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sua storia e fondare altri monasteri. (l’agiografo di Paola Romana è

S.Girolamo).

- San Martino di Tours: (monaco –vescovo)(316 o 317- 8 novembre 397 –

funerali 11 novembre). La Vita è stata scritta da Sulpicio Severo, un uomo

colto che aveva studiato come avvocato. Sulpicio vuole scrivere l’agiografia

per far cessare le critiche mosse dal clero verso questo monaco che

maltolleravano per l’aria selvatica ed incolta che aveva e perché era stato

eletto vescovo dal popolo. Molti lo ritenevano un innovatore fanatico e

rivoluzionario, ma per Sulpicio resta un maestro degno di ammirazione.

Scrive quindi l’agiografia mentre Martino era ancora in vita e la completa

aggiungendo dei Dialoghi e delle lettere in seguito.

Martino nasce in Pannonia da genitori pagani. Viene educato a Pavia dove

chiede a 10 anni di essere ammesso tra i catecumeni e a 12 vorrebbe già

vivere come monaco eremita. Non puà farlo perché il padre lo vuole nel

esercito dove qualche anno dopo accade l’episodio di Amiens. Prima di

lasciare l’esercito viene battezzato. Sulpicio tralascia delle date e abbrevia

il servizio militare che termina invece attorno ai 40anni come era normale

dopo 25 anni di servizio. Dopo il congedo, nel 356 incontra il vescovo Ilario

a Poiters e ne diventa amico. Quando Ilario è costretto all’esilio Martino,

che ha ottenuto l’incarico di esorcita, viaggia molto fino a ritornare in

Pannonia dove converte la madre. Il suo viaggio tra Italia, Francia e la sua

città natale termina poi a Tours, dove nel 371 viene eletto vescovo dal

popolo pur mantenendo una vita da monaco. Nella sua vita da vescovo

(missionario) predicherà nelle campagne, distruggerà santuari pagani e gli

idoli che il popolo aveva, scaccia demoni che si presentano sotto varie

forme e compie delle resurrezioni (monaco che si era appena unito a lui e

un suicida).

Appena poteva però si ritirava nel monasterium un luogo dove vivevano degli

eremiti.

- San Benedetto da Norcia: (monaco) (480ca-547ca) regola <<Ora et

Labora>>,fondatore Benedettini.

- Sant’Ambrogio: (vescovo) (Treviri 339 o 340, - 397), figlio di un alto

funzionario dello stato imperiale,rimane presto orfano e con la famiglia si

trasferisce a Roma dove compie i suoi studi e segue le orme del padre.

Nel 370 viene nominato governatore delle provincie dell’Emilia e della

Liguria con sede a Milano. Nel 374 per volere del popolo viene eletto

vescovo, ma inizialmente non vuole accettare la carica anche perché è

ancora catecumeno (topos = fuga al momento del elezione). In seguito al

battesimo diventa Vescovo. Il periodo storico è quello di passaggio tra

l’imperatore Costantino e Teodosio con i loro editti in cui dichiarano lo

stato prima laico(313) e poi cristiano(392). Ambrogio si colloca proprio in

questi eventi e avverte la necessità di un autonomia della Chiesa dal potere

imperiale. Paolino, segretario del santo e suo agiografo racconterà due

episodi in cui il vescovo si scontrerà con Teodosio.

Paolino, scrive l’agiografia nel 422 avendo come punti di riferimento: la

Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria (monaco), la Vita di S. Martino

di Sulpicio Severo (monaco – vescovo) e la Vita di Paolo scritta da San

Girolamo (monaco). Paolino se ne serve per poter inserire questo testo in un

genere letterario già consolidato. Nella Vita racconta poco dell’infanzia e

della vita politica di Ambrogio, si concentra molto, infatti, sulla vita da

vescovo per focalizzare l’attenzione sul momento storico. Il racconto si

conclude con i funerali seguiti da una grande folla e con un commento di

Paolino che paragona il vescovo al profeta Elia che non si fece scrupolo di

parlare con i potenti di ogni grado.

