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Ambiente e tecnica nell'architettura moderna

Appunti di Storia dell'architettura contemporanea su ambiente e tecnica nell'architettura moderna basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. De Magistris dell’università Politecnico di Milano - Polimi. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia dell'architettura contemporanea docente Prof. A. De Magistris

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domestico, con questa importante introduzione si è ridotto un grave problema e ha finalmente fatto

notare agli architetti un altro modo di risolvere i problemi che non sia usando quello architettonico-

strutturale. I primi a risolvere questo problema furono proprio gli americani, probabilmente grazie

ad una maggiore apertura mentale, al fatto che costruissero le abitazioni con il legno il che

rendeva più semplice scaldare l’ ambiente interno ma sicuramente anche grazie alla maggiore

quantità di energia disponibile sul territorio. La dimestichezza con le attrezzature è senza dubbio la

chiave del problema. Sicuramente passa sempre molto tempo, in genere qualche decade, prima

che le nuove tecnologie vengano usate in abitazioni dagli architetti, esse vengono prima

sperimentate in campi che non vengono propriamente considerati architettura come serre,

fabbriche e trasporti. Il potenziale tecnologico quindi ha sempre preceduto il momento

architettonico. Nel corso di questi lunghi intervalli si sviluppano molti dibattiti e ricerche. Queste

ricerche, che si estendono in molti campi come quello letterario, filosofico ecc. hanno permesso la

formulazione di nuove idee e di nuovi impieghi delle tecnologie stesse.

CAPITOLO III: UN SECOLO BUIO E DEMONIACO

Per capire come si è arrivati a tali innovazioni tecnologiche bisogna anche comprendere l’

atmosfera che questi innovatori e scienziati respiravano all’epoca. Con atmosfera si intende in

senso letterale infatti già allora nascevano i primi problemi sull’inquinamento. Le città infatti

continuavano a richiamare persone al loro interno fino che non si è arrivati alla congestione delle

città stesse. Le automobili, le industrie e la sempre maggiore massa di persone continuava a

produrre rifiuti senza che si sapesse come smaltirli in modo giusto. Inoltre hanno introdotto il

problema delle epidemie quindi dell’igiene comune, tutto ciò ha portato alla formazione di nuove

leggi.

Date le tecnologie del tempo la combustione per l’illuminazione era sempre incompleta, anche la

maggior parte degli inquinamenti esterni erano prodotti di scarto. Nel 1895 dopo aver osservato

due fotografie della città di Chicago l’ingegnere termico Huyett dichiarava:” se si attraversa il fiume

Chicago e si osserva la quantità di acqua calda scaricata dalle tubazioni degli edifici o se si

cammina per la strada e si osservano le fughe e la quantità di vapore acqueo andata persa, ci si

fissa in mente la parola sperpero.” La perdita di profitto dovuta alla presenza dei rifiuti e la

protezione della vita umana e della salute hanno costituito uno stimolo costante per migliorare

l’ambiente. Ruolo molto importante in questo periodo storico lo ebbero i medici, questi ultimi infatti

conoscevano bene le conseguenze che un insalubre luogo di lavoro provocava sul paziente. Uno

di questi fu Jacob, un patologo che attraverso i suoi scritti dimostrò le sue conoscenze pratiche

delle caratteristiche ambientali degli edifici spesso molto superiori a quelle degli architetti stessi.

Jacob infatti dichiara che il maggior interesse degli architetti era quello di inserire un “ventilatore”

nel proprio progetto senza però porre attenzione al vero funzionamento dello stesso. Alcuni di

questi medici arrivarono a progettare e costruire alcuni edifici esemplari dal punto di vista

ambientale. Un esempio di queste costruzioni è l’Ottagono in Grove street a Liverpool realizzata

da Hayword in cui studiò un efficientissimo meccanismo di ventilazione naturale. Egli infatti

permette l’entrata dell’aria negli spazi più bassi, man mano che l’aria si scalda sale verso l’alto

attraversando tutto l’edificio. Una volta che l’aria raggiunge il livello di saturazione viene fatta

ricadere verso il basso per poi essere immessa in un condotto che la espelle dalla copertura.

