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GIULIANO DA MAIANO: Palazzo Pazzi-Quaratesi, si trova a Firenze ed è uno dei migliori esempi in città

di architettura civile del pieno Rinascimento. Il nome più probabile come architetto del palazzo è quello di

Giuliano da Maiano, che vi avrebbe lavorato tra il 1458 ed il 1469. Fu Jacopo de' Pazzi a volere il palazzo sul

luogo di alcune case appartenenti alla famiglia, e la costruzione di un così grande edificio fu probabilmente

uno degli elementi di rivalità e scontro tra le ricchissime famiglie dei Medici e dei Pazzi. Il palazzo è infatti

detto anche della Congiura perché la famiglia che vi risiedeva fu responsabile della cosiddetta Congiura dei

Pazzi, un complotto che portò all'uccisione durante la messa in Santa Maria del Fiore di Giuliano de' Medici

ed al ferimento di suo fratello Lorenzo il Magnifico. Il palazzo risponde perfettamente ai canoni imposti dal

De re Aedificatoria di Leon Battista Alberti, che consigliava facciate "ornate delicatamente e leggiadramente

piuttosto che superbamente". La facciata è dominata dal contrasto fra il bugnato rustico del pian terreno e

l'intonaco bianco dei due piani superiori, abbelliti da eleganti bifore sottolineate da cornici marcapiano

dentellate (le bifore sono presenti anche nel cortile interno). Le finestre presentano raffinati elementi

decorativi quali tralci ed elementi vegetali nelle cornice, colonnine corinzie e lo stemma dell'impresa

familiare, le tre mezzelune, antico stemma familiare che significata origine fiesolana della famiglia. La fascia

più alta è decorata da oculi al di sotto della gronda sporgente. Nell'atrio si trova uno stemma con i due delfini

simmetrici girati verso l'esterno che è attribuito a Donatello. Il cortile ha un portico a tre arcate su tre lati ed è

tra i più raffinati di Firenze, simile a quelli di Palazzo Medici o Palazzo Strozzi, ma dal ritmo più lieve,

leggero. I capitelli delle colonne, che sorreggono le nove eleganti arcate rinascimentali, sono decorati con

delfini (come lo stemma) e piccoli vasi contenenti il "fuoco sacro", il fuoco cioè che scaturisce dalle pietre

focaie portate dalla terra santa da Pazzino de' Pazzi dopo la Prima Crociata, che vengono tutt'ora usate per

dare il via al tradizionale Scoppio del Carro. I capitelli delle colonne non sono conformi alla citazione

dell’ordine corinzia in quanto al posto dei classici elementi ornamentali con vegetazione troviamo dei delfini.

Lo scalone per i piani superiori oggi inizia nell'androne di ingresso, ma originariamente si trovava nel cortile

GIULIANO DA SANGALLO: (Firenze, 1445 Firenze, 1516) è stato un architetto, ingegnere e scultore.

Figlio primogenito di Francesco Giamberti di Bartolo, intagliatore di mobili (anche per i Medici) e

probabilmente anche capomastro e capostipite di un'importante famiglia di architetti ed artisti toscani.

Giuliano fu infatti fratello di Antonio da Sangallo il Vecchio, zio di Antonio da Sangallo il Giovane e di

Bastiano da Sangallo, padre dello scultore Francesco da Sangallo. Giuliano come anche il fratello minore

Antonio, si formò in un ambiente di artigiani e artisti nella Firenze della seconda metà del Quattrocento.

Durante un giovanile soggiorno romano tra il 1465 e il 1473, studiò e disegnò le antichità come continuerà in

seguito facendone un elemento fondamentale della propria ricerca architettonica e forse la base per la

progettata realizzazione di un trattato di architettura. A partire dagli anni settanta, lavorò come architetto a

Firenze, in collaborazione con il fratello, costruendo soprattutto palazzi per importanti famiglie. Divenne in

breve l’architetto prediletto da Lorenzo il Magnifico. Erede e interprete della tradizione brunelleschiana,

partecipò attivamente alla cultura del suo tempo elaborando, attraverso l’attento studio delle forme

dell’antichità, soluzioni innovatrici, dando un importante contributo all’elaborazione delle forme

architettoniche a pianta centrale.

PALAZZO STROZZI: Voluto da Filippo Strozzi tra il 1489 e il 1504, il palazzo è una rifusione di 15

preesistenze demolite. Giuliano da Sangallo per questo palazzo fu pagato solo per il modello ligneo, infatti

per Vasari il vero progettista è Benedetto da Maiano e poi Simone da Pollaiolo detto il cronaca il quale sarà

l’esecutore del cornicione composto da ovuli, lancette e medaglioni a forma di fiore . Il palazzo rappresenta

l'esempio migliore dell'ideale di dimora signorile del Rinascimento. Fu volontariamente costruito di

grandezza superiore del Palazzo Medici, dal quale copiò la forma cubica sviluppata su tre piani attorno ad un

cortile centrale. Il Palazzo svetta nel contesto urbano. Anche la facciata si presenta pressoché identica, fatta

eccezione per l'uso uniforme del bugnato (anziché, come nel Palazzo Medici, digradante dal basso verso

l'alto), che conferisce all'insieme l'aspetto arcaico di un fortilizio. Al pian terreno si aprono delle finestre

rettangolari, mentre ai piani superiori sono presenti due ordini di eleganti bifore, poggianti su cornici

marcapiano dentellate. Su ciascuno dei tre lati che danno sulla strada si aprono tre portali ad arco, di solenne

classicismo. Intorno al palazzo corre uno zoccolo a pancale continuo ed è coronato da un possente

L’impianto è di tipo assiale (ingresso, vestibolo, cortile). Nel

cornicione, poggiante su un'alta fascia liscia.

cortile interno ritroviamo una bicromia dei materiali ed è possibile suddividerlo in 3 fasce distinte dal basso,

infatti dal basso verso l’alto troviamo: porticato, piano chiuso, porticato.

