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Al principio del diritto

Pensiero sull'inizio e il principio

Prima puntualizzazione: pensare a ciò non significa per forza pensare all’inizio. Principio e inizio non sono la stessa cosa. L’inizio di alcunché innanzitutto accade (in un tempo, in un luogo), è un accadimento che pone una serie di coordinate spazio-temporali, l’inizio è tale in quanto è diverso dalla fine e dallo sviluppo. Ha come caratteristiche quelle di accadere e di essere strutturalmente diverso dallo svolgimento e dalla fine.

Il concetto di principio

Il principio: non ci soffermiamo sull’inizio del diritto e non ci interroghiamo su qualcosa che è diverso dalla fine o dallo sviluppo. Quando ci interroghiamo sul principio del diritto sì, ci interroghiamo sulla sua origine ma non come un accadimento nel tempo e non come qualcosa che ha un termine.

La tematizzazione del principio nella filosofia

In generale, quando è stato tematizzato il problema del principio? Vi è una prima volta? Bisogna guardare l’origine dell’avventura filosofica, laddove per la prima volta, qualcuno ha filosofato (nei pensatori arcaici, dove arcaico non significa solo antico, perché “antico” ha in sé la parola archè che significa principio). I pensatori arcaici sono quelli che per primi hanno pensato al problema del principio.

I primi pensatori arcaici

La loro collocazione temporale è intorno al VII-VI secolo avanti Cristo, nelle colonie elleniche (Asia Minore) e di essi noi abbiamo scarsissime testimonianze, per lo più indirette. Di qualcuno abbiamo qualche frammento che è rimasto nelle citazioni dei filosofi successivi (es. Aristotele) e da ciò possiamo trarre che la prima cosa che colpisce è la loro lingua: sia perché è una lingua arcaica sia per l’uso che ne fanno. È più vicina al testo poetico che al testo in prosa, le parole hanno volume e un peso, che dà loro una profondità che va al di là del semplice significato immediato.

La complessità delle parole

Ogni parola racchiude in sé il mondo e come tale, attribuirle un senso, è sempre possibile solo tenendo presente che essa si colloca in una catena di relazioni complessa; non si lascia esaurire in un solo possibile significato. Questi pensatori danno inizio a un’avventura che continua tutt’ora, che cosa c’è di particolare in questa avventura? Non certamente il tema perché il pensiero dell’origine è qualcosa che è sempre stato al centro dell’interesse umano ma attraverso i grandi miti cosmologici (non c’è civiltà che non abbia pensato “che cosa c’è prima di tutto”). Le grandi cosmologie teogoniche non sono solo patrimonio della cultura greca arcaica.

Il nuovo approccio dei pensatori arcaici

C’è però qualcosa che caratterizza i modi in cui il tema viene impostato da questi primi pensatori. Il modo di procedere è ciò che è nuovo, ciò che rende la loro impostazione filosofica. I grandi miti cosmopoliti cercano di spiegare l’origine del tutto a partire da. Quando noi spieghiamo l’origine a partire da, facciamo qualcosa di cui noi siamo consapevoli, cioè, diamo per scontato proprio quei “ciò a partire da”. Diamo per scontato che ci sia già qualcosa, a partire dalla quale tutto questo trae la sua spinta determinatrice.

La novità dei pensatori arcaici

La novità dei pensatori arcaici è proprio quella di tentare per la prima volta di porre a tema la struttura del principio non come “ciò a partire da cui” ma cercando di guardare a come è. Quindi, modificare il tipo di interrogativo, cercando di capire perché un determinato modo d’essere non solo si dia ma sia in grado di dare tutto ciò che da esso promana.

Talete di Mileto

Il primo di cui ci sia rimasta notizia, che propone questo tipo di questione è Talete di Mileto (città Asia Minore), che vive tra VII e VI secolo avanti Cristo. La sua è un’impostazione rivoluzionaria perché ciò che in Talete emerge non è il “da cosa” ma “come è” ciò da cui tutto è retto. Si interroga sulla struttura di ciò che è principio di ogni cosa. Si chiede che cosa tiene insieme il tutto e che cosa, pur non accumulandone tutte, non si lascia trattenere da nessuna di loro e nemmeno dalla loro somma.

