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Letteratura Italiana

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Moduli A e B – Prof. William Spaggiari

2012/2013

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Di Clara Parmigiani

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Letteratura Italiana di William Spaggiari

Lezione 1, 04 ottobre 2012

Unità didattica A: I PRIMI SECOLI

Il libro: manoscritto o stampato?

Nei codici miniati si leggeva un passo di una lettera che un cardinale, Giovanni Basserioni, scrisse, il 31

marzo 1468, al Doge Cristoforo Moro per offrire in dono a Venezia la sua biblioteca di 482 volumi greci e

264 latini:

‹‹I libri sono pieni delle parole dei saggi, degli esempi degli antichi, dei costumi, delle leggi, della

religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti

ponendole sotto gli occhi cose remotissime alla nostra memoria. Tanto grande è la loro forza, la loro

dignità, la loro maestà e infine la loro sacralità, che, se non ci fossero i libri noi saremmo tutti rozzi e

ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo conoscenza alcuna delle cose

umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi cancellerebbe anche la memoria degli uomini›› (in

“Chierici e laici nella letteratura italiana” di Carlo Dionisotti).

Nello stesso anno, Gaspare da Verona scrive un libro sulla vita di Paolo II,

‹‹In questo felicissimo anno [1468] arrivarono a Roma alcuni giovani tedeschi [si riferiva a

Sweynheym e Pannartz], che in un solo mese stamparono il “De hominis opficio”, il “De ira Dei” e il “Contra

gentiles” di Lattanzio, e ne producevano duecento copie al mese. Il procedimento della loro arte sarebbe

molto difficile e spiegare, ma tanti altri poi l’hanno imparato, e si tratta di una straordinaria invenzione››.

 Coincidenza cronologica: un cardinale difende i libri dal punto di vista dei manufatti, di esemplare unico

che solo i più ricchi potevano avere; Gaspare fa un elogio della stampa, colpito dall’efficacia e dalla rapidità

con la quale venivano pubblicati i libri, l’uno dietro l’altro.

Non si sa esattamente quando il tedesco Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili (metallici), tra il

1438/39. 

1452-1455 in questi tre anni, Gutenberg stampa la bibbia, nota come la “Bibbia delle 42 righe” (era

stampata su due colonne ognuna di 42 righe) o “Bibbia di Magonza”. Riproduce il carattere e l’eleganza del

manoscritto. In tre anni, un monaco amanuense riusciva a malapena a riprodurre una Bibbia, Gutenberg ne

stampa 180. Umberto Eco dice che la Bibbia è il sogno di ogni bibliofilo. Sopravvivono 40 esemplari.

L’ultimo esemplare è stato venduto ad un’asta nel 1994 e l’ha comprato Bill Gates pe una cifra superiore ai

10 milioni di dollari. Ce ne sono due nella Biblioteca Vaticana, la maggior parte sono in Germania.

La Bibbia di Gutenberg è la cosiddetta “Vulgata”: versione in latino fatta da san Girolamo. La scelta della

Bibbia è ovvia: La Bibbia è il primo grande libro. Ma sull’invenzione della stampa gli europei erano stati

preceduti dai cinesi, un alchimista che fabbricò dei caratteri mobili in terracotta tra 1040/50. Ma anche i

caratteri piombo furono inventati dai coreani.

Per una regione di mercato, in Europa, durante il Medioevo la domanda di libri era andata continuamente

in crescendo, così era necessaria una soluzione. La domanda proveniva dalla Chiesa, dalle università, dagli

istituti di istruzione, dai principi, dalle corti. A questi centri di diffusione d’istruzione si affianca un pubblico

che ha imparato e vuole leggere, anche successivamente, in volgare. È un pubblico per cui nascono generi

differenti: le Canzoni di Gesta, le leggende di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Gli antichi scriptoria

monastici non erano più sufficienti a rifornire un mercato così ampio e articolato, per di più il monaco era

portato a commettere errori.

I codici

Ai margini dei codici medievale o a conclusione la frase ‹‹sola manus scribit, totum, corpus labora›› era

molto frequente. 