PALAZZO GONDI: (Firenze) Fu edificato tra 1490 e il 1498 prendendo come esempio

altri importanti capolavori di edilizia signorile in città, come Palazzo Medici e Palazzo

Strozzi, per la famiglia dei Gondi. Tra gli elementi mutuati da queste opere precedenti c'è la

forma cubica impostata attorno a un cortile centrale, il bugnato digradante su ciascuno dei tre

piani verso l'alto (spessore decrescente delle bugne), finestre centinate sulle cornici

marcapiano, il cornicione. L'elemento più innovativo è il disegno delle finestre, con il profilo

delle pietre disposto a raggiera, che assomiglia alle sfaccettature di una pietra preziosa

(finestre arcuate a tutto sesto). Le finestre del secondo piano inoltre vennero realizzate

impercettibilmente più alte, per compensare otticamente lo scorcio prospettico. Sono presenti

3 portali di ingresso. Altri elementi architettonici sono la panca di via che crea una specie di

zoccolo in pietra attorno al palazzo e l'altana con colonne sulla sommità del palazzo. Il

cortile interno è strutturato su elementi di ordine corinzio che sviluppano le arcate del cortile.

Il palazzo rimase incompleto per diversi secoli.

SAGRESTIA DI SANTO SPIRITO: La costruzione della Sagrestia fu iniziata da Giuliano da Sangallo nel

1489 e fu portata a compimento da Simone del Pollaiolo nel 1492. La copertura a cupola venne disegnata da

Antonio del Pollaiolo (il cronaca) e Salvi d'Andrea e realizzata tra il 1495 e il 1496. È preceduta da un

vestibolo rettangolare ispirato al Pantheon di Roma. La volta a botte, decorata da ricchissimi lacunari con

figure e scene mitologiche nei fondi, è sostenuta da dodici colonne corinzie in pietra serena e alcuni degli

eleganti capitelli sono attribuiti alla mano di Andrea Sansovino. La sagrestia è a pianta ottagonale (riprende il

modello antico di pianta centrica), con paraste corinzie scanalate in pietra serena. Nel tamburo si aprono

finestre rettangolari con frontoni triangolari; nelle lunette si trovano finestre circolari. La sagrestia è

sormontata da una cupola a costoloni con lanterna che riprende come esempio la Sagrestia Vecchia di

Quindi per l’interno è possibile riscontrare 3 livelli compositivi che sviluppano l’ordine

Brunelleschi.

architettonico (corinzio) tramite anche alla bicromia dei materiali, l’ordine è sottolineato infatti proprio per

definire la spazialità interna, è possibile riscontrare una sovrapposizione di architrave e fregio liscio.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE CARCERI: (Prato) Dopo la scelta di un primo

progetto, Lorenzo de Medici impose quello redatto su sue indicazioni dal suo architetto

preferito Giuliano da Sangallo, che realizzò una chiesa con pianta a croce greca, ispirata

alla Cappella dei Pazzi di Filippo Brunelleschi. Capolavoro di simmetria e proporzioni,

sintesi piena delle soluzioni spaziali brunelleschiane e dei postulati teorici di Leon

Battista Alberti, fu costruita dal 1485 al 1495 per quanto riguarda gli interni, mentre il

rivestimento esterno, interrotto nel 1506, sarà completato più tardi. L'interno costituisce

il più sintetico e compiuto tempio rinascimentale a croce greca (simile a San Sebastiana

a Mantova), di solenne classicità: i quattro bracci (coperti a botte) - mezzi cubi

sormontati da semicilindri - lasciano al centro un vano cubico, sul quale si imposta la

cupola semisferica su tamburo inglobata dalla volumetria esterna (è intradossata su 4

pennacchi sferici ed è ornamentata con dei costoloni che non sono però strutturali

sequenza di aperture ad oculi). Tutti gli spigoli sono segnati da una serie di membrature in pietra serena (lesene angolari con

preziosi capitelli, sormontate da trabeazione e cornici a sottolineare la volta) che formano (come all'esterno) un telaio

oltre il quale le nitide pareti intonacate perdono consistenza, dilatando visivamente lo spazio., e l’uso delle paraste

autonomo

con bicromia dei materiali. Le superfici sono tutte lisciate con presenza di marmo verde. All’esterno Dal basso verso l’alto

troviamo una sovrapposizione di diversi ordini architettonici (tuscanico e ionico con conclusione a timpano). La chiesa mostra

la sua limpida struttura con quattro bracci uguali della croce greca sormontati da una cupoletta. Il rivestimento adotta la

bicromia tipica dell'architettura pratese e del romanico fiorentino.

VILLA MEDICI A POGGIO CAIANO: (Firenze) realizzata tra il 1480 e il 1485

è il primo esempio di architettura rinascimentale che fonde la lezione dei classici

(in particolare Vitruvio) con elementi caratteristici dell'architettura signorile rurale

toscana. Evidente la lezione dell'Alberti, a partire dalla scelta del luogo su cui la

Villa sorge, fino a giungere alla simmetria e all'armonia delle

proporzioni. L'introduzione di una "basis villae" (la piattaforma sorretta da archi su

cui posa l'edificio) rimanda invece a modelli classici come il tempio di Giove Axur

a Terracina. Giuliano da Sangallo che la concepì e seppe fondere sapientemente

tali elementi, gettando le basi per una nuova architettura in cui la lezione dei

classici viene vivificata dall'apporto di elementi innovativi, senza restare sterile

imitazione o riproduzione di modelli dati. L'esterno della Villa ha mantenuto

abbastanza intatto l'originale progetto rinascimentale del Sangallo, se si eccettuano

le due scalinate gemelle che conducono al terrazzo, erette nei primi del 1800 in

sostituzione di quelle originarie. Il prospetto del palazzo risulta molto ordinato

rispettando quelli che sono i criteri dell’assialità. Al di sopra del portico di ingresso

viene introdotta una facciata a forma di tempio, il portico gira su tutti e 4 i lati. La

residenza è realizzata secondo una strategia speculare, infatti il salone funge da

ambiente di snodo che funge da cerniera tra la parte anteriore e quella posteriore della Villa. È possibile ritrovare degli

con i simboli della famiglia Medici. L’ordine architettonico utilizzato in facciata è di tipo

elementi di volte a botte decorate

ionico con fregio e timpano che comprendono lo stemma Mediceo.

FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI: (Siena, 1439 Siena, 29 novembre 1501) è stato un architetto,

teorico dell'architettura, pittore, ingegnere, scultore, medaglista. La sua prima formazione avvenne

probabilmente come pittore anche se la sua prima commessa documentata, nel 1464, è per una scultura in

legno. La sua formazione fu comunque complessa estesa alla pittura, alla scultura, all'architettura ed allo

studio della trattatistica architettonica, compreso Vitruvio.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE AL CALCINAIO: Fu

realizzata tra il 1485 ed il 1490. La struttura della chiesa a croce latina

consiste in una navata unica rettangolare coperta a botte affiancata da due

cappelle laterali con un transetto e una cupola a tamburo su pianta

ottagonale all'intersezione dei bracci uguali del presbiterio. Questi tre

bracci sono anch’essi coperti a botte e collaborano al contro bilanciamento

delle spinte provenienti dalla cupola. Martini la progettò applicando

rigorosamente i principi architettonici della proporzione e della prospettiva

cari all'architettura rinascimentale (sovrapposizione degli ordini). Negli

spazi risuonano echi albertiani, in un progetto che non è immune da

assonanze con Brunelleschi, ma i disegni di Francesco di Giorgio sono assolutamente originali, al punto da rappresentare

uno dei livelli più alti della sintesi degli spazi nel Rinascimento. È possibile riscontrare un riferimento antropomorfico come

chiesa, della città e degli ordini architettonici. All’interno la bicromia dei

riferimento ideale per la configurazione della

materiali viene estesa a tutti gli elementi che rendono leggibile la geometria dello spazio (astrattismo geometrico e purismo

delle stereometrie architettoniche), le superfici risultano comunque lisce senza ne affreschi ne stucchi (semplicità e linearità

delle geometrie). Al centro di ogni modulo, viene inserita un’edicola che comprende le finestre aperte sul transetto. Gli

esterni danno l'impressione di un blocco imponente che preannuncia con le sue sobrie decorazioni la razionalità geometrica

così evidente negli interni. Le ampie superfici sono divise in linee orizzontali e verticali da modanature e pilastri e sono

movimentate da finestre con timpani.

BERNARDO ROSSELLINO: vero nome Bernardo di Matteo Gamberelli o, più raramente, Gambarelli,

detto Rossellino (Settignano, 1409 Firenze, 1464), è stato un architetto e scultore. Non abbiamo notizie

certe del suo periodo di formazione. PIENZA: è uno dei rarissimi progetti di città ideale del Rinascimento

messi in pratica. Il suo progetto urbanistico, curato da Bernardo

Rossellino per papa Pio II, è una delle realizzazioni più significative

del Quattrocento italiano. Nel 1459 Enea Silvio Piccolomini, da poco

eletto pontefice con il nome di Pio II, decise di mettere in atto una

radicale trasformazione del suo borgo natale, Corsignano in Val

d'Orcia, facendone una residenza ideale degna di un papa e della sua

corte, secondo un lessico architettonico "alla romana", cioè classicista,

che allora era in voga. I lavori vennero affidati a Bernardo Rossellino,

allievo di Leon Battista Alberti, già attivo nella corte papale dove tra

l'altro aveva progettato il rinnovamento di San Pietro. Fu la prima volta

in cui le sporadiche e quasi sempre irrealizzate meditazioni sull'assetto

urbano degli architetti umanisti vennero messe in pratica, su un piano

unitario e di ampio respiro. La morte di Rossellino e di Pio II

Piccolomini impedì la completa realizzazione del progetto. Corsignano era un borgo medievale fortificato come numerosi della

zona. Posto sul crinale di un colle, era circondato da mura ed aveva una forma allungata, attraversato da un asse viario

principale leggermente curvato, dal quale si dipartiva la viabilità minore. Il progetto iniziale doveva riguardare solo la piazza

centrale ma fu poi esteso al resto del borgo, volendo ristrutturare i più importanti edifici affacciati sulla via principale, per farne

le residenze del seguito cardinalizio, e un lotto di "case nuove", per i meno abbienti, che venne collocato vicino alle mura.

L’asse viario principale del borgo va da “Porta al prato” a “Porta al ciglio”, questo doveva essere riqualificato dotandolo di

palazzi cardinalizi. Rossellino collocò la piazza in posizione tangente alla via principale, nel punto in cui l'asse si piega e il

terreno si protende verso la val d'Orcia. Lo slargo ha forma trapezoidale con assi inclinati all’incirca di 80° (per creare dei

cannocchiali prospettici) , con il Duomo sul lato maggiore, il palazzo Piccolomini a destra, il palazzo Vescovile a sinistra e in

fondo, oltre la strada, il palazzo Pretorio. L’impianto risulta aprospettico e agnenta l’effetto percettivo dell’occhio umano infatti

la percezione che se ne ha è quella di una piazza rettangolare con le facciate parallele (la facciata della cattedrale duomo-

viene avvicinata). Per quanto riguarda i costi dell’impresa si parla di 50 mila fiorini di cui 10 per la chiesa e 40 per il palazzo.

