Terminologia e linguaggi specialistici
Prof.ssa Maria Laura Pierucci
1. Gualdo R., Telve S., Linguaggi specialistici dell’italiano, Roma, Carocci, 2011, capp. 1-3.
- Aspetto di comprensione della disciplina in diacronia
2. Magri M. et al. (a cura di), Manuale di Terminologia, Milano, Hoepli, 2002, capp. 2,3,6,9.
SEZIONE 1
La diacronia come chiave per comprendere i linguaggi specialistici
Lo studio della disciplina, osservato in prospettiva diacronica, permette di comprenderne la
profondità scientifica e storica, e di cogliere come i linguaggi di specialità non siano
un’invenzione contemporanea, ma rappresentino modalità con cui classifichiamo varietà
linguistiche presenti nel corso del tempo e soggette a mutamento. Analizzare tali dinamiche
consente di acquisire una visione più ampia dell’evoluzione dei linguaggi specialistici e delle
loro caratteristiche in sincronia, cioè nella contemporaneità, distinguendole dalla loro
dimensione storica. Questa consapevolezza ci permette anche di riconoscere che ciò che oggi
consideriamo “normale” è solo una delle numerose configurazioni possibili, frutto di
motivazioni storiche, sociali ed economiche che hanno determinato, almeno per ora, la
supremazia dell’inglese e della varietà angloamericana come lingue di riferimento
internazionale.
Definizioni
sincronia = contemporaneità,
- la sincronia è lo studio della lingua nella sua contemporaneità, cioè in un momento
preciso considerato come “fisso”.
Analizza il funzionamento del sistema linguistico così com’è ora, senza considerare
come si è evoluto nel tempo.
diacronia = storicità, evoluzione nel tempo.
- la diacronia è lo studio della lingua nella sua evoluzione nel tempo, cioè osservando i
cambiamenti che avvengono tra epoche diverse.
Analizza il modo in cui strutture, parole e usi linguistici si trasformano storicamente.
La visione ingenua del parlante comune e il confronto con la storia linguistica
La prospettiva del parlante comune – definito come il non specialista in una determinata
materia, pur potendo essere altamente competente in altre discipline – è inevitabilmente
ingenua rispetto alla complessità dei fenomeni linguistici. Le lingue, infatti, seguono percorsi
condizionati da fattori esterni e culturali, e lo status attuale dell’inglese come lingua veicolare è
paragonabile a quello del latino, utilizzato per secoli fino all’inizio del Settecento. Il Latino
smette di essere la lingua della comunicazione culturale quando, con l’Illuminismo, si afferma un
processo di gallicizzazione delle lingue europee. In Italia questa trasformazione fu
particolarmente marcata, poiché la nostra lingua – pur ricca in ambito letterario – nel Seicento e
nel Settecento era carente nel lessico scientifico e tecnico, e il francese forniva i termini
necessari a colmare quelle lacune. L’avvento della rivoluzione scientifica comportò
l’introduzione di nuovi concetti che richiedevano una denominazione precisa, necessaria per la
loro categorizzazione, per la diffusione tra gli esperti e per l’emergente cultura di massa, che
trovò nel giornalismo e nella stampa un mezzo di ampliamento senza precedenti.
L’invenzione della stampa e la trasformazione dell’accesso al sapere
Il passaggio dall’epoca del manoscritto alla stampa a caratteri mobili, introdotta nel 1455,
rivoluzionò l’accesso alla conoscenza rendendo la replica dei testi più veloce ed economica. La
riduzione dei costi favorì la diffusione delle opere e rese possibile un maggiore accesso al
sapere, prima limitato a pochi. Questo mutamento tecnologico contribuì a modificare
profondamente la struttura sociale, anche se non cambiò immediatamente la condizione
femminile: per molti secoli le donne, escluse dalle istituzioni educative e impossibilitate a
studiare il latino, potevano apprendere solo le lingue volgari e, talvolta, la sola lettura. La
scrittura, competenza distinta e culturalmente più complessa, restò per lungo tempo preclusa a
molte di loro. La scrittura, infatti, non è una semplice estensione dell’oralità, ma un prodotto
culturale che influisce sulla società determinando nuove forme di astrazione e modificando i
modi in cui si organizza il pensiero.
