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Biocenosi: indica la comunità di specie viventi in un determinato luogo chiamato biotopo.

Come si struttura un ecosistema?

Un’ecosistema può essere studiato da due punti di vista: uno morfologico-strutturale e uno

trofico-funzionale. Il primo prende in considerazione la componente biotica e abiotica

dell’ecosistema e divide i produttori,consumatori,decompositori dal clima e le sostanze

(organiche e inorganiche). Il secondo invece studia l’utilizzazione di energia e materia

secondo una componente autotrofa e una eterotrofa.

Cos’è un’agrosistema/agroecosistema?

Un agrosistema può essere definito come un ecosistema aperto, influenzato molto dalla

componente umana, le cui dinamiche sono controllate artificialmente per la produzione di

biomassa (e quindi di energia) per scopi economici.

Elenca le analogie e differenze con l’ecosistema naturale

Analogie e soprattutto differenze tra ecosistema naturale e agroecosistema sono marcate se

non drastiche. Tuttavia, entrambi si identificano in un ambiente fisico naturale, godono di

una certa biocenosi (più o meno articolata). Hanno un certo grado di biodiversità (basso

nell’agrosistema) e godono entrambi del flusso di energia in entrata (radiazioni solari). In

essi scorre energia e materia e sono soggetti a interferenze da parte dell’uomo. Tuttavie le

differenze sono marcate se non drastiche. La caratteristica più notevole è l’intervento

dell’uomo che, nell’agrosistema, provoca un certo squilibrio mantenendolo al primo stadio

di evoluzione. Se questo accadesse nell’ecosistema naturale ci sarebbe uno squilibrio tale da

far prevalere alcune specie su altre e quindi l’utilizzo di risorse ed energia sarebbe

squilibrato. Il compito nell’uomo nell’agrosistema è proprio quello di mantenere vivo

questo squilibrio con asportazioni e ingresso di amteria come fertilizzanti, concimi (contro il

depauperamento del suolo).

Definisci il concetto di biodiversità

Il concetto di biodiversità è un concetto entrato a far parte del linguaggio quotidiano da non

molto tempo. e’ un concetto applicabile in molti campi, dal molecolare, alla specie, agli

ecosistemi. In poche parole, si tratta di una condizione necessaria alla sopravvivenza della

diversità animale e vegetale sulla terra. Il problema dell’erosione genetica ne è la prova: nei

primi anni del 900 infatti, le specie coltivate locali stavano sempre più scomparendo a

favore della standardizzazione e dell’aumento degli input tecnici. Si sono cercati diversi

metodi per riuscire a ripopolare le terre con le specie anche meno diffuse. Si sono quindi

identificati diversi metodi: in situ ed ex situ. Entrambi i metodi favoriscono il ripopolamento

e la conservazione dei semi delle specie in via d’estinzione, uno direttamente nel terreno,

uno attraverso banche del germoplasma. Il metodo in situ è tornato molto in voga perché

permette di ripopolare il terreno, di salvaguardare aree naturali e di coltivare varietà locali.

Il secondo metodo tuttavia, prevede una codifica di ogni varietà di seme e permette la

realizzazione di orti botanici e giardini.

Terreno agrario e terreno naturale:

il concetto di terreno o di suolo negli ultimi anni è stato oggetto di numerose e spesso

contrastanti definizioni. Si è giunti tuttavia a definire il suolo come lo strato detritico più

superficiale della crosta terreste, capace di ospitare la vita delle piante e non solo. Questo, al

contrario del substrato pedogenetico da cui dipende, è un corpo naturale più o meno

modificato dall’uomo. Il suolo si può distinguere in suolo agrario o suolo naturale: il primo

ospita la vita delle piante, mentre il secondo ha una vegetazione più o meno spontanea in

equilibrio con l’ambiente circostante.

Descrivi il terreno.

Il terreno possiede una propria costituzione: è suddiviso in strati od orizzonti ed è formato

da una parte solida, una liquida e una gassosa. La parte solida funge da contenitore

meccanico e sostegno per le radici ed è un contenitore più o meno bucato in cui scorre aria e

acqua. La parte liquida è necessaria per la nutrizione delle piante mentre la parte gassosa per

l’areazione. Inoltre, il terreno naturale e il terreno agrario sono formati da strati od orizzonti.

