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Alpini - Sociologia visuale

Tesina per l'esame di sociologia visuale, sostenuto con il Prof. Alpini, basato su appunti personali e studio autonomo dei libri consigliati durante il corso di studi, presso l'Università di Pisa. basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof.

Esame di Sociologia visuale docente Prof. S. Alpini

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Su quello eclettico invece, l’individuo, nell’ottica ritualistica, esplora cibo di altre

regioni come identità culturale, mentre in quella pragmatica prepara cibi

attraverso la cucina pan-italiana per ragioni pratiche, riguardanti per esempio la

propria dieta, o l’armonia familiare.

Foto tratta dal libro The Italian Way: Food and Social Life, Douglas Harper e

Patrizia Faccioli, anno 2009.

3. Nascita ed obiettivi della sociologia del cinema.

Il primo ad accorgersi che il cinema può essere visto come uno specchio della

società, ed utilizzato come fonte di informazione, fu Siegfried Kracauer, con il

suo saggio sul cinema tedesco: “Dal Gabinetto del dott. Caligari a Hitler, 1918-

1933” (1947), dove analizzò i film tedeschi degli anni Dieci/Venti individuandovi

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quei tratti psicologici dominanti della piccola borghesia che avrebbero poi

partorito il mostro nazista, al di là degli aspetti economici e politici.

Egli osservò che c’erano dei personaggi autoritari in numerose opere, e questo

perché la Germania temeva l’autorità ma aspirava ad essa.

Kracauer pose quindi le basi per la nascita di un nuovo approccio metodologico al

cinema, inteso come spia luminosa dell’ambiente che ci circonda e come faro i

cui segnali possono avvisarci di cosa accadrà o potrebbe accadere.

L’autore sviluppò una teoria, destinata a evolversi con la scuola francese degli

Annales, secondo la quale il cinema, frutto di opera collettiva e del lavoro di tutte

le componenti della società, è fedele specchio della società stessa che interpreta e

che racconta più di ogni altra forma produttiva.

Capire il cinema non significa perciò solo analizzare i contenuti, ma soprattutto

ciò che sta dietro o che sta al lato.

Le origini di questa teoria risalgono in parte agli studi di Freud, e in particolare

alla sua psicologia delle masse e analisi dell’io, dove affronta il tema del conscio

e dell’inconscio a partire dai comportamenti individuali e collettivi, applicando

alla letteratura il metodo che svilupperà poi Kracauer riferendolo al cinema.

Mentre in Italia si utilizzava ricorrentemente il metodo della critica

cinematografica, saldamente ancorato al modulo tradizionale della recensione, in

Francia si raccoglieva la lezione che veniva dall’Austria e dalla Germania per

sviluppare una metodologia che vedeva nel cinema non lo specifico filmico, ma

una fonte vera e propria di informazione, essenziale per studiare e capire la

società.

Marc Ferro, Pierre Sorlin, Edgar Morin, Christian Metz sono gli studiosi francesi

che hanno basato il proprio impianto metodologico proprio partendo dalla

riflessione sul cinema italiano post bellico, e in particolare sulla produzione

neorealista .

C’è chi sostiene che ad usare per primo il termine neorealismo sia stato Mario

Serandrei, chi invece André Bazin, fatto sta che sia dei francesi la scoperta e la

riscoperta del cinema neorealista italiano che in patria ebbe scarsissimo consenso,

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nonostante in letteratura il realismo fosse un fenomeno tutt’altro che sconosciuto

con Verga, Luigi Capuana, De Roberto.

Tuttavia i registi italiani non ebbero la consapevolezza di far parte della stessa

scuola, poiché erano di estrazione culturale e politica molto differente.

Nonostante questo, erano uniti fra loro dal legame che esisteva fra cronaca e

costume, valore e morale, politica e ideologia.

Negli anni Venti iniziò il dibattito sulla cultura con l’avvento del cinema e della

radio, e proprio in questo contesto si svolse il progetto Payne Fund Studies, che

mirava a studiare gli effetti del cinema sulle nuove generazioni.

Rilevò che questo era un mezzo di svago e riposo accessibile a qualsiasi classe

sociale, poiché la spesa economica che comportava era relativamente bassa.

Inoltre portò alla luce come il cinema influenzi la vita dei bambini, poiché

propone dei soggetti nei quali identificarsi e suggerisce nuovi comportamenti da

adottare.

La sociologia del cinema si pone quindi come obiettivi la scoperta dei

meccanismi ideologici che operano al di sotto di ciò che è immediatamente

visibile, aprendo così gli occhi alla gente per mostrargli le connessioni fra

fenomeni visivi e fenomeni sociali, e la riflessione sul cinema al fine di cogliere,

come in uno specchio, il riflesso del mondo e della società, e interpretare i

cambiamenti che avvengono in quest’ultima.

Il cinema è dunque sia oggetto di studio, sia elemento di analisi, potenzialmente

utilizzabile come supporto alla didattica e come finestra sulla realtà.

La sua influenza (insieme a quella dei mass-media) mira a formare l’identità

individuale e di gruppo, il concetto di autorità, e coinvolge la fusione fra maschile

e femminile, la trasformazione dell’arena politica e del concetto di sfera pubblica,

e il rapporto tra infanzia e maturità.

La realtà viene perciò indagata attraverso la finzione cinematografica, che mette

in scena e mostra la società, e va studiata a partire dalle sue specifiche strutture

narrative e dalla sua autonoma valenza linguistica per far si che venga accettata

come fonte diretta di paesaggi e comportamenti, e indiretta delle mentalità 6


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AUTORE

MariEB

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5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, internazionali e dell'amministrazione
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MariEB di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia visuale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Alpini Stefano.

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