L'altra rivoluzione russa
Max Weber e la rivoluzione russa del 1905
Max Weber inquadrò i fatti della rivoluzione russa del 1905-1906 nella convinzione che ad essi fosse legato il destino stesso della democrazia liberale. Nell’Occidente europeo il progresso economico e culturale era già vicino ad un punto di saturazione, la speranza che la Russia si aprisse ai valori liberal-democratici lasciava intravedere la possibilità di spostare il baricentro della civiltà occidentale verso un grande Impero continentale che possedeva grandi potenzialità di sviluppo. Dato che per lui il capitalismo avanzato burocratizzava le relazioni sociali, limitando la libertà, si chiedeva se in Russia gli eventi rivoluzionari ed i suoi principi avrebbero potuto affermarsi anche qui dove il capitalismo moderno era comunque penetrato.
Lui prese posizione verso questi avvenimenti soprattutto per dare un resoconto veritiero e di informazione giusta verso il movimento di liberazione russa contro lo zar, dato che la pubblicistica tedesca era molto spesso sommaria e contraria agli avvenimenti. La sua presa di posizione pubblica avvenne in una conferenza tenuta a giugno dal geologo Alfred Hettner; dopo l’intervento di questi, prese la parola Weber e presentò gli obbiettivi programmatici del partito costituzional-democratico russo.
Un progetto costituzionale, definito “Unione di liberazione”, era già stato elaborato, ma l’intellettuale tedesco manifestava scarso ottimismo nel trasformare la Russia zarista in senso liberaldemocratico. Questo era impedito dal troppo forte legame che lui vedeva tra lo zar e i contadini russi, i quali vedevano nel sovrano il rappresentante di un ordine sociale fissato da Dio. Questo primo progetto offrì a Weber lo spunto per il suo primo scritto sulla rivoluzione russa. L’aveva concepito come una cronaca degli eventi da aggiornare e correggere in continuazione; Weber dava una particolare attenzione al movimento liberale, inteso come l’unico che potesse aprire la via ad uno sviluppo costituzionale sullo stampo occidentale.
Nel corso della stesura, se prima lo zar poteva scendere a patti con le richieste, Max si rese conto che la rivoluzione aveva ormai raggiunto il suo punto più alto. Ciò che ostacola l’affermazione del movimento liberale è:
- Mancanza di una base solida nei ceti borghesi che doveva essere continuamente supportata;
- Lo sviluppo capitalistico aveva fatto venire meno i presupposti perché il liberalismo borghese potesse riformare l’ordinamento russo.
Quindi il predominio delle classi medie non si sarebbe potuto attuare dato che ormai avrebbe avuto contro il proletariato urbano e la popolazione rurale. Un altro problema per uno Stato costituzionale fondato sulle libertà, era per Weber il problema della nazionalità. In particolare le mire di indipendenza di Polacchi e Ucraini metteva in pericolo l’unità e l’azione del movimento liberale, poiché era diviso al suo interno sulle risoluzioni di tali problemi. Inoltre per lui non bisognava aspettarsi un supporto al movimento liberale da parte della Chiesa Ortodossa; questa, diversamente dal protestantesimo, era la fede religiosa (per lui) dell’assolutismo, per via del suo legame con lo Stato e la sua organizzazione autoritaria.
L’argomento maggiormente affrontato da Weber in questo suo primo scritto è la questione agraria. Questa problematica si ripercuoteva anche sull’operato e le sorti del movimento costituzional-democratico e sul suo programma nella società russa. L’atteggiamento dei contadini russi, che erano la maggioranza, avrebbe potuto permettere lo sviluppo della Russia in senso europeo-occidentale; ma Weber si chiedeva fino a che punto questi avrebbero sostenuto le rivendicazioni liberali se le loro richieste economiche sarebbero state soddisfatte in modo da favorire la causa della democrazia borghese. La richiesta di terra da parte dei contadini non aveva un fondamento individualistico, quindi per lui una riforma agraria liberale avrebbe rafforzato le tendenze contrarie all’individualismo presenti in Russia.
La distanza tra le campagne e il liberalismo balza agli occhi nei due congressi panrussi del 1905 che si erano svolti sotto l’influsso dei socialisti rivoluzionari e dei populisti. Altro aspetto che rendeva improbabile l’appoggio al liberalismo era che le rivendicazioni contadine erano solo ed esclusivamente di carattere economico. Alla fine del primo saggio quindi Weber afferma che la realizzazione dei valori individualistici e della democrazia non doveva essere attesa dallo sviluppo economico, perché questo era contrapposto agli aspetti prettamente materialistici del capitalismo.