“Atlante della letteratura italiana”, a cura di Ghebulla e Luzzato, Einaudi L’età di Avignone: ai scriptoria

monastici si affiancano i copisti per passione e per mestiere. Nei codici della “Commedia” di Dante (circa

600) esistono i codici dei cento, cioè si presume che questi cento codici uscissero da una bottega laica di

Firenze. 1 Letteratura Italiana di William Spaggiari

I tipografi copiavano automaticamente tutto ciò che gli veniva consegnato, ma già allora si era formato un

canone, cioè un gruppo di autori più storicamente rilevanti. Anticamente la fama era un risultato che si

otteneva dopo una lunga fatica e lavoro. Ci sono i memoriali bolognesi (scritti a Bologna e conservati alla

Biblioteca dell’Acchiginnasio) sono i registri nei quali i notai bolognesi, che tra Duecento e Trecento

trascrivevano le loro sentenze, dei contratti, delle pagine giudiziari. Questi argomenti venivano scritti in

sequenza. Succedeva che per annullare la parte rimasta bianca, per evitare che altri notai o qualsiasi altra

persona aggiungesse altro, riempivano le pagine con delle frasi/versi che avevano in mente di canzoni

popolari, ballate e poesie o cancellavano o disegnavano.

If. III 95-96: risposta che Virgilio dà a Caronte ‹‹vuol così colà, dove si puote ciò che si vuol››.

Questi versi sono collocati in calce in uno dei memoriali. Dante era ancora vivente, e ciò vuol dire che era

diventato molto popolare, perché aveva riprodotto dei suoi versi (sono le prime parole che gli sono venuti

in mente). Questa pagina del memoriale è la prima attestazione scritta della “Commedia” di Dante (bisogna

ricordare che non abbiamo un solo suo testo autografo.)

If. XIX 97-99 In un altro memoriale scrissero le parole che Dante rivolge a un papa simoniaco che

aveva venduto i beni della chiesa. I simoniaci sono puniti appesi a testa in giù solo con i piedi fuori. Questo

passo è in calce in un memoriale del 1321 anno di morte di Dante, segno che anche al di là dell'Appennino

era conosciuto. Lezione 2, 05 ottobre 2012

Settore dell’editoria in grande movimento, anche oggi, ma ha dei limiti. La preparazione tecnica di chi

lavorava nelle prime tipografie era piuttosto fragile. Essi, quindi, facevano dei gravi errori nella trascrizione

dei testi. 

Petrarca disse ‹‹non riusciresti a riconoscere gli stessi scritti che hai composto›› commento che egli face

riferendosi alla poca cultura dei copisti.

Già alla fine del Quattrocento (mezzo secolo dopo la scoperta della stampa a caratteri mobili), tipografie

hanno raggiunto una corposa attività: è probabile che si riuscisse a stampare una foglio (A4 è ¼) ogni 20

secondi. La stampa ha dovuto combattere con i problemi insiti in essa. Si creano quindi delle nuove figure

lavorative. Un letterato raffinato o un funzionario difficilmente leggeva un Petrarca stampato

dozzinalmente in una copisteria di città, ma legge un libro scritto da un copista amanuense. c’è una

resistenza di tipo aristocratico e che privilegia il possesso dell’oggetto scritto a mano.

‹‹non buttino via detti libri, maxime quelli a penna››.

Latino versus volgare

Il contrasto fra manoscritto e stampa ha la medesima valenza del contrasto tra latino e volgare esistente

negli stessi anni. Si ritiene che scrivere in latino fosse segno di raffinatezza, distinzione.

Il primo autore della letteratura italiana che scrive solo in italiano è Tasso, cioè fino alla metà del ‘550 gli

autori italiani scrivono anche in latino.

A Petrarca appartengono 30 opere, 27 di queste sono in latino. “Canzoniere” (sistemato almeno nove

volte/forme, ci lavora per 40/50 anni e quella che noi leggiamo è l’ultima versione, scritta nell’anno della

sua morte), poesie extravaganti e “I Trionfi”.

Oggi il latino è diventata una lingua sconosciuta.

Stampa, libri e pubblico

La stampa approfondì la differenza tra letterati e illetterati: si scavò un baratro irreversibile tra stati bassi e

strati alti, irreversibili. Si stampavano libretti a basso prezzo (come almanacchi e lunari) e i fogli volanti (i

volantini, antenati di giornali). La qualità, ovviamente, era pessima, ma è su questo che prospera l’industria

tipografica tra Quattrocento e Cinquecento. Grande presenza economica ma scarsa qualità tipografica, che

capillarità

agisce soprattutto in campagna dei testi. Non sempre però i libri vengono letti, vengono

2 Letteratura Italiana di William Spaggiari

comprati perché parlano di un determinato argomento e questo basta. Vengono sfogliati, si conoscono le

immagini, ma raramente ci si sofferma a leggere.

