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Il caso Yara Gambirasio

Il 26 novembre 2010 alle 17:20 Yara Gambirasio esce per andare al centro polisportivo vicino casa, nella città di Brembate, indossando dei vestiti neri. Lo stesso giorno, alle 17:45, un uomo di nome Massimo Giuseppe Bossetti telefona al cognato proprio nei dintorni del centro polisportivo dove si trovava Yara. Tuttavia, a seguito di questa chiamata, dell'uomo non si hanno più notizie fino al mattino seguente.

L'intenzione della ragazza, quel giorno, era di restare a casa, tuttavia all'ultimo cambiò idea decidendo di portare lei stessa lo stereo all'insegnante poiché sarebbe servito per un saggio di lì a poco. Si sa per certo che consegnò lo stereo e che si intrattenne per un'oretta circa all'interno della palestra. Si sa che fino alle 18:40 la ragazza si trovava ancora nell'edificio, in procinto di uscire, poiché venne salutata dal padre di una compagna di ginnastica che guardò l'orario più o meno nello stesso istante. Inoltre, sempre intorno a quest'ora, la ragazza rispose a una sua amica via SMS. L'ultimo contatto del suo cellulare è alle 18:55 quando aggancia la rete, senza generare traffico, attraverso la cella Brembate di Sopra, la stessa che ha agganciato Bossetti due ore prima. Poi silenzio assoluto.

Tutti i suoi familiari sono a casa, credono che Yara rientri da un momento all'altro. Nessuno sa con precisione cosa succede, tutti coloro che hanno visto la tredicenne in palestra presumono che sia rientrata a casa. Ma non è così. Yara aveva concordato con la madre di rientrare per le 18:45, non avrebbe mai tardato, soprattutto senza prima avvisare e questo allarma non poco la madre, la quale intorno alle 19:00 provò a chiamarla ma senza rintracciarla. Dopo il quarto squillo partì la segreteria. Al ché Maura, la madre, decise di andarla a cercare in palestra intorno alle 19:45 ma le compagne di Yara erano già tutte andate via e i corsi già terminati. Maura chiama il marito che rientra immediatamente a casa dalla cena. Sono le 20:00. Chiamano chiunque conosca Yara, le sue istruttrici di ginnastica, le insegnanti, gli amici, alcuni parenti, i compagni di scuola e di palestra più stretti ma nessuno ha visto Yara. Decidono di chiamare la polizia e poi di andare dai carabinieri alla caserma di Ponte San Pietro per fare la denuncia. Sono le 20:30.

Con grande sollecitudine, alle 00:42, viene attivata la Vodafone, società che gestisce l'utenza di Yara, per ottenere un'esatta localizzazione del cellulare ma il telefonino risulta spento: l'ultima cella agganciata è quella in via Ruggeri a Brembate di Sopra, l'orario è le 18:55. Di Yara, nei giorni a seguire, ancora nessuna traccia. Il magistrato apre un fascicolo a carico di ignoti per sequestro di persona. Vengono subito acquisiti i tabulati delle utenze telefoniche di Yara e dei suoi familiari degli ultimi due anni, le loro conversazioni sono intercettate, tutti coloro che hanno agganciato le celle del luogo della scomparsa tra le ore 16 e le 24 sono oggetto di indagine.

Una squadra specializzata nelle ricerche di tracce umane arriva a Brembate, i cani molecolari partono dal palazzetto dello sport dove è stata vista per l'ultima volta Yara e si fermano in un cantiere edile di Mapello, paese che dista quindici chilometri a sud-est di Brembate. La ricerca finisce lì, i cani non escono dal cantiere, non riescono a fiutare nessuna pista. Tutto il sito è passato al setaccio, ma di Yara non c'è neppure l'ombra.

Interrogatori e indagini preliminari

Vengono allora interrogati tutti coloro i quali avessero avuto a che fare col cantiere e il 3 dicembre viene sentito Mohammed Fikri. L'uomo era al lavoro nel cantiere di Mapello nella giornata della scomparsa di Yara, insieme al suo datore di lavoro Roberto Benozzo e un altro collega, ma non fornisce alcuna informazione di rilievo, salvo il fatto che il giorno seguente si sarebbe imbarcato a Genova per ritrovare la sua famiglia in Marocco.

Il 4 dicembre arriva una notizia che potrebbe rappresentare la svolta del caso: Mohammed Fikri potrebbe essere coinvolto nel caso per via di una frase sospetta rilevata dalle intercettazioni. Il magistrato lo sente il giorno successivo nel carcere di via Gleno, stavolta con l'aiuto di un interprete. Il caso è per molti risolto ormai, aspettano soltanto che il muratore crolli e indichi il punto in cui trovare il corpo della 13enne. Nel frattempo, gli inquirenti tornano su quella che è sembrata una fuga precipitosa verso casa e sulle intercettazioni telefoniche, due in particolare: nella prima, avvenuta proprio poco prima di imbarcarsi, Fikri avrebbe detto: "Allah mi perdoni, non l'ho uccisa io". La seconda intercettazione, invece, fu con la fidanzata Fathia, in cui, in lacrime, avrebbe chiesto perdono e avrebbe rivelato particolari sconosciuti sulla scomparsa di Yara.

