si presentò alla donna sotto forma di una nevicata di fiocchi d’oro. Il mitografo entra nelle pieghe della vicenda accennando agli equivoci successivi all’arrivo del vero Anfitrione e al coinvolgimento dell’indovino Tiresia. Simili dettagli ai tempi di Apollodoro avevano goduto già di una grossa fortuna.
Anfitrione e il teatro greco
Tra le fugaci apparizioni del personaggio in Omero e il racconto della biblioteca, almeno 14 Anfitrioni, calcano le scene del teatro antico di cui 5 tragedie. Più consistenti sono le testimonianze dell’Alcmena di Euripide, la cui ricostruzione può contare anche su pitture vascolari tra cui una del IV secolo. Ma la storia di Anfitrione ispira anche poeti comici del V secolo come ad esempio l’Anfitrione di Archippo e La lunga notte di Platone comico. È invece certo che sia stato parodiato da Rintone, autore della Magna Grecia. Infine, anche a Roma la vicenda di Anfitrione riscosse un grande successo: sono giunte fino a noi, infatti, un Anfitrione di Accio e un Alcumena di Ennio.
L'Anfitrione di Plauto
L’Anfitrione rappresenta un’anomalia nelle opere plautine. Ci si chiede infatti quale dei tanti Anfitrioni abbia fatto da modello. Le risposte a questa domanda sono tre: quella di Platone Comico o quella di Archippo, quella di Rintone e l’Alcmena di Euripide. L’anomalia si rivela sì dal prologo il quale aveva la funzione di fornire le informazioni necessarie per seguire lo spettacolo. Nel prologo questo compito lo ha Mercurio, il quale vuol saggiare la pazienza degli spettatori annunciando che non si tratta di una commedia né di una tragedia, ma di una mescolanza tra le due. La tragicommedia di Plauto è dunque una commedia dove si intersecano elementi del genere tragico e dunque una commedia anomala. Un primo aspetto è concesso alla figura del servo che è vile e lamentoso. Tutto ha inizio nella lunga notte voluta da Giove, quando Sosia su incarico del padrone si avvia a palazzo per riferire ad Alcmena il felice ritorno di Anfitrione ma a sbarrargli la strada c’è Mercurio del tutto identico a lui. Mentre Sosia si cala progressivamente nel ruolo di vittima, vediamo come l’altro invece si impone come terribile persecutore. Vediamo quindi come la somiglianza non genera solo buffi equivoci, ma produce nei soggetti duplicati quell’effetto di disorientamento dovuto all’improvviso insorgere di un inspiegabile anomalia in una realtà nota e familiare (Freud la definisce perturbante), per cui il servo esclama “non placet” ovvero “non mi piace”. Nel dialogo che si sviluppa in seguito deflagra la crisi di identità di Sosia ed entrano in gioco i motivi universalmente legati al tema del doppio: il tentativo di rassicurarsi aggrappandosi alle più elementari certezze. Sosia manifesta anche la sua appartenenza al mondo romano, nel lungo a parte conclusivo dove trovano spazio considerazioni incomprensibili in codici culturali diversi e destinate quindi a scomparire dalle riscritture successive. Ed è come schiavo che Sosia pensa di se stesso. Per tutto il dialogo si aggrappa infatti all’autodefinizione (io) fino a che non arriverà la rinuncia finale. Il legame tra Anfitrione e il contesto, lo cogliamo nel singolare spazio concesso al tema della guerra. Prima dell’incontro con il doppio, Sosia è un messaggero inviato a palazzo con l’annuncio per Alcmena che la guerra contro i Teleboi è vinta ed Anfitrione è tornato.
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