Gli unici miracoli sono riferiti alla transazione delle reliquie dei martiri

Gervasio e Protasio che trasferisce nel Duomo di Milano per dargli una

giusta sepoltura. (translatio e inventio)

- Sant’Agostino di Ippona: (Tagaste, 350- Ippona,430), vescovo in Africa

dove c’è una situazione catastrofica per colpa delle invasioni barbariche.

Possidio, il suo agiografo, temendo che il ricordo del suo maestro potesse

cancellarsi decide di cominciare la sua agiografia con l’elenco degli scritti di

Agostino (“le confessioni” in particolare) su cui si baserà per scrivere. Per

la scrittura non agiografica si rifà a Svetonio che scrisse un opera sugli

imperatori. L’articolazione del racconto si divide in 3 capitoli fondamentali:

1) cronologia vita del santo(18 capitoli): da giovane compie i suoi studi ed

insegna grammatica e retorica, compie un viaggio ad Ippona dove viene

ordinato sacerdote e fonda un monastero di laici che vivevano in comune.

Agostino è la loro guida. 396 elezione episcopale.

2) Descrizione modi di vita del santo(19-27):i modi di vita di Agostino

risaltano il suo senso di responsabilità come vescovo, compiti

monasteriali ed episcopali, meditazione ed interessi spirituali.

3) Ultimi giorni e morte di Agostino(28-31): racconto invasioni

barbariche(Vandali,Goti e Ariani).Possidio e gli altri vescovi si rifugiano

ad Ippona e si rivolgono a lui perché Agostino è un punto di riferimento

in un momento di grande difficoltà. Agostino mantiene un atteggiamento

che gli permette di considerare gli avvenimenti con profondità

prevedendo pericoli e morte delle anime. Il santo non fugge alle

persecuzioni perché è in grado di capire cose che altri non possono

capire. Possidio inserisce anche una lettera che Agostino aveva inviato

ad un altro vescovo che esortava a non fuggire e gli dava consigli da

applicare durante un invasione da parte dei barbari.

Auto-agiografie: (basso medioevo), il santo si mette a scrivere la sua vita,

l’esperienza del suo rapporto con la divinità. Premuto da un interiore esigenza o

da un invito oppure da un ordine ecclesiastico, il mistico tiene un diario o una

corrispondenza in cui si parla di sé o si scrive una vera e propria autobiografia.

le auto-agiografie da ricordare sono quelle di Sant’Agostino (le confessioni), il

“Memoriale” di Angela da Foligno (1248-1309) e le “Revelatones” di Santa Brigida

di Svezia.

Libellus: manoscritto che contiene la vita di un solo santo o più testi relativi ad

un unico santo.

Translatio: (IX e XI secolo), nella prima metà del secolo IX a Roma ci sono le prime

scorrerie dei Saraceni che avevano indotto i pontefici e in generale il clero romano a

trasportare le reliquie dei martiri, sistemati nelle catacombe o nei cimiteri alla

periferia della città, in luoghi più sicuri, dentro le mura della città. Questi sono i

racconti nati intorno al ritrovamento,alla translazione delle reliquie e ai miracoli che

queste compivano. Le Inventio sono i ritrovamenti e il testo agiografico che ne parla.

Il più famoso è quello dell “Inventio Sante Crucis”: il ritrovamento della santa croce di

Cristo ritrovata dopo tante ricerche da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino.

(primi decenni IV sec).

Miracula: (XI secolo) vengono descritti solo i miracoli staccati dal resto della vita del

santo. Risalgono all’ anno 1000 le più celebri accolte di miracoli prodotte in numero

sempre maggiore in precisi santuari. Esse servivano a vantare il potere del santo di cui

si custodivano le reliquie e ad attrarre così più numerosi i pellegrini e quindi le loro

offerte. Le prime raccolte di miracoli sono del 1230 e uno dei primi corpora

agiografici è stato scritto per San Francesco, il primo santo stimmatizzato.

Atti dei processi di canonizzazione: dalla fine del secolo XII l’agiografia conosce

questo punto di riferimento: perché non solo si redigono gli atti processuali, ma in

vista del processo si scrivono, per sottoporle alle commissioni vescovili e cardinalizie,

le vite di chi è ritenuto santo e deve passare, se si vuole che sia riconosciuto come

tale, per la procedura romana. Francesco e Chiara d’Assisi probabilmente i primi.

