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Lingua e letteratura latina

Introduzione alle Metamorfosi

Le Metamorfosi sono un lungo poema che racconta molte storie accomunate dal tema della trasformazione che attraversa i vari regni: regno animale, vegetale e inanimato, segnato dal passaggio da uomo a animale, a pianta ecc. Il poema, appartenente al genere epico, è scritto in esametro dattilico; l’esametro è il metro dei poemi epici, come ad esempio Iliade e Odissea. Le Metamorfosi sono costituite da 15 libri per un totale di 12000 versi.

L’epica latina nasce da un confronto diretto con l’epica greca, e infatti ogni genere della letteratura latina, tranne la satira, ha avuto dei precedenti nella letteratura greca e quindi è caratterizzata da una sorta di secondarietà permanente. Però questa secondarietà, che spesso viene vista in malo modo, può essere considerata come una sorta di pregiudizio errato, perché molti studiosi affermarono che la vera letteratura fosse quella nuova, quindi quella latina che si caratterizzava soprattutto di emulatio, come farà Ovidio stesso, ma non per questo manca di originalità. Nell’ottica delle poetiche antiche infatti, non necessariamente è un bene scrivere qualcosa di nuovo, mai scritto dagli altri, e anche l’emulazione può essere un valore positivo rispetto a dei modelli importanti. Ovidio nelle Metamorfosi riscrive una serie di miti già precedentemente presentati da altri testi, alcuni per esempio trattati anche da Virgilio.

Epica latina

L’epica latina nasce a Roma in coincidenza con le origini della letteratura latina, quindi nel III secolo a.C. con la traduzione dell’Odissea da parte di Livio Andronico. Il poeta, originario di Taranto, giunge a Roma come prigioniero poi affrancato; ciò che lo caratterizza appunto, è il fatto di essere il primo autore latino noto per avere tradotto l’Odissea di Omero. La sua traduzione in latino si chiama Odusia e, come molta della letteratura latina arcaica, non ci è giunta per intero, ma attraverso pochi frammenti; per frammenti si intende attraverso la tradizione indiretta.

Le opere antiche infatti, ci sono giunte per tradizione diretta o per tradizione indiretta. Per tradizione diretta si intende che esistono dei manoscritti/papiri molto antichi, ma comunque raramente originari, che tramandano questo testo, e per tradizione indiretta invece, come avvenne spessissimo nella produzione arcaica latina, attraverso citazioni di autori successivi che possono essere autori di vario tipo, ma più frequentemente i grammatici, ossia autori della tarda antichità che citano uno o due versi di un poeta arcaico magari perché presentano una certa particolarità linguistica.

La traduzione di Andronico dell’Odissea è un primo esempio di come un autore si ponga in un rapporto di emulazione con il modello, e sembra che la sua traduzione non fosse una semplice emulazione ma fosse una traduzione artistica, un rifacimento volto a trasporre anche valori poetici e stilistici greci nella cultura latina. In latino questa operazione si chiama vertere (volgere), cioè non si tratta di una traduzione pedissequa del testo greco, ma che cerca di rivaleggiare con l’originale non rendendo solo i contenuti ma anche le qualità formali. Quindi questa traduzione può essere considerata romanizzazione dell’Odissea.

Dopo Andronico, il secondo poema epico latino di cui si hanno notizie è quello di Nevio, intitolato Il Bellum Poenicum, dedicato alla prima guerra punica. Ci troviamo alla fine del III secolo a.C. Questo è un poema epico di argomento storico e probabilmente presentava anche una parte sulle origini mitiche di Roma e in particolare sul mito di Enea che fugge da Troia e arriva nel Lazio; dal figlio di Enea e dai suoi discendenti deriveranno i primi re di Roma. Questo poema partiva dalla guerra punica per andare indietro fino alle origini di Roma (miti) e dell’inimicizia tra Roma e Cartagine (sempre miti).

Livio Andronico e Nevio usarono per i loro poemi epici un verso arcaico romano che si chiama Saturnio, la cui scansione è molto complessa; è però importante sapere che venne utilizzato da questi primi poeti latini perché è il verso indigeno romano, ed anche il nome stesso è un nome probabilmente di origine italica.

Il terzo autore che si inserisce nel filone dell’epica latina, invece, che è Ennio, è il primo poeta latino che scrive utilizzando l’esametro dattilico, il verso dell’epica latina. Anche lui è noto solo per tradizione indiretta e il suo poema epico è Gli Annales, il cui titolo fa riferimento ai resoconti annuali svolti dai papi Romani circa gli avvenimenti più importanti che si verificavano a Roma; la storiografia romana nasce infatti proprio dall’annalistica, che però non può essere considerata un’opera storiografica, ma un poema epico che doveva essere molto ampio, probabilmente costituito da 18 libri di cui ci restano solo frammenti, circa 600 versi.