Nel terreno naturale troviamo tre tipi di strati : A,B,e C. il primo è detto anche eluviale e

assieme al secondo forma il vero terreno. Il secondo è importante per la fertilità del suolo.

E’ più compatto dell’orizzonte A. il C invece rappresenta il substrato pedogenetico. Nel

terreno agrario invece, l’intervento dell’uomo ha portato alla formazione di due strati, lo

strato subattivo e lo strato attivo. Lo strat attivo è quello che ospita le piante, è di colore più

scuro perché concimato e perché risiede la sostanza organica. Lo strato subattivo invece è

più compatto e meno permeabile ed è sede delle radici più profonde che si spingono oltre

per la ricerca di acqua. Oltre allo strato subattivo e all’orizzonte C stanno le rocce. Un suolo

ideale dovrebe contenere il 23% di acqua, 25% di aria, il 7% di sostanza organica e il 45%

di sostanza inorganica.

Le principali caratteristiche del terreno

Il terreno si può dividere per caratteristiche chimico-fisiche, caratteristiche chimiche e

caratteristiche biologiche. Il primo comprende, tessitura, struttura, umidità da cui dipendono

caratteristiche minori come la fertilità, la profondità, la porosità, potenziale idrico etc etc.

Tra le caratteristiche chimiche ricordiamo il pH, il potenziale redox, da cui dipendono altre

caratteristiche come la CSC o CEC, il tipo di terreno (alcalino, acido..). tra le caratteristiche

biologiche si ricordano la microflora e la micro e meso fauna che vive all’interno.

Cos’è la profondità di un terreno?

La profondità di un terreno rientra nelle caratteristiche chimico fisiche. E’ essenziale per la

vita della pianta in quanto misurarla, significa determinare lo spazio vitale per ogni singola

pianta. Più è profondo il terreno, più sarà di facile lavorazione. I terreni professionali hanno

una profondità minima di 80 cm e i migliori superano anche i 2m.

Differenze tra tessitura e struttura.

Tessitura e struttura sono entrambe due caratteristiche chimico fisiche importanti per il

terreno. La tessitura è la distribuzione dimensionale delle particelle elementari del suolo ed

è una proprietà immodificabile del terreno che dà indicazioni sulla composizione chimica-

fisica del suolo. La struttura invece è la disposizione nello spazio delle particelle elementari

del suolo ed è una proprietà modificabile nel tempo. dà indicazioni su scambi gassosi e

idrici che avvengono nel terreno e studia le forme di aggregazione delle particelle del suolo.

La tessitura può essere determinata empiricamente ma necessita di una certa esperienza. La

struttura si analizza in laboratorio.

Definisci e classifica i terreni da un punto di vista granulometrico

Prima di elencare le varie tipologie di terreno, è necessario fare una prima distinzione tra

componenti grossolani e componenti fini. I primi comprendono ghiaia e pietre (ghiaia ha

diametro compreso tra 2 e 20 mm mentre le pietre hanno diamentro maggiore di 20 mm). I

componenti fini invece comprendono sabbia limo ed argilla (rispettivamente con diamentro

di 2-0,05; 0,05-0,002, minori di 0,002 ). Si distinguono quindi terreni a scheletro prevalente,

terreni sabbiosi, limosi ed argillosi. I primi sono definiti tali quando la componente

grossolana(ghiaia, pietre) supera il 40% del volume totale. E’ un terreno in cui si coltivano

soprattutto viti e arborei. Possiede forte areazione e buona permeabilità, tuttavia richiedono

forti concimazioni e soffre di ritenzione idrica. Il terreno sabbioso invece è un terreno dai

componenti più fini rispetto quelli a scheletro prevalente ed è un terreno di facile

lavorazione, che possiede sofficità, elevata porosità; tuttavia, i terreni sabbiosi sono grandi

divoratori di sostanza organica e quindi sono poveri di elementi nutritivi. Il terreno limoso

invece non forma aggregati ed è quindi spesso mal strutturato, oltre che ad essere di difficile

lavorazione in quanto forma zolle dure e compatte. Tuttavia la produzione è discreta e

possiede una buona capacità di trattenuta idrica. I terreni argillosi invece sono terreni

professionali, da cui si ottiene una buona produzione. Tuttavia richiedono attrezzi

professionali; sono terreni con alta percentuale di sostanza organica. possiede grande

capacità di ritenzione idrica, elevata tenacità, scarsa areazione e difficoltà di drenaggio per

estrema finezza dei pori- un terreno ideale dovrebbe avere il 35-55% di sabbia, il 10-25% di

argilla e il 20-40% di limo.