Mentre “caldo” o “freddo” potevano essere misurati in maniera soddisfacente con strumenti

semplici e se ne potevano identificare le origini, non era possibile procedere analogamente per il

“senso di fresco” o “l’odore nell’aria”. Anche quando furono individuati i responsabili dell’ aria

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viziata, cioè l’anidride carbonica e l’eccesso di umidità, ne l’uno ne l’altro potè essere facilmente

misurato e controllato. Se quindi si riuscì con alcuni tentativi ad eliminare le correnti d’aria o

addirittura in alcuni casi ad utilizzarle a proprio vantaggio il processo per eliminare il cattivo odore

non fu altrettanto semplice. La difficoltà proveniva dal fatto che le cause principali dell’aria viziata

erano inodori e quindi non individuabili. Nel 1929 Kimball scrisse una descrizione dello sviluppo

delle conoscenze scientifiche sulle principali cause dell’aria viziata nella quale enumerò i vari

pionieri delle ricerche in questo campo. Dopo il 1777, anno in cui si iniziarono queste ricerche,

prevalse la teoria dell’anidride carbonica. Successivamente si ipotizzò una teoria erronea nella

quale si affermava l’esistenza di sostanze organiche nell’aria. Si arrivò infine alla teoria che per la

ventilazione erano più importanti le proprietà termiche dell’aria che quelle chimiche. Quelle

proprietà termiche però si dimostravano difficili da valutare.

Il vero problema era dunque quello legato al fatto che si pensava che più gli edifici erano chiusi,

meglio illuminati e riscaldati più il benessere interno era elevato senza però comprendere che

erano proprio questi fattori a generare aria viziata. Con l’ arrivo dell’Art Nouveau ci si è proposti di

ripudiare le norme di progettazione degli interni e degli standard ambientali del diciannovesimo

secolo. L’arte e la tecnologia quindi si unirono per respingere il buio, la sporcizia e la mancanza

d’aria. Tutto questo fu possibile anche grazie all’arrivo dell’ illuminazione elettrica che permise di

eliminare elementi nocivi derivanti dall’illuminazione a gas o di introdurre condotti di ventilazione

più efficienti.

CAPITOLO IV: IL GIOCO DELLE PARTI: CALORE E LUCE

Nel precedente capitolo sono stati analizzati i tipi di tecnologia ambientali disponibili nel corso dl

diciannovesimo secolo. È però importante analizzare come si sia trasformato nel tempo il tipo di

energia che poteva essere fornita alle abitazioni. All’ inizio i modi di ottenere questa energia erano

molto primitivi, il combustibile che veniva consumato direttamente sui punti dove l’energia veniva

richiesta era per esempio carbone, legna, petrolio e gas. All’ inizio dato che non esistevano

condotti appositi l’energia veniva incanalata direttamente nell’ambiente desiderato mentre l’acqua

restava l’unica sostanza incanalata in tubazioni. Fu proprio questo fatto a porre una soluzione

anche per il riscaldamento dell’aria, infatti con il tempo si iniziò e prescegliere il luogo in cui

scaldare l’aria e poi veniva introdotta in apposite tubazioni. Si svilupparono le prime caldaie che

producevano calore che si trasmetteva per convezione portandosi ai radiatori distribuiti attraverso

una rete di tubi. Successivamente venne introdotta la circolazione forzata che rese possibile

l’adattamento a installazioni molto più grandi. Dal 1860 il riscaldamento a vapore o ad acqua

bollente si trovava nella maggior parte degli edifici pubblici o privati; l’uso dei condotti nel

riscaldamento a vapore suggerirono un nuovo sviluppo nel campo del rifornimento energetico: se il

calore da una caldaia centrale poteva essere distribuito in varie parti della casa allora esso poteva

anche essere distribuito a case diverse. Il primo a sviluppare in pratica questa idea fu Holly che nel

1876 riuscì a collegare varie abitazioni con un'unica caldaia centralizzata. Questo tipo di impianto

infatti forniva calore pulito direttamente disponibile e che non lasciava alcun residuo nelle stanze

ma soprattutto non consumava l’ossigeno dell’aria.