Sembra che il genere epico prediliga i multipli di 6, quasi per tradizione, come l’Iliade (composto da 24 libri) e l’Odissea (composto da 24 libri), mentre invece le Metamorfosi in qualche modo si distaccano da questa tradizione, essendo composte da 15 libri. Gli Annales affrontano l’argomento della storia di Roma dalla venuta di Enea nel Lazio, la fondazione vera e propria di Roma, il periodo dei re, le guerre contro Pirro, le guerre puniche e le guerre di conquiste in Grecia fino al III-II secolo a.C., quindi partiva con le origini mitiche di Roma fino ad Ennio stesso.

Ennio si pone come l’Omero latino, infatti raccontava che gli era apparsa in sogno l’anima di Omero che gli diceva che si era incarnato in lui, secondo la teoria pitagorica della trasfigurazione delle anime. Questa apparizione viene raccontata nel primo proemio degli Annales, mentre nel secondo Ennio presentava un’ulteriore innovazione: invece di invocare le Camene, ossia le ispiratrici che venivano utilizzate dai suoi predecessori latini, facenti parte della tradizione italica (Odissea), lui invocava le muse greche; è quindi Ennio il primo che dialoga con il mondo greco. Ennio era originario di un luogo che si chiama Rudie, nell’attuale Salento e si definisce un poeta dai 3 cuori, uno latino, uno greco e uno Losco, lingua del suo luogo nativo.

L'epica

L’epica diventò uno strumento per celebrare il passato ed era considerato il genere più alto per eccellenza. I poeti che ricorrevano ad altri generi, ricorrevano alla Recusatio, ovvero la rinuncia della poesia più alta, ossia il topos letterario dei poeti elegiaci (Gallo, Tibullo ecc); questo perché l’epica diventò sempre più il genere alto che celebrava l’identità Romana.

L’altro filone riconducibile all’epica, ma molto diverso, è quello dell’Epillio, un genere di origine ellenistica. L’epillio, ossia epico in miniatura, rappresenta però i personaggi non come eroi, ma nella loro dimensione quotidiana. Esempi dell’epillio sono riscontrati nel Carme 64 di Catullo. L’esempio più importante di Epillio in latino è proprio questo che contiene anche la storia di Arianna e Teseo: Arianna aiuta Teseo a fuggire dal minotauro, Teseo la porta con sé ma la abbandona sull’isola di Nasso dove viene poi presa dal Dio Bacco; famoso è il lamento di Arianna, che è diventato un archetipo dei lamenti di molte donne.

Un’altra caratteristica è la corrispondenza delle storie ad incastro presenti in esso: è presente infatti, nel carme di Catullo, la storia principale, formata da un amore che può essere felice o mortale, e da una donna divina; ad incastro troviamo poi una storia d’amore che finisce male tra due mortali e la storia tra Arianna e Bacco che ha un lieto fine (speculare alla principale).

Un altro epillio è presente nelle Georgiche di Virgilio (poema sull’agricoltura), ossia la favola di Aristeo, nel IV libro, secondo la quale Aristeo perde le sue api a causa di un’epidemia e viene a sapere che è una maledizione perché ha involontariamente ucciso Euridice, moglie di Orfeo, la stava inseguendo per violentarla, ma lei cadde e venne morsa da un serpente. Orfeo cantore riesce a convincere gli dei dell’Ade a restituirgli la moglie, ma disubbidisce guardando la moglie prima di uscire dall’Ade e muore cantando i dolori per la perdita subita. Aristeo, attraverso il sacrificio di due buoi agli dei, riesce a riavere le api. Anche qui ritroviamo la storia speculare e ad incastro perché Aristeo commette una colpa, però riesce ad espiarla, mentre Orfeo, che era stato accontentato disubbidisce agli dei e viene punito.

Altri Epilli sono contenuti in opere minori come nell’Appendix Virgiliana, che comunque non appartengono realmente a Virgilio, si pensava infatti che fossero stati scritti dal poeta prima delle Bucoliche—> la Ciris: narrava il mito di Scilla, figlia del re Niso, si innamora del nemico, ossia di Minosse e gli consegna la città. Il padre aveva un capello rosso magico, tagliato il quale sarebbe morto e così la sigla glielo tagliò e venne trasformata in uccello, chiamato Ciris (per il fatto che aveva tradito il padre). Questo racconto è narrato nel VIII libro delle Metamorfosi e nell’Appendix Virgiliana.