La struttura del terreno

Abbiamo detto che la struttura è la caratteristica del terreno che indica la distribuzione dello

spazio delle particelle elementari del suolo. Queste possono essere legate ad altre tramite dei

legami di più o meno intensità. Supponendo che le particelle del terreno siano

completamente sferiche e di uguale dimensione, si distinguono due strutture con cui le

particelle si aggregano: una piramidale e una cubica. Tuttavia le particelle non hanno le

stesse dimensioni e quindi è moto frequente che le particelle più piccole vadano a coprire gli

spazi tra quelle più grandi: per questo motivo, non è sempre possibile identificare la

struttura di un terreno, soprattutto per i terreni sabbiosi o argillosi grossolani. Tuttavia, in

quelli in cui si riesce a distinguere una struttura si distingue: struttura a particelle singole fini

incoerenti (tipico di terreni sabbiosi), struttura glomerulare (costituita da aggregati porosi,

irregolari ma tipica di terreni con tessitura equilibrata), struttura granulare (tipica dei terreni

argillosi, con forma prismatica o rotondeggiante). La struttura ha diversi ruoli:da un punto di

vista fisico si deve rilevare che è la struttur stess ad influenzare i vari rapporti tra parte

solida, liquida e gassosa. Inoltre influenza anche la fertilità del terreno. Da un punto di vista

chimico la struttura è importante per i processi redox e di scambio ionico che avvengono.

Quali sono i fattori che portano alla formazione di aggregati?

I principali fattori che portano alla formazione di aggregati di diversa grandezza (zolle,

aggregati zollosi, aggregati macrostrutturali, aggregati strutturali, aggregati microstrutturali,

aggregati astrutturali) sono i colloidi di naturale minerale (come le argille) e i colloidi di

natura organica (come l’humus). Le dimensioni degli aggregati nel terreno influenzano

molto anche il rapporto tra macro e microporosità. Tra i fattori che portano alla

disgregazione degli aggregati, troviamo l’azione del gelo/disgelo, pioggia battente e acqua

diretta.

Cos’è la porosità?

La porosità è una caratteristica chimico-fisica del terreno che va ad indicare lo spazio

disponibile non occupato dalla sostanza solida. E’ data dalla somma tra umidità e volume

occupato dall’aria. Dalla porosità dipendono fattori come movimenti dell’aria e dell’acqua,

facilità di lavorazione, penetrazione più profonda delle radici. La porosità è inoltre

determinata dalla somma tra macro e microporosità, caratteristiche importanti con funzioni

diverse: la macroporosità è importante per la veloce infiltrazione di acqua e per gli scambi

gassosi mentre la microporosità (che coincide quasi con la capacità di trattenuta idrica) è

importante per la riserva idrica. Un terreno ideale dovrebbe avere circa il 40% di

macroporosità e il 60% di microporosità. In casi eccessivi, si potrebbe avere asfissia delle

piante, denitrificazione e ristagni idrici (in caso di elevata microp.) altrimenti, una scarsa

capacità idrica, una eccessiva rapidità di scolamento verso la falda dell’acqua, rapida

mineralizzazione della sostanza organica (nel caso di un eccessiva macroporosità). I fattori

influenti sulla struttura sono: sostanza organica (qualsiasi apporto di sostanza organica

influenza positivamente la struttura), lavorazioni (che possono essere sia positive che

negative), gelo e disgelo (negativo se prima vi è ristagno), presenza di lombrichi (che

svolgono azione sempre positiva), ammendanti (sabbia, limo, argilla possono portare a un

miglioramento della struttura) e prati e pascoli poliennali (si è notato come la durata di un

pascolo influenza di molto la qualità della struttura in positivo).