La riquadratura della pavimentazione della piazza crea una graticola prospettica legata in orizzontale allo sviluppo

architettonico degli edifici circostanti. All’interno della piazza è presente un pozzo classicheggiante con modulo.

mette insieme il linguaggio dell’Alberti di

PALAZZO PICCOLOMINI:

Palazzo Rucellai per quanto riguarda la facciata mentre l’assetto

dell’impianto interno viene ripreso da Michelozzo (cortile centrale che

distribuisce i locali intorno). Il palazzo è a pianta quadrata, sviluppato su

tre piani, realizzato in pietra viva lavorata finemente in un

leggero bugnato, dal basso fino alla sommità. Al primo e secondo piano

ampiezza, equidistanti l’una

presenta due ordini di finestre di notevole

dall’altra, conlesene e profilature con i conci sporgenti. Ciascuna finestra è

divisa in due parti da una sottile colonna. Al di sotto delle finestre, come

ad evidenziare i solai interni, una cornice corre tutt'intorno al palazzo. Agli

angoli e tra alcune finestre fanno bella mostra gli stemmi di famiglia, in

nord si trova il grandissimo portale che costituisce l’entrata

pietra, con le insegne apostoliche in oro e argento. Sulla facciata

principale del palazzo che risulta centrale rispetto alla piazza e non rispetto al palazzo stesso. L’altro ingresso si trova sulla via

principale (entrambi sono coperti a botte). Per le facciate egli sistema degli ordini sovrapposti, le lesene del piano terra non

vengono lasciate lisce ma sono bugnate, viene usato il sistema delle bifore architravate. Non viene molto colto il sistema

modulare in quanto le lesene non inquadrano l’arco (finestre) come in Palazzo Rucellai (dove ritroviamo un modulo

stringente). Il palazzo potrebbe quindi essere visto come una commistione tra Palazzo Medici di Michelozzo e Palazzo

Palazzo Rucellai di Alberti. Il palazzo entra in relazione si con lo spazio urbano che con quello paesaggistico. All'interno il

palazzo racchiude una cortile rettangolare con un loggiato sostenuto da colonne di pietra di ordine corinzio come in Palazzo

Medici. I sistemi di finestratura sono le cosiddette finestre a croce (divise perfettamente in 4 parti). Anche per la loggia esterna

ritroviamo gli ordini sovrapposti per la realizzazione delle crociere che costituiscono le campate del portico stesso.

PALAZZO DEI PRIORI (o anche Palazzo Comunale): Riprende nelle morfologie architettoniche i palazzi dedicati alla

funzione della citta di Firenze. Si caratterizza per il portico a tre archi che poggiano su colonne di ordine ionico. La facciata,

tutta in travertino, è aperta superiormente da quattro bifore e presenta una torre con orologio costruita in cotto, con finestre

lunghe e coronata da un doppio ordine di merli. All'interno del portico la facciata risulta adornata da graffiti e dagli stemmi in

pietra dei vari Podestà che vi dimorarono, oltre a quelli del Papa Pio II Piccolomini.

PALAZZO VESCOVILE: Il Palazzo Vescovile di Pienza si trova sul lato sinistro della Piazza Pio II di fronte a Palazzo

Piccolomini. L'antico palazzo gotico fu donato da Papa Pio II al cardinale Rodrigo Borgia (futuro papa Alessandro VI) che

all'epoca era il suo più stretto collaboratore con la carica di Vicancelliere della Chiesa Cattolica; questi lo ristrutturò nel corso

del Quattrocento per farne la propria residenza. La sobria facciata si caratterizza per lo slanciato portale adornato con una

cornice e due ordini di finestre a "croce guelfa" sul fronte prospicente a Palazzo Piccolomini. Sullo spigolo prospiciente il

Corso del Rossellino si può notare lo stemma della famiglia Borgia. Questo Palazzo riprende elementi presenti sia a Palazzo

Venezia che al Vaticano a Roma.

CATTEDRALE (o Duomo): Il complesso, che sorge sul luogo dell'antica pieve di Santa Maria, ma orientato in modo diverso,

fu pensato per essere inserito scenograficamente nella piazza principale della cittadina e fu realizzato tra il 1459 e il 1462.

Questa riprende una serie di elementi propri dell’Alberti. Sulla facciata quattro paraste la dividono in tre zone corrispondenti

alle navate interne. Una cornice marcapiano divide la facciata in due zone; in quella inferiore ci sono le tre porte d'ingresso che

riprendono i tipi di portali presenti nelle basiliche, in quella superiore tre arconi sorretti da colonne che imitano l’impostazione

degli archi di trionfo. Sotto gli archi laterali sono state create nicchie di reminiscenza classica, in quello centrale si apre un

oculo. Sul timpano della facciata domina lo stemma con l'emblema della Santa Sede di Pio II Piccolomini. Internamente la

spazialità è di tipo medievale ad Hallenkirchen (a sala ampia), è diviso in tre navate tutte della stessa altezza coperte con volte

a crociere, la navata mediana è solo più larga delle laterali. Due file di pilastri con semicolonne addossate come se fossero

degli ordini architettonici e capitelli decorati (estremamente fedeli all’ordine classico), rialzati rispetto ai pilastri, dividono le

navate. L'abside è divisa in tre cappelle, la maggiore accoglie il coro. Altre due cappelle sono formate dai bracci della crociera,

ognuna è dotata di un finestrone. PALAZZO DUCALE: Il committente di questo palazzo è Federico