Le varietà sub-standard e il ruolo determinante della standardizzazione
Le varietà linguistiche sub-standard, cioè prive di un processo di standardizzazione che ne
garantisca la codificazione in grammatiche, dizionari e tradizioni letterarie, faticano a
sopravvivere nel tempo, poiché non dispongono degli strumenti che consentono a un codice di
diventare condiviso e istituzionalizzato. Le scelte relative alla cura o all’abbandono di una
varietà dipendono anche dal prestigio linguistico, un fenomeno non motivato da fattori interni
alla lingua, ma determinato da elementi extralinguistici, culturali, sociali o economici. Il
prestigio attribuito a una varietà può mutare nel tempo in base ai cambiamenti della società: si
pensi al caso del milanese, oggi percepito come varietà prestigiosa anche per il ruolo economico
e mediatico della città, mentre nel passato non godeva di questo status; o, al contrario, al
napoletano, varietà ricchissima dal punto di vista letterario e culturale ma spesso percepita
come dialetto subalterno da chi non conosce la sua storia.
Il prestigio linguistico e la scelta del modello italiano nell’Ottocento
Il prestigio linguistico influenza profondamente la scelta dei modelli: ciò che Manzoni affronta
nell’Ottocento nasce proprio dal tentativo di individuare una varietà di riferimento che potesse
assolvere al ruolo di lingua nazionale, in un contesto in cui la frammentazione politica ed
economica aveva ostacolato l’unificazione linguistica. Nel corso dei secoli, l’italiano scritto –
filtrato da grammatiche, dizionari e tradizioni letterarie – ha seguito un percorso di
stabilizzazione che non rispecchia pienamente l’evoluzione dell’italiano parlato, tanto che
ancora oggi persiste una certa incertezza ortoepica nelle pronunce degli insegnanti e dei
parlanti colti, spesso influenzate dalle loro varietà locali.
Definizioni
Lingua materna, lingua patria e influenza di sostrato e superstrato
Cinquant’anni fa l’italiano veniva comunemente percepito come “lingua materna”, ma questa
definizione non è del tutto corretta dal punto di vista storico-linguistico. È necessario distinguere
tra lingua materna e lingua patria: la prima è il codice appreso spontaneamente nel contesto
familiare, mentre la seconda è la lingua che rappresenta la comunità nazionale e che viene
insegnata, normata e utilizzata negli ambiti istituzionali. Dante, già nel Trecento, distingue il
“parlar materno” dal progetto di un volgare illustre, cioè una varietà elevata, coltivata e
pienamente adatta agli usi letterari. Questo volgare illustre, sviluppato attraverso le opere delle
tre corone fiorentine e successivamente formalizzato da Bembo e dall’Accademia della Crusca,
diventa nel tempo la base dell’italiano letterario.
A partire dal Seicento, grazie ai dizionari e alla crescente riflessione grammaticale, questa forma
alta del volgare si stabilizza nella scrittura fino a diventare perfettamente intellegibile ancora
oggi, nonostante i secoli trascorsi. La lingua parlata, invece, ha seguito un percorso diverso: si è
evoluta in modo autonomo e non è mai coincisa pienamente con lo standard scritto. Questa
distanza è evidente ancora oggi, soprattutto sul piano fonetico: persino gli insegnanti di italiano
oscillano tra la pronuncia standard e l’interferenza della propria varietà locale.
Per spiegare questi fenomeni intervengono i concetti di sostrato e superstrato.
Definizione di sostrato
Il sostrato è la lingua originaria di una comunità che, pur cessando di essere parlata, lascia tracce
nella nuova lingua adottata. È ciò che avviene quando un parlante mantiene, senza esserne
pienamente consapevole, caratteristiche della lingua d’origine – ad esempio nella pronuncia, nella
sintassi o nel lessico – e le trasferisce nella lingua dominante. Nel caso di un insegnante
maceratese, la sua varietà familiare locale può costituire un sostrato che influisce sulla pronuncia
dell’italiano standard.
Definizione di superstrato
Il superstrato, invece, è la lingua di un gruppo dominante che si sovrappone a quella della
popolazione locale senza sostituirla. La lingua dominante lascia alcuni tratti – soprattutto lessicali
o fonetici – sulla lingua del territorio, ma alla fine è quest’ultima a sopravvivere come codice
principale. Le lingue germaniche rispetto al latino ne sono un esempio classico: pur non
sostituendo il latino, lo influenzarono in modo significativo.