Il clima

Prima di definire il clima è necessario apporre una distinzione tra climatologia e

meteorologia. La prima studia i fenomeni meteorologici in relazione alle condizioni

geografiche mentre la seconda studia i fattori atmosferici in relazione alle piante e/o colture

agrarie. Il clima è quindi la risultante dei fattori meteorologici in relazione a una determinata

area geografica di un punto specifico dell’atmosfera. I principali componenti del clima sono

radiazione solare, umidità, temperatura, idrometeore, vento. La radiazione solare è l’apporto

di energia sotto forma di onda elettromagnetica. Le onde elettromagnetiche si caratterizzano

per lunghezza, intensità e velocità di propagazione. La radiazione solare è importante

perché fornisce sostanza organica tramite i processi di fotosintesi ed è un fattore

bioregolatore (basti pensare al fotoperiodismo o al termoperiodismo). Le piante utilizzano la

luce del visibile, ovvero le onde che sono lunghe dai 0,4 ai 0,7 (?) anche se le onde possono

avere lunghezza dai 0,3 ai 30 (?). gli aspetti agronomici più interessanti relativi alla

radiazione solare sono: tecniche di controllo (giacitura, esposizione, orientamento delle file,

rincalzatura, ombreggiatura etc etc) e il fotoperiodismo (ovvero il comportamento delle

piante in relazione alla quantità di luce giornaliera; si distinguono piante longidiurne,

brevidiurne e neutrediurne). La radiazione solare è importante per l’acclimatazione e la

sincronizzazione della fioritura. Gli strumenti per la misurazione sono: piranometro,

piroeliometro, fotocella, radiometro, spettroradiometro. La temperatura è la misura della

quantità di calore giornaliera. Il calore si può determinare per conduzione, convezione e

irragiamento. Della temperatura è importante ricordare il limite minimo o zero, il limite

ottimo e il limite massimo. Il limite minimo o zero è la temperatura al di sotto della quale la

pianta non cresce e non si sviluppa. Il limite massimo, al contrario, è la temperatura al di

sopra della quale la pianta non si sviluppa. Il limite ottimo è la temperatura ottimale per

garantire l’accrescimento e i processi fisiologici naturali della pianta (circa 20-25°C)

Il termoperiodismo è la risposta delle piante in relazione alla variazione di temperatura

giornaliera.

La temperatura agisce sulla germinazione dei semi, sull’asportazione degli elementi

nutritivi, la distribuzione radicale. Essa dipende dal colore, dalla giacitura, dall’esposizione,

la capacità termica.

La temperatura può provocare diversi danni: danni da abbassamento o da surriscaldamento.

Tra i danni a abbassamento si ricorda la gelata (per avvezione, fondovalle o irraggiamento,

alle quali si può intervenire evitando i fondovalle, rimuovendo ostacoli o barriere naturali

per favorire il drenaggio dell’aria fredda, irrigazione antibrina o bruciatori o isolanti

termici). Tra i danni da surriscaldamento si ricorda l’aborto floreale, scottature. Per

rimediare a ciò si pongono isolanti termici, irragazione, reti ombreggianti. La temperatura

può essere controllata tramite regimazione idrica, pacciamatura, lavorazioni.

Il vento è lo spostamento di masse d’aria dovuto a differenze di pressioni da un posto

all’altro. Il vento una grandezza vettoriale composta da direzione e intensità. La direzione si

misura tramite anemoscopo mentre l’intensità tramite anemometro. Tra le azioni del vento si

ricorda: favorisce scambi gassosi, favorisce la penetrazione della luce nelle parti più basali

della pianta, trasporta pollini e organi di riproduzione. Tuttavia tra azioni negativa si ricorda

l’allettamento, la rottura di rami o intere piante, l’erosione eolica, il trasporto di sali.

L’umidità è rappresentata dall’acqua allo stato di vapore e si distingue un umidità assoluta e

un umidità relativa. PUò ESSERE DETERMINATA MEDIANTE METODO

GRAVIMETRICO O METODO TDR. Può essere espressa in peso del terreno secco o

umido o in volume. Quando la temperatura dell’aria raggiunge quella della rugiada, il

vapore d’acqua si può condensare o solidificare. Se questo avviene in quota si verifica la

formazione di nubi, mentre se si verifica al suolo si ha la formazione di brina (se la

temperatura è minore di zero gradi) o di rugiada (se la temperatura è maggiore di zero

gradi). Le nubi sono costituite da particelle d’acqua di diametro compreso tra 1 e 100 mm.