URBINO II° da Montefeltro il quale volle far costruire un Palazzo-Fortezza

segno della sua potenza e quindi di paripasso si ebbe la sistemazione

urbanistica di Urbino, facendone la città "del principe". Nel 1444

Federico da Montefeltro prese il potere e, dopo un decennio circa di

assestamento finanziario, nel 1454 circa fece innanzitutto

congiungere i due edifici ducali antichi, chiamando architetti

fiorentini (capeggiati da Maso di Bartolomeo, di formazione

brunelleschiana) che edificassero un palazzo intermedio. Il risultato,

nel corso di dieci anni, fu il palazzetto della Jole, a tre piani, in stile

austero, semplice e tipicamente toscano. A ciò si aggiunse

l'appartamento dei Melaranci e un abbozzo del cortile. Dopo il 1462

il progetto del palazzo venne mutato, "con l'intenzione di superare

tutte le residenze principesche d'Italia", e farne anche sede

amministrativa e luogo dove ospitare personaggi illustri. Dal 1464

circa e fino al 1472 i lavori passarono a un nuovo architetto, il

dalmata Luciano Laurana. L'architetto, che nel 1465 si trovava a

Pesaro, venne forse suggerito da Leon Battista Alberti, che l'aveva

conosciuto a Mantova. Fulcro del nuovo assetto fu il vasto cortile

porticato, che raccordava gli edifici precedenti. Il cortile ha forme

armoniose e classiche, con un portico con archi a tutto sesto, oculi e

colonne corinzie al pian terreno, mentre il piano nobile è scandito da

lesene e finestre architravate. Lungo i primi due marcapiano corrono

iscrizioni in capitali romane di carattere classico come classici, per la

precisione copiati da esemplari flavi, sono i capitelli. Inoltre Laurana

fortificò il palazzo e la città, usando mura oblique, in modo che i

cannoni non le potessero abbattere. Il Laurana realizzò inoltre lo

Scalone d'onore, la Biblioteca, la Sala degli Angeli, la Sala delle

Udienze, le Soprallogge, la zona sacra con lo studiolo e le cappelline.

Da questo nucleo il palazzo venne poi dilatato verso la città e in

direzione opposta. La facciata verso la città ebbe una forma "a libro

aperto" (a "L") su piazzale Duca Federico, che venne appositamente

sistemato da Francesco di Giorgio Martini e in seguito chiuso sul lato

nord dalla fiancata del duomo. Il palazzo diventava così il fulcro del

tessuto urbano senza operare strappi e sottomettendo, con la sua presenza, anche la vicina autorità religiosa. Il fronte a

strapiombo su Valbona venne invece completato con la cosiddetta "facciata dei Torricini", leggermente ruotata verso ovest

rispetto agli assi ortogonali del palazzo. Deve il suo nome alle due torri che affiancano la facciata alta e stretta, ma ingentilita

al centro dal ritmo ascensionale di tre logge sovrapposte coperte con volte a botte cassettonate (linguaggio rinascimentale),

che ripetono ciascuna lo schema dell'arco di trionfo, ispirato probabilmente all'arco di Castel Nuovo a Napoli di Don

(altro riferimento tipologico potrebbe essere l’architettura

Ferrante d'Aragona, del quale Federico era comandante generale

medievale con 2 torri e un portale che dava sulla città). La facciata dei Torricini non guarda verso l'abitato ma verso

l'esterno, per questo fu possibile una maggiore libertà stilistica, senza doversi curare dell'integrazione con edifici antecedenti,

inoltre la sua presenza imponente è ben visibile anche da lontano, come simbolo del prestigio ducale. Nel 1472, alla partenza

del Laurana per Napoli, subentrò nella direzione dei lavori Francesco di Giorgio Martini, che iniziò un nuovo sviluppo,

anche in seguito alla nomina di Federico come duca e confaloniere della Chiesa da parte di Sisto IV. Egli completò ampie

porzioni del palazzo. Negli spazi interni curati da Francesco di Giorgio Martini si nota un cambiamento di gusto, improntato

a una decorazione più sontuosa e più astratta. A questo periodo risale la presenza delle sigle F D o FE DUX ("Federico

Duca"), che in alcuni casi sostituirono con opportune stuccature le precedenti F C ("Federico Conte"). L'intervento

dell'artista senese si caratterizzò soprattutto per lo spiccato senso pittorico e scultoreo delle decorazioni, unito a una forte

capacità di sintesi e di adattamento pratico, come dimostra il riutilizzo degli ordini classici e delle forme all'antica nelle

nuove parti in maniera abbreviata. Nonostante le differenze il palazzo riuscì nell'intento quasi miracoloso di coniugare con

equilibrio le varie parti in un complesso asimmetrico, impostato dalle irregolarità del terreno e degli edifici preesistenti, dove

però il rigore delle singole parti bilancia la mancanza di un progetto unitario. Il cortile è strutturato come i palazzi fiorentini

corinzio, la definizione dell’angolo risulta molto più precisa ed armonica dove il

con volte a crociera e ordine architettonico

modulo viene rafforzato dalla parasta d’angolo ad L permettendo una corretta esposizione modulare del piano superiore.

Nel fregio in latino sono decantate tutte le virtù del duca Federico. La facciata a ridosso della piazza ha un rivestimento di

bugnato liscio in pietra (rimasto incompiuto, avrebbe dovuto ricoprire tutta la facciata). L’impostazione non risulta simile a

nessun altra opera in quanto porte e finestre non hanno simmetria modulare. Il salone principale al piano terra fa da cerniera

tra la piazza ed il cortile interno ed è coperto con una volta a padiglione lunettata. Internamente ritroviamo una bicromia dei

materiali.

ROMA

Roma all’inizio del XV° secolo era un immenso ammasso di rovine lasciato nel più completo abbandono.

Era possibile vedere i confini della città infatti si potevano riconoscere: le mura Serviane (dal VI° al IV°

secolo a.C.), le mura Aureliane (III° secolo a.C.), le mura di Leone IV° (IX° secolo d.C.) e le mura di Nicolò

Diverse vie consolari, già all’epoca, si dipartono verso diverse direzioni che

V° (XV° secolo d.C.).

permettono di connettere Roma al resto del territorio (Cassia, Appia, Aurelia, Via Latina, Flaminia,

Tiburtina, Emilia, Salaria). Il Tevere costituisce un segno fondamentale infatti serve sia come via di scambio

per le risorse ma può trasformarsi improvvisamente in una calamità inondando la città. In questo periodo