L’epillio influenza la storia tra Filemone e Bauci due vecchietti che sono gli unici ad ospitare Giove e Mercurio benevolmente, nonostante la loro povertà. Un’inondazione colpisce tutta la popolazione come punizione per non aver ospitato gli dei giunti sulla terra sotto mentite spoglie.

L'Eneide

Una colonna portante del poema latino è l’Eneide di Virgilio, composto quando l’autore si trovava già nella cerchia di Mecenate, in cui si creavano opere gradite ad Augusto, insieme ad Orazio e in parte Properzio. Composta tra il 29 e il 19 a.C., non fa in tempo ad essere revisionata un’ultima volta da Virgilio, che muore prima; il testo presenta infatti alcuni versi incompiuti chiamati Tibicines ossia “puntelli”, che dovevano essere completati, segno appunto di una mancata revisione finale.

Sul letto di morte Virgilio chiese ai suoi amici Vario e Tucca di bruciare l’opera perché incompiuta, ma Augusto che ne era a conoscenza, chiese a Vario di curare il poema senza però aggiungere nulla. L’Eneide è un poema che, come ci dice Serbio nel IV-V secolo, aveva due obiettivi principali:

  • Lodare Augusto a partire dagli antenati (Laudare Augusto a parentibus), quindi dalla gens di Augusto che si fa risalire al figlio di Enea (Iulio).
  • Imitare Omero. Scrivendo infatti un poema che avesse lo stesso valore che avevano l’Iliade e l’Odissea in Grecia, l’autore si poneva in competizione con Omero stesso. Anche la struttura del poema stesso è tesa a riprodurre il lavoro di Omero, in quanto nei primi sei libri troviamo la peregrinazione di Enea prima di arrivare nel Lazio (Odissea), mentre i secondi sei sono di stampo iliadico in quanto sono dedicati alla guerra nel Lazio, dopo che Enea era arrivato in un luogo in cui erano già presenti dei popoli.

In un primo tempo forse Virgilio aveva pensato di scrivere un poema sull’impero di Augusto, ma in realtà si tratta di un racconto proiettato nel mondo antico (passato mitico), in cui i riferimenti al presente sono sotto forma di profezia. Scudo di Enea: episodi della storia di Roma dalla fondazione fino ad arrivare alla battaglia di Azio in cui è presente il trionfo di Augusto su Antonio e Cleopatra —> lo scudo era fatto da un Dio che può profetizzare quale sarà la storia di Roma.

Non sfuggì neanche ai suoi contemporanei la volontà di imitare/copiar gli antichi, infatti nell’incipit, “Arma virumque cano” troviamo dei riferimenti sia all’Iliade che all’Odissea in quanto l’Iliade si apre con l’ira di Achille, e l’Odissea si apre con la parola (??). In questo tentativo vediamo la volontà di ricordare entrambi i poemi in una sola opera. Per questo motivo ebbe anche molte persone che lo accusarono di aver adoperato compiendo dei veri e proprio furti da Omero, e si dice che Virgilio rispondesse che “era più facile rubare la clave ad Ercole piuttosto che dei versi ad Omero”.

Per gli antichi, emulare e mettersi in gara con un modello è già di per sé originalità: “rubo per fare qualcosa di nuovo”. L’Eneide deve molto anche all’epica Alessandrina, in particolare da Apollonio Rodio—> Giasone e Medusa —> questo si ritrovava nell’episodio di Didone che aiuta l’eroe straniero, poi però viene abbandonata.

Ovidio, le Metamorfosi

Dopo Virgilio troviamo Ovidio con le Metamorfosi. Ovidio, ultimo dei grandi poeti augustei, rimase estraneo alle gesta civili e iniziò la sua carriera di poeta in un periodo di pace. Ovidio parla di sé in un elogio dei Tristia facendo una sorta di autobiografia. Nato a Sulmona da famiglia di ceto equestre, frequentò scuole di retorica con i maestri allora in voga. Lo stile poetico è uno stile che ha degli elementi molto influenzati dalla retorica. Un esempio dell’Ovidio giovane influenzato dalla retorica sono gli “Heroides”, lettere/monologhi scritte da eroine ai loro amanti. Quest’opera, anche se appartiene al genere elegiaco, è influenzata dagli esercizi svolti nelle scuole di retorica.

Ovidio mostra molto interesse per la poesia, si avvicina ad un “circolo”, quello di Messalla Corvino, stringe rapporti con Properzio, dichiara di ammirare Orazio e Virgilio. Le sue opere sono:

  • Amores —> raccolta di elegie (in 3 libri)
  • Heroides —> scritte in metro elegiaco
  • Inoltre ci sono opere didascaliche di tema amoroso: Ars Amatoria —> I-II per gli uomini, III per la donna.