Questa conclusione ritrova eco anche nel secondo saggio di Weber, che è un’esposizione dettagliata degli sviluppi politici in Russia dal Manifesto del 17 ottobre fino allo scioglimento della prima Duma. Ancor più del precedente, questo saggio voleva rappresentare più oggettivamente le aspirazioni dei costituzionali-democratici in Russia. La principale preoccupazione era quella di mettere in risalto il carattere fittizio delle riforme del ministro ad interim di Vitte, le quali non avevano dato effettiva attuazione ai diritti costituzionali proclamati dal Manifesto di ottobre (particolare critica alla censura dei funzionari locali e la mancata libertà religiosa).
Weber dedica particolare attenzione anche al sistema di voto, basato su suffragio censitario e indiretto, che il governo aveva escogitato per creare una maggioranza nella Duma. La nuova legge elettorale dopo il Manifesto aveva aumentato gli elettori della popolazione urbana; ma la burocrazia statale era riuscita a ridimensionare gli effetti dell’ampliamento della base elettorale, facendo in modo che la rappresentanza dei moderni ceti borghesi alla Duma restasse invariata numericamente e che non diminuissero il peso e l’influenza dell’elettorato rurale.
Anche nel secondo saggio trova spazio il tema della questione agraria, che prende piede da dentro il partito costituzional-democratico, sulle risposte e gli atteggiamenti da dare al bisogno di terra dei contadini. L’inasprimento dei contrasti di classe (contadini vs proprietari) faceva notare a Weber la debolezza degli ideali liberali di fronte agli interessi materiali, prendendo spunto proprio dal mutato atteggiamento di quel gruppo sociale da cui provenivano: “le menti migliori del liberalismo degli Zemstvo”. (Zemstvo: era un’assemblea/ concilio provinciale della Russia zarista).
Il giudizio della Chiesa sulla rivoluzione del 1905: lettura de "L'Osservatore romano" e della "Civiltà cattolica"
Lo scoppio inaspettato della rivoluzione russa del 1905 impone in tutta Europa di seguirne i successivi avvenimenti interni, la cui portata internazionale appare subito evidente in relazione anche alla guerra in Estremo Oriente che tale evento insurrezionale potrebbe provocare negli stati occidentali. Di fronte a molti giornali anticlericali, c’era il bisogno di configurare una stampa di diffusione e difesa della fede cristiana. “L’Osservatore romano” e la “Civiltà cattolica”; le due riviste, nonostante idee di base comuni, presentano alcune differenze dovute al loro carattere: quotidiano politico-religiosa la prima, quindicinale di cultura religiosa la seconda.
La Civiltà cattolica
La “Civiltà cattolica”, rivista redatta dalla Compagnia di Gesù, si poneva lo scopo esplicito di proporre “un solo modello di civiltà cattolica, valido ieri, oggi e domani, in tutti i tempi, in tutti i continenti”. Il primo numero uscì nel 1850; godette di una grande diffusione dovuta principalmente all’attualità degli argomenti affrontati ed all’impostazione che univa alle profonde disquisizioni teoriche pagine adatte a tutti, con racconti a tema e sguardi acuti sugli avvenimenti contemporanei. Della rivoluzione russa si parla sin dal quaderno del 28 gennaio 1905 e si continua per tutto l’anno: da notare però che gli articoli sono proprio minimi e solo nella parte dedicata al mondo orientale il collaboratore dalla Russia può permettersi di esprimere le proprie idee attraverso il commento dei giornali locali russi.
Il clero ortodosso russo, allo scoppio dell’insurrezione nel 1905, era in una forma di schiavitù nei confronti dello stato burocrate, tanto che il corrispondente fu costretto ad ammettere che “veramente si può dire che la parola di Dio è legata in Russia”, dilungandosi sull’effettivo valore delle concessioni religiose. La “Civiltà cattolica” tornerà ad affrontare il problema della libertà religiosa nell’impero moscovita nell’intervento di Padre Pierling, pubblicato a più riprese durante il regime bolscevico.