Il calore quindi si introduceva nelle varie stanze tramite irraggiamento o convezione ma il

posizionamento di stufe o radiatori arano ancora dettati da fattori estetici o dall’abitudine fino a che

non si introdusse il cantuccio quindi una zona riparata dalle correnti d’aria con risultati termici

soddisfacenti(i primi ad inserirlo furono Wright, Voysey e i loro contemporanei). Si iniziò a

perfezionare anche la combustione con l’introduzione della grata con gola ristretta fatta da

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Rumford. Fra tutte le innovazioni però la più importante fu la separazione dei gas di combustione

dall’aria che riscaldava la stanza, questa separazione permetteva altri sviluppi del circuito.

Quest’ultimo infatti poteva servire stanze differenti da quelle in cui era collocata la stufa. Grazie a

questo passaggio, avvenuto sicuramente prima del 1836, si arrivò a collocare la stufa in cantina,

ad aspirare aria dal serbatoio di aria calda e canalizzare quest’aria verso le parti della casa che ne

necessitavano. Un altro aspetto positivo di questa innovazione fu dato che il calore veniva fornito

per mezzo dell’aria il processo della ventilazione era inseparabile. Questo però non fu sempre

semplice, infatti in molti edifici trovare spazio per i condotti verticali recò problemi agli architetti. Si

raggiunse una buona soluzione funzionale solo grazie alle case semi-standardizzate del nord

America ad un solo piano posizionando tutti i condotti in cantina. Facendo così si raggiunsero

notevoli risultati ma l’ingombro dei condotti limitava ancora molto la progettazione e creava

numerosi problemi in pianta e in sezione, per arrivare ad una soluzione ottimale si doveva

aspettare lo sviluppo dei ventilatori.

La ventilazione forzata fiorì intorno il 1860 grazie ai potenti stimoli derivanti dalla richiesta di

maggiore ventilazione nelle navi, nelle miniere, negli edifici sempre più grandi e complessi; all’

inizio l’energia necessaria era fornita dalle macchine a vapore e in seguito dai motori a gas a

bassa velocità collegati alla rete urbana del gas. Purtroppo però la grandezza e l’incombenza di

questi impianti rendeva ancora difficile il loro posizionamento all’interno dell’edificio stesso. L’uso

dei ventilatori su larga scala si realizzò solo negli ultimi anni dello stesso secolo, solo dopo aver

superato due grossi ostacoli. Il primo derivava dalla mancanza di conoscenze riguardarti

l’aereodinamica che fu lentamente rimossa con la progressiva formazione di un opportuno

bagaglio di conoscenze da parte di società di impianti come Sirocco o Sturtevant. Il secondo

ostacolo era rappresentato del fatto che non si disponeva ancora di una piccola sorgente di

energia che si potesse adattare ai piccoli ventilatori da usare in casa.

Fino a questo momento però la tecnologia della ventilazione aveva adoperato strumenti

direttamente legati ad una diretta applicazione del calore per assicurare il movimento convettivo

dell’aria con ovvi disagi durante il periodo estivo. In molte zone il raffreddamento e il controllo

dell’aria si rese necessario e di conseguenza anche un controllo globale dell’ambiente interno di

tutto l’edificio. Questo controllo però era legato e vincolato in maniera determinante

dall’illuminazione interna delle singole stanze. La maggior parte del calore all’interno dell’edificio

era infatti generato da lampadine fluorescenti.

Il consumo di luce artificiale aumentò dopo la metà del diciannovesimo secolo. Nel 1880 venne

sviluppata la tecnologia dell’illuminazione a gas grazie al barone Welsbach che diminuì

drasticamente la produzione di fuliggine provocata dalle precedenti lampade a carbone e quindi

anche l’inquinamento domestico anche se il calore prodotto dalla stessa lampada rimaneva

invariato rispetto a quello prodotto dalla lampada a carbone. Questo tipo di illuminazione però non

si diffuse in modo così capillare nonostante tutti i suoi benefici per l’invenzione dell’illuminazione

elettrica. L’illuminazione elettrica risolse due problemi fondamentali legati alla illuminazione a gas:

produceva meno calore e non creava fuliggine. Inoltre richiedeva meno manutenzione e pulizia e

l’impianto poteva essere installato in uno spazio molto più ristretto rispetto a quello necessario per

un impianto a gas. Il padre dell’illuminazione elettrica fu Thomas Edison che inventò la lampada a

bulbo ma anche il montaggio di un sistema completo di alimentazione della lampada elettrica

commercialmente disponibile. Con questo unico impianto poteva trasformare, controllare,

misurare, distribuire e utilizzare l’energia fornita da una centrale elettrica.