Il principio secondo Talete

Il principio è in tutte le cose ma non si identifica con nessuna e nemmeno con la loro somma (essa sarebbe un risultato e ciò che concerne il principio non può essere un risultato). E soprattutto, ciò che è principio non può essere annientato dal continuo passare delle cose di cui è principio. C’è qualcosa che è capace di porsi al di là di ogni passare che non è nient’altro da passare ma che è presente in tutto ciò che passa senza esaurirsi?

La risposta che cerca, la cerca all’interno di quel concetto ampio che nei greci è identificata come l’idea di Physis (natura) però essa ha a che fare con ciò che continuamente butta fuori (nasce, genera) è l’incessante originare tutto. Pensare il mondo con l’idea del concetto di Physis significa che il mondo è un continuo e incessante originarsi e in questa sua capacità sta propriamente la sua naturalità, la sua fisicità. Ciò che è naturale è ciò che è dato, ciò che è fisico e ciò che misuriamo.

La visione greco-arcaica

Nella visione greco-arcaica, Physis è invece pensata in maniera diversa: intrinsecamente dinamica. È la potenza originante. È ovvio che i pensatori arcaici vadano a cercare il principio nell’orizzonte della Physis, di ciò che è questa continua forza originante che continua a riprodursi.

Il problema di Talete

Il problema di Talete è, questo principio inesauribile che è in tutte le cose ma non si identifica con nessuna di esse e nemmeno con la loro somma e non è mai alienato dal continuo trasformarsi, cosa è? Come è? La risposta che dà sembra ridicola: in principio l’archè è acqua. Perché una cosa così possente viene ridotta all’acqua? Concentrandoci alle parole, esse sono il rapprendere di un pensiero: quello della metafora dell’acqua. L’acqua sta per il principio, in quanto non ha una sua forma, ammette tutte le forme. Accoglie in sé tutte le possibili forme, senza lasciarsi trattenere da nessuna e non si risolve nella somma di tutte le possibili forme.

L'interpretazione di Aristotele

Aristotele fa di Talete, e di coloro che su questa scia hanno raccolto la sfida, l’origine del principio del pensiero. Perché vi è una correlazione tra la struttura del principio e la struttura del pensiero perché la struttura del principio acqua è ciò che troviamo nell’atto dell’intelligenza (assume in sé ogni forma, ogni contenuto e mantiene questa sua capacità di mutare). L’intelligenza è l’atto con cui noi accogliamo, pensando, ogni forma e non ci esauriamo. Il pensiero e l’essere e il pensiero in relazione all’essere.

Anassimene e la struttura concettuale del principio

Questa intuizione trova una ulteriore determinazione: nei suoi più diretti prosecutori Anassimene: il principio è aria (ma la struttura rimane la stessa). È colui che sveste l’idea di principio nella sua veste fisico e materiale e dichiara la struttura concettuale. Il principio non è un elemento, è innanzitutto un modo di essere. Il principio Aperas (deriva da aperon che deriva dal limite) -> esso è senza limiti, indeterminato (può accogliere tutte le forme proprio perché non ne ha nessuna).

La questione del principio

Con questa mossa decisiva, perché porta a esplicitare il contenuto, si mostra una questione che diventa LA questione con cui ogni pensatore si confronterà. Cosa dà forma all’acqua? Ciò che determina è qualcosa di diverso dal principio indeterminato. Se il principio è l’indeterminato, sul quale qualcosa esercita la sua azione differenziatrice:

  • Da dove le differenze?
  • Se ciò che è essenziale, è il principio in quanto indeterminato, le differenze sono destinate a passare e trascorrono provenendo dall’indeterminatezza alla determinatezza. Ciò che è principio di tutto è lo sparire di qualsiasi cosa.

Parmenide e la risposta alla domanda

Problema: dall’inizio, l’idea di principio è esposto alla possibilità di smarrirsi e di entrare in una contraddizione mortifera. Parmenide tenta di dare una risposta alla domanda numero 1. È stata una persona illustra. Era legislatore, era uno dei più grandi indagatori della natura (astronomo, scienziato ecc.) e adotta una forma particolare: il Poema epico (si intitola: Sulla Natura ed è l’equivalente di un nostro trattato scientifico).