Tuttavia, egli si difende affermando che la traduzione della prima intercettazione era errata, aveva esclamato: "Allah ti prego, fai che risponda". In quanto all'accusa di colpevolezza, egli presenta un alibi di ferro, dichiarando che è stato a cena fuori con Roberto Benozzo e che poi sono andati in cantiere lavorando tutta la notte e il datore di lavoro effettivamente conferma tutto. Inoltre, il viaggio in Marocco non era una fuga precipitosa, ma un impegno programmato da tempo, confermato anche questo da Benozzo. Queste deposizioni non lasciano molto da confutare e 3 giorni dopo viene rilasciato.

Il furgone bianco e ulteriori indagini

Si torna al punto zero, anche se su Fikri continuano le indagini. È una caccia al buio in cui tutti sono coinvolti, ma nessuno in particolare. Tuttavia ricorre, in qualsiasi segnalazione, un elemento chiave: un furgone bianco. Di diverse forme, modelli e caratteristiche, ma in molti hanno notato la presenza di un furgone bianco nella zona della scomparsa, nelle ore della scomparsa. È ovvio che le ricerche si concentrino su questo tipo di veicolo da lavoro.

Mano a mano che i giorni passano si teme il peggio. Non avendo nulla in mano gli investigatori ascoltano nuovamente i vicini di casa e i conoscenti della famiglia Gambirasio, nella speranza che a qualcuno torni in mente un particolare utile per dare una svolta alle indagini: le ipotesi di un allontanamento volontario o di un rapimento a scopo estorsivo vengono scartate, la più accreditata resta quella sessuale.

Scoperte e sviluppi successivi

Il 30 dicembre dello stesso anno avviene un episodio destinato a scuotere ancora la comunità: il ritrovamento del corpo di una ragazza di origini indiane di ventuno anni a una quindicina di chilometri da dove Yara è sparita. La mattina del 24 dicembre la donna era uscita di casa, aveva parcheggiato a Seriate e si erano perse le sue tracce. Il suo corpo è riapparso sul greto del fiume Serio, a una ventina di chilometri dal parcheggio, presentava una profonda ferita alla testa, i suoi polsi erano tagliati, i pantaloni erano a due metri di distanza dal corpo e non indossava gli slip: omicidio o suicidio? Il pubblico ministero, dunque, si interroga se i due casi siano o meno collegati.

Il Questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi, conferma che la pista del furgone che potrebbe adescare ragazzine viene presa in seria considerazione. La neve che da queste parti è di casa, quella caduta non aiuta le ricerche, se Yara fosse stata uccisa e il corpo abbandonato all'aperto, adesso ci sarebbero centimetri di neve a nasconderlo, ma le ricerche proseguono con ogni mezzo, anche con l'aiuto di autocisterne dei vigili del fuoco che provano a sciogliere la neve per favorire la visibilità. Senza alcun esito.

Scoperta del corpo di Yara

Esattamente tre mesi dopo la sua scomparsa, il corpo senza vita di Yara fu ritrovato in un campo di Chignolo d'Isola, a pochi chilometri da Brembate di Sopra, in una terra desolata, tra capannoni e sterpaglie. A fare la scoperta fu in maniera del tutto casuale un aeromodellista. Sul cadavere, come confermeranno i risultati dell'autopsia, furono rilevati numerosi colpi di spranga, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio. Gli inquirenti ipotizzarono che la morte fosse sopraggiunta in un momento successivo all'aggressione, a causa del freddo e dell'indebolimento dovuto alle lesioni.

Prove genetiche e ricerca di Ignoto 1

A quel punto, si procedette con le analisi per individuare il killer della ragazza. Nei leggins e negli slip furono individuati aloni di DNA maschili. Sulla parte posteriore degli indumenti lacerati c'erano delle fibre, usate nei tessuti dei sedili delle auto, e ovunque microparticelle metalliche, come quelle che si trovano sui cantieri edili. Il risultato delle varie prove diede luce a un unico proprietario, denominato: "IGNOTO 1". Iniziarono dunque le ricerche per trovare questa persona, dai parenti della ragazza e alle persone più vicine, fino ad esaminare persone e luoghi nei paraggi dell'abitazione e del luogo in cui è stato ritrovato il corpo della piccola Yara. In particolare, lì vicino vi era una discoteca e man mano sono stati analizzati tutti i frequentanti di quest'ultima.

Sorprendentemente, vi è un riscontro con un ragazzo il quale non era però collegato direttamente al caso. Era strano però che vi fosse una simile coincidenza in quanto è davvero difficile che un DNA sia così simile ad un altro. Vennero allora analizzati anche i parenti di questo ragazzo e via via si risalì ad un uomo, deceduto nel 1999, mediante la saliva prelevata su una marca da bollo della patente di quest'ultimo: Giuseppe Guerinoni. Il campione aveva una compatibilità...

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Hiesm. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia, crimine e devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Giurisprudenza Prof..
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