L'Osservatore romano
Il primo giorno di diffusione del quotidiano fu il 1 luglio 1861; esso vide la luce come una qualsiasi pubblicazione e solo dopo il 20 settembre 1870 ed alla scomparsa del “Giornale di Roma”, il primo foglio ufficiale pontificio, fu forzato ad assumere un ruolo che non era nelle intenzioni iniziali dei responsabili. Nel 1885 in seguito all’acquisto della proprietà del giornale da parte di Leone XIII, divenne organo d’informazione della Santa Sede. Il quotidiano, con scopo chiaramente apologetico in difesa dello Stato pontificio, svolgeva una doppia funzione: informativa ed esplicativa.
In questo giornale, rispetto al precedente, gli avvenimenti russi del 1905 sono oggetto di un’attenzione maggiore volta a suscitare un indubbio interesse nell’abituale lettore cattolico. Spesso furono presentati i “neutrali” resoconti degli avvenimenti pubblicati spesso in maniera identica nei vari quotidiani italiani. Solo in occasione degli avvenimenti più drammatici o inaspettati il trafiletto impersonale della cronaca è sostituito quasi con un romanzo. Nel 1905 non c’è una persona deputata allo studio ed al giudizio sugli eventi russi, di cui spesso si è costretti ad ammettere di non poter conoscere la vera realtà; si susseguono invece il direttore del giornale Giuseppe Angelini, il vice-direttore donnazzareno Ignazi e il redattore capo Giuseppe Bayard de Volo.
La linea editoriale vedeva le concessioni imperiali come un frutto legato alla naturale evoluzione legata al momento storico vissuto dalla Russia. I sobillatori della rivoluzione, infatti, sembrano temere proprio una maggiore libertà civile e politica, la cui realizzazione avrebbe impedito il moto rivoluzionario in corso. Questi ultimi non si soffermano a riflettere se la Russia attuale sia realmente in grado di godere e gestire le libertà richieste e in parte ottenute con la violenza.
La figura del settario privo di scrupoli, nel caso del 1905, viene delineata in tutta la sua negatività sottolineando la differenza tra il perseguimento rivoluzionario di propri fini utilitaristici e la lotta in corso per il miglioramento della vita socio-economica di tutti i russi e non solo di una parte di essi a danno dell’altra. La colpa dei rivoluzionari, per “L’Osservatore romano”, si configura come ancora più grave proprio perché la loro azione si realizza in un momento di così grande difficoltà per la patria, in un momento cioè in cui l’unità nazionale avrebbe dovuto costituire l’unica e vera priorità.
Le critiche all’insurrezione che ha impedito la normale evoluzione legislativa e l’approvazione dell’operato dello zar, ritornano nelle pagine dell’ “Osservatore romano” in occasione della pubblicazione del Manifesto di ottobre; non si ha quindi, alcun dubbio nell’affermare la totale assenza di responsabilità dello zar nella rivoluzione così come nelle gravi condizioni economico-sociali della Russia.
“Sappiamo benissimo che il Sovrano esiste per il popolo e non il popolo per il Sovrano, sappiamo benissimo che ragione unica e sola dello Stato è quella di promuovere il benessere del popolo, sappiamo pure che la pazienza di questo popolo può, in casi rarissimi ed estremi, avere anche un limite e stancarsi, ma sappiamo pure che la Russia contemporanea, per quanto essa sia alquanto in ritardo sulla via dell’emancipazione sana, non offre pretesto sufficiente a rovesciare di punto in bianco ogni ordine costituito solo perché così piace ad un pope esaltato e malcontento”.
La responsabilità di tali violenze e pretese è quindi da ricercare nell’ambiente internazionale: i governi di tutto il mondo, se da una parte sui loro giornali presero le difese dei rivoluzionari, dall’altra già prima dello scoppio della rivoluzione hanno fomentato gli animi degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari spingendoli sulla strada della rivolta.
Il tema delle riforme religiose, tanto caro come abbiamo già detto alla “Civiltà cattolica”, è trattato solo secondariamente ne “L’Osservatore romano”. Nell’editoriale di Bayard de Volo dedicato alle dimissioni da procuratore del Santo Sinodo di Konstantin Petrovic Pobedonoscev, il tema della libertà religiosa appena riacquistata dai cattolici è strettamente collegato a quello dell’accettazione di qualunque forma di governo. La concessione della libertà religiosa per mezzo dell’ukaz imperiale implica una riflessione sulle condizioni di vita delle comunità ebraiche in Russia e sui frequenti pogrom antisemitici, oggetto di una necessaria ma distaccata condanna.