Nel XII secolo si sente meno il bisogno di codici di grande formato che sono anche

molto costosi, sia perché non si assiste più al moltiplicarsi di monasteri sia perché i

nuovi ordini mendicanti, come i Francescani e i Domenicani, hanno un altro pubblico e

devono adeguare ad esso i loro strumenti di predicazione e di educazione. Si viene così

formando un tipo di leggendario assai diverso da quello tradizionale che i

contemporanei chiameranno:

leggendae novae (o passionalia nova) : leggendari molto più brevi degli antichi in cui si

riduce drasticamente il testo delle singole vite. Il più celebre è la “Legenda aurea” del

domenicano Giacomo da Varazze e il “Liber epilogorum in gesta sanctorum” di

Bartolomeo da Trento, famoso per essere il primo in Italia.

A.VAUCHEZ – LA SANTITA’ NEL MEDIOEVO

Tra le prospettive che oggi possiede nella Chiesa cattolica il Sommo Pontefice è quella

al diritto di canonizzare i santi, ma la canonizzazione non appartiene alla esclusiva

competenza del vescovo di Roma se non da un epoca molto recente.

Nei primi secoli del cristianesimo, gli unici santi venerati dalla Chiesa (fatta eccezione

per la Madonna, San Giovanni Battista e gli Apostoli) furono i martiri. La loro santità

venne subito riconosciuta e proclamata dalle Chiese a cui avevano appartenuto VOX

POPULI, VOX DEI. Lo sviluppo del culto dei martiri indusse ben presto i vescovi ad

organizzare la celebrazione regolare delle feste dedicate ai santi, di cui, nel giorno

dell’anniversario della loro morte, si faceva la commemorazione solenne. I testi

venivano trasmessi da una Chiesa all’altra, e nel IV secolo, il culto di certi santi prese

a diffondersi lontano dalle comunità originarie; ma proprio per questo si moltiplicarono

i pericoli di errori o abusi. In Africa, un decreto del Concilio di Cartagine (nel 401)

stabiliva che ogni vescovo aveva il dovere di vigilare sulle manifestazioni del culto reso

ai santi nell’ambito della sua diocesi, ma non ci è pervenuto alcun testo o documento in

cui si dica che i vescovi dovevano instaurare quel culto. Aver confessato la fede in

Cristo restando in essa irremovibili fino alla morte era l’unico criterio che la Chiesa

usava per stabilire la santità. All’età dei martiri subentrò quella dei confessori e in

entrambi i casi il fatto essenziale era “confessare la propria fede”. In seguito il

termine “confessor” servì ad indicare tutti coloro che meritavano di essere venerati

dai fedeli a causa delle sofferenza subite o di quelle che si erano loro stessi inflitte

per amore di Cristo. Esempio tipico di certi vescovi come S.Martino, ma sullo stesso

piano anche monaci e reclusi come S.Antonio e S.Ilarione in Egitto, definiti dai loro

biografi martiri dell’ascesi. Il culto reso ai martiri aumenta la sua importanza quando

la cristianizzazione si propaga nelle campagne e alle popolazioni germaniche che fanno

oggetto delle loro venerazioni le reliquie considerate come talismani. La frequenza

delle inventiones di corpi santi da parte del clero, a partire dalla fine del IV secolo,

corrisponde ad un tentativo della gerarchia ecclesiastica che voleva orientare la

devozione popolare verso culti più autentici di quelli che la devozione tendeva ad

abbracciare in modo spontaneo. Dopo l’impero romano i vescovi assunsero il ruolo di

difensore civitatis per un periodo compreso tra il secolo V e il secolo VII. Durante

l’alto medioevo ci fu un aumentare in quantità talvolta preoccupanti del numero di

santi venerati dalle Chiese locali, per non parlare dell’uso generalizzato della parola

sanctus che conobbe un mutamento semantico solo nel VII secolo quando indicò

solamente i nomi dei personaggi iscritti nei martirologi.

Nei monasteri gli abati spesso prendevano iniziativa di far venerare i resti di taluni

membri della comunità che avevano lasciato dietro di sé un ricordo particolarmente

ragguardevole. I promotori di queste devozioni ai santi (monaci) facevano redigere per

iscritto una raccolta di miraculae e una vita o passio per aumentare la credibilità del

loro eroe.