In presenza di nuclei di condensazione, queste particelle si aggregano e si solidificano e per

gravità cadono formando le precipitazioni (diamentro da 1 a 2 mm). I nuclei di

condensazioni sono presenti in numero variabile da 100 a 1000 per centimetro cubico. Il

concetto di pioggia utile invece è la quantità di acqua che può essere trttenuta dal suolo (per

motivi nutrizionali). Essa dipende dalle caratteristiche fisiche del suolo (trattenuta idrica,

tessitura, pendenza, struttura), dalla frequenza, intensità di precipitazioni e dal ritmo

evapotraspirativo. La pioggia utile si può determinare tramite metodo Chaptal (singolo

evento piovoso) o metodo USDA (piovosità mensile).

Per la stima della probabilità di pioggia si devono determinare parametri come la frequenza,

l’intensità di precipitazioni tramite formula di Hazen.

Lo strumento per determinare le precipitazioni è il pluviometro a vaschetta oscillante.

Cos’è l’evapotraspirazione?

L’evaporazione è il passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso dell’acqua (vapor

acqueo). Tuttavia per quanto riguarda le superfici vegetali è di norma distinguere

l’evaporazione del suolo dalla quantità di vapore acqueo disperso nell’atmosfera tramite

superfici vegetali. L’evaporazione del suolo e la traspirazione delle piante dipendono

solamente dalle condizioni ambientali.

Si distinguono quindi ETo, ETc, ETr. ETo o evapotraspirazione di riferimento, è la quantità

d’acqua dispersa nell’atmosfera come vapor acqueo tramite i processi di evaporazione del

suolo e traspirazione delle piante, i cui processi di crescita e di produzione delle piante non

sono influenzati da fattori di stress o dalla disponibilità idrica. ETo non è quindi influenzato

dai processi fisiologici della pianta ma solo dalle condizioni meteorologiche. ETc invece è

la quantità di acqua…… i cui processi fisiologici di crescita e produzione non sono

influenzati da carenze di fattori nutrizionali o disponibilità idrica. ETc dipende dalle

caratteristiche morfologiche e strutturali della pianta/coltura e dalle tecniche colturali. ETr

invece è la quantità di acqua reale trasferita all’atm tramite processi evapotraspirativi.

Dipende dalle condizioni meteorologiche, morfoliche e strutturali della pianta. Se ETr è

minore di ETc la produzione sarà limitata.

ETo si determina tramite stima della misura della radiazione solare, o della temperatura

dell’aria, o tramite metodi combinati (i più complessi ma anche i più accurati perché

tengono conto sia dell’aerodinamica sia della componente energetica) o tramite metodo

della vasca evaporimetrica, che tiene conto della relazione tra acqua e flusso evaporativo .

descrivi microflora e fauna tellurica

il terreno è un sistema aperto e vivo in cui vivono milioni di specie viventi, sia animali che

vegetali. la microflora batterica risiede nei primii 20 cm superficiali. come specie viventi

troviamo la fauna tellurica, utile per sminuzzare la sostanza organica, per favorire

l'equilibrio tra alghe e funghi: qui troviamo i topi, le arvicole, i lombrichi e insetti, aracnidi,

protozoi. nella microflora tellurica invece, essenziale per la degradazione dei residui

organici, troviamo i batteri, gli attinomiceti (importanti per la crescita radicale), funghi e

alghe.

cos'è la sostanza organica e quali sono i processi a cui va incontro?

la sostanza organica è l'insieme di tutte le sostanze che contengono carbonio organico di

origine prevalentemente vegetale e in minima parte animale. la sostanza organica è

composta dall'85% di humus, dal 10% di radici, dal 5% di meso e microfauna. di questo 5%

il 40% è formato da batteri, il 40% da alghe e funghi, il 12% da lombrichi, il 3% da meso

fauna e il 5 % da microfauna. la sostanza organica, oltre ad avere una buona percentuale di

humus, contiene prodotti intermedi di degradazione e residui organici. L'humus è un

composto chimico di natura complessa, i cui componenti hanno un peso molecolare elevato.