Il pensiero di Parmenide

La filosofia si mostra nella sua veste più inquietante: pensare al principio significa porsi un interrogativo che non lascia tranquilli perché dissolve tutti i modi di pensare consolidati, quelli che ci guidano nella nostra quotidianità. La cosa interessante è che nel prendere congedo dal mito e dal potere rassicurante di essi, Parmenide utilizza le forme e i linguaggi del mito. Egli scrive un poema che è intitolato sulla natura.

Il poema di Parmenide

Di Parmenide di Elea (circa 515 a.C. – circa 450 a.C.), il più importante rappresentante della scuola eleatica, ci rimangono alcune parti del poema Sulla natura. Esso racconta di come, una volta salito sul carro del Sole, Parmenide venga condotto al di là delle porte del giorno e della notte, e come qui una dea gli annunci che gli sarà rivelata ogni cosa, sia il cuore (alétheia, la verità), sia la doxa (l’opinione umana), nella quale - dice la dea - non c’è vera certezza.

La metafisica dell'essere secondo Parmenide

Il poema è diviso in due parti: nella prima, che ci è giunta più integra, è esposta la metafisica dell’Essere; nella seconda, molto frammentata, troviamo tracce di una filosofia naturalista. Parmenide prende le mosse dalla disgiunzione «o è o non è», rispetto alla quale non è possibile pensare o dire una terza cosa. Ciò che si può propriamente pensare e dire che "è", è necessariamente immobile, unico, eterno, sempre identico a sé: è dalla logica che Parmenide deduce il contenuto, l’Essere, l’unico del quale si può dire con certezza che "è", mentre risulta impossibile applicare queste proprietà agli enti del mondo che conosciamo.

La ricerca radicale di Parmenide

Dunque la ricerca di Parmenide si presenta come radicalmente nuova: prende le mosse non dall’osservazione, ma da ciò che può essere propriamente detto e pensato, dalla coerenza interna del discorso, indipendentemente dalla corrispondenza al mondo sensibile. Parmenide pone una nuova sfida, che diverrà centrale nella ricerca filosofica dei secoli successivi.

Eraclito e il logos

Eraclito -> la sua parola è più vicino all’aforismo piuttosto che a un discorso. Ci sono tante interpretazioni. Il principio come struttura originaria -> principio delle differenze. È in sé stesso un differire da sé verso se medesimo che non è destinato a passare. Viene identificato come il filosofo del divenire. Il principio è in se stesso un differenziarsi ma mantenendo l’unità di se stesso. Differire non uno scomporsi ma mantenersi in unità ed è l’incessante prodursi di ogni differenza.

Il conflitto secondo Eraclito

Il conflitto è il padre di tutte le cose e di tutte le cose è re, vi è una tensione all’origine di tutto, ma non una tensione con qualcos’altro ma con sé stesso. Ma questo contrasto non è disgregazione ma è sempre collegamento e armonia. Ciò che si oppone converge e dai discordanti viene una bellissima armonia. L’unità del tutto è in sé differente, unità non dei differenti ma unità del differire. E questo differire Logos permane e non passa mai. Seguendo il ragionamento è saggio riconoscere e consentire che tutte le cose sono uno solo. Non che non siano differenti tra di loro ma che esse si riducono e permangono nella loro identità, nell’unitarietà del principio.

Il logos di Eraclito

Secondo Eraclito, il principio trattiene e dà ragione al cessante distinguersi -> le parole che usa per dire il principio è Logos (pluralità di significato: discorso, ragionamento, parola, pensiero). Il principio è Leghein, in quanto raccoglie e unifica, enumera. Cos’è il parlare? È articolare, distinguere (non posso parlare se non articolo i suoni) -> producono un unità che articola il suono della voce ma ciò non basta perché bisogna anche saper pronunciare delle parole di senso le quali formano un discorso in quanto si connettono ad altre parole. Vengono in evidenza gli elementi strutturali del principio.