Grazie a questa invenzione la richiesta di energia elettrica aumentò esponenzialmente e

l’istallazione dei fili e delle lampade elettriche divenne un ramo fiorente dell’industria edilizia. Il

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fascino della luce pulita consentì all’industria elettrica di espandersi e di creare lampadine sempre

più grandi e di migliore qualità. Inoltre con il continuo perfezionamento del bulbo della lampada

fece si che la luce disponibile potesse essere indirizzata dal soffitto verso dove era richiesta. Slater

fu però uno dei primi che si oppose all’invasione sfrenata della luce negli interni. Egli inoltre

immaginò una distribuzione di piccole luci puntiformi distribuite lungo le pareti della stanza ma

anche l’illuminazione indiretta mediante pannelli schermanti che facevano arte dell’arredo fisso

della stanza. Al progettista infatti si aprono due strade di progettazione: la prima è quella di

simulare la luce naturale solare, quindi una luce diffusa oppure, la seconda strada da percorre è

quella di utilizzare una luce mirata dove è necessaria. L’ illuminazione elettrica però è stata anche

vista dall’architetto-artista come mezzo per esprimere con maggior forza il carattere dell’edificio.

L’uso della luce elettrica infatti può cambiare l’aspetto delle forme e dei volumi. Nei primi anni in cui

si iniziò ad utilizzare la luce elettrica per questo scopo però l’architetto sorvolò alcuni aspetti, uno di

questi fu proprio l’aspetto esterno dell’edificio durante la notte. Inserendo luci all’interno dei locali e

molte parti vetrate l’architetto non pensò all’effetto delle luci stesse durante la notte; se quindi si

voleva ottenere un risultato armonioso durante il giorno inserendo apposite luci questo risultato

poteva venir meno durante la fase notturna.

L’illuminazione elettrica ha cosi lanciato agli architetti la sfida della tecnologia ambientale perché

l’abbondanza di luce notturna che fuoriusciva dall’edificio ha finalmente dato la possibilità di

pensare il proprio edificio come un organismo vivente 24 ore su 24.

CAPITOLO V: GLI AMBIENTI DEI GRANDI EDIFICI

Nei primi anni del 900 i dispositivi meccanici per controllare l’ambiente hanno introdotto in

architettura due problemi o opportunità. Il primo riguardava le modifiche agli edifici che erano

imposte dell’uso di nuovi dispositivi quindi la ricerca di uno spazio che accogliesse l’impianto. Il

secondo riguardava le modifiche costruttive che venivano facilitate dall’introduzione e l’utilizzo di

nuovi materiali. Analizzando gli edifici più grandi si possono definire quali siano stati i vincoli

architettonici imposti da un macchinario ambientale e quali benefici ne siano derivati.

A dare origine a problemi nuovi non fu solamente il volume dell’edificio da ventilare ma anche la

forma e le tecniche di costruzione adoperate comportavano conseguenze ambientali. Dal punto di

vista degli ambientalisti molti di questi grattacieli erano insoddisfacenti e la loro scarsa

ventilazione, illuminazione, riscaldamento ecc era messa in evidenza dagli stessi. Un grande

problema, per esempio, fu risolvere la ventilazione interna, infatti, scaldando l’aria interna questa

saliva velocemente lungo tutto l’edificio creando così dei vuoti d’aria fastidiosi che provocavano

una grande perdita di calore. Si risolse questo problema inserendo la porta girevole(già inventata

in epoca vittoriana) che consentì un migliore controllo della ventilazione e una distribuzione più

uniforme di temperatura all’interno degli edifici. Anche questi accorgimenti però non bastarono a

risolvere i problemi ambientali derivanti dalle forme alte e strette degli edifici stessi, per risolvere

definitivamente i problemi sopra citati bisognava quindi migliorare gli impianti tecnologici. Su

superfici meno ristrette però queste innovazioni tecnologiche potevano garantire risultati

significativi. Uno di questi fu il Birmingham General Hospital del 1893 a Belfast. In questo edificio

Henman e Cooper presentarono un livello di innovazione tecnologica e di originalità planimetrica

che portarono a ottenere un edificio di alta qualità ambientale per quel periodo. Esso infatti

adopera un doppio sistema di ventilazione, il primo che poteva essere regolato direttamente dai

dipendenti, il secondo che era regolato da appositi operatori per gli spazi dei malati. Con questo

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progetto gli architetti hanno dimostrato grande sensibilità nei confronti dell’inquinamento

ambientale interno ed esterno.