Deriva dalla condensazione dei prodotti intermedi originati dalla degradazione dei residui

organici. è dotato di buona stabilità all'attacco microbico, possiede il 55-50% di carbonio

organico e ha un rapporto C/N=10-11. i terreni inoltre possono essere classificati per la % di

humus all'interno. Si distinguono terreni poveri (dall'0 a 1,5), terreni mediamente dotati

(1,5-3), terreni ben dotati (3-10%), terreni umiferi (10-20%) e terreni organici (>20%) i

prodotti intermedi invece, sono rappresentati da aminoacidi, proteine, lipidi e carboidrati più

semplici e possono essere attaccati dai microrganismi tellurici oppure evolvere verso

mineralizzazione. i residui organici invece sono di natura animale o vegetale e possono

essere attacca dai mo e permettono il perpetuarsi di sostanza organica nel terreno.

i fattori che influenzano la sostanza organica sono: tipo di sostanza organica (ricchezza di N,

qualità e quantità di microrganismi presenti, tendenza a umificazione o a mineralizzazione,

% di sostanza facilmente degradabili), clima (piovosità e temperatura), tipo di terreno (% di

aria e acqua, struttura del terreno e tessitura), e intervento antropico (lavorazioni,

concimazioni, fertilizzazioni, sistemazioni, tecnica agronomica). la sostanza organica inoltre

ha funzione di nutrizione, di miglioramento dell'aspetto fisico della struttura,

dell'accrescimento dell'apparato radicale, migliora la qualità e quantità di microflora e

microfauna, aumenta la CSC ovvero la capacità di scambio cationico, e riduce la

percentuale di P e K.

ciclo dell'azoto

l'azoto è un componente essenziale presente in percentuale diversa nel suolo. l'azoto è

presente per circa il 95-99% sotto forma organica e dall'1 al 5% sotto forma

inorganica/minerale (cioè nitrico o ammoniacale). e' il costituente fondamentale dei tessuti

animali e vegetali in cui si trova sotto forma di aminoacidi, proteine, acidi nucleici.

l'atmosfera contiene circa il 78% di azoto, presente sotto forma molecolare N2. gli esseri

viventi tuttavia possono utilizzarlo solo se fissato, cioè legato in un composto chimico. La

più importante fonte di azoto che viene fissata direttamente dall'atmosfera è rappresentata

dai batteri del suolo che vivono in simbiosi con le radici delle piante (spesso leguminose,

come la soia). L'azoto inoltre può entrare in circolo anche con sostanze industriali come

concimi e fertilizzanti. Quindi, il ciclo dell'azoto comprende diverse fasi: fissazione azoto

atm, dove l'azoto è fissato e rilasciato nel terreno dove viene utilizzato da piante e quindi

animali. la decomposizione dei residui organici alla morta di piante e animali resistuisce al

terreno l'azoto fissato che può rientrare nel ciclo oppure decomporsi nell'atmosfera come

azoto gassoso. le varie fasi sono costituite da: fissazione azoto atmosferico, in cui si ha la

trasformazione di azoto molecolare N2 atmosferico non utilizzabile direttamente delle

piante in sostanze proteiche di immediata o mediata utilizzazione. può essere fissato

mediante componente simbiotica o asimbiotica a seconda degli organismi cui prendono

parte. la seconda fase è chiamata ammonificazione, in cui l'azoto viene trasformato in

ammoniaca o ioni ammonio. Questa reazione è attuata da batteri saprofiti decompositori.

Successivamente si hanno i processi di nitrificazione e denitrificazione. La nitrificazione è

l'ossidazione dello ione ammonio a nitrito e nitrato. I nitrati possono rientrare nel circolo

come nutrimento per le piante oppure subire la denitrificazione, in cui nitriti e nitrati

vengono ridotti ad azoto gassoso, che viene restituito all'atmosfera.

chimica del suolo

la composizione chimica del terreno è variabille e dipende dai componenti mineralogici.

Dalle rocce (ignee, metamorfiche, sedimentarie) si possono ottenere tramite processi di

disgregazione o di decomposizione, i minerali resistenti, i minerali organici, i materiali

resistenti e i cationi solubili.

i colloidi del suolo sono particelle con diametro inferiore a 1m che hanno proprietà

colloidali. si distinguono i colloidi minerali, i colloidi organici e gli idrossidi di ferro e di

alluminio. i colloidi organici sono rappresentati dalle particelle di humus, che hanno

proprietà anfotere e quindi si possono comportare sia da acidi che da basi. i colloidi minerali

sono rappresentati dalle argille, e hano anch'essi proprietà anfotere. si distinguono i minerali

di struttura 1:1 e 2:1 a seconda che abbiamo uno strato tetraedrico di silicio e uno ottaedrico

di alluminio o uno strato tetraedico, uno ottaedrico e uno tetraedrico. gli idrossidi di ferro e

di alluminio hanno anch'essi proprietà colloidali in cui il metallo lega a sè 6 ioni idrossido.