La natura del logos

Nel dire, noi colleghiamo. L’origine è ragione ma anche governo della collegabilità di tutto ciò che è ma per collegare deve differire (relazione tra entità diverse). Il logos è la manifestazione più accessibile da tutti. Tiene insieme quelle differenze che esso produce. Nel dire, per poter avere un significato, ha come sua condizione il silenzio. Se non vi è il tacere, non può darsi nemmeno il parlare e se non abbiamo ciò non abbiamo nemmeno il ragionamento. Si può parlare solo in quanto capaci di trattenere o interrompere la parola. Il tacere è il trattenere per non far venire fuori logos. Nel logos, il trattenersi è al contempo un momento costitutivo del manifestarsi.

La manifestazione e il nascondimento del principio

Nel suo trattenersi, il principio ama nascondersi. Il principio si manifesta nel sottrarsi alla vista. Anche l’uomo è nel principio, ciò che regge l’uomo si sottrae al dominio. Anche se si scappa dall’anima, essa non scomparirà mai. L’insondabilità del principio diventa non solo elemento astrologico, ma anche antropologico. A tal punto che per quante vie tu percorri tu non arriverai mai ai suoi confini, non si può dominare o circoscrivere ciò che fa Uomo, un Uomo.

Il ruolo del principio secondo Eraclito

Il principio non solo genera, ma consente anche di riorganizzarle continuamente nelle loro relazioni. Raccoglie insieme, trasformando collegando e trasformare. Leghein -> raccogliere, enumerare, dire. Homologhein -> convenire, riconoscere. Prefisso che significa simile e non uguale. Il dire dell’uomo è chiamato a riprodurre in sé quello stesso modo di operare che ha il logos in quanto principio. Non si tratta di dire le stesse cose ma operare nello stesso modo in cui opera il principio.

Il funzionamento del principio

In che modo opera il principio? Lasciando emergere le differenze ne garantisce la determinatezza e il reciproco collegamento, in questo modo le cose conservano la loro identità. Non opera imponendo o determinando, ma ritraendosi ovvero consegnando a noi stessi la possibilità inconsumabile di Leghein -> il principio si rende oggettivabile, sottraendosi alla condizionalità e in questo contrarsi si libera e ci consegna la nostra libertà (non è il principio che ci dà la libertà, ma è nel principio che siamo liberi). La violenza è la negazione del differire le differenze. È l’indifferenziato. C’è la possibilità di rifiutarsi in ogni momento che però si genera nella violenza che dall’indifferenziazione.

Il rapporto tra legge umana e divina

Tutto ciò a che fare perché abbiamo la legge che tiene solida la città però questa unione è resa possibile da qualcosa che la anticipa e che in quanto la anticipa non la lascia esaurire nella sua particolarità. Questo qualcosa che anticipa è identificato come legge divina. Che rapporto c’è? Il termine che Eraclito utilizza è quello del nutrirsi, la legge umana si nutre della legge divina. L’attività del legislatore dipende dalla legge divina ma non si tratta di una struttura gerarchica.

Il nutrimento della legge

Perché ci si nutra è necessario che ci sia un organismo capace di assimilare qualcosa. Ma che vuol dire assimilare? Non vuol dire solo inglobare in sé e nemmeno riprodurre tale e quale in sé ma significa rendere simili a sé, avere predisposti in sé le modalità presso i quali io mi nutro. Nutrirsi implica una dipendenza da ma il nodo di questa dipendenza non mi impedisce nella mia autonoma gestione. Non vi è più un rapporto gerarchico o da imporre comportamenti ma non ci si può nemmeno liberarsene, c’è sempre un richiamo alla finitezza che non va a discapito dell’autonomia ma anzi, è lo strumento per utilizzarla al massimo.

Collegamento tra individuo e collettività

Tutto ciò implica che ci sia un organismo attivo, un’attività che si autodetermina, un bisogno, la necessità di un collegamento -> chi riesce a collegarsi con se stesso può allora riuscire a collegarsi con gli altri. Tutto ciò si traduce nell’idea di norma e di legge in quanto non conta tanto il contenuto che conta ma come volontà superiore ed eterna senza essere un assioma o un teorema o un comando. Si dispiega un’indicazione concreta: la funzione della legge umana è l’incessante collegarsi le molteplici differenze che caratterizzano la polis senza andare nella reciproca distruzione.

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LucreziaeLudovica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Fuselli Stefano.
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