Molti storici dell’architettura, infatti, non hanno mai accennato nei loro scritti al fatto che la

tecnologia rendesse abitabili alcuni edifici che altrimenti, senza quest’ultima, non lo sarebbero stati

e quindi non posso essere considerati architettura vera e propria. Mentre li si progettava infatti non

si pensava al fatto che l’inserimento di numerose parti vetrate avrebbe conseguito un aumento

delle spese per riscaldamento invernale dato le scarse proprietà di isolamento del materiale.

Queste “dimenticanze” infatti hanno definito le caratteristiche dell’architettura moderna fino ad

arrivare ai giorni nostri. Un altro edificio fondamentale per quanto riguarda l’innovazione

tecnologica nel campo della progettazione è il Larkin di Frank Lloyd Wright a Buffalo.

Questo edificio infatti sorgeva vicino a molte industrie e alla stazione ferroviaria, Wright quindi

decise di costruire un edificio come se fosse un blocco di mattoni isolato ermeticamente per

proteggere lo spazio interno dai gas provenienti dai treni. Inoltre l’architetto ebbe una idea brillante

nel posizionare i condotti per il sistema di ventilazione. Come egli stesso dichiara:” Presi il primo

treno per Buffalo per tentare di persuadere la Larkin Company che valeva la pena di spendere

trentamila dollari in più per realizzare corpi scala indipendenti dal blocco centrale”. Egli dispose nel

corpo centrale dell’edificio tutti i servizi e gli spazi richiesti dalla compagnia come gallerie di uffici,

armadietti, archivi ecc. mentre agli angoli posizionò i corpi scala che servivano per i percorsi, come

uscite di sicurezza ma anche come prese d’aria per il sistema di ventilazione. L’aria veniva quindi

aspirata dalla copertura dell’ edificio, quindi lontana dall’inquinamento della stazione, attraverso

condotti posizionati vicino le scale portata nello scantinato dove veniva scaldata per poi essere

distribuita piano per piano con apposite bocchette d’aria tramite altri condotti.

CAPITOLO VI: L’ABITAZIONE CLIMATIZZATA

Wright fu uno dei primi architetti americani che pose particolare attenzione al benessere

ambientale dell’edificio escogitando numerose soluzioni anche per ridurre l’inquinamento e i

consumi dell’edificio stesso. Queste innovazioni furono adottate anche nel campo delle abitazioni

private. Wright infatti costruì numerose residenze per le famiglie più facoltose fuori città seguendo i

parametri estetici da loro richiesti(il contrario di ciò che stava accadendo in Europa in cui

l’architettura era diventata una simbolo di ribellione contro i nobili). Wright quindi utilizza un

linguaggio molto semplificato con l’introduzione di legno e superfici a trama ruvida su vasti ripiani

orizzontali. Queste forme inoltre si adattavano bene al riscaldamento centralizzato,

all’illuminazione elettrica e, più tardi, al condizionamento dell’aria. Il linguaggio di Wright è un modo

di organizzare gli interni e deriva da un trasferimento di interesse dall’esterno all’interno

dell’abitazione verso un comfort ambientale. Questo entusiasmo era reso evidente dal fatto che

l‘involucro esterno era sempre più irrilevante come se fosse “schiacciato” dal tetto. Questa perdita

di importanze delle pareti murarie esterne è dovuta anche dal fatto che tutti i principali condotti,

che prima erano contenuti in queste pareti ora si sono spostati al centro della casa come nel

progetto American Woman’s Home di Catherine Beecher. In questo progetto infatti viene introdotto

per la prima volta il concetto di unico nucleo centrale di servizi intorno al quale la casa non è più il

risultato di un assemblaggio di stanze ma uno spazio libero differenziato funzionalmente per

mezzo di mobili o attrezzature specializzate. Al centro della casa quindi viene realizzato un unico

condotto ad aria calda ed aspirazione intorno al quale è organizzato tutto il gruppo motore che

fornisce aria e acqua calda ed aspirazione di aria viziata.