“L’Osservatore romano”, quindi, nonostante la “Civiltà cattolica” avesse già affermato che “la Russia nutre a buon diritto una diffidenza inveterata verso il giudaismo”, vuole sottolineare con decisione che la libertà ottenuta non deve assolutamente equivalere “ad intolleranza ed a guerra fratricida”. Sarà, infatti, solo dopo le rivoluzioni russe del 1917 che la pubblicistica cattolica uniformerà il proprio giudizio sugli ebrei identificandoli totalmente con i bolscevichi che hanno preparato l’insurrezione e che continuano a muovere i fili nascosti della finanza mondiale affinché la ribellione si estenda negli altri paesi. La redazione de “L’Osservatore romano”, dunque, nonostante la quotidiana attenzione riservata alle vicende russe, non riesce ad approfondire le reali cause della rivoluzione in corso, né tanto meno ad analizzarle in maniera non superficiale le diverse forze politico-sociali attive in Russia.
Il 1908 nel Baltico
Precondizioni
Il Baltico venne investito dalla rivoluzione del 1905 con grande violenza: l’inizio del nuovo secolo si caricò di una tragicità che sarebbe poi stata costante nel XX secolo in quello spicchio d’Europa ritenuto dalla Russia di vitale importanza strategica, economica e militare. La rivoluzione del 1905 in Lituania, Lettonia ed Estonia fu preparata da alcune tendenze economiche, sociali e politiche che si erano sviluppate per decenni nei tre paesi baltici e che trovarono nella reazione ai fatti di San Pietroburgo l’occasione giusta per portare a termine il loro percorso politico assai articolato. Alcune di queste tendenze mostrano caratteri di linearità e sono comuni in tutti e tre gli stati. Tuttavia questa è spesso interrotta da elementi di discontinuità.
Molto più eterogeneo di quanto si pensi era il livello dello sviluppo economico nei tre paesi: quindi il quadro del tessuto sociale era, in Lituania, Lettonia ed Estonia, molto diverso e così anche le aspettative della popolazione.
Estonia: aveva visto crescere l’opposizione al centralismo russo: politicamente, le parti moderate e radicali si erano delineate già nel corso dell’ultimo quarto del XIX secolo. Il primo quarto del ‘900 offriva un panorama politico piuttosto maturo e in grado di accogliere le istanze politiche nuove, come il socialismo. Questi condividevano con i partiti nazionalisti, l’avversione al potere zarista, ma erano più radicali e contrapposti ai moderati, le cui tendenze si basavano più su una sorta di compromesso politico:
- I socialisti promuovevano l’abbattimento dello zarismo con una rivolta armata violenta che avrebbe introdotto un governo proletario, abolito la proprietà privata e dato il via ad un’economia pianificata.
Lituania: l’industrializzazione era meno marcata che negli altri due paesi e tutto sommato ancora legata alla tradizione di base dell’economia. Come in Lettonia ed Estonia, la popolazione era aumentata nel corso del XIX secolo: ma quasi il 75% di questi erano contadini.
L’esplosione della rivolta
La “domenica di sangue” del 1905 ebbe conseguenze notevoli nei confini occidentali della Russia. I social democratici dei vari paesi baltici presero l’occasione per predicare la lotta di classe, principalmente nelle provincie lettoni; a Vilnius, Risa e Kaunas invece si avvicendarono proteste, scioperi e rivolte. Iniziate nelle città, le rivolte si diffusero rapidamente nelle campagne, soprattutto in seguito al ritorno delle truppe dall’Oriente.
Tuttavia fu in Lettonia che la rivolta fu più violenta: la causa è da trovare nelle componenti ideologiche sviluppatesi a Riga, ma soprattutto nella presenza di un maggior numero di proprietari terrieri tedeschi. Il Manifesto del 17 ottobre 1905 aveva permesso ai primi partiti politici di abbandonare la clandestinità. In Lettonia e in Estonia, la sua uscita era coincisa con il culmine della repressione. Il 18 novembre 1905 si aprì, a Riga, il Congresso dei Delegati Lettoni, che vide la partecipazione di 900 delegati, tra cui molti rappresentanti delle aree rurali.
In questo congresso, solo le ali più estremiste...
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