Roma è sviluppata in 12 rioni (quartieri) ai quali poi se ne aggiunge il tredicesimo di Trastevere. Le piazze

vengono individuate come campi ossia aree più vaste. Nel primo 400 Roma riacquista la sede pontificia che

era precedentemente stata trasferita ad Avignone. Anche il papa, dopo il ritorno nella città, considerò

indispensabile una ricostruzione tale da soddisfare sia le più elevate esigenze intellettuali sia le più

elementari necessità pratiche. Il potere del pontefice all’epoca era equiparabile alle grandi famiglie di

La popolazione era notevolmente diminuita a causa di incendi e malattie (Roma era un “ammasso di

Firenze.

macerie”). I monumenti dell’antichità romana ancora si presentavano in essere e in buone condizioni infatti

questo consentì a molti studiosi il confronto con la grandiosità. È un fatto curioso e significativo che la

realizzazione dei grandi progetti per la città sia stata affidata quasi sempre a forestieri, infatti sia i mecenati

(papi ed altri dignitari) che gli architetti provenivano per la maggior parte da altre regioni: solo Martino V°

Colonna era di origini romane. Il senso del gigantesco, che diresse il rifacimento della città, cominciò a

manifestarsi già nei lavori preliminari, di carattere esclusivamente urbanistico: la sistemazione e il

risanamento di Roma ormai in completo abbandono. Il restauro delle strade (che si strutturava sulle

preesistenze medievali politica di risanamento e ricostruzione), delle piazze, dei ponti e degli acquedotti

costrinse mecenati e tecnici a elaborare progetti su vasta scala e, di conseguenza, anche i problemi posti

dalle costruzioni pubbliche e private vennero risolti in funzione delle grandi dimensioni. Gli stemmi pontifici

faranno sempre parte dell’architettura dell’epoca. nulla sussiste dell’attività architettonica del primo

MARTINO V° Colonna: (1417-1431) Praticamente

pontefice che ristabilì la sede papale tornata a Roma con Gregorio XI°. Con lui vengono iniziate diverse

opere, fece riparare le mura, il Ponte Milvio, il Campidoglio e le coperture delle chiese. La sua attività

edilizia cominciò con il restauro delle due basiliche principali, S. Pietro e S. Giovanni il Laterano.

Riorganizzò e conferì all’antico ufficio dei magistri aedificiorum at statorum urbis (magistrati degli edifici e

delle strade della città), fino allora dipendente dal comune, un nuovo impulso, e in ciò il suo merito fu

veramente grande. Questi magistrati vennero posti infatti sotto la diretta autorità papale e conferì quindi ai

la circolazione. Facendo dipendere l’ufficio

magistri il diritto di demolire le costruzioni che impedivano

dall’amministrazione della Curia e promulgando questo regolamento, Martino V° trasmise ai successori il

potere legale, mediante il quale potevano sottoporre al proprio controllo tutte le misure riguardanti la

della città. Egli è anche l’autore del breve del 1° Luglio 1425 che autorizza gli imprenditori a

ricostruzione

spogliare dei loro marmi e delle loro pietre tutte le chiese abbandonate e i monumenti antichi.

edilizia fu arrestata dall’esilio di dieci anni (1434-

EUGENIO IV° Condulmer: (1431-1437) la sua attività

1443), tuttavia nella sua corte si formò un’importante cerchia di umanisti che promossero attivamente l’idea

della renovatio urbis. Tra i lavori fatti eseguire dal pontefice va citato il restauro del Pantheon che fu liberato

dalle botteghe di commercianti e artigiani costruite nel vestibolo, la cupola riparata e la pavimentazione della

piazza rifatta. Egli si occupò anche di restaurare i due ponti dell’isola Tiberina: Ponte Cestio e Ponte

Fabricio. Con lui il rivestimento e quindi la trasformazione delle colonne di S. Giovanni in Laterano in

pilastri segnò il primo approccio col colossale e conferì allo spazio interno della basilica una nuova

dimensione.

NICOLÒ V° Parentucelli: (1447-1455) fu il primo papa del 400 che concepì progetti grandiosi e coerenti

per la ricostruzione della città, favorendo di conseguenza l’architettura monumentale. Egli aveva cinque

principali obiettivi: rinnovamento delle mura urbane e restauro di 40 posti di guardia, trasformazione di

Borgo in un luogo residenziale degno della Curia, ingrandimento del Palazzo del Vaticano e ricostruzione di

S. Pietro. La breve durata del suo pontificato impedì che la maggior parte dei progetti fosse portata a termine.

Sotto il suo pontificato abbiamo il giubileo del 1450, egli infatti si avvalse della collaborazione di L. B.

Alberti per effettuare alcune lavorazione all’interno della città. Egli dimostrò la sua competenza in fatto di

urbanistica aumentando i poteri dei magistri viarum. Si preoccupò particolarmente delle strade principali di

Roma e ordinò la distruzione degli edifici che intralciavano il traffico. Stabilì un progetto di portata secolare

per la città del Vaticano, cioè Borgo e S. Pietro. Il tracciato delle tre strade che dividevano Borgo Castel

Sant’Angelo e la Piazza del Vaticano, attraversando ponte Sant’Angelo si raggiungeva Via del Pellegrino

(verso il ghetto), la via Papale (verso il Campidoglio) e la via Recta (verso via Lata attuale via del Corso),

l’ingrandimento della residenza papale e della

la creazione di una grandiosa piazza davanti a S. Pietro,

basilica costituiscono i punti fermi a cui si rifecero tutti i progetti posteriori. Ciò che non riuscì nel progetto

per S. Pietro e che determinò l’arresto dei lavori, venne magistralmente superato, pur coi mezzi dell’epoca,

negli altri edifici. Nel Palazzo del Vaticano, si riuscì, nel modo più semplice, a conferire un senso di

monumentalità al tipo romano di abitazione privata (con finestre a crociera). Egli si occupò anche della

riedificazione sul Campidoglio del palazzo dei conservatori, del potenziamento di piazza di campo de fiori e

piazza S. Eustacchio facendoli diventare centri dell’attività mercantile. Quindi l’ipotesi per il borgo curiale

avrebbe dovuto dare una definizione rettilinea per le mura che avrebbero dovuto assicurare la tranquillità ai

curiali. Tuttavia lo stile che anima le architetture volute da Nicolò V° non può essere legato al nome di

nessun maestro, il che costituisce una caratteristica dell’architettura romana del 400. Sotto il suo pontificato

il tessuto urbano era strutturato con case a schiera (come via del Pellegrino).