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La prima conseguenza di questo “albero ambientale” è di aver privato le pareti perimetrali di tutte

le funzioni che prima svolgevano, tranne quelle di lasciar passare la luce e impedire il passaggio

delle condizioni atmosferiche dall’esterno verso l’interno. Anche se l’evoluzione della tecnologia nel

campo del riscaldamento e della ventilazione ha reso antiquata la proposta della Beecher i grandi

vantaggi di questo modo di progettare che si sono riflessi anche sul modo di vivere hanno fatto si

che questa tipologia edilizia rimanesse molto utilizzata. Rimaneva un unico problema: l’incapacità

di affrontare il calore e l’umidità nel periodo estivo. L’involucro leggero infatti lasciava penetrare il

calore troppo facilmente e la pianta compatta non favoriva la ventilazione con la conseguenza che

le stanze da letto, che si trovavano sotto la falda del tetto, avessero sempre temperature elevate.

Molti architetti trovarono soluzioni differenti: Gill utilizzò massicce pareti in calcestruzzo simili a

quelle tradizionali in mattoni, Mayback utilizzò tetti e pergolati per ombreggiare il più possibile,

Greene arrivò a costruire un edificio che sembrasse fatto da solo tetto. Wright dunque notò che le

innovazioni tecnologiche modificavano profondamente l’aspetto estetico finale di un edificio, e

infatti scrive: “un'altra opportunità moderna ci è offerta dall’efficace sistema di riscaldamento ad

acqua bollente. Con l’aiuto di questi mezzi la forma degli edifici può subire una articolazione più

complessa. Mantenendo i soffitti bassi le pareti possono essere aperte con una serie di finestre

verso i fiori, gli alberi, l’atmosfera esterna, il panorama.” Attraverso questo concetto mette in diretta

relazione equipaggiamento meccanico, pianta e sezione con esigenze estetiche.

Un esempio del concetto sopra citato è proprio Casa Baker di Wright. La pianta ha una forma

abbastanza complessa, il soggiorno per esempio si apre con ampie zone vetrate su tre lati

differenti in modo tale da porre in corrispondenza di questi bow-window sedute e fioriere fisse in

modo da creare una spazio rilassante. In inverno il grande spazio vetrato lascia passare grandi

quantità di luce naturale che illuminano la stanza nella sua profondità, d’estate invece il tetto

leggermente aggettante protegge i bow-window in modo da schermare il calore. In inverno quindi

la casa è riscaldata tramite una serpentina d’acqua bollente applicata alle parti opache della

stanza e rivestita da pannelli di legno. In estate invece la sommità del bow-window era quasi

completamente apribile in modo tale da poter garantire una ventilazione continua e leggera in tutta

la stanza.

I principali insegnamenti che si possono trarre da questa casa sono due; il primo è che non basta

istallare servizi meccanici ma bisogna farli lavorare in parallelo con la struttura in modo da ottenere

una performance ottimale. Il secondo insegnamento consiste nel fatto che questi risultati furono

ottenuti senza ricorrere a nessuna novità tecnologica infatti in questa architettura non si fece

ricorso alla tecnologia come una soluzione “disperata” per l’ambiente ma fu naturalmente inclusa

negli usuali metodi di lavoro dell’architetto. Si può considerare Wright come una specie di genio

per la sua indiscutibile capacità di impiegare insieme struttura e tecnologia. Un'altra innovazione di

Wright sperimentata in casa Roberts è un nuovo tipo di mattone per la ventilazione; un mattone

forato che viene utilizzato per facilitare il flusso di aria calda vicino al camino del soggiorno.

Un'altra importante casa costruita da Wright nei primi anni del 900 è casa Robie. Quest’ultima è

stata molto discussa e giudicata da alcuni critici troppo buia a causa dei cornicioni sporgenti. In

estate però ciò che colpisce è il fresco derivante dall’ombroso cortile di ingresso. Esso si trova a

lato nord della casa e non riceve mai sole ed è considerato come un grande serbatoio di aria

fresca. Inoltre a causa delle grandi superfici vetrate presenti al piano terra, unico ambiente

differenziato funzionalmente, l’architetto ha dovuto inserire un radiatore per ogni finestra in modo

da compensare lo scarso isolamento del materiale trasparente. Il sistema di illuminazione, che è

tuttora quello originale, è uno dei primi trionfi della storia delle origini dell’arte dell’illuminazione

elettrica. Dove vi era più bisogno la luce era fornita attraverso lampade speciali pensate dallo

stesso architetto e incorporate dentro mobili appositi. Infine, anche il tetto si può studiare come

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elemento tecnologico importante per il raggiungimento di un buon comfort ambientale. La parte

ovest funge da parasole contro il sole del primo pomeriggio, la parte est invece protegge la cucina

e la zona d’ingresso dalla pioggia.

