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INIZI

Nel 19 secolo l’evoluzionismo sociale aveva cercato di spiegare le

differenze economiche, politiche e culturali tra i popoli del mondo

attraverso una filosofia della storia basata sull’idea di un progresso unico e

universale. Secondo questa visione, tutte le società percorrevano le stesse

tappe evolutive, ma a velocità diverse, dando origine a gerarchie di civiltà.

Accanto a questa prospettiva storica, si sviluppò anche un approccio

biologico che attribuiva le differenze culturali e tecnologiche alle differenze

razziali, rafforzando una visione eurocentrica e coloniale.

All’inizio del Novecento, negli Stati Uniti, la scuola di Franz Boas criticò

entrambe queste impostazioni: sia l’idea di un’evoluzione unidirezionale

della storia umana, sia il determinismo biologico. Da questa critica nacque

l’antropologia culturale novecentesca americana. Il cosiddetto

particolarismo storico di Boas sosteneva che le culture dovessero essere

studiate ciascuna nella propria storia specifica, ricostruita in modo

empirico e dettagliato, senza inserirle forzatamente in schemi evolutivi

generali. Per Boas, quindi, l’antropologia restava una scienza storica,

attenta ai contesti concreti e alle singole traiettorie culturali.

Questa impostazione si differenziava nettamente da quella

dell’antropologia sociale britannica, soprattutto da quella di Radcliffe-

Brown. Gli antropologi britannici vedevano l’antropologia come una

scienza naturale della società, più simile alla biologia che alla storia. Il loro

obiettivo era individuare leggi generali del funzionamento delle strutture

sociali attraverso un’analisi sincronica, cioè concentrata sul presente,

senza ricostruire il passato delle società studiate. Questa visione era

influenzata dalla sociologia di Durkheim, che concepiva la società come

una realtà autonoma, separata sia dagli individui sia dal cambiamento

storico.

Secondo questa prospettiva, per comprendere una società era necessario

“sospendere” l’attenzione sulla storia e sull’azione individuale, per

concentrarsi sulle relazioni e sulle funzioni che mantenevano l’equilibrio

del sistema sociale. Al contrario, gli antropologi statunitensi, anche per

ragioni storiche e politiche, faticavano ad adottare questa separazione:

studiando popolazioni native nordamericane in rapido declino, erano più

consapevoli del legame profondo tra cultura, individui e processi storici.

Tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento, questa contrapposizione tra

antropologia culturale americana e antropologia sociale britannica segnò

profondamente il dibattito disciplinare. In particolare, nell’antropologia

britannica si affermò progressivamente un modello struttural-funzionalista

che finì per considerare le società come sistemi stabili, in equilibrio e poco

soggetti al cambiamento. Quella che inizialmente era una scelta

metodologica divenne quasi una convinzione teorica: le società studiate

sembravano esistere sempre uguali a se stesse. Questo modello

omeostatico divenne l’immagine dominante dell’antropologia sociale

britannica e influenzò molte ricerche etnografiche basate sul metodo di

Malinowski, anche se non tutti gli studiosi condividevano pienamente

questa visione.

DECOLONIZZAZIONE, DINAMISMO, STORICIZZAZIONE

Dopo la Seconda guerra mondiale, e soprattutto con l’avvio dei processi di

decolonizzazione, l’antropologia fu profondamente trasformata. In Europa

(in particolare in Francia e Gran Bretagna) e negli Stati Uniti, gli

antropologi iniziarono a interrogarsi in modo più critico sul cambiamento

sociale, sulla storicità delle società umane e sul ruolo politico della

disciplina nei contesti coloniali e postcoloniali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lullicap di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Palumbo Berardino.
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