A partire dal secolo VIII ci fu un rafforzarsi del controllo dei vescovi con

prescrizioni che vietavano di venerare nuove reliquie senza che prima l’ordinario abbia

dato il suo consenso e riservano al principe o ad un assemblea di vescovi il diritto di

ordinare la traslazione di corpi santi.

Si è soliti datare all’anno 993 la nascita della canonizzazione pontificia. In quel anno il

vescovo di Augusta (Ulrico morto nel 973) fu proclamato santo a Roma da papa

Giovanni XV. Si direbbe la prima volta che la sede apostolica interveniva fuori

dall’Italia su una questione riguardante il culto dei santi. Il vescovo di Augusta,

Lituolfo, presentò al sinodo romano riunito in Laterano un libro che conteneva vita e

miracoli di sant’Ulrico, suo predecessore. Gli astanti furono impressionati dal

contenuto del libro e il papa fece redigere una bolla. La prima bolla di canonizzazione a

noi nota. Tuttavia fu un occasione per il papa di affermare la sua autorità su tutta la

chiesa occidentale.

Nel secolo XI comparve il termine canonizzare in una lettera inviata da Benedetto

VIII al conte di Mantova. Con la riforma gregoriana non fece che irrobustirsi la

costante ascesa del prestigio papale nella chiesa, nella cristianità occidentale e nel

campo del cultus sanctorum. Con Innocenzo III ci furono diverse dichiarazioni che

confermano che da quel tempo in poi il papa era certo di possedere il privilegio di

canonizzare i santi.

Il processo di canonizzazione nasce per far fronte al tumultuoso emergere di sempre

nuovi santi degli ultimi decenni del secolo XII.

Il più antico processo di canonizzazione di cui ci sono pervenuti gli atti è quello

relativo a San Galgano morto nel 1181 che si svolse in toscana tra il 4 e il 7 agosto

1185. l’inquisitio fu condotta dal cardinale vescovo e altri due commissari pontifici più

20 giurati. Tra i testi ci furono la madre di Galgano e gli eremiti che vivevano con lui.

La Chiesa Romana, con Innocenzo III, ammise di non poter proclamare santo se non

colui o colei che la vox populi designava come tale,ma si arrogò il diritto di sottoporre

tale credenza ad un esame che assunse la forma di procedura giudiziaria. Il problema

principale che la Chiesa dovette affrontare era quello di una valutazione dei miracoli.

Ma come si svolgeva poi un processo di canonizzazione?

A Roma non accettavano di aprire un inchiesta se le domande non avevano il corredo

sufficiente di suppliche presentate da personalità influenzati e dalle autorità locali

vuoi laiche vuoi ecclesiastiche. La prassi, che divenne generale dopo il 1230, di

informare papa e cardinali sul conto dei santi che veniva loro chiesta di canonizzare

consisteva nel compiere per propria iniziativa delle indagini preliminari e i risultati di

tali inchieste venivano allegati alla loro supplica assieme alla dimostrazione che sulla

tomba avvenivano dei miracoli. La vera e propria inchiesta era affidata a tre

commissari tra i quali la norma voleva che ci fosse almeno un vescovo. Dovevano

informarsi sulla vita e i miracoli del candidato e poi trasmettere al papa le

testimonianze raccolte, accompagnandole con una relazione sull’andamento del

processo. Il luogo dell’inchiesta era di norma quello io cui si trovava sepolto il santo e

dove si verificavano i miracoli che avevano dato origine alla sua venerazione. La durata

dell’inchiesta poteva variare. I commissari si facevano accompagnare da un seguito

formato da religiosi (frati mendicanti) che li assistevano e garantivano la regolarità

della procedura. Fin dal secondo decennio del Duecento al seguito dei commissari ci

furono anche dei notai, che formulavano le deposizioni e redigevano diverse copie di

tutti gli atti dell’inchiesta, una delle copie veniva poi inviata al papa o era tenuta a

disposizione. Ma questo compito spettò al procuratore della causa il compito di

redigere gli atti. Nelle inchieste meglio condotte troviamo anche la distinzione tra i

miracoli fatti in vita e dopo la morte.