Prestigio linguistico e interferenze nello standard
La coesistenza di più codici, insieme a dinamiche di prestigio, fa sì che anche oggi sia complesso
definire un’ortoepia univoca per l’italiano standard. Ogni parlante, anche colto, tende a integrare
nella pronuncia elementi della propria base locale (sostrato) e, allo stesso tempo, cerca di
avvicinarsi al modello prestigioso rappresentato dalla lingua patriarcale codificata. Questa
tensione continua fotografa in modo esemplare il funzionamento del prestigio linguistico nella
società italiana contemporanea.
SEZIONE 2
Il prestigio moderno del milanese e l’influenza dei media
Dagli anni Ottanta del Novecento in poi il milanese acquisisce nuovo prestigio grazie alla
diffusione delle televisioni private, che impongono quella varietà come modello sociale
riconoscibile e desiderabile. La rivalutazione del milanese non dipende da caratteristiche
intrinseche della varietà, ma da dinamiche economiche, mediatiche e culturali che ne hanno
amplificato la presenza nella comunicazione pubblica. Altre varietà, come il napoletano, pur
ricche di tradizione letteraria, musicale e teatrale, continuano a essere percepite come codici
subalterni da una parte dei parlanti, spesso a causa di stereotipi culturali e pregiudizi radicati.
L’affermarsi dell’italiano neo-standard e il ruolo della comunicazione digitale
L’italiano neo-standard si diffonde soprattutto nel parlato, ma negli ultimi decenni ha
influenzato profondamente anche la scrittura. La sintassi tende a semplificarsi, la paratassi
prevale sull’ipotassi e la punteggiatura si riduce, conferendo allo scritto maggiore fluidità e
avvicinandolo ai ritmi dell’oralità. La comunicazione digitale – rapida, informale e continua –
accelera queste trasformazioni, rendendo il confine tra scritto e parlato sempre più sottile.
Queste evoluzioni rispondono alle nuove esigenze comunicative della società contemporanea.
Lingue e territorio: la vulnerabilità delle varietà locali
Le lingue vivono nella misura in cui vivono le comunità che le parlano. Quando una comunità
viene sradicata dal proprio territorio, ad esempio per un terremoto o per condizioni di
spopolamento, le varietà locali rischiano di perdere vitalità. Le nuove generazioni, crescendo in
ambienti diversi, tendono a integrare la varietà dominante della comunità ospitante, mentre gli
adulti e gli anziani mantengono più a lungo il codice d’origine. La continuità linguistica, dunque,
è fortemente legata alla stabilità territoriale e alla trasmissione intergenerazionale.
Migrazioni, memoria linguistica e italianismi d’eredità
Le migrazioni italiane verso il Sud America offrono un esempio significativo dei meccanismi di
conservazione linguistica. Anche dopo due o tre generazioni, sopravvivono italianismi legati alla
dimensione domestica e affettiva, perché ciò che viene trasmesso non è la lingua formalmente
codificata, ma il repertorio orale delle famiglie. Questi tratti non sono standardizzati e non
possiedono una grafia convenzionale, perché provengono da varietà prive di tradizione scritta.
Questo dimostra che la scrittura non è un semplice prolungamento dell’oralità, ma una
convenzione culturale che richiede codificazione.
La forza della grammatica come convenzione condivisa
La grammatica sopravvive e si mantiene efficace grazie alla sua ripetizione invariata nel tempo,
che la rende una convenzione ampiamente riconosciuta dalla comunità linguistica. Per questo si
studia l’italiano a scuola anche quando è la lingua materna: la scuola ha il compito di consolidare
una forma condivisa, necessaria per garantire intercomprensione e adeguatezza comunicativa
in contesti diversi. La grammatica diventa così un punto fermo, indispensabile per una lingua
destinata a funzioni pubbliche, educative e istituzionali.
La cultura come prodotto storico e concettuale
Ogni lingua è un prodotto culturale che si sviluppa nel tempo e riflette le conoscenze e le
competenze della comunità che la utilizza. Il concetto di “cultura”, che ha radici nel latino e
attraversa una lunga evoluzione semantica, testimonia come le lingue trasformino e
amplifichino i significati nel corso dei secoli. In origine legato al coltivare la terra, diventa
progressivamente metafora della crescita interiore, della formazione dell’individuo e del
patrimonio di conoscenze condiviso da una società. Questa trasformazione, avvenuta grazie al
contributo dei filosofi, degli umanisti e della modernità illuministica, mostra come le parole non
siano entità statiche, ma strumenti che registrano i cambiamenti del pensiero.