BERNARDO ROSELLINO: (Architetto per Pienza) Trasferitosi

temporaneamente a Roma, chiamato da papa Niccolò V, forse per

consiglio di Alberti, lavorò dal 1451 ad un progetto di sostanziale

ristrutturazione dell'Antica basilica di San Pietro in Vaticano che

prevedeva il mantenimento del corpo longitudinale a cinque navate

coprendolo con volte a crociera su pilastri che dovevano inglobare le

vecchie colonne, l'ampliamento del transetto (che in precedenza aveva

una copertura a capriate lignee), l'aggiunta di un coro, che fosse la

prosecuzione logica della navata e di un vano coperto a cupola

all'incrocio tra transetto e coro. Il progetto del pontefice coinvolgeva

anche il complesso del Palazzo Vaticano e l'area urbana vicina, con

l'apertura di nuove piazze e strade e la costruzione di murature alte fino a

1,70 m. I lavori iniziarono con l'ampliamento dell'abside e del transetto

della basilica, ma si interruppero, sostanzialmente, con la morte di

Niccolò V.

PAOLO II° Barbo: La più perfetta realizzazione del palazzo romano rimane quella per Palazzo Venezia,

fatto innalzare dal cardinale Barbo. La costruzione dell’immensa dimora durò più di 15 anni. Iniziato nel

1455 nell’angolo sud-est realizzandolo a ridosso della precedente Basilica di S. Marco., il palazzo fu

ingrandito non prima dell’elezione di Pietro Barbo al pontificato (1464) e terminato intorno al 1471. Il

progetto primitivo prevedeva dimensioni minori, conformi alle esigenze di una dimora cardinalizia; soltanto

in seguito vi fu aggiunto un altro corpo con un vasto cortile coltivato a giardino, il Palazzetto. La possente

facciata , in cui si aprono finestre che variano da piano a piano, quadrate nel seminterrato, arcuate al piano

terreno, a crociera al primo piano e rettangolari al secondo, è illeggiadrita da sottili variazioni formali e dal

coordinamento dei piani, senza nulla togliere alla maestosa geometria del complesso. Nell morfologia del

palazzo viene inserita una torre angolare (viene realizzata una loggia delle benedizioni anche per questo sito

con la stessa morfologia di quella vaticana / ordini sovrapposti). Nel cortile del palazzo vengono costruiti

solo due bracci e l’angolo tra le arcate è l’incontro di semicolonne che incontrandosi formano 2/4 di colonna.

L’entrata principale del palazzo è coperta con una volta a botte cassettonata. Con Palazzo Venezia,

l’architettura del XV° secolo raggiunge nel modo più compiuto la “forma monumentale”, riuscendo a

dominare il colossale con l’armonia delle proporzioni e la semplicità delle forme.

PALAZZO DELLA CANCELLERIA: È situato in piazza della Cancelleria, tra Corso Vittorio Emanuele II e

Campo de' Fiori. Le vicende costruttive del palazzo sono strettamente

correlate a quelle degli edifici esistenti, quali l' antichissima chiesa di

S. Lorenzo in Damaso e l' adiacente palazzo del cardinale titolare,

anch'esso di vetusta memoria ma restaurato alla metà del XV secolo.

Quando nel 1483 il cardinale Raffaele Riario, nipote di Papa Sisto IV,

venne nominato titolare della chiesa di S. Lorenzo in Damaso, questi

decise di intraprendere radicali lavori di rinnovamento che

prevedevano la demolizione e la ricostruzione del palazzo e della

chiesa. Le demolizioni iniziarono nel 1484 e l' anno dopo si pose la

prima pietra del palazzo ricordata anche da una medaglia

appositamente coniata per l' occasione. Nel 1496, il Riario poté

finalmente prendere possesso del nuovo palazzo anche se i lavori non

erano del tutto terminati. Nel 1517 il palazzo divenne sede della

Cancelleria Apostolica (il fruitore del Palazzo era il camerlengo

dell’epoca). Il palazzo fu costruito in 3 fasi dal 1485 al 1489, dal 1489

al 1465 e dal 1495 al 1513. Tra i più eleganti palazzi romani del primo

Rinascimento, la Cancelleria è forse quello dove il disegno sente

maggiormente l' influenza dei palazzi fiorentini realizzati alcuni decenni prima. Sul nome dell' architetto che

a partire del 1484 progettò l' edificio, si discute ancora; l' attribuzione più probabile vede costantemente il

nome di Donato Bramante quale artefice dell' opera, ma questi al momento dell' inizio dei lavori di

costruzione era ben lontano da Roma. Nel progettare il palazzo, si dovette tener conto della chiesa di S.

Lorenzo, che venne inglobata nella costruzione; del limite costituito dalla traficatissima via del Pellegrino,

dove una clausola stilata con i canonici della chiesa, obbligava la realizzazione su quel lato, di una serie di

botteghe al piano terra utilissime per la rendita che offrivano. Il palazzo occupa per un intero isolato di forma

trapezoidale, dove sulla sinistra, attorno al cortile, si impostano le sale del palazzo, e sulla destra invece si

apre la chiesa, a tre navate, con una sorta di atrio. L' enorme facciata completamente in travertino che si apre

sulla piazza della Cancelleria, é stata da modello per generazioni di architetti. Un ben composto basamento

compone il piano terra, a leggerissime bugne con finestre dove si aprono i due portali asimmetrici; a sinistra

fiancheggiato da due colonne di granito, quello del palazzo che immette nel cortile, realizzato da Domenico

Fontana per Papa Sisto V Peretti, con gli stemmi della famiglia Peretti. Sulla destra si apre invece il semplice

portale della chiesa. Il piano nobile presenta una complessa articolazione di cornici e sopra, a mò di stilobate,

la movimentata alternanza delle lesene e dei parapetti delle finestre; queste, superbe per armoniosità e

compostezza del disegno, sono centinate, tra le prime a Roma, e recano come mostre delle piccole lesene

decorate a rilievo con festoni e candelabri. Sopra le finestre, una serie di clipei circolari fanno da sfondo alla

rosa dei Riario. Ogni finestra è finemente inquadrata da lesene dai capitelli compositi che sorreggono per

tutta l' ampiezza della facciata il fregio con l' iscrizione commemorativa. Al secondo piano, altre lesene d'

ordine composito e finestre architravate sormontate dal mezzanino sottolineato da minute finestrelle arcuate.