Il suo atteggiamento nei confronti dell’amore è più distaccato, non è un amore totalizzante; tipicamente l’amore elegiaco è caratterizzato dalla tristezza ed ha tendenza vittimistica. In questo caso, con Ovidio le cose cambiano, non ha un atteggiamento esclusivo nei confronti di una sola donna. Un elemento che caratterizza la produzione di Ovidio è quello di non dedicarsi solo all’elogio come i poeti elegiaci che lo avevano preceduto.

Ovidio scrisse una tragedia, una delle poche opere teatrali di età augustea —> Augusto aveva incoraggiato la rinascita del teatro ma senza ottenere rilevanti risultati: Tieste di Vario (ne fu un esempio). Solo successivamente abbiamo le tragedie di Seneca, ma non sappiamo se fossero destinate ad una rappresentazione teatrale. 2-8 d.C. Composizione delle Metamorfosi (opera della piena maturità, forse rivista nel periodo dell’esilio —> morì lì nel 17 d.C.). Non sono mai state chiarite le cause dell’esilio, nelle opere di questo periodo allude vagamente al motivo dell’esilio, parlando di “Carme et error”, coinvolgimento amoroso con la nipote di Augusto Giulio; forse perché l’Ars Amatoria non era stata compresa nel giusto modo da Augusto. Ovidio ama raccontare più volte le stesse storie.

L'esilio

Ovidio finisce in esilio in una città dell’attuale Romania, Costanza, in cui scrive i Tristia (tristezza, neutro plurale di tristis, cose tristi, circa il racconto della sua vita in esilio dove non ci sono libri, non si può scrivere perché si è lontani da qualsiasi pubblico che possa leggere le sue poesie) e le Epistole ex Ponto (in cui si lamenta della sua condizione riferendosi alla moglie e agli amici affinché si adoperino per ottenere il suo ritorno, o perlomeno il suo trasferimento in un altro luogo). Questo però non avvenne mai e nel 17 d.C. morì proprio qui.

Non sono mai state chiarite le cause dell’esilio, lui stesso ne parla in maniera vaga nelle sue opere dedicate appunto a questo, e in particolare nel 2 libro dei Tristia in cui dice che due sono state le accuse che lo hanno portato a questa condizione, il Carmen (la sua poesia, Ars Amatoria) e l’error, una sua colpa; da questo libro sembra che involontariamente sia stato testimone di un qualche adulterio nella famiglia di Augusto, quindi forse nell’adulterio della nipote, Giulia minore.

Per questa colpa fa riferimento al mito di Atteone, che era un cacciatore e che involontariamente vede la dea Diana nuda che fa il bagno con le sue compagne; la dea per punirlo, lo trasforma in un cervo che viene sbranato dai suoi stessi cani. Questo mito è esemplare di una condanna ingiusta ed eccessiva rispetto alla colpa, attraverso il quale Ovidio paragona se stesso ad Atteone, che fu appunto testimone involontario di qualcosa che non doveva vedere. L’esilio di Ovidio ha ispirato molti autori contemporanei per la sua vicenda, come per esempio Tabucchi che ha scritto una raccolta di brevi racconti, ciascuno dei quali è il sogno immaginario di un poeta, scrittore, artista ecc, ed uno di questi è il sonno di Ovidio che sogna di trasformarsi in una farfalla e di danzare davanti ad Augusto nella speranza di convincerlo a farlo ritornare a Roma, ma viene respinto e rimandato in esilio.

Elegia

Ovidio spazia quindi tra molti generi letterari; in gioventù pratica l’elegia, ma a differenza dei poeti elegiaci che lo hanno preceduto, in particolare Cornelio Gallo, Tibullo e Properzio, non si ferma all’elegia ma va avanti. Nelle sue opere elegiache sono presenti due temi in particolare, il tema erotico amoroso, che è al centro di molti miti narrati nelle Metamorfosi, e l’interesse per il mito; questi due temi erano già presenti nelle Heroides e si ritrovano interconnessi e centrali anche nelle Metamorfosi.

Dopo il successo della posta amorosa di carattere elegiaco, Ovidio supera quello che era un altro motivo tipico dell’elegia, cioè la recusatio, secondo la quale i poeti che la praticavano, rifiutavano di usare per le loro opere poesia impegnata/civile con la scusa di non esserne capaci, in realtà perché non volevano; rispondevano quindi che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martasantorelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Piazzi Lisa.
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