Con la partenza di Wright da Chicago la scuola Prairie e la Scuola della California decaddero

insieme all’architettura dell’abitazione climatizzata. Il periodo dopo Wright infatti fu segnato dalla

convinzione che la macchina fosse un fatto culturale piuttosto che solo uno strumento che

l’architetto poteva usare per fare case “igieniche, meno faticose[…]dove il massimo comfort poteva

essere ottenuto con il minimo lavoro”.

CAPITOLO VII: L’AMBIENTE DELLA MACHINE AESTHETIC

Mentre Wright adoperava importanti tecnologie, applicandole dove necessario senza implicazioni

di natura stilistica in Europa gli architetti non riuscirono a trattare l’argomento in maniera così

fredda e distaccata. I progettisti europei consideravano qualsiasi nuovo stile come l’effetto

automatico di nuove tecnologie, si preoccupavano di stabilire il nuovo stile adatto all’Età della

Macchina e poi di risolvere i problemi che questa si portò appresso. Un altro problema sorto negli

anni dell’ International Style fu quello di far accettare alla gente i rigori di questo stile assieme ai

comfort ed alle comodità offerti dalla tecnologia. La gente rimase perplessa domandandosi perché

doveva sopportare una serie di disagi ambientali per godere del possesso di un’altra serie di agi.

Fu proprio in Germania che la promessa di migliorare qualitativamente l’ambiente fu sacrificata in

nome di una geometrica “machine aesthetic” e di una realizzazione elementare delle cose. Si trattò

di una incredibile rinuncia ai concetti umani di ambiente sviluppati prima del 1914. La rinuncia al

comfort, alla comodità e all’immaginazione creativa è sbalorditiva in Germania perché proprio li è

stato pubblicato un importante testamento per l’arte dell’illuminazione. La speranza, di radice

futurista, di ottenere un ambiente migliore attraverso la valorizzazione della tecnologia era molto

diffusa. La visione futurista con il suo linguaggio astratto e la sua artificiosità però mancava di una

verifica sperimentale. Questa verifica venne trovata negli scritti di Scheerbart, un importante

teorico con acuto spirito di osservazione e con una grande varietà di esperienze. Egli sviluppa una

visione di un architettura formata da vetri, luce ed acciaio e contribuì a sviluppare una costruzione

con un risparmio energetico maggiore studiando in particolar modo il doppio vetro e i suoi benefici.

Queste osservazioni non dimostrarono soltanto il buon senso dell’autore ma anche un acuta

comprensione di come sarebbe stata indirizzata la tecnologia del futuro. La sua visione sull’utilizzo

del vetro è dunque molto complessa, chiede nuovi materiali per sostituire il legno nel telaio delle

finestre e nuovi trattamenti per le superfici in calcestruzzo. Inoltre egli afferma, contro i propri

contemporanei, che non serviva “più luce!!” ma luce più modulata e colorata in modo tale da non

infastidire i nostri occhi. Un importante teoria che non è stata ancora sviluppata e messa in pratica

in maniera sufficiente ai giorni nostri.

Un importante architetto che fu molto influenzato da Sceerbart è Bruno Taut. L’architetto mostra

queste influenze nella propria abitazione in cui pone particolare attenzione alla luce del lampadario

posta sopra il tavolo da pranzo e alle sue riflessioni nel resto della stanza. Riprende anche

l’interesse per i colori: il colore è utilizzato in modo dimostrativo, utilizza infatti il colore rosso sulle

pareti di una stanza ma evidenzia gli elementi per il riscaldamento in giallo attirando l’attenzione

sulle soluzioni impiantistiche adottate. Questo utilizzo del colore era ripreso in tutta Europa, anche

da Gropius. Per Gropius e per il gruppo Bauhaus lampada, impianti e attrezzature simili siano stati

semplicemente pezzi di sculture da comporre secondo regole estetiche in composizioni astratte.