A partire dal processo di Filippo di Bourges (1256-66), che è il primo in cui fu

raggiunta la forma classica che rimase intatta fino alla fine del medioevo, l’aspetto

biografico ebbe ancora più importanza.

Il punto debole di alcune inchieste stava nell’imprecisione delle deposizioni, che nella

maggior parte dei casi altro non era che semplice approvazione dello schema proposto

dai promotori della causa.

Mano a mano che il procedimento venne ad identificarsi in un vero e proprio processo,

il momento essenziale divenne l’esame delle deposizioni, correttamente raccolte, da

parte del papa e dei cardinali.

Dopo che la commissione aveva compiuto il suo lavoro, il papa convocava i cardinali in un

concistorio segreto. Quivi un sommarium veniva letto da quei cardinali che avevano

dovuto occuparsi della faccenda e tutti i membri presenti del Sacro Collegio erano

tenuti a dire cosa ne pensavano. Dopo aver consultato vescovi e arcivescovi presenti in

Curia il papa emetteva la sua sentenza. Si trasferiva in un terzo concistorio pubblico

dove manifestava l’intenzione di iscrivere un servo di Dio nel catalogo dei santi. Il rito

liturgico avveniva in genere alcuni giorni dopo e successivamente la avvenuta

canonizzazione era notificata con una o più bolle solenni al clero e ai fedeli.

Fino a metà del secolo XIII nella terminologia corrente non esisteva alcuna

differenza tra i santi : tutti erano connotati come sanctus e beatus. A partire dal

Trecento, quindi, i termini di sanctus e beatus cominciano ad assumere un significato

preciso : i santi ufficialmente riconosciuti tali dalla chiesa romana restano sanctus,

mentre i beatus sono i santi sulla cui santità Roma non si pronuncia.

Dalla fine del Duecento, i papi intesero dare alla canonizzazione quella caratteristica

che ha conservato fino ad oggi: era un favore eccezionale accordato ad un piccolo

numero di santi la cui glorificazione era giudicata opportuna hic et nunc dalla Chiesa di

Roma, che era caput et cardo della Chiesa universale.

STORIA DELLA LETTERATURA AGIOGRAFICA

Fino al 1500 assistiamo ad una preoccupazione ridotta verso i dati delle

agiografie, ma con la riforma luterana la chiesa cattolica si trova a dover

rispondere alle critiche mosse da Lutero.

Lutero negava valore ai santi perché essendo l’uomo peccatore solo Dio poteva

salvarlo.

Probabilmente, però, in Lutero aveva agito anche una ragione “letteraria”: molte

agiografie erano, infatti, lontane da ogni credibilità storica. Quindi decide di

affidarsi solo alle agiografie dei martiri che riportavano (più o meno) fedelmente

i testi dei processi.

La Chiesa cattolica risponde con due iniziatori dello studio moderno dell’agiografia

e con la scuola Bollandista.

Luigi Lippomano

- veneziano,

- vescovo di Verona

- pubblica nel 1551 “Vite degli antichi santi padri” e poi altri 7 volumi.

- Insieme di testi che vengono stampati con lo scopo di “combattere il morbo

dell’eresia”

- Privilegia le agiografie più antiche ma non si comporta da studioso moderno

perché non da testi completi, ma li taglia qua e la tralasciando luoghi o

aggiustando miracoli.

Lorenzo Surio

- prima di diventare certosino a Colonia era un seguace di Lutero

- pubblica tra il 1570 e il 1575 “Le storie approvate (dalla Chiesa) dei santi”

opera in 6 volumi

- i testi sono disposti secondo l’ordine del calendario (date delle feste dei

santi)

- ha dato spazio a più santi rispetto al Lippomano, ma nel tradurre i testi li

ha corretti commettendo degli errori.

H.Rosweyde e la scuola Bollandista

- 1549-1629

- è il primo che comprende l’utilità di un lavoro storiografico sui santi che

permettesse di eliminare

i testi non autentici o contrari alla fede

- sente l’esigenza di rispondere alle critiche del mondo protestante in maniera

scientifica

- la prima opera che pubblica si intitola “I fasti sanctorum” (1607); un

calendario di santi in

cui erano presenti una serie di agiografie da lui conosciute. Secondo il suo

programma tutte

le agiografie dovevano essere sottoposte ad un attenta valutazione critica,

ricopiate nella

forma originale e senza subire modifiche. Prima di essere inserite nell’opera

che voleva

creare dovevano essere state pubblicate con le note che richiedevano (come

problemi e

difficoltà poste dal singolo testo).

- Non ebbe però approvazione da parte della Chiesa cattolica che nella

persona del cardinale Bellarmino affermò che questi testi così come erano

avrebbero suscitato ilarità e incredulità in chi si apprestava a leggerle. Il

cardinale suggeriva un lavoro di pubblicazione di storie di santi che non

erano compresi nelle raccolte del tempo( come quelle del Lippomano e del

Surio). Rosweyde non accettò il suggerimento e rispose ribadendo i criteri

di lavoro e ricerca che lui voleva usare, mostrando il rigore critico che lo

avrebbe portato ad una serie di rivisitazioni dei testi.

- Prima di morire pubblica il “Martirologio romano” e delle vite di santi

monaci vissuti in oriente nel deserto che aveva come titolo “Vitae Patrum”.

(sarà la base per gli Acta Sanctorum)

La scuola Bollandista comincia, quindi, negli anni della riforma luterana con le

critiche mosse al culto dei santi e all’agiografia da Lutero e anche come risposta

al Lippomano e al Surio.

I Bollandisti si occupano di Agiografia studiandola come scienza storica.

I Bollandisti sono un gruppo di gesuiti belgi che devono il loro nome a Jean

Bolland (che non è iul fondatore, ma uno dei massimi esponenti).

Jean Bolland e G.Henskens diedero inizio alla pubblicazione degli Acta Sanctorum.

Acta sanctorum: 67 volumi. Opera fondamentale che raccoglie le agiografie dei

santi disposte secondo l’ordine del calendario, come i manoscritti leggendari.

Oltre a pubblicare i testi delle agiografie che cercano in tutte le chiese

segnalano sempre in fondo al testo cosa è reale, corretto per far si che tutto sia

controllato. Aggiungono anche dati sul agiografo. Nel 1643 J.Bolland pubblica i

primi due volumi del mese di gennaio con all’interno della prefazione una

precisazione sul piano dell’opera ideato dal loro fondatore Rosweyde.

Gli AA.SS. terminano di essere pubblicati nel 1940.

Secondo i Bollandisti cercare la verità storica non significava rifiutare il culto dei

santi, come vennero criticati dai certosini in questi anni, ma dargli un fondamento

più solido, difendendo il patrimonio religioso della Chiesa.

La storia dei Bollandisti arriva fino ai giorni nostri ed è bene ricordare altre loro

pubblicazioni:

Analecta Bollandiana (AB) : rivista pubblicata dal 1882, dopo la pausa e il

trasloco da Anversa a Bruxelles che i Gesuiti dovettero fare. Gli articoli o i saggi

sono scritti nella lingua dell’autore e hanno lo scopo si aggiornamento. È una

pubblicazione annuale e il numero del 2007 è il 125.

Subsidia Hagiographica : o sussidi agiografici, collana in cui sono pubblicati saggi

monografici di vari studiosi che comprende tra gli 87 volumi anche cataloghi come

il numero 6

Biblioteca agiographica latina antiqua et mediae aestatis (biblioteca agiografica

latina antica e medioevale) (1898 – 1901 ristampe 1911 e 1986) (BHL)contiene

un elenco di santi disposti in ordine alfabetico per nome e per ognuno ci sono

segnalate tutte le agiografie in latino scritte fino al 1500)

Delehaye

- 1859 – 1949

- Bollandista - Autore di numerosi saggi tradotti anche in italiano

- Tra i suoi interessi principali troviamo l’origine del culto e delle leggende

agiografiche che analizza seguendo l’ordine dei suoi predecessori rifiutando

ogni traccia di culto di un santo se non è basato sulla storia.


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DETTAGLI
Esame: Agiografia
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storici e filologico-letterari
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Agiografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Degl'Innocenti Antonella.

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