l'unità funzionale è l'ottaedro e possono comporarsi sia da base che da acido.

lo scambio ionico e la CSC

lo scambio ionico è di fondamentale importanza per la gestione dei nutrienti del suolo. si

distingue scambio cationico da scambio anionico. la capacità di scambio cationico del suolo

è definita come la somma delle cariche positive dei cationi assorbiti che un suolo è capace

di adsorbire a un determinato pH, ovvero di trattenere e fissare nel terreno stesso per

impedire eccessi di salinità e il dilavamento. la CEC di un suolo è definita in centimoli di

cariche positive per chilogrammo e deriva sia dalla frazione minerale (argille) che dalla

SOM umificata (humus). essa dipende principalemente dalla quantità e dal tipo di argilla e

dalla quantità e dal grado di umificazione della sostanza organica. terreni sabbiosi o limosi

contribuiscono poco alla CEC del suolo. Spesso la CEC di un suolo è pH dipendente

(eccetto per le argille di strutture 2:1).

per soluzione circolante si intende la fase liquida del terreno formata da acqua e sostanze

disciolte. E' sempre in movimento e ha la funzione di nutrire le piante. può dipendere dal

clima, dalle lavorazioni, essa è soggetta a un complesso di forze che la trattengono in loco

(tensione dell'acqua). il potere adsorbente invece è la capacità del terreno di fissare e

trattenere alcuni ioni per impedire un eccesso di salinità o il dilavamento.

il pH del terreno è un importante paramentro chimico che condiziona fortemente le funzioni

di abilità e di nutrizione. si distinguono terreni peracidi, terreni acidi, subacidi, terreni

neutri, terreni subalcalini, alcalini, peralcalini. un ph ottimale prevede un valore compreso

tra 6.5 e 7.5

il potenziale idrico

per spostare una determinata quantità d'acqua da una certa posizione verso un punto

considerato, occorre vincere le resistenze e spendere energia: l'energia spesa è dunque

equivalente all'energia potenziale. il potenziale totale è determinato dalla somma del

potenziale gravitazionale, il potenziale matricaile e il potenziale osmotico.

potenziale matriciale: è originato dalla tensione matriciale, la pressione negativa risultante

delle interazioni di inibizione dei colloidi e capillarità. La prima si manifesta con

l'adsorbimento dell'acqua sulla superficie dei colloidi come humus e argilla, la seconda con i

fenomeni di capillarità che sono alla base della rienuta idrica nei micropori. esso quindi trae

origine dalle forze di attrazione tra il liquido e la matrice solida del terreno. il potenziale

gravitazionale dipende dal peso del liquido e dall'attrazione terrestre.

la misura del potenziale idrico avviene tramite tensiometro;col decrescere dell'umidità

decresce anche il potenziale matriciale. l'umidità può variare da un minimo uguale a zero, a

un massimo che coincide con la porosità del terreno stesso.

costanti idrologiche:

CIM: capacità idrica massima: supponendo che tutta la porosità del terreno sia occupata

dall'acqua, la tensione superficiale è zero e l'umidità corrispondente rappresenta la capacità

idrica massima. tuttavia questa condizione è impossibile da mantenere nel tempo. infatti la

gravità agise sul liquido facendolo scorrere verso il basso. l'acqua contenuta nei pori in un

periodo variabile viene perduta nel terreno: è la cosiddetta acqua di percolazione. se l'acqua

di percolazione è lenta, l'acqua può essere trattenuta e costituire una grande riserva. questo

livello di umidità è detto CAPACITA' DI CAMPO o CC. l'acqua di percolazione si ottiene

dalla differenza di CIM-CC. quindi la capacità di campo definisce il contenuto d'acqua nel

terreno, in termini di umidità percentuale, in condizioni ottimali per quanto riguarda il

rapporto fra acqua e aria nel terreno. Tali condizioni si verificano quando tutti i micropori

sono saturi d'acqua mentre nei macropori è presente solo aria.