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Per quanto riguarda i problemi ambientali il gruppo osservava semplici regole secondo i quali i

radiatori vengono collocati lungo la parete esterna e le lampade appese al centro del soffitto. Un

altro architetto che creava sculture con l’illuminazione fu Rietveld; egli non poneva particolare

attenzione al fine di realizzare una migliore acustica e una migliore illuminazione ma piuttosto di

comporre sculture, opere d’arte mettendo insieme una serie di forme rigide. I contrasti sono ancora

più evidenti se si confronta l’illuminazione artificiale interna con quella esterna. In una serie di

facciate di negozi, infatti, egli adoperò luci e lettere illuminate per creare volumi virtuali di spazio

luminoso come per esempio nella facciata di Bioscoop Vreeburg del 1936. Esteticamente e

tecnologicamente il design degli accessori per l’illuminazione divenne sempre più sofisticato. Il

rigido moralismo estetico che di solito imponeva di mettere in evidenza fonti di luce come

lampadine, determinò per compensazione una modifica nell’aspetto esterno dell’edificio ossia la

soppressione in facciata delle finestre apribili poste al di sopra delle altre finestre principali e la loro

sostituzione con un elemento di parete che chiude verso l’esterno il volume posto al di sopra del

soffitto sospeso. CAPITOLO VIII: MACHINES à HABITER

Le Corbusier fu sicuramente l’architetto che influenzò maggiormente la sua generazione e quella

futura, questo accadde in primo luogo per l’incapacità dei critici nel vedere la sua architettura sotto

il solo aspetto culturale e in secondo luogo per la propria sottomissione ad una struttura teorica in

ritardo rispetto alle vere possibilità tecnologiche. Molti degli architetti che ripresero le architetture di

Le Corbusier infatti non avevano molti testi su cui studiare le sue architetture, la maggior parte dei

libri in circolazione infatti trattavano ancora il problema dell’uso di materiali come vetro e ferro per

esempio nell’opera di Paxton senza però ricordare le straordinarie capacità ambientali di

quest’ultimo architetto.

Nonostante tutto però Le Corbusier aveva maggiori possibilità di conoscenza rispetto ai suoi

architetti contemporanei potendo vantare di numerosi rapporti con l’industria, filosofi, medici, con i

maggiori pittori d’avanguardia ma soprattutto il suo entusiasmo per l’età della macchina. La

testimonianza di tutti questi contatti si ritrova in tutti i 27 numeri della rivista “L’Espirit Nouveau” da

lui curata e pubblicata. Molti di questi numeri riportano diagrammi che mostrano studi su come

l’occhio umano risponde alla luce e ai colori. Ma l’interesse che spinse ad effettuare questa ricerca

fu quella di contribuire ad un’estetica razionale della verniciatura degli interni quindi nessun legame

con le risposte fisiologiche dell’uomo agli spazi colorati ed illuminati. Eppure Le Corbusier non

rimase né del tutto ignaro dei problemi ambientali, né indifferente alle esigenze umane che

imponevano la risoluzione di quei problemi. Nel Manuel de l’Habitation infatti parla esplicitamente

dei problemi ambientali e di come risolverli anche se poche delle osservazioni riportate nel

manuale vennero effettivamente realizzate.

Nel 1922 Le Corbusier stava iniziando a progettare soluzioni tecniche tra il soffitto fosse realizzato

con una soletta piena. Adottando questa soluzione Le Corbusier non potè inserire nello spessore

della soletta le lampadine ed addirittura anche il loro bulbo che illuminavano gli ambienti. Questo

dimostra la insensibile abitudine portata avanti dall’architetto per quanto riguarda il campo

dell’illuminazione e del comfort ambientale ormai richiesto. La difficoltà nell’ unire le molteplici

osservazioni riportate dal dottor Winter nella fase progettuale furono numerose. Il metodo

progettuale di Le Corbusier fu sicuramente influenzato dagli scritti del periodo in cui “nudo” era la

parola chiave, questa concordava con l’ammirazione del tempo per l’assoluta sincerità strutturale.

In questi scritti si fissarono una serie di regole per l’uso quotidiano degli oggetti all’interno delle

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milla_te

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher milla_te di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano - Polimi o del prof De Magistris Alessandro.

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