Quando si presentò il problema di mettere in atto una difesa nei confronti del protestantesimo, il concilio di

Trento fece in modo che si restringesse ulteriormente il numero dei lettori.

L’Indice

La Controriforma istituì l’Index Prohebitorum Lirorum, l’Indice Dei Libri Proibiti, cioè l’elenco dei libri che un

buon cristiano non poteva leggere perché considerati eretici. Praticamente, i libri in commercio in quel

periodo venivano considerati tutti eretici. Leopardi sente il dovere di chiedere al Papa di leggere dei libri

proibiti i (chiede al Papa perché Recanati era nello stato pontificio). Sta di fatto che nel 1578 un ciabattino

friulano venne condannato da una frate perché gli vennero trovati in caso un “Orlando Furioso” e un

“Nuovo Testamento”. Fu costretto a fare ammenda in piazza di non leggere più. Perché? Perché un

cristiano non poteva avere in casa la Bibbia, perché non può capire; ci vuole la mediazione del sacerdote

che spiega e filtra ciò che c’è scritto . Federico Bandierato “Il libro e censure”.

Il verso 136 del V canto dell’Inferno, da ‹‹la bocca mi baciò tutto tremante›› diventò ‹‹la destra mi baciò

tutto tremante››.

Nel 1579 un funzionario della curia papale sentenziò che la Santa Chiesa avrebbe bisogno che per molti

anni non ci fosse la stampa. Questo venne detto a causa della grande diffusione delle opere devozionali. Ma

una misura così radicale non poteva essere applicata, perciò fu istituito l’Indice.

Paolo Sarpi, “Istoria del Concilio tridentino”: diceva che si stampavano libri che riducevano l’autorità laica e

aumentavano l’autorità della Chiesa.

Due eventi che hanno reso familiare agli italiani la letteratura:

 la grande migrazione transoceanica (1880-1920) scambio epistolare in italiano sgrammaticato

(popolare) o in dialetto italianizzato.

 

prima guerra mondiale scambio epistolare tra gli italiani nel nuovo continente e i parenti rimasti

in patria (tra la guerra di trincea e le proprie e case); si pensa che in Europa, in quattro anni, si siano

inviate 4 miliardi di lettere e cartoline; i prigionieri scrivevano lettere che sarebbero state vagliate

alla frontiera (Leo Spitzer, grandissimo linguista moderno).

Le biblioteche 

Biblioteca di Monaldo: 40 mila volumi biblioteca immensa per quei tempi. Voltaire aveva circa 6 mila

opere. Locke aveva 410 libri.

Oggi con la frammentazione del sapere è molto difficile creare una biblioteca, prima era più semplice.

Monica Pedralli, “gli inventari di biblioteca e la cultura di Milano nel Quattrocento” mostra il fenomeno

della circolazione dei libri.

Biblioteche letterarie c’erano due biblioteche nei “Promessi Sposi”:

 

cap. XXIV Riferimento ai libri posseduti al sarto del paese, un uomo che sapeva leggere (dato

significativo), che aveva letto più di una volta (la lettura come fenomeno di ripetizione, i libri

venivano letti più di una volta) “il leggendario dei santi”, “il guerrin meschino” e “i reali di Francia”

(di Andre da Barberino). Tre titoli molto indicativi per la cultura media di un sarto di villaggio. Perciò

il sarto passava per un uomo di talento e di scienza, lodi che rifiutava dicendo ‹‹ah se avessi

studiato…››.

 

Cap. XXVII Nel 1629-30, la biblioteca di Don Ferrante e Donna Prassede. Piccolo esponente di

una piccola località lombarda, che si era imbevuta di atteggiamenti spagnoleggianti. Aveva circa

300 libri ed era molto versato alle scienze e legato agli aspetti ‘strani’ (magia, astrologia scienze

naturali, ma era soprattutto interessante alla cavalleria. Don Ferrante poteva dirsi dottrinato, ma

era Professore della cavalleria e aveva nella sua biblioteca di titoli di riferimento per questa

materia, di autori molto famosi in quel periodo, “Paride dal Pozzo”. Cita successivamente due libri

“il forno I” e “il forno II” entrambi di Tasso di cui sa citare i versi a memoria (Tasso era letto come un

autore di esperto di cavalleria, era amato proprio per questo). Don Ferrante ragiona sulla peste:

dato che essa non è composta da nessuno dei quattro elementi terrestri -acqua, terra, fuoco e aria,

3 Letteratura Italiana di William Spaggiari

egli dice che è solo una congiunzione astrale, convinto di questo, Ferrante non prese nessuna

precauzione per la peste così morì inveendo contro le stelle.