Le lavorazioni

le lavorazioni sono interventi agronomici effettuati dall’uomo con semplici strumenti o

grandi macchine automatiche per andare a modificare la struttura del terreno e in particolare

per avere un letto di semina definitivo, atto a raccogliere il seme della coltura, per

controllare le infestanti, per introdurre concimi, diserbanti e ammendanti e per permettere

una maggiore penetrazione delle radici nel terreno. I lavori possono essere classificati in

lavori di messa a coltura, lavori preparatori principali e complementari e lavori consecutivi

(o con coltura in atto). Tuttavia è bene ricordare che i lavori possono avere più o meno

efficacia a seconda del terreno e del suo grado di umidità. Infatti a diverse percentuali di

umidità troviamo diversi stadi fisici del terreno. Il primo stadio è lo stato coesivo in cui il

terreno ha poca percentuale di umidità e quindi si presenta molto secco, di difficile

lavorazione, molto tenace e il terreno non si attacca agli strumenti di lavoro. Aumentando

l’umidità si trova il terreno allo stadio plastico, in cui vi è una maggiore aderenza degli

attrezzi da lavoro da parte del terreno. aumentando ancora si trova il terreno allo stato

liquido, impossibile da lavorare. E’ molto importante lavorare su un terreno in tempera per

ottimizzare e migliorare la produzione colturale. Per quanto riguarda la profondità di

lavorazione vi sono lavori più superficiali e più profondi, fino anche un metro di profondità.

Un lavoro profondo permette una migliore penetrazione delle radici, una migliore lotta

contro le infestanti, tuttavia potrebbe portare a maggiori processi di ossidazione e quindi un

drastico riduzione degli elementi nutritivi e quindi di sostanza organica.

I lavori di messa a coltura sono lavori che vengono eseguiti su terreni che non hanno mai

ricevuto una coltura o che sono da tempo fermi e incolti. I principali lavori sono

disboscamento e decespugliamento, che avvengono in due fasi, una di asportazione della

parte aerea e asportazione delle ceppaie e radici. Altre operazioni sono lo spietramento,

dissodamento o scasso.

Aratura: è il alvoro principale più conosciuto ed eseguito. Viene effettuato con aratro che è

costituito da vomere, versoio, coltello e in certi casi avanvomere che permette un

ribaltamento della fetta migliore e un controllo più efficace delle infestanti. Il lavoro che fa

l’aratro è quello di taglio verticale, taglio orizzontale, sollevamento e ribaltamento della

fetta. In base al tipo di vomere, distinguiamo aratri poli o monovomere. Con il monovomere

si avrà un’aratura più profonda ma più dispendiosa da un punto di vista energetico ed

economico, mentre con il polivomere si avrà un’aratura più superficiale ma meno

dispendiosa. In base al tipo di versoio si avrà aratro elicoidale, cilindrico o a dischi. L’aratro

più utilizzato è quello classico, mentre meno utilizzato è quello a dischi. Il momento

dell’aratura può avvenire in diverse tempistiche con pregi e difetti a seconda del momento.

L’aratura classica e più ottimale è l’aratura autunnale in quanto il terreno si trova in tempera

ottimale. L’aratura invernale può essere eseguita se quella autunnale non è stata fatta a causa

delle precipitazioni abbondanti. Tuttavia, con l’aratura invernale il terreno potrebbe non

essere soggetto a fenomeni come gelo e disgelo. L’aratura primaverile è eseguita prima della

semina, in primavera. E’ un aratura molto più superficiale di quella autunnale e viene

eseguita principalmente perché si ritiene che un’esposizione prolungata delle zolle nel

periodo invernale potrebbe far aumentare i processi di ossidazione e quindi avere una

drastica diminuzione degli elementi nutritivi e di sostanza organica. L’aratura estiva sarebbe

da evitare in quanto produce una distruzione dell’humus. Viene eseguita se quella autunnale

non è possibile farla, in terreni argillosi o di difficile lavorazione, con obiettivi specifici. Il

metodo di aratura può essere a scolmare (da esterno a interno), a colmare (da interno verso

l’esterno), alla pari (line longitudinali) , alla pari con due appezzamenti, per ridurre i tempi.

Vangatura: è un lavoro che può essere sostitutivo dell’aratura, per terreni pianeggianti e

abbastanza profondi. Viene eseguito un rimescolamento e rivoltamento più superficiale

dell’aratura ma permette di ottimizzare i costi.


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virgidap

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in allevamento e salute animale
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher virgidap di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Agronomia e coltivazioni erbacee e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Miceli Fabiano.

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