SEZIONE 3
Dal significato concreto al concetto astratto di cultura
Il termine “cultura”, nato in un ambito concreto legato al lavoro agricolo, diventa
progressivamente un concetto astratto attraverso un processo di metaforizzazione reso
possibile dai mutamenti storici, sociali e teorici tra Cinquecento e Settecento. Parallelamente
cambia la struttura dei saperi, che si specializzano, si ampliano e diventano accessibili a un
numero crescente di individui. In questo stesso periodo molte lingue europee – in particolare il
francese, poi l’inglese e più tardi l’italiano – si dotano di strumenti normativi e di modelli
condivisi grazie alla presenza di centri politici forti che promuovono la standardizzazione
linguistica. La Francia, soprattutto, elabora un modello culturale e linguistico unificato che si
afferma anche attraverso la pratica della conversazione nei salotti, luoghi privilegiati in cui si
affina l’uso dell’oralità e si consolida un codice percepito come colto ed elegante.
Il contributo della borghesia e il ruolo dell’istruzione
L’ascesa della borghesia, protagonista della trasformazione sociale tra Seicento e Settecento, fa
della cultura uno strumento di elevazione e di distinzione. La costruzione di biblioteche private
e la circolazione delle opere scientifiche, spesso tradotte dai testi latini e greci, dimostrano come
il sapere diventi un patrimonio da coltivare e da esibire. La famiglia Agnesi, con la sua vasta
raccolta libraria, rappresenta emblematicamente questo fenomeno: il patrimonio librario
diventa una forma di capitale simbolico che sancisce il prestigio della famiglia. Attraverso tali
dinamiche la cultura si configura come un campo intellettuale in cui convergono la formazione
personale, l’accrescimento delle conoscenze e la rappresentazione sociale del proprio status.
Dal lavoro agricolo alla coltivazione dell’anima e dell’intelletto
Il passaggio dal significato agricolo di “colere” all’accezione filosofica e intellettuale di “cultura”
avviene attraverso un trasferimento metaforico che definisce l’essere umano come un terreno
da coltivare. Autori come Kant reinterpretano la cultura come il risultato della formazione
dell’uomo mediante l’educazione, lo studio e l’esercizio della razionalità. In questo modo, la
parola assume un valore sempre più astratto e universale, diventando parte del lessico
intellettuale europeo e, con il tempo, del linguaggio quotidiano. Nella sua diffusione moderna,
ormai completamente staccata dal suo significato concreto, la cultura diventa sinonimo di
crescita interiore, patrimonio di conoscenze e maturazione personale.
La trasformazione sociale e la nascita dei linguaggi specialistici
Il Settecento e il primo Ottocento sono segnati da trasformazioni tecnologiche decisive, come la
seconda rivoluzione industriale, che favoriscono l’emergere di una società più benestante e più
istruita. La borghesia, che fonda il proprio prestigio non solo sulla ricchezza ma anche sulla
formazione, contribuisce a sviluppare saperi sempre più specializzati e professioni nuove che
richiedono strumenti concettuali altrettanto nuovi. Da queste esigenze nasce la moltiplicazione
delle terminologie specialistiche, indispensabili per designare con precisione concetti e pratiche
emergenti. Neologismi e risemantizzazioni rispondono al principio di economia linguistica, che
porta le lingue a utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili.
La lingua come istituzione sociale e il ruolo delle convenzioni
L’evoluzione delle lingue non è mai un fenomeno isolato: gli strumenti di trasmissione del
sapere, come la stampa e più tardi i mezzi di comunicazione di massa, influenzano
profondamente la diffusione dei cambiamenti linguistici. La lingua, intesa come istituzione
sociale secondo la prospettiva saussuriana, esiste solo in quanto insieme di convenzioni
condivise. La convenzione linguistica non nasce spontaneamente, ma attraverso un processo di
accettazione e consolidamento, spesso accompagnato da resistenze quando vengono proposti
nuovi usi o nuovi termini. È questo equilibrio dinamico tra innovazione e tradizione che
permette alla lingua di conservare continuità pur adattandosi alle esigenze della società.
La dinamica del prest
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