Una bella e semplice cornice chiude il palazzo. Dal portale attraverso un breve androne si passa al cortile

rettangolare, autentico esempio di equilibrio e armonia . Composto di un porticato dorico ad arcate a tutto

sesto poggianti su 44 colonne in granito ( provenienti dall' antica chiesa di S. Lorenzo in Damaso ) e piloni

angolari e sovrastante loggia, presenta il simbolo Riario nei pennacchi delle arcate, nei peducci delle volte a

crociera, nella chiave di volta di queste e nei capitelli. L' ultimo piano è in laterizio scandito da lesene

composite in travertino . Al centro del cortile, le diagonali del rettangolo, linee di scolo dell' acqua piovana,

si incontrano al centro, dove una magnifica rosa dal diametro di oltre due metri funge da chiusino. Per questo

–rivestimento

palazzo a livello linguistico si riconosce: L. B. Alberti (Palazzo Rucellai a bugnato),Francesco

di Giorgio Martino (Urbino definizione del cortile), qualità lombarda (dettagli dei cornicioni).

PALAZZO TURCI: Si trova su Via del Governo Vecchio e fu costruito nel

Cinquecento su un’antica torre per Giovanni Pietro Turci di Novara, come spiega

tra il primo e il secondo piano, “segretario delle lettere apostoliche”

un’iscrizione

per papa Leone X, per lungo tempo l’edificio venne attribuito erroneamente al

Bramante. La costruzione può essere avvicinata al Palazzo della Cancelleria. Le tre

facciate, su quattro piani, sono fortemente scandite in senso orizzontale dalla

presenza di due imponenti cornici marcapiano e in quello verticale da eleganti

lesene. Al primo piano, appena sopra il basamento bugnato, si aprono finestre

centinate; al secondo finestre centinate e architravate, che poggiano sulla fascia

marcapiano; al terzo centinate con una spessa cornice, che poggiano sulla seconda

fascia marcapiano; al quarto, di grandezza ridotta e centinate. A coronamento è

posto un cornicione su mensole. In origine la costruzione aveva tutte aperture ad

archi, che vennero però murati nel prospetto sul vicolo del Governo Vecchio,

tranne uno in cui è stata inserita una porta rettangolare. Al piano terreno, a bugne

rettangolari lisce, si accede all’interno del palazzo attraverso un portone ad arco. Il

palazzo fu terminato nel ‘500, è estremamente piccolo (130mq di facciata) e per

due lati si sviluppa con la sovrapposizione degli ordini riprendendo così il modello

Albertiano della Bicromia dei materiali per gli ordini sovrapposti. Non si ha la

certezza di chia abbia realizzato il Palazzetto

PALAZZO NARDINI: Questo grande e importante palazzo risale alla seconda metà del Quattrocento e

venne fatto realizzare dall'arcivescovo di Milano, Stefano Nardini. Il Nardini, divenuto governatore di Roma,

risiedette stabilmente nel palazzo che prospettava sull'antico tracciato della via di Parione. Il palazzo del

Governo Vecchio è una straordinaria testimonianza di accorpamenti e trasformazioni architettoniche

avvenute in un'unica proprietà. La superficie che il palazzo occupa è piuttosto grande, e comprende due

fronti, quella monumentale sulla via del Governo Vecchio e quella più piccola e discreta sulla via della

Fossa. Gli spazi si articolano su due cortili: quello grande o d'onore verso la facciata principale e quello di

servizio, più piccolo e architettonicamente meno valido, in asse con il precedente e più appartato.

L'architettura del cortile e dell'originaria facciata sul Governo Vecchio viene attribuita a diversi architetti

attivi in quel periodo: da Meo del Caprino a Baccio Pontelli e Giacomo di Pietrasanta. Forse, tanto il

progetto che la fase esecutiva, videro l'alternarsi di alcuni di questi importanti personaggi dell'architettura

rinascimentale a Roma. La facciata sul Governo Vecchio venne impostata urbanisticamente, consentendo

quindi l'apertura e la visione del portale dal vicolo del Governo Vecchio, e quindi dalla piazza della Chiesa

Nuova. Il portale simmetricamente impostato tanto in facciata che sulla direzione della strada dirimpettaia,

infatti, non è in asse con il cortile, che invece si imposta sulla sinistra dell'androne d'ingresso. Il prospetto,

parzialmente rimaneggiato nella seconda metà del XVI secolo, è a due piani di grandi finestroni architravati.

Al piano terreno si aprono i portali - alcuni tra loro diversi -, di alcune botteghe e sovrastanti ammezzati. Al

centro si apre il grande portale architravato, dal disegno classico ed estremamente raffinato, ornato con

piccole bugne a punta di diamante e nel fregio decorazioni classiche con felci e festoni. Il piano terreno è

separato dal piano nobile da una cornice in travertino, su cui si impostano le finestre del piano nobile, in

travertino, con la data 1477 di ultimazione dei lavori, e il nome del Cardinale Nardini quale committente e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura e della città
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher manuelds90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura e dell'urbanistica moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Benedetti Simona.

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