Introduzione alla letteratura

Il canone è il pantheon/la galleria dei grandi autori -Dante, Petrarca, Boccaccio-.

Il più bel verso di tutte le letterature romanze è ‹‹dolce colore d’oriental zaffiro›› di Dante, secondo Borges.

Leopardi diceva che il Quattrocento è ‹‹il sonno della letteratura››, probabilmente per le discussioni

linguistiche in atto.

Oggi, la situazione che la letteratura italiana è la più ricca e contraddittoria del mondo occidentale. Perché è

una letteratura che è l’esatto contrario di come Manzoni proponeva nel “Marzo 1821”, nell’ode “Una unica

lingua d’arme, di altare, di sangue e di cuore” La ricchezza dell’Italia sta proprio nella sua

frammentazione politica, il suo essere un non stato. Nessun’altra letteratura europea ha delle differenze

così forti.

Tre esempi di nascita del canone: 1807 I sepolcri, 1820 Ad Angelo Mai, 1860 il sonetto.

Lezione 3-4, 09-12 Ottobre 2012

Giacomo Leopardi

Gennaio 1820, Giacomo Leopardi non ha mai messo il naso fuori di caso. Egli conosce il mondo esterno solo

attraverso i libri, le lettere, le visite di qualche amico. Recanati è sul confine dello Stato della Chiesa. L’area

romagnola-marchigiana è un centro culturale molto attivo.

Nel 1817, Leopardi invia la propria traduzione del II libro dell’Eneide ai tre maggiori personaggi della

letteratura italiana del tempo che sono Vincenzo Monti (riportò in auge il culto di Dante e dimostrò quanto

Dante fu potente, anche nelle sue immagini più sinistre; fece conoscere Shakespeare; tradusse i poeti del

Nord e l’Illiade), Pietro Giordani (maggior classicista del tempo con cui Leopardi era in corrispondenza) e ad

Angelo Mai (dottore della Chiesa, classicista). Colui che più si sbilancia in favore di Leopardi è Angelo Mai, il

quale gli dice che spera che esca da quella società; anche Monti esprime elogio. Giordani è quello che ha

l’atteggiamento più diffidente, ma che si ricrede dopo aver scoperto che la traduzione è stata fatta da un

giovane diciannovenne, fino a diventare il suo diffusore.

Angelo Mai nel 1810, gesuita, entrava nella Biblioteca Ambrosiana come scrittore, esperto di lingue

orientali antiche; Mai si fa conoscere per una serie di scoperte, di codici e di testi antichi. Uno dei temi

centrali tra romantici e classicisti sono proprio le scoperte del Mai.

Nel 1819, pochi giorni dopo essere arrivato nella Biblioteca Vaticana, scopre dei frammenti sconosciuti del

libro “De Re Publica” di Cicerone. Com’è possibile che una persona riesca a fare questo? Le opere erano

scritte su pergamene: per risparmiare, si raschiava un'altra pergamena già scritta. Così era accaduto per i

codici ‘palinsesti’ (cioè, appunto, codice raschiato e riscritto sopra). Perciò, laddove c’era un codice in cui si

leggevano le omelie di Sant’Agostino, sotto vi era uno scritto di Lucrezio. Nessuno dei bibliotecari aveva la

curiosità di raschiare il testo religioso. Mai va alla ricerca del più antico: raschia utilizzando la noce di Galla,

una sostanza chimica che consente di far affiorare ciò che non è visibile ad occhio nudo. Mai però non

poteva sapere che la noce di Galla è un ossidante, che ha annerito i codici e li ha resi, ad oggi, illeggibili.

Questo per spiegare perché Leopardi, giovane classicista, scrive una canzone petrarchesca, per elogiare

Angelo Mai. 4 Letteratura Italiana di William Spaggiari

Ad Angelo Mai

La canzone, scritta nel gennaio 1820, ebbe un destino curioso. Qualunque cosa che Giacomo scrivesse,

doveva passare sotto gli occhi del padre, il quale aveva un amore sviscerato nei confronti del figlio e che

sperava gli assomigliasse. L’episodio: Leopardi vorrebbe pubblicare le canzoni, vorrebbe farne un libro e

aggiungere due canzoni un po’ macabre. Monaldo scopre questo suo intento e dice che le prime tre vanno

ben

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cleira12 